Sony Music Tag Archive

C.Tangana – El madrileño

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Ridare luce alle tradizioni iberiche, ammaliando giovanissimi e adulti a suon di volgare edonismo.
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Pinguini Tattici Nucleari – Fuori dall’Hype

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Un album che si presenta da sé: non solo fuori, ma dentro l’hype.
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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #19.03.2018

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #22.01.2018

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Marlene Kuntz – Lunga Attesa

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Tornano (finalmente!) i Marlene Kuntz con nuovo materiale inedito. Accantonata l’esperienza Pansonica e i conseguenti live,  il gruppo piemontese ha dato alle stampe Lunga Attesa, titolo che esprime a pieno i sentimenti dei fan che aspettavano tale momento da mesi. Purtroppo proprio la lunga attesa ha tradito le speranze di molti. Probabilmente anche le mie, che seguo i Marlene da tempi di Catartica e che li avrò visti live almeno trenta volte spingendomi spesso anche in altre regioni della nostra penisola. L’impressione che si ha ascoltando il cd è quella di un lavoro che potrebbe funzionare molto meglio dal vivo, in quanto siamo di fronte a una produzione fin troppo “perfetta”. E allora direte: “perché ti lamenti?”. Semplicemente perché la cosa più bella dei Marlene Kuntz sono sempre state le chitarre un po’ sporche, forse grezze nelle sonorità ma che non avevano mai (finora) mancato di emozionare. Se Lunga Attesa fosse uscito dalla mente di un partecipante a un talent show probabilmente si sarebbe potuto gridare al miracolo ma citando il titolo di uno dei pezzi qui non c’è “niente di nuovo”. O per lo meno di inascoltato in precedenza. Manca forse l’ispirazione o la volontà di proseguire un discorso che è stato iniziato ormai più di vent’anni fa con il già citato “Catartica”. Un disco un po’ “aspro” nei contenuti, sebbene molto maturo dal punto di vista delle liriche sempre  molto oniriche di Cristiano Godano che almeno da questo punto di vista ha dato il meglio di sé. Non manca qualche episodio felice anche sotto il profilo musicale (“Un Po’ di Requie” e “Fecondità” sono fra i migliori brani incisi finora dai Marlene) ma pur sempre troppo poco per uno che vede in Tesio & co. gli alfieri del Rock italiano, ormai povero nei contenuti  e nella sostanza. Peccato perché con Nella Tua Luce avevano toccato il top del top della loro carriera. Probabilmente è anche questo uno dei problemi che ha contribuito a far di Lunga Attesa un disco che, almeno per quanto mi riguarda, è lontano anni luce dalla sufficienza, ma sono pronto a rinnovare la mia fiducia al gruppo piemontese acquistando per primo (quando uscirà) il prossimo lavoro. Intanto riprendo dall’archivio Il Vile,  mi riascolto a massimo volume “Ape Regina” e “Retrattile”. Altri tempi (purtroppo!)…

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Si chiamerà Acrobati il nuovo disco di Daniele Silvestri

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Si chiamerà Acrobati il nuovo disco di Daniele Silvestri, in uscita per Sony Music il prossimo 26 febbraio. Acrobati è un disco acrobatico anche per come è nato: da un iPhone pieno di appunti musicali, di idee, che partendo da uno studio di Lecce la scorsa estate, ha viaggiato fino a ritrovarsi al chiuso di una sala di registrazione dove si è fatto ascoltare germogliando e facendo germogliare un flusso inesauribile di musica. Jam che diventavano sessioni, armonie, melodie, break che si condensavano in canzoni. Musicisti in tondo a suonare ogni nota come se fosse sempre la prima e anche l’ultima, una serie di take fissate su hard disk che davano già il volto a un disco pieno di spunti, di idee, di libertà. Di acrobazia in acrobazia diciotto di queste canzoni si sono fatte avanti e si sono tuffate nel disco iniziando ad abitarlo, e rendendolo in poche settimane quello che è oggi: 74 minuti di musica, un piccolo mondo da esplorare e da ascoltare per quanto sa raccontarci. E quell’idea di equilibrio quasi perfetto tra reale e fantastico la si ritrova anche nella copertina “acrobatica” realizzata da Paolino De Francesco: da un ipotetico aeroplano si osserva un cielo tessuto di fili sottilissimi, in cui si muovono figure immerse nella loro straordinaria quotidianità, come a dire che quella di “camminare sul filo” è una pratica che riguarda, ogni giorno, tutti noi.

