A Country Western, l’autunno è proprio slowcore

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Il nuovo album della band di Philadelphia va sorseggiato lentamente mentre fuori la vita scorre placida e inanimata.
[21.10.2026 | Crafted Sounds | slowcore, slacker rock, shoegaze]

La Pennsylvania mi ha sempre dato l’idea di una terra stretta tra due mondi: quello scintillante e accattivante delle metropoli della costa orientale degli Stati Uniti e quello molto meno glamour e ben più insondabile del famigerato Midwest, luogo dell’anima che agli occhi di noi europei appare perlopiù incomprensibile.

Philadelphia è inevitabilmente il fulcro intorno a cui ruota questo più o meno condivisibile pensiero, e in qualche modo sembra incarnare alla perfezione la natura ambigua e inafferrabile dello stato cui appartiene. La città in cui venne redatta la Dichiarazione d’indipendenza statunitense ha sempre avuto un peso storico importante all’interno degli USA, eppure è sempre rimasta relativamente all’ombra dei centri più importanti della costa Est (da New York a Boston, da Chicago a Miami).

Con ogni probabilità l’attinenza è minima (o magari invece è una considerazione che ha piena cittadinanza), ma l’idea che non sia casuale che da una città del genere sia venuta fuori una band come gli A Country Western mi stuzzica non poco.
Le sonorità soffuse e incisive, intime e distorte messe in mostra dal quartetto sembrano proprio avere una connessione emotiva profonda con la natura della città da cui esso proviene.

Un immaginario filo diretto.

Quasi 5000 km, da coprire in auto in una cinquantina di ore di auto. Tale è la distanza che separa San José e Philadelphia. Un filo diretto che si srotola lungo tutto il Paese e che unisce due coste che, in questo caso, sembrano essere più vicine che mai

La terza città più grande della California è anche quella che ha dato i natali ai leggendari Duster, totem immarcescibili di tutta la scena slowcore internazionale, nonché evidente punto di riferimento per gli A Country Western. Addentrarsi negli anfratti di Audition Tape, quarto album in studio della band della Pennsylvania, equivale a rivivere almeno in parte le sonorità ipnotiche e introspettive e le atmosfere ovattate e autunnali – ma anche i testi rarefatti – che hanno reso leggendario il gruppo californiano (e la cosa rappresenta un notevole punto a favore per l’album in questione, almeno per chi scrive).

Prova inconfutabile ne è la doppietta I Found–Mourning Dove, con la prima che è un riuscitissimo incrocio tra slowcore e bedroom pop e la seconda che richiama decisamente le ambientazioni di quel capolavoro senza tempo di Stratosphere, solo con un po’ di disagio e malessere in meno. E in tal senso non è da meno Halo Mode, intima e soffusa come la luce proiettata sul muro da un timido abat-jour in una sera di fine ottobre.

Nella meravigliosa apertura affidata a 45 Degrees, il già abbondantemente citato slowcore si mescola a uno shoegaze a dir poco rivitalizzante, per un episodio che riporta alla mente i momenti più ispirati di Joyer e Horse Jumper of Love (e anche dei Bedhead, per chi andasse alla ricerca di un riferimento un po’ più datato). Pura poesia minimalista in salsa lo-fi.

Reminiscenze 90s tra shoegaze e slacker rock.

A proposito di shoegaze, c’è spazio anche per momenti più energici e muscolari: Audition è infatti distorta quanto basta per farti ciondolare con la testa, un po’ come faresti mentre ascolti un pezzo dei dissonanti they are gutting a body of water*, anch’essi guarda caso partoriti dalla scena underground di Philadelphia.

Un monito? Una dichiarazione d’intenti? Una prescrizione medica? Qualunque cosa rappresenti No Alcohol, la si accetta volentieri, dal momento che si è al cospetto di quello che è forse l’episodio più orecchiabile dell’album, un riuscitissimo esempio di come si possa attingere dallo slacker rock anni ‘90 senza apparire necessariamente datati (oltre che un’ottima scusa per rimettere su i sempre troppo trascurati Helvetia).

Da non trascurare anche la chiusura appannaggio di Baseball Game, una semi-ballad in odore di Alex G che sembra raccontare come meglio non si potrebbe un tedioso e apatico pomeriggio americano (“The day has come / Walk into the stadium / Go to the right, we’re section 305”).

Un album da assaporare lentamente.

Se volessimo condensare quanto detto finora in una sola frase, Audition Tape è l’album perfetto da ascoltare nelle giornate a cavallo tra l’autunno e l’inverno, quando il freddo non è ancora troppo pungente ma si palesa già la voglia e la necessità di starsene un po’ al caldo. Un disco da sorseggiare lentamente mentre, scostando la tenda, ci si accorge una volta di più che fuori la vita scorre placida e inanimata.

Magari in vestaglia, perché no. Da quando ne ho presa una, i miei amici non mancano mai di farmi notare che sto invecchiando. Sarà evidentemente così, anche perché altrimenti non sarei qui a blaterare di slowcore e amenità simili. A me però importa davvero poco, soprattutto se la posso indossare mentre ascolto band come gli A Country Western.
Evidentemente non sanno proprio cosa si perdono, i miei amici.

*: pochi giorni fa i they are gutting a boyd of water stessi hanno reso noto che al cantante e chitarrista della band Doug Dulgarian è stato diagnosticato un cancro: un abbraccio e un pensiero personale, per quel che può valere da qui.

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Last modified: 29 Ottobre 2026