C.Tangana – El madrileño

Written by Recensioni

Ridare luce alle tradizioni iberiche, ammaliando giovanissimi e adulti a suon di volgare edonismo.
[ 26.02.2021 | Sony | alternative r’n’b, flamenco pop ]

Il madrileno classe 1990 mette insieme un disco in grado di unire qualità, modernità e appeal commerciale, superando tutti i limiti evidenziati da alcune opere precedenti, Idolo del 2017 su tutte. Un disco che richiede una predisposizione alla musica latina eppure riesce a risultare apprezzabile da chi solitamente repelle certe sonorità.

El madrileño di C.Tangana unisce tutto il fascino del contemporary r’n’b – qui utilizzato con perdonabile furbizia mainstream – alla tradizione iberica, utilizzando linguaggi diversi: dall’immediatezza della rumba alla bossa nova, fino al flamenco pop, reso celebre da una certa Rosalìa, passando per il romanticismo del bolero e la complessità dell’art pop.

Alle qualità ora più che mai indiscutibili di Tangana si affiancano quelle di artisti maestri del loro stile: Kiko Veneno e Jorge Drexler ma anche Toquinho o i Gipsy King e tanti altri. Featuring che non servono a nascondere eventuali lacune ma che arricchiscono un suono già di per sé interessante, sfruttando al massimo la presenza dei nomi citati tanto che, senza voler sminuire Rosalìa, il risultato nel nostro caso sembra avere tutte le carte in tavola per arrivare proprio a quel pubblico più esigente che lei non è ancora riuscita a convincere.

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Il disco inizia con una marcia religiosa tipicamente spagnola che introduce velocemente un brano dinamico che potrebbe anche confondere, coi suoi ritmi potenti, su ciò che dobbiamo attenderci. Anche sotto l’aspetto lirico, il madrileno si rifà alla tradizione, focalizzandosi su temi quale l’amore carnale e vigoroso e rileggendo la sessualità con un fare quasi immorale, restituendo alla stessa quel fascino del proibito, voluttuoso e immorale che la mercificazione del corpo sta distruggendo. Temi apparentemente usati con fare anacronistico, anche retrogradi e maschilisti, se si vuole guardare con lo spirito ultra critico del tempo presente, ma che, in fondo, altro non sono che racconti di una realtà che esiste ed è esistita.

Moltissime sono le canzoni semplicemente orecchiabili e radiofoniche fondate su ganci e melodie da grande artista pop (Tù me dejaste de querer che sfrutta la materia reggaeton) ma soprattutto splendida è la capacità di rivolgersi ad un pubblico giovanissimo e strizzare l’occhio anche a quello più adulto dimostrando la possibilità di unire mondi apparentemente inavvicinabili.

Detto questo resta un disco particolarmente riuscito sotto l’aspetto musicale, uniforme, completo, che sembra non avere il coraggio di osare, è tutt’altro che sperimentale ma in realtà fa con semplicità qualcosa di tutt’altro che semplice: unire tradizione (senza suonare anacronistico) e attualità, abbracciare un ampio pubblico e amalgamare il tutto senza creare profonde spaccature nel sound (se escludiamo il singolo, traccia numero due).

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Anche il discorso sull’appropriazione culturale, tema molto caldo in Spagna e difficile da spiegare ad un italiano, è superato qui proprio grazie alle collaborazioni. Il paragone che vi verrà spontaneo con Rosalìa andrebbe scavalcato agevolmente: nonostante le affinità date soprattutto dall’uso del flamenco, lei cerca continuamente di innovare, è tesa al futuro, mentre il madrileno vuole solo ridare luce e nuovo lustro al folklore del passato.

Proprio l’assenza di vera “rivoluzione” sonora riporta il giudizio su livelli meno entusiastici e non sarà questo l’unico neo del disco. La voce imperfetta si presta a sguardi di stizza e allo stesso tempo, i limiti lirici discutibili che ho provato a sminuire in precedenza, si fanno fin troppo preponderanti con l’avanzare dell’ascolto: che parli di “razza”, “femmine” come oggetto o “mascolinità” con volgare edonismo, alla lunga risulta antipatico quel fare da uomo all’antica, portavoce di pseudo valori che il mondo sta lottando per superare ma che, specie nella trap, trovano terreno fertile in maniera alquanto pericolosa. Limiti che per il madrileno diventano scomodi proprio perché parte integrante del suo essere, duri a morire e che intaccano il valore stesso delle sue produzioni.

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Non possiamo certo essere noi ad invitare Antón Álvarez Alfaro a rivedere la sua visione del mondo, ma certo il giudizio critico nostro o di chi ascolterà tra voi rischia di mutare alla luce di certe questioni spinose ed antipatiche. Tutto questo apre una grande questione. Va premiata l’onestà, anche quando scomoda o non sono accettabili prese di posizione contrarie a quanto richiesto dall’evoluzione sociale? A voi la risposta, che vi farà apprezzare o meno El madrileño.

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Last modified: 2 Maggio 2021

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