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Daniele Celona – Amantide Atlantide

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Tempesta e assalto sono queste le due parole che si rincorrono in testa quando l’ultimo brano di Amantide Atlantide finisce di risuonare nelle cuffie. Un rincorrersi che fa riemergere delle patinate lezioni del liceo, nelle quali la professoressa di lettere, occhialuta e con iconico golfino un po’ infeltrito, cercava di infiammare gli animi di noi giovani annoiati parlandoci di quel furore emotivo ed istintivo, che fu motore culturale di un tempo. Questa spinta passionale, carica di sentimenti è il motore e presenza costante, in tutti gli undici brani del nuovo Album di Daniele Celona. Racconti di persone in bilico, sul filo del rasoio, tra istinto e ragione, immobilità e trasgressione. Nessun superuomo quindi, ma persone consistenti e reali in balia di stati d’animo, perennemente alla ricerca di qualcosa (Amantide) o intrappolati in gabbie figlie dell’orgoglio, e del vittimismo. Questa smania ed irruenza non sono solo rivolte al singolo, i brani più incazzati “Precarion” e “Politique” si scagliano con sarcasmo, toni forti al limite volare, contro l’inettitudine della classe politica, e la consacrazione dell’incertezza e della rassegnazione come status quo moderni. Se lo spirito è quello del cantautore, l’attitudine musicale è quella del rocker e in questo ambito il supporto dei Nadàr Solo è molto evidente in tutto l’album, l’apporto di una sezione ritmica intensa, decisa e molto dinamica fa emergere i brani, gli dà spessore e robustezza e come una buona punteggiatura valorizza il songwriting ricercato di Daniele. L’esempio più alto dell’affiatamento tra musica e testi e “Johannes”, un dialogo a più voci tra l’esteta alla ricerca del piacere, e un antagonista amoroso, una libera interpretazione del personaggio raccontato da Kierkegaard nel suo diario di un seduttore, che sfocia in un brano complesso, d’impatto anche se meno immediato rispetto ai precedenti. Il disco si apre con una storia a due e si conclude con un’altrettante storia d’amore, di quelle amare però, senza futuro, che affondano nell’oblio dell’abisso come la più nota e mitica “Atlantide”. Il brano grazie alla meravigliosa voce di Levante, e alla perfetta amalgama con quella di Daniele, non rischia per fortuna nessun abisso o dimenticanza. Amantide Atlandite è un disco curato, ambizioso, per nulla banale negli arrangiamenti. Un viaggio dai ritmi serrati e dai contenuti importanti, raccontati con stile ed interpretati con passione viscerale, insomma quel faticoso “cuore”, che spesso fa la differenza. Un’ottima conferma per il cantautore torinese e non certo un disco di solite canzonette.

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Marlene Kuntz – Pansonica

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Non vorrei essere azzardato, ma sbaglio o i Marlene stanno tentando un back to origins? Era il 2010 quando gli artisti cuneesi mi colpirono in basso e mi lasciarono tanto di quell’amaro in bocca da farmi girare la faccia e concedermi il dono dello skip tanto per Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini, quanto per Nella tua Luce, facendo scattare nella mia mente un meccanismo stante il quale la loro discografia era bella che terminata nel 2007, con Uno, un lavoro a metà strada fra il bello e lo spiro. Tuttavia è d’uopo ammettere che, anno corrente, la loro performance al Premio Maggio (30/04/2014) mi aveva lasciato a dir poco senza parole, concedendomi il beneficio del dubbio circa il limbo in cui si trovava la loro arte. Ed è una sera di ottobre quando i fantasmi bussano alla porta: sono i Marlene e non hanno alcuna intenzione di liberarsi di me! Mi propongono una nuova opera, uno smartbook da sette capitoli: Pansonica. Un amore altalenante, ma tanto intenso da sortire sempre un certo effetto su di me. Ed eccomi qui, a concedere un’altra possibilità ad una band che, si dica quel che si dica, sa più di immortale che di Rock.

