Il musicista di casa Maple Death ha recentemente pubblicato un nuovo lavoro e noi abbiamo colto l’occasione per chiedergli lumi sul contesto musicale e filosofico che lo ha partorito.
Un triplo album di 108 minuti, un concept che parte dal sequestro Moro e arriva a una distopia senza tempo: Samuele Gottardello, in arte Blak Saagan, ci ha raccontato la genesi del suo nuovo disco Un Sequestro Lungo 10.000 Anni, uscito lo scorso maggio per Maple Death Records e Canicola Edizioni nell’ambito del progetto Opale. Tra letteratura, fantascienza, colonne sonore italiane anni ’80 e scena musicale indipendente, il musicista si è raccontato a tutto campo.
Ciao Samuele, prima domanda di contesto: un triplo disco è decisamente controcorrente rispetto al trend attuale, che spinge verso EP brevi e ravvicinati nel tempo. Come nasce questa scelta?
Il progetto nasce come percorso editoriale tra Canicola e Maple Death, due realtà bolognesi che hanno dato vita alla collana Opale, una serie di uscite congiunte in tre formati (box con fumetto e vinile, solo vinile, solo fumetto) che nel corso degli anni unirà musicisti e illustratori e al cui interno è stato pubblicato il mio nuovo album.
Jonathan Clancy (musicista e proprietario dell’etichetta Maple Death Records, ndr) mi ha proposto di lavorare con Majid Bita, illustratore e rifugiato politico iraniano che avevo già conosciuto ad un mio concerto e con cui mi sono trovato subito in sintonia. Ci è stata data carta bianca e insieme abbiamo sviluppato un concept sulla privazione della libertà. Un tema che avevo già affrontato nel disco precedente, dedicato al sequestro Moro, ma che stavolta ho voluto allargare non solo geograficamente ma anche nel tempo. Ho provato a chiedermi cosa sia successo all’interno della nostra società prima di Moro e cosa sta accadendo oggi.
Tra scambi di immagini e musica con Majid, il materiale è cresciuto quasi da solo fino a raggiungere i 108 minuti di durata. Con Jonathan è stato un processo graduale: gli ho detto che stavo producendo tanto materiale e lui, un po’ scherzando, ha proposto l’idea del triplo album. So che è una follia, costa tanto, va venduto ad un prezzo alto e inoltre richiede un impegno di ascolto non banale, ma è una scommessa di Canicola e Maple di cui sono felicissimo e che ho accolto con entusiasmo. Così ho avuto la fortuna di sviluppare i brani come li avevo in mente, senza tagliare nulla: certi pezzi, per arrivare a una vera immersione, avevano bisogno del loro tempo.

Da dove nasce questo tuo interesse quasi ossessivo per il tema della privazione della libertà?
È un tema che mi interessa moltissimo, sia a livello filosofico che artistico: amo tutti i film e i libri di genere che lo affrontano. Penso subito a Philip K. Dick, con Un Oscuro Scrutare (da cui è tratto lo splendido film in rotoscoping A Scanner Darkly di Richard Linklater). Viviamo in un mondo dove non sappiamo più cosa sia vero ed è un tema che dialoga con la sua opera. Poi mi vengono in mente J. G. Ballard, con le sue distopie materiche e crudeli (Il Condominio e la quadrilogia dell’apocalisse) e Ursula K. Le Guin, scrittrice di fantascienza assolutamente libertaria. I Reietti dell’Altro Pianeta racconta di un’anarchia intesa come società complessa e auto organizzata, non caricaturale; La Mano Sinistra delle Tenebre mette invece in discussione l’identità sessuale e, di riflesso, la ricerca del proprio Io più profondo.
Aggiungo poi Dino Buzzati e Franz Kafka, con la loro componente weird e surreale, e il fumetto L’Eternauta, il cui racconto ansiogeno utilizza un’invasione aliena come allegoria dei desaparecidos in Argentina. Mi piace portare certi temi dentro un intrattenimento che comunque diverta: non scrivo un saggio sulla libertà, ma spero di far pensare.
