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Ascolto questo nuovo lavoro di Nick Cave dal giorno della sua uscita ma dallo stesso giorno ho preso la decisione che lo avrei recensito solo dopo aver visto One More Time With Feeling, il documentario di Andrew Dominik presentato al Festival del Cinema di Venezia, che ne ha accompagnato l’uscita.
Avrei voluto scrivere una recensione che in qualche modo facesse vivere insieme film 
e disco legandoli tramite emozioni, parole, immagini; avrei voluto, ma credo per riuscirci con la dovuta cura avrei rischiato di recensire il tutto a fine anno. Vi parlerò dunque di entrambe le uscite ma lo farò separandole, partendo dall’album.

Il testo di una canzone, per me, deve essere composto di contrappunti.
Metti in una stanza un bambino e un disabile mentalmente disturbato,
e osservi quello che succede.
Poi fai entrare un clown su una bicicletta, e osservi ancora quello che succede.
Se non succede nulla d’interessante, spari al clown”

(
Nick Cave, dal film 20000 Days on Earth)

Cambiate pure i protagonisti della formula e possibilmente non fate mancare Dio, certo è che per quanto semplicistica e per quanto manchi degli innumerevoli risvolti e delle innumerevoli interpretazioni che un testo di Cave porta con sé, questa frase rappresenta piuttosto bene molte delle meravigliose ballate che il musicista australiano ci ha fin qui regalato. Skeleton Tree è un disco che per quanto in buona parte scritto (ma in alcune sue parti successivamente rivisto) prima della pesantissima tragedia vissuta da Nick Cave a causa della morte del figlio quindicenne Arthur, avvenuta precipitando da una scogliera  dell’Ovingdean Gap nei pressi di Brighton il 14 Luglio dello scorso anno, ad essa risulta inevitabilmente legato. E così il Nostro si trova a dover fare i conti con una morte che oggi (purtroppo) non è più solo allegorica, ma che lo tocca personalmente e profondamente.

Il legame, partendo dal presupposto che un testo di Cave si può sempre interpretare ma difficilmente capire fino in fondo se non si è Cave (per quanto le parole in questo disco, forse anche per una specie di suggestione collettiva, risultino a tutti più vicine) è evidente sin dal primo verso dell’iniziale e meravigliosa “Jesus Alone” (sei caduto dal cielo schiantandoti su un campo vicino al fiume Adur), canzone fantasma depositata nella gola di una sirena che mette subito in evidenza il ruolo in primo piano di uno Warren Ellis (che qui dirige anche un quartetto d’archi) sempre più nuovo deus ex machina dei Bad Seeds, band che mai aveva così tanto lavorato per sottrazione; gli arrangiamenti del disco sono palpiti lunari, crudi e scarni ma al contempo ricercati ed eterei, è musica da camera ma è anche musica d’avanguardia che trova qui il fondamentale contribuito dell’uso dell’elettronica. Il brano è una sorta di scurissima preghiera ad un qualche dio umanizzato, solo e perso, che si manifesta nei più svariati modi e che Nick chiama a sé volendo condividere con lui l’attesa della fine.
Troviamo poi l’inaspettata metrica quasi Rap nel crooning della fluttuante “Rings of Saturn” seguito dalla splendida “Girl in Amber” dedicata alla moglie Susie, si tratta di un brano quasi immobile che spezza il cuore descrivendoci quella che è oggi una realtà famigliare confusa ma sempre e comunque amorevole, con una delicatezza infinita.
Magneto” con le sue poche note di pianoforte unite agli archi e all’elettronica incredibilmente tenui, libera la pioggia che le nuvole portate dei brani precedenti tenevano in serbo pur senza scatenare un temporale, qui l’interpretazione di Cave è assolutamente disarmante, non mancano riferimenti ai suoi ricordi ed