The Mountain Goats – Songs for Pierre Chuvin

Written by Recensioni

Canzoni per riflettere su cosa siamo, siamo diventati e saremo capaci di essere.
[ 10.04.2020 | Merge Records | lo-fi, folk ]

Se c’è una cosa che ho capito da questa quarantena è quanto sia patetico l’italiano medio, ma soprattutto quanto adori il patetismo. Una vita a porci domande sul perché nella musica ma anche in altre arti, in politica, nella vita reale, nella socializzazione alcuni personaggi riescano meglio di altri, almeno negli ultimi anni, e la risposta era dietro l’angolo. Ci voleva una pandemia.

Perché gli italiani vanno pazzi per Salvini, per Jovanotti, per Barbara D’Urso, per i post stupidi, banali, ripetitivi su Facebook, per le frasi fatte e gli aforismi tratti da libri che non hanno letto, per la musica itpop piena di frasi da ragazzini convinti che Gazzelle dica cose profonde o per quei post di speranza contro il Covid-19 senza alcun senso logico ma che fanno trasparire tutta la loro egoistica e borghese paura celata? Perché è il patetismo che adorano e non voglio ora capire come siamo arrivati a questo; non è questione di moda, marketing o stupidità, non gli frega un cazzo se ciò che leggono è intelligente, geniale, artistico, originale, intellettualmente stimolante. Vogliono solo qualcosa di patetico da dare in pasto a cervelli sempre più atrofizzati, da condividere per qualche like che accresca l’ego e quanto più il messaggero crede al suo patetismo, quanto più ne saranno attratti.

Questa lunga premessa non vuole mettere in dubbio le qualità (artistiche, politiche o quello che sia) di chi ho citato semplicemente perché non è il luogo né il momento e non mette in dubbio che ci siano tante persone che sprofondano in questo patetismo senza rendersene conto e senza vere colpe, fagocitati da un sistema che vuole così. Questa premessa vuole solo mettervi in guardia da una pericolosa deriva che rischia di affossarci culturalmente più di quanto non siamo già. Se fossimo in un bar, davanti ad una birra gigante vi direi che, se nascesse oggi in Italia un David Foster Wallace o un Nick Drake, probabilmente ‘il grande pubblico’ sputerebbe loro in faccia urlando “ma che cazzo dice questo”.

Unica cosa che vorrei dire ai più giovani, ai giovanissimi: non sentitevi mai sbagliati se scrivete poesie o dipingete, se pubblicate una canzone fantastica che non s’incula nessuno mentre il vostro amico stupido rimorchia con Calcutta, se tra gli amici avete idee intelligenti, ma c’è sempre qualcuno che urla più forte, se leggete Rimbaud e non Fabio Volo, se non sognate un live di Sfera Ebbasta ma quello di Sufjan Stevens. Non sentitevi mai sbagliati e, per questa volta, perdonatemi la parentesi un po’ patetica.

Say your prayers to whomever
You call out to in the night
Keep the chains tight
Make it through this year
If it kills you outright

L’ho presa troppo alla larga, perdonatemi, ma la colpa è tutta del nuovo album di questo mostro sacro che risponde al nome di The Mountain Goats. Unica colpa di John Darnielle, Peter Hughes, Jon Wurster e Matt Douglas: essere riusciti a scrivere e pubblicare dopo tanti anni un altro disco di valore assoluto e immenso, un altro disco che il grande pubblico italiano non conoscerà ma che se anche dovesse ascoltare non apprezzerebbe.

Sono passati quasi trent’anni dall’esordio, al ritmo di quasi un disco l’anno, una formula in sostanza immutata che unisce il cantautorato folk all’attitudine lo-fi, eppure sono ancora qui a pubblicare cose come Songs for Pierre Chuvin. Dieci brani, brevi e senza fronzoli, acustici e non raffinati, con la voce di Darnielle così umana e calda che sembra cantare le più ardenti e irreali poesie mai scritte.

L’assoluta mancanza di orchestralità e arrangiamento da un lato può deludere e annoiare ma dall’altro stimola a concentrarsi sullo scheletro dei brani e dunque anche sugli aspetti lirici. Può far storcere il naso anche la durata ridotta del disco ma vi renderete conto essere quasi perfetta, per far sì che non ci sia nulla di inutile al suo interno e non affaticarci troppo. John Darnielle torna all’essenzialità aprendoci la sua anima e chiedendoci di entrare con delicatezza, senza far rumore e raccontandoci anche il presente, questa fottuta pandemia senza patetismi ma aiutandoci ad affrontare l’isolamento cercando davvero conforto nella riflessione su quello che siamo, siamo diventati e saremo capaci di essere.

Le monete che lanciano ai ballerini
Vorticosi nella piazza della città
Musica nell’aria
I luoghi in cui ci siamo incontrati
Per condividere i nostri segreti
Di tanto in tanto
Li vedremo di nuovo

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Last modified: 20 Aprile 2020

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