C’è anche un riferimento più insolito: le teorie dell’archeologa Marija Gimbutas, che negli anni ’60-’70 sosteneva l’esistenza nell’Europa antica (7.000-3.000 a.C. circa) di una cultura precedente basata su figure matriarcali e che successivamente è stata sostituita da popolazioni migranti, il tutto con evidenze che lei rintraccia nelle Veneri preistoriche rinvenute in tutto il continente. Mi sono chiesto quando sia cominciato il tipo di “regime” in cui viviamo oggi, non necessariamente totalitario come quello iraniano, ma che sta vivendo una fase repressiva che definirei intermedia, come accade oggi in Italia o in America. La risposta che ho provato a darmi è che, nell’ambito dei 200.000 anni che compongono la storia umana (e soprattutto negli ultimi 10.000 di questi), le cose non sono sempre state così, quindi lo status quo può in ogni caso essere cambiato.
Come si traduce tutto questo bagaglio narrativo e visivo in un linguaggio musicale astratto quale quello della tua opera?
Tutto quello che ho raccontato finora è una teorizzazione a posteriori di un processo molto pratico ed emotivo. Per suonare ho bisogno di crearmi un condizionamento, riempire la stanza di un’emozione, un immaginario. Parto da un’idea filmica: immagino i titoli di testa di un film, quale brano ci sento sopra.
Il disco si apre con un pezzo molto concitato – The Blak Fire (Sogno I) – ispirato all’incipit di Demoni di Lamberto Bava e alla colonna sonora di Simon Boswell, sonorità italiane anni ’80, meno “pettinate”, che ho riscoperto con amore, sulla scia di quelli che erano i lavori dei Goblin di Claudio Simonetti. Mi sono procurato un modulo, l’SE-1X, che riproduce quei suoni anni ’80 collegato via MIDI a una tastiera moderna, oltre a un modulo per il DX7 usato anch’esso nel disco. Ho attinto molto anche a colonne sonore e library music, il mio riferimento musicale preferito insieme a metal, punk ed elettronica.
Visto che li hai nominati, colgo la palla al balzo: cosa ascolti di punk e metal, soprattutto per quanto riguarda uscite recenti?
Mi piacciono tantissimo i Blood Incantation, che uniscono il black metal a momenti prog/ambient lunghissimi: la loro ultima uscita mi ha fatto sentire meno solo mentre lavoravo al disco. Seguo molto anche l’etichetta milanese Sentiero Futuro Autoproduzioni (Kobra, Porta d’Oro, Spirito di Lupo, ONDAKEIKI, TV Dust), che mescola punk, jazz e drone con uno spirito libero che sento molto vicino al mio. E poi i Wretched, soprattutto il loro primo disco, Libero di Vivere, Libero di Morire, che, pur non essendo così recente, trovo assolutamente originale e ancora attuale. Un’altra epifania è stata il Roadburn Festival, dove ho suonato nel 2022 in compagnia dei Messa scoprendo una scena internazionale e intersezionale che mette insieme ambient e black metal senza contraddizione, qualcosa che in Italia ho sempre fatto fatica a trovare.
Il disco precedente era un progetto piuttosto solitario. Questo si avvale invece di molte collaborazioni, anche eterogenee: da Julinko a Jonathan Clancy…
Mi piace molto suonare con altri musicisti, anche se mi capita di rado. Le collaborazioni nascono da un’affinità: mi accorgo che una certa parte la farebbe meglio qualcun altro, o che sto inseguendo un qualcosa che ho già sentito fare da chi conosco. Con Julinko, che vive dalle parti di Treviso, ci siamo trovati nello studio di Matteo Bordin (mente dietro al mai troppo compianto progetto Squadra Omega, ndr). Poi ci sono Nicola Manzan e il suo batterista Alessandro Vagnoni (Bologna Violenta), preciso e veloce, perfetto per i pezzi più metal del disco.
C’è anche Giorgio Trombino, polistrumentista conosciuto suonando come turnista per i Messa con cui sono diventato amico dopo la data insieme al Roadburn. Da giovane apprezzavo anche le posse e nel disco ho messo FRREPa (collaborazione con Liz Van Der Nüll, ndr).
In generale, pongo il brano alla loro attenzione, spiego di cosa parla, l’immaginario, e lascio loro piena libertà: per questo li ho accreditati come coautori. Tutte queste influenze sono emerse prepotentemente nell’album, rendendo appetibile il mio lavoro anche ad ascoltatori di generi più estremi ed “altri”.
Prima dicevi di aver trovato al Roadburn una scena che unisce in maniera mirabile ambient e black metal: ha senso secondo te parlare di generi in questo tipo di contesto musicale? Penso a Dälek, che campionava metal estremo già negli anni 2000, o agli Agriculture, che mescolano folk hillbilly e death metal.
Sempre meno, almeno per la musica underground. Gli Agriculture ad esempio piacciono molto anche a me e mi è dispiaciuto un sacco essermi perso il loro recente concerto milanese. Apprezzo molto anche etichette come Sacred Bones e La Vida Es Un Mus (realtà di base a Londra che mescola hardcore punk e disco, indie pop e synthwave) e una rivista come CVLT Nation, che fa classifiche molto eterogenee e menziona spesso band “differenti” che mi capita di appuntarmi e prendere come punto di riferimento. Insomma, gli esempi di realtà che mischiano generi diversi al punto da non distinguere quasi più i filoni di riferimento non mancano e li trovo molto stimolanti.
Sulla scorta di queste considerazioni cosa mi dici rispetto a Maple Death, etichetta italiana con un respiro molto internazionale e avanguardistico? Come è il tuo rapporto con Jonathan Clancy?
È una realtà bellissima. In Italia non mancano le etichette weird o sperimentali, ma hanno pochissimo seguito e si fa fatica a farlo diventare un lavoro vero, una fonte di sostentamento. È un problema strutturale che va affrontato dal punto di vista politico e che va messo come premessa quando si parla della scena italiana: non partiamo tutti dallo stesso punto rispetto ad altri paesi, ed è anche per questo che altrove certe scene sembrano più “fighe”: non per via di una maggiore intelligenza, ma per un substrato culturale diverso.
Auspico che noi, musicisti e fruitori, saremo in grado un giorno di confrontarci sulla situazione attuale e auto organizzarci all’interno di un movimento che possa proporre delle alternative di cambiamento “sostenibile”. Siamo una scena piccola, un movimento che vorrebbe essere antagonista a qualcosa, e non possiamo permetterci di combatterci a vicenda perdendo energie preziose. Mi piacerebbe che nascessero dei sindacati di musicisti e ascoltatori: bisogna politicizzare quello che facciamo e riconoscere che il sistema in cui viviamo va cambiato.
Tornando alla Maple Death, Jonathan, che di giorno fa anche altri lavori, ha costruito nel tempo un’etichetta straordinaria che raccoglie numerosi personaggi weirdo con un’attitudine molto punk e Do It Yourself, nella tradizione della Dischord dei Fugazi. Ricordo bene che, quando gli mandai la mia prima demo, pensavo non l’avrebbe ascoltata nessuno all’infuori di me, invece lui volle farne subito una cassetta. Era il 2011, e Blak Saagan fu tra le loro prime uscite. Oggi Maple ha una sede fisica tutta sua al Parco della Montagnola di Bologna, accanto a quella di Canicola.
Passiamo al titolo del disco: anche quello è il frutto di una discussione interna all’etichetta…
A me piace molto. Jonathan avrebbe preferito qualcosa con più appeal internazionale, mentre a me piace che sia quasi un titolo da liceo classico, didascalico (del resto anche quello del disco precedente non era proprio immediato per un pubblico straniero). In fin dei conti però “10.000” si scrive uguale in tutte le lingue, quindi è spendibile anche a livello internazionale. Ho sempre amato i titoli molto lunghi e descrittivi, un po’ come nella tradizione della musica prog e library: trovo affascinante l’aspetto quasi ludico di questi dettagli.
Chiudiamo con una domanda di rito: progetti futuri? Hai in programma un tour o comunque delle date live?
Ho in programma non un tour vero e proprio ma una decina di date sparse da qui al prossimo autunno. Sto sperimentando un set solista per portare dal vivo un’ora di show dignitosa senza troppa base pre-registrata; per i brani più complessi vorrei invece sviluppare più avanti una versione estesa con altri musicisti, come già fatto per il disco precedente. Mi piacerebbe anche organizzare, dopo i concerti, dei momenti di dibattito e di confronto con il pubblico: parliamo della nostra “resistenza”, delle nostre lotte, del bisogno di ritrovarsi, vinciamo questo isolamento. E magari, senza nemmeno suonare, vorrei portare in giro delle serate in bar, librerie, piazze con playlist e synth, fuori dal circuito classico venue-tour-biglietto.
L’autore ringrazia Blak Saagan per la disponibilità e il tempo dedicato e Vittoriano Capaldi per l’assistenza e il supporto tecnico durante e dopo l’intervista.
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Last modified: 2 Agosto 2026




