Young Fathers – Heavy Heavy

Written by Recensioni

Un viaggio lontano richiede un bagaglio pesante? Sì, a patto che sia carico di leggerezza.
[ 03.02.2023 | Ninja Tune | hip-hop, indietronica ]

Non fatevi ingannare dalle apparenze, o forse sì. Heavy Heavy, nuovo disco con il quale gli Young Fathers tornano alla ribalta a cinque anni di distanza dall’ultima fatica Cocoa Sugar, merita di essere analizzato a partire dal titolo stesso. Perché – e potrà certamente suonare strano – a primo impatto, fin dal primissimo ascolto, nulla sembra essere “pesante”, anzi: l’esatto opposto.

Contaminazione e sperimentazione continuano ad essere all’ordine del giorno nella musica dell’eclettico trio di Edimburgo, che prosegue la sua meticolosa ricerca confermando nuovamente di essere in grado di alzare l’asticella della qualità nella scena alternative attuale.

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Un formidabile mix di hip-hop, post-rock, indietronica, gospel e soul, da sempre marchio di fabbrica del gruppo, ma con una netta differenza rispetto ai precedenti album: Heavy Heavy è breve e fugace, dieci brani per soli 32 minuti, nei quali si percepisce un allontanamento da sonorità più cupe e underground per concedere maggior spazio ad atmosfere più solari e gioiose.

Un meraviglioso viaggio – senza muovere un singolo passo – verso luoghi remoti e inesplorati che parte da Rice, traccia di apertura del disco, caotica e ricca di colori; le stesse vibrazioni allegre e spensierate che permeano gran parte dei brani e ritroviamo soprattutto in Ululation e Sink Or Swim, affascinanti come un misterioso canto di una tribù africana.

Alle suggestioni esotiche si alternano beat accattivanti e linee di basso pulsanti: impossibile stare fermi sulle note dell’eccentrica e vorticosa I Saw, nella quale versi rap e un’anima soul si fondono e sovrappongono sposandosi alla perfezione con l’elettronica, oppure in Drum, un esplicito invito a perdersi in una danza sfrenata senza alcuna inibizione (“Hear the beat of the drums and go numb/have fun, go on”). O ancora, in Holy Moly, che suona come un bizzarro incontro fra Tv On The Radio e Massive Attack che decidono di reinventare insieme un pezzo degli Arcade Fire.

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E come in ogni viaggio che si rispetti, non può mancare un pizzico di malinconia. La troviamo più intensa che mai in Tell Somebody, una superlativa colonna sonora che strizza l’occhio alla densità del post-rock, oppure in Geronimo, in cui traspare una nostalgia malcelata, quasi contenuta, un ricordo lontano vestito in abito da festa. “I’m on the verge of something divine”, ed è proprio così: l’impressione di trovarsi esattamente sul ciglio di un divino abisso di bellezza.

Quindi, cos’è Heavy Heavy? Un album impegnato che suona spensierato, oppure il contrario? Forse entrambe le risposte sono corrette, o forse nessuna delle due. È certamente un disco pesante, ma non nell’accezione più ovvia del termine: è pesante perché immenso è il peso specifico della sua sostanza, della profondità dei suoi messaggi, della sua complessità e del suo spessore. Del suo potere di trasportarci lontano, almeno per mezz’ora, da un mondo ormai troppo opprimente e ai limiti della distopia; della sua capacità di farlo con immensa leggerezza, con verace entusiasmo e vivacità.

“Leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”, scriveva Italo Calvino in “Lezioni Americane”, una citazione che sembra catturare alla perfezione la natura di Heavy Heavy: un’opera mai banale e talmente sfolgorante nella sua incontenibile esuberanza da essere in grado di annullare qualsiasi parvenza di oscurità, e che ci auguriamo vivamente torni a fare capolino fra le famigerate classifiche di fine anno.

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Last modified: 11 Marzo 2023