A conferma di quanto proposto in via diretta, i Marlene sembrano voler perseguire una sana gestione di ritorno ai tempi andati e lo fanno già attraverso il titolo del loro nuovo EP: Pansonica è senza dubbio uno di quei termini in pieno stile Marlene, calza perfettamente con vecchi titoli e trova una sua dignità nell’oceano di nomi intriganti (vedi Ho Ucciso Paranoia, Catartica, “Trasudamerica”, “Sonica”) tipici del repertorio dei cari amici piemontesi. L’eccessiva evidenza del ritorno proposto, tuttavia, trova fondamento nella storia del disco, che presenta una tracklist composta da soggetti abbastanza datati. Tutte le tracce sono infatti frutto di un lavoro eseguito nei primi anni di attività della band, ma che non hanno mai trovato la giusta collocazione. Il disco è dunque null’altro se non un omaggio ai fan più affezionati, che da tempo aspettavano di ascoltare un po’ di old school. Ma non ho alcuna intenzione di soffermarmi su simili minuzie da nerd nostalgico.

Il disco apre in gran stile, con un aggressivo “Sig. Niente”, caratterizzato da un giro di basso notevole su cui si stagliano le chitarre del buon vecchio Tesio. Il testo è parlato e la combinazione lineare di aggressività, poetica ed ars oratoria mi riporta alla consapevolezza di “Ape Regina”, confermandomi che Godano è ancora in grado di stupire persino gli scettici come me.  Le tracce successive mantengono l’aggressività della open track, tuttavia ne guadagnano certamente in melodia. Basta fare uno skip verso “Parti”, per abbracciare una melodica poesia. Incazzata si, ma melodica. In questo capitolo si lascia notevole spazio a chitarre non distorte, lievi e ben cullate. Poco Marlene mi si dirà, ma incredibilmente funzionale, senza dubbio alcuno. Nelle scene successive il coinvolgimento diviene totale. Il volume sale a stecca, chiedo scusa al mondo, ma mi spengo per un po’. Si viaggia attraverso titoli che se le suonano di santa ragione, senza esclusione di colpi, che gettano d’istante nel dimenticatoio tutte le buche in cui sono inciampati i ragazzi negli ultimi anni. Un nirvana artistico lungo 3 minuti e 20 secondi che va sotto il nome di “Oblio”, in pieno stile “Nuotando nell’aria” sopprime la mia voglia di nicotina e mi costringe al replay continuo e non mi dà tregua. Chiuso per ferie. Ci scusiamo per i disagi. La mia mente inizia a viaggiare a ritroso nel tempo, torno bimbo e mi emoziono. Il mio sistema nervoso assume una configurazione nuova e mi dà una nuova certezza: i Marlene sono immortali. Faccio un passo indietro e torno su “Ruggine”, quarto episodio della serie. La combinazione perfetta dei singoli sound ci dona un Sole di mezzanotte, capace di illuminare a giorno il più buio dei baratri. La track è incredibilmente aggressiva, il testo semplicemente perfetto. Non ho altro da aggiungere, 30 e lode.

Tirando le somme, mi sovvengono le considerazioni di cui a breve. Qualche mese fa abbiamo avuto modo di ascoltare un remake di Hai Paura del Buio, un’idea Afterhours assolutamente geniale, che ha coinvolto un gran numero di artisti, molti dei quali giovani e talentuosi. Meno di un mese fa, lo sguardo indietro l’hanno lanciato gli Interpol, sotto il titolo di El Pintor. E che dire degli Smashing Pumpkins, che hanno saputo sintetizzare evoluzione e radici in una mistura intitolata Oceania, risalente a ben due anni fa. Se lanciamo uno sguardo agli ultimi anni, ci accorgiamo di quanti passi indietro siano stati fatti dalle più grosse band di sempre. Sarà marketing, o forse semplice nostalgia, ma quelli come me si limitano a dire “Grazie”. La stessa scia è stata intrapresa di recente dai Marlene Kuntz, ma degni del nome che portano, hanno saputo tenere in grembo l’idea per un considerevole numero di anni. Il risultato è strabiliante! A 25 anni dalla loro nascita e 20 dal disco di esordio (Catartica) riescono a donarci un salto diretto nel 1990 che non può che suscitare applausi e lacrime di commozione. Un modo geniale per dire “Noi ci siamo ancora e, per chi l’avesse dimenticato, siamo questi qui!”. L’esito è inevitabile, il giudizio è pienamente conforme al dono. Il dieci tondo lo tengo in tasca e lo dispenserò soltanto a patto che Pansonica sia l’equivalente di “è stato un piacere essere stati amati da voi”. Perché il vero attore è colui il quale sa esattamente quando è il momento di uscire di scena.

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Dente – L’Almanacco del Giorno Prima

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Me la ricordo bene la mia prima volta con Dente. È stata durante una sessione d’esami estiva, di quelle che ti tolgono il sonno e l’appetito, e ti riducono a un’insignificante particella subatomica immersa nell’immane grandezza dell’universo. È stato un ascolto casuale, di quelli che arrivano e ti trafiggono alle spalle, mentre ignaro ti aggiri nei labirinti della tua esistenza, convinto di essere immune a certe manifestazioni emotive. Parole che ho cancellato dal vocabolario ce ne sono una dozzina o anche di più. Ho cominciato da quelle che, si sa, son delle bugie. Come per sempre che, fondamentalmente, è uguale a mai. Un modo scanzonato di affrontare la vita, accompagnando l’ironia delle parole con il suono della chitarra, a volte del piano; non mi serviva altro per sorridere quel giorno. Ed è così che ho conosciuto L’Amore Non È Bello. Un’affermazione che nell’immaginario collettivo presuppone l’esistenza di un seguito: l’amore non è bello se…, ma che in questo caso non esiste. L’amore non è bello. Punto e basta. Chi ha bisogno di un se vada a cercarselo altrove. E da lì in poi sono andata a ritroso, verso l’ascolto di Non c’è Due Senza te ed Anice in Bocca, dal sound più primitivo, essenziale, ma sufficiente ad accompagnare parole di una schiettezza ancora una volta disarmante. Io Tra di Noi rappresenta invece una svolta musicalmente parlando; gli arrangiamenti si fanno più completi grazie all’introduzione di archi e fiati, si osa con qualche suono elettronico.

Dopo quasi tre anni da Io Tra di Noi arriva L’Almanacco del Giorno Prima. Il titolo si riferisce palesemente alla trasmissione televisiva l’Almanacco del Giorno Dopo, con la variante della parola prima a continuare la tradizione del gioco di parole nel titolo dell’album.  Anche il disco, come il titolo, si conferma in pieno stile dentesco: brani caratterizzati da una forte malinconia, la predilezione per tematiche riguardanti amori quasi esclusivamente infelici (teoria confermata dallo stesso Dente), il tutto contornato da arrangiamenti molto ben curati, merito anche della collaborazione di  Enrico Gabrielli (Calibro 35) e Rodrigo D’Erasmo (Afterhours). Sembrerebbe che ci sia proprio tutto in questo disco, ed invece la grande assente è proprio l’emozione, e scusate se è poco. Brani come “Chiuso dall’Interno”, “Invece Tu” e “Miracoli”, sono piacevoli all’ascolto, ma vanno via veloci, senza lasciare molte tracce dopo il loro passaggio, senza farsi troppo notare. Qualcosa comincia a muoversi con “Fatti Viva”, dal ritmo quasi ossessivo di sottofondo, che introduce il suono del clavicembalo capace di portare chi ascolta in epoche remote. Sulla stessa scia si sviluppa anche “Fiore Sulla Luna”, ma perde di intensità rispetto alla precedente. Altra presenza non così scontata è il suono delle chitarre elettriche; non aspettatevi assoli da capogiro, ma piuttosto piccole comparse in canzoni come “Al Manakh”. Per “Meglio Degli Dei”, “I Miei Pensieri e Viceversa” e “Remedios Maria” a chiusura del  disco vale lo stesso discorso dei brani di partenza: si fanno ascoltare piacevolmente, ma vanno via veloci. Il tempo rimane tempo che scorre e basta, e non si dilata come a volte succede quando si ascolta musica.

L’Almanacco del Giorno Prima è senz’altro un buon disco, ben costruito, molto ben arrangiato, molto radiofonico se vogliamo, migliore di molta altra musica che si sente abitualmente in radio, ma a mio avviso non aggiunge niente rispetto alle produzioni passate di Dente, anzi, si priva di quella autenticità che contraddistingueva i testi e di quella straziante ironia che si riduce ad una ricerca forzata di giochi di parole che però non mi fanno più sorridere. Lascio ad animi più nobili del mio il compito di emozionarsi di fronte a parole come chi non muore si ripete, chi non vuole non si vede più. Io ci vedo solo la citazione di un proverbio e nulla di più. Aspetterò i live per poter sorridere ancora, sperando che Dente non abbia deciso di ammazzare la sua ironia anche sul palco.

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Brunori SAS nuovo disco e tour nel 2014

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Esce il 4 Febbraio Vol.3 (Il Cammino di Santiago in Taxi) per Picicca Dischi/Sony Music il nuovo disco della Brunori SAS del cantautore calabrese Dario Brunori, e subito dopo a distanza di un mese partirà l’omonimo tour. Ecco le prime date annunciate :

6 marzo – Milano, Alcatraz
8 marzo – Firenze, Flog
14 marzo – Torino, Hiroshima Mon Amour
15 marzo – Genova, Teatro dell’Archivolto
19 marzo – Padova, Alta fedeltà c/o Geoxino
21 marzo – Bologna, Locomotiv Club
22 marzo – Verona, Emporio Malkovich
27 marzo – Cosenza, Teatro Auditorium Unical
29 marzo – Roma, Atlantico
4 aprile – Palermo, I Candelai
5 aprile – Catania, Mercati Generali
10 aprile – Perugia, Afterlife
11 aprile – Napoli, Casa della musica
12 aprile – Bari, Demodè
18 aprile – Livorno, The Cage
19 aprile – Teramo, Pin-up

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Bob Dylan – Tempest

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Ogni volta che Dylan esce con un nuovo disco, un altro pezzo di storia si va a congiungere con le nostre memorie, di ieri, vicine e lontane, punti di riferimento che possono soggiogarci oppure lasciarci indifferenti ma che comunque non possiamo ignorare nemmeno se ci mettiamo di punta ad ignorarle; con Tempest non siamo al fianco di un capolavoro, ma di un nuovo cambiamento del Sommo Poeta, un disco dalle tinte fosche, magari non chiare come cromatismo ma che prende distanze dal rock’n’roll e dalle sue forme consuete, ora è il jazz e la memoria, il folk ed il blues nel pensiero per amici scomparsi, vita e morte tra timbri rochi e rabbiosi.

L’eterno menestrello di Duluth nel Minnesota si guarda intorno e nella storia, toglie dal sottovetro appannato la storia del TitanicTempest” con i suoi eroi ed i suoi angeli, e la traduce in tredici minuti dove non esiste un ritornello, tredici minuti filati di racconto amaro e descrittivo o come la bella pray “Roll on” interamente dedicata al suo migliore amico di sempre John Lennon, assassinato negli anni Ottanta; con questo lavoro in studio, precisamente il trentacinquesimo di una carriera infinita, Dylan mette a nudo una parte di sé mai data alla musica, quell’amore spassionato per la profondità di una umanità semplice e vecchia maniera, e la musica di questo album rispecchia questa facciata, ne mette alla luce tutti i pregi e i difetti, curiosità e grazie, sussurri e cuori aperti tanto che l’ascolto viene agganciato da un vero stupore.

