The Van Houtens – Flop!

- Genere: pop
- Etichetta: Facelikeafrog Records
- Voto: 4.5/5
- Data uscita recensione: 26 Ottobre 2012
- Website: www.soundcloud.com/thevanhoutens

by Marco Lavagno

houtens

The Van Houtens: già il nome è curioso, anche per l’insolita presenza dell’articolo “The” davanti a “Van” (oltre tutto Van Houten è una azienda dolciaria olandese ma anche il cognome di Leslie della Family di Charles Manson e dello sfigatissimo Millhouse, amico di Bart Simpson). In ogni caso vi garantisco che se andate a spulciare nel loro Facebook i personaggi sono molto più curiosi del nome che portano. Due fratelli italo-britannici Alan e Karen Ramon Rossi, che diciamoci la verità fratelli non sembrano proprio. Il primo pare un Ramone dandy che suona in Oasis autoironici mentre la fanciulla è vicina ad essere una bellissima e spensierata cantautrice americana persa tra ritornelli sospirati e innocenza. Insomma l’atmosfera è a dir poco surreale già dalle foto e dal nome della band. Non potete immaginare quanto sia spiazzante sentire il loro sound: imprevedibile ma semplicissimo, stupendamente pop e ballabile, giusto per sprigionare il teenager nerd che c’è dentro di noi.

L’impressione che accarezzo appena parte l’esordio discografico di questa insolita band milanese è di presa per il culo. La voce di Alan nel reggae londinese di “Automatic Girl” è diretta e convincente ma altrettanto sbruffona verso l’ascoltatore e verso se stesso. Ci mette 30 secondi e questo pop ruffianissimo mi conquista senza mezze misure. Ora sono pronto a credere a qualsiasi cazzata, anche a cercare un significato nella delirante storia di “John Ferrara & Betty Karnoff” narrata a mezz’aria tra italiano e inglese (“sono già finite le holidays, magari ci sentiamo su myspace”), le minchiate si incastrano alla perfezione. Ma il mio piede non le ascolta, coglie al balzo il beat e inizia a battere sempre più deciso.
Su “I want to tell you” capisco che questa band è definitivamente l’invidia per tutti coloro che si credono fichetti a fare musica d’oltremanica. Non solo surclassa tutti gli italiani che studiano a memoria ogni passaggio di “Revolver” e “Parklife”, ma li deride pure inserendo un bel “balbettio elettronico”, sicuramente più vicino a Super Mario Bros che ai Kasabian. The Van Houtens sono “unicamente british”, mantengono stretto il trash italiano sotto la giacca sciancrata. Più Alvaro Vitali che James Bond, più Rimini e ombrelloni appiccicati che Londra e i suoi ombrellini snob a braccetto. Il mio corpo però se ne fotte della geografia, il ritmo sale dal piede e arriva a invadere tutta la gamba.

A smaltire un po’ le mie voglie da teenager sfigato ci pensano pezzi come la fiaba di “Paper plane” e “Waiting for the sun”, George Harrison se la ghigna insieme ai suoi amici indiani in qualche paradiso. I brani in questione sono più sommessi ma non meno efficienti, ironici e comunque perfetti per rendere eclettico il prodotto, che visti i due fricchettoni che lo rappresentano, non potrebbe certo essere preconfezionato. La gamba razionalizza, si calma, ma il piede tiene duro i quattro quarti e la testa penzola un po’ al coro di voci bianche in “Matala”.
Il ritmo ritorna e “Tosa come back” è disco demenziale sullo stile “Pippero” di Elio e Le Storie Tese. Ci racconta la melanconica dipartita della chitarrista Tosa, che a quanto pare però non è mai esistita. Ma chissene frega di tutte queste prese per il culo, tutti in pista: piede, una riconquistata gamba, mani, spalle e testa ondulante. Tengo giusto le chiappe ancorate alla sedia, per quel briciolo di dignità che mi rimane.

Spensieratezza ‘60s e campi fioriti di primavera frivola in “Baby don’t lie”: cani che abbaiano a tempo, giusto per far sentire la loro voce insieme alla natura. Natura che diventa sintetica e veniamo proiettati 20 anni dopo con “1987 Souvenir”, forse la canzone che oggi avrebbe potuto far tornare di moda Alberto Camerini. Con questo sound così pacchiano, vintage e così elettronicamente primordiale la sedia viene scaraventata via e mi lancio in folli danze a ridosso della mia scrivania.
Questo disco è veloce, usa e getta (non in senso dispregiativo, ma è volutamente fotografia di un preciso istante, poco epico e disinteressato a perdurare) e pieno di tormentoni. The Van Houtens sono come un weekend al mare ad Alassio, come mascherarsi da arricchito e bere un cocktail in centro a Milano, come l’Inghilterra vista da noi ignoranti provinciali, superficiali e peccaminosi come addentare con gusto un panino in un fast food. Il surreale sbrana qualsiasi certezza: “It’s a beautiful day” è stata qualche anno fa colonna sonora delle ali di pollo di McDonald’s…

 

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