Yard Act – The Overload

Written by Recensioni

Le parole, il sarcasmo e l’esistenza nel primo album della band inglese.
[ 21.01.2022 | Island Records / Zen F.C. | post-punk ]

Per parlare in maniera completa dell’esordio in long playing degli Yard Act ci vorrebbe più di un articolo. The Overload è zeppo, di cose, di immagini, di fotografie, di personaggi, di parole; la lunghezza dei testi la dice tutta sul fiume in piena che scorre sotto le canzoni.

C’è un uomo al comando e viene da Leeds; un altro Smith nel mondo della musica. È James, istrionico frontman dalla spada sguainata e pronto ad infilzare tutto con la lama del sarcasmo e con una pronuncia alla Mark E.Smith dei Fall; ma senza essere un Don Chisciotte, perché questo disco è carico di domande ma non ha volutamente risposte definitive. Piuttosto, con un aplomb infinitamente britannico, le risposte le stuzzica e le lascia all’ascoltatore che è libero di sorridere o di riflettere, di accogliere l’ironia o fare silenziosi mea culpa, o persino solo ballare.

L’ironia è il pane e pure il fatto che un album così espressamente anticapitalista esca (anche) per una major label come la Island Records in fondo lo è. È il modo in cui James Smith misura le sue convinzioni, consapevole delle idee ma anche del circolo vizioso di un mondo in cui c’è bisogno di soldi per tirare avanti; sta qui l’elastico che si allunga e che si stringe, tra pezzi sferzanti come Payday o Rich e la consapevolezza che il probabile successo di The Overload permetterà agli stessi Yard Act di arricchirsi parecchio.

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Troviamo poi l’Inghilterra ai tempi della Brexit, la vera miccia che infiamma costantemente il filone del nuovo post-punk, la cui definizione stringerà tra le braccia anche questi ragazzi dello Yorkshire. Una nazione vittima di sè stessa in cui i deliri patriottici, così comuni anche da altre parti del mondo, hanno segnato una strada apparentemente senza uscita. Dead Horse è eloquente sotto questo punto di vista; il verso iniziale rivela inoltre una chiave di lettura considerevole del brano e anche dell’intero disco:

The last bastion hope this once great nation has left is its humour, so be it.

Lo humour come salvagente. Lo humour come ancora di salvezza. Lo humour come bagliore di speranza in un oggi pieno di merda in cui dobbiamo comunque divincolarci per sopravvivere. Uno humour sornione che non ha il fardello di trovare un senso a tutto e sempre.

Nell’album però c’è anche un momento diverso, senza sarcasmo e intriso di umana commozione. È Tall Poppies, ovvero la storia di un ragazzo bello, brillante, promessa del calcio nel Crewe; e della sua scelta di fare l’agente immobiliare restando nella sua piccola cittadina in una vita lineare, comoda, tranquilla.  Fino all’arrivo della morte, di cancro, ancora giovane. C’è una panchina per ricordarlo, con la citazione di una canzone che probabilmente non conosceva; c’è un funerale a cui tutti partecipano. Un evento triste in una esistenza che poteva diventare straordinaria ma che invece è stata ordinaria, semplice, per scelta. E che non viene né derisa, né condannata; anzi si percepisce rispetto e uno slancio emotivo, nonostante quell’ordinarietà sia un concetto lontano dalla realtà dell’autore.

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È il ponte che porta alla coda del disco. In 100% Endurance, c’è un’altra frase simbolo, quasi in conclusione:

It’s all so pointless, sure is, and when you’re gone
It makes me stronger knowing that this will all just carry on.

La ruota gira e continuerà a girare. La vita finisce per tutti. E seppur non ignorando i mali del mondo, seppur credendo negli ideali, il tutto resta talmente sfuggevole che finché vita esiste, essa va giusto vissuta. E allora sia lode al momento, sia lode all’esistenza che è essa stessa Resistenza. Il cerchio si chiude così, con una risposta che non è politica, non è assoluta, e non è nemmeno una risposta; lasciando a chi ascolta lo spazio per riempirla con la propria esperienza.

The Overload degli Yard Act è un disco un sacco stratificato, che piace a tutti i livelli. Scavando nelle cose o anche solo restando in superficie. Parole e chitarre.

Pensare o ballare. Pensare e ballare. In fondo cos’è questo se non godersi il momento?

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Last modified: 2 Febbraio 2022