Ieratica e minimalista, l’esibizione milanese del duo elettronico inglese è stata un’esperienza sonora e sensoriale a dir poco totalizzante.
Foto in copertina e all’interno dell’articolo © Elena Di Vincenzo
[11.10.2026 @ Alcatraz, Milano]
Concerto dell’anno? Un sabba liberatorio di danza collettiva (come avrei detto dopo averli visti a Barcellona nel 2024)? Un non-luogo di glitch, che farebbe la gioia di Rico e Napo degli Uochi Toki? Il trionfo definitivo dell’algoritmo sull’uomo?
Mi vengono in mente parecchie, contrastanti alternative per raccontare in una frase quella che è stata l’esibizione degli Autechre presso l’Alcatraz di Milano dello scorso 11 ottobre. Nessuna di queste però riesce a cogliere appieno l’essenza di quanto vissuto: un’esperienza che fa della sottrazione e dell’assenza la sua natura più profonda. Come arcangeli mi giungono in aiuto i La Quiete che, facendosi tramite del Poeta, riportano inconsciamente la perfetta definizione di questo live: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Proviamo a raccontare per punti quello che (non) è stato.
1. Non esiste auto-rappresentazione.
La prima e più ovvia considerazione è che gli Autechre suonano in una sala completamente immersa nel buio. Per dovere di cronaca, non proprio un buio totale: flebili luci di sicurezza e i segnali delle uscite di emergenza rimangono accese, conferendo un baluginio di spettralità al pit. Dunque, a livello visivo non esiste un esecutore (i Nostri sono anche celati da un paio di enormi casse spia) e non esiste il pubblico – niente selfie, video o pose, in definitiva niente condivisione – l’attenzione viene riportata unicamente sulla purezza del suono. Anche il chiacchiericcio che aveva in parte funestato i due set techno-trance di apertura (Bochum Welt e MDX) è ridotto al silenzio, nessuno sembra avere più la forza di parlare sotto la cappa opprimente del buio e del suono.
La seconda cosa che si nota, stavolta a livello uditivo, riguarda la precisione assoluta del suono che esce dalle casse. Per una buona prima fetta di concerto a farla da padrone è un rullante tanto scarno quanto implacabile, quasi cardiaco, a cui non viene concessa alcuna velleità di coolness jazzistica, nessun arzigogolo ritmico dub, nessun groove accattivante. Pulsa artificiale e ieratico nel suo incedere minimalista, fuori dal tempo e dalle mode musicali.

2. Spazio e tempo non esistono.
Ad ogni modo, la parte “melodica” del duo produce una quantità di suoni, fruscii, vibrazioni che si aprono a mo’ di frattale di fronte all’ascoltatore, e paiono provenire da altrettanti mondi alieni. Impossibile provare a focalizzarsi sul singolo punto sonoro, perché questo si rivela profondo come un abisso di ineffabili suggestioni da altre tempolinee. Tanto vale perdersi nei propri pensieri e cominciare a scrivere mentalmente questo report, ripensare a quel viaggio in pullman di quindici anni fa o come fixare quella maledetta linea di codice. Il disturbo dell’attenzione viene incoraggiato e superato sulla destra: musica per post-ADHD.
Potremmo provare quindi a rimanere ancorati alla realtà, senza focalizzarci e smarrirci nei meandri del punto infinito, seguendo piuttosto l’evoluzione ritmica della performance. Anche in questo caso sarebbe deleterio, dato che l’inganno del tempo è in agguato: ci troviamo a seguire quel frammento IDM così coinvolgente, ma subito il beat si contorce fino ad essere spazzato via da un glitch del processo, e veniamo catapultati in un altro spazio-tempo, senza apparente continuità logica con il precedente. Diventa problematico distinguere se quello che abbiamo percepito fino a quel momento fosse reale (pfui! ancora con ‘sta storia della realtà) o una mera suggestione del nostro cervello. Questo è, banalizzando, il sadico e sublime gioco cui veniamo sottoposti senza soluzione di continuità per tutta l’ora e mezza di esibizione.

3. Non ci sono ordine né caos (oppure coesistono entrambi).
Vorrei, oh quanto lo vorrei, avere libero accesso al database di campionamenti, microsuoni, frequenze che il duo di Manchester manipola nel corso di un live set. Per la meticolosità degli incastri sonori e la sterminata varietà della tavolozza (seppure sempre nella basilare semplicità dei microsuoni e, per quanto mi è dato capire, senza nessun aggancio alla sterminata produzione su disco), sembra che quanto venga performato sia figlio di un codice macchina che viene redatto e curato fin dagli albori della creazione del progetto Autechre. Un pantagruelico e raffinatissimo meccanismo in cui però viene innestato, di tanto in tanto, un osceno e spregiudicato brivido di casualità che fornisce una spinta quasi “vitale” (tra infinite virgolette) all’esecuzione.
Nel suo saggio EXMACHINA, Valerio Mattioli abusava di termini quali “gelido” e “algoritmico” (saccheggiati anche per questo pezzo) per definire la loro musica. Mai come in un’esibizione dal vivo queste definizioni prendono forma e senso, di fronte al cibernetico e implacabile rigore di quanto stiamo ascoltando. Mi permetto di aggiungere “caotico” all’insieme, a rappresentare come talvolta l’algoritmo tra le pieghe delle sue ferree e incomprensibili routine si conceda il guizzo di un aleatorio math.random().

4. Non c’è umanità.
Come anticipato in introduzione, qualche anno fa avrei definito quest’esperienza come un rituale collettivo di compartecipazione empatica, una danza corale dove la molteplicità dei corpi diventa un unico. Mi sbagliavo di grosso.
Proprio per la difficoltà intrinseca legata alla percezione, ciascuno coglie, nel medesimo istante, differenti emozioni dalla musica. Nella fioca illuminazione, intravedo intorno a me esseri (umani?) contemporaneamente in quieta estasi, impegnati in danze sfrenate, oppure accartocciati dal suono. È uno sberleffo capovolto al simulacro delle silent disco: qui tutti ascoltiamo le stesse frequenze riprodotte dall’impianto ma non può esistere condivisione, ciascuno è inevitabilmente rinchiuso nel proprio individualismo.
Verso la fine del set, la musica si ingrossa, si fa violenta e ansiogena, i synth rasentano il noise e il beat somiglia a violenti spari (quasi a risvegliare una delle più assurde tragedie legate alla musica dal vivo), anche il soffitto pare schiacciarsi claustrofobico sul pubblico. Il segnale è chiaro: la macchina non gradisce la nostra presenza e può disintegrarci in qualsiasi momento. La gelida apoteosi dell’Algoritmo raggiunge il suo vertice e la solitudine indotta ne amplifica il terrore.

5. Forse non c’è nulla di tutto questo.
Mai scelta fu più giusta di esperire questo concerto senza alterazioni psicofisiche per potervelo riportare con tanta cura (sic). Ma forse qualcosa mi è sfuggito e non vedo l’ora di tornare al buio della sala concerti…
Addio AE_TWENTYSIX, alla prossima Sean e Rob, geni autistici ed alieni, profeti dell’Algoritmo dal 1992.

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Last modified: 15 Ottobre 2026