Se da un lato viene mostrato il sentimento oscurato per via di certe rimembranze, dall’altro un bagliore di solarità (ricordiamo sempre rara nel Dylan che conosciamo da sempre) viene diffusa e mantenuta, come “Soon after midnight” piena di amori per donne dai lati enigmatici, nel blues dilatato che passa in rassegna usanze e modi degli antichi romani “Early roman kings”, un ritaglio customerizzato per una donna prosperosa di seni che occupa la tramatura del country-blues “Narrow way” o un piccolo rientro nelle visoni vintage con il fischio di un treno a vapore, si proprio quello dei primi pionieri, che appunto fischia e sbuffa nella bella “Duquesne whistle”;  non vi sono i suoni sporchi e farinosi di certe ricercatezze old mood, ma una sostanziale ripulita e stirata come non mai, e con l’ingresso nella tracklist della fisarmonica e violino di David Hidalgo dei Los Lobos, tutto assume, in plus valore, un’altra inquadratura dettagliata.

Ma poi possiamo fare, disfare, dire, contraddire o farci le seghe mentali, un poeta come Bob Dylan potrà sempre pisciarci in testa, come e quando vuole.

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Litfiba – Grande Nazione

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Ce ne fossero di questi “temporali amperizzati” ad oscurare il triste tran tran della musica che ciondola intorno, ce ne fossero di questi “governi elettrici” ad occupare gli scranni dei poteri (power) per guidare definitivamente la nostra strapazzata “Grande Nazione”. I giorni del gran rock tricolore sono tornati, Litfiba non è un nome che fa parte di un arredamento di tempo fa, hanno e  rappresentano la forza naturale del rock delle verità sociali, della parola “contro” amplificata in tutte le direzioni, e questo gran ritorno sulle scene “unificate” da parte di Pelù e Ghigo è un sobbalzo da vivere fino al cardiopalma.

Grande Nazione, il lavoro della riunificazione vede questa formazione in uno stato fisico e mentale completo, non sembra nemmeno che siano passati ore, giorni, mesi ed anni senza il calore della loro presenza, tutto riprende il suo posto, il suo tassello nel disegno totale della poesia e della passione elettrica delle quali il panorama musicale nostrano ne ha bisogno come il pane; dieci “peccati” taglienti che uniscono la chitarra indomita di Renzulli alla voce luciferina di Pelù come dentro un contratto artistico/umano di solidità estrema, un suono impattante che batte in gola, un serrato incedere da pogo sfrenato, una festa lesta d’amplificazioni e riscatti idealistici che spazzano come un vento di tempesta. Anche ballate da accendino acceso “Elettrica”, “Luna dark” fanno parte di questo disco guastatore e sognatore di vizi e virtù puliti e senza macchinazioni, ma a sorprendere in plus valore è il suono identificativo che i Litfiba da sempre lanciano da palchi veri e virtuali, quel compresso vivo e killer che è risuscitato dalle ombre, special modo da quell’Infinito di lontani tredici anni fa che aveva seccato la gola, torna a scoppiare di salute come non mai.

Quarantaquattro minuti di rock, emozioni e j’accuse ai malaffari, quarantaquattro minuti di fuoco incrociato che vanno dal loud alticcio della stupenda “Anarcoide” alla spirale acuminata di “Tutti buoni”, dal basso dei grandi numeri di “Brado” al movimento serpentino che muove “Squalo” per tornare all’openeir di “Fiesta tosta”, inno consacrato allo stage diving come supremo atto di devozione agli infernali Litfiba.

Non c’è altro da dire, è praticamente come parlare del Vangelo, nulla da aggiungere se non dire una cosa sacrosanta, Grazie Litfiba di essere tornati tra di noi, e con forza invidiante.

http://www.youtube.com/watch?v=wc0cxRMWMn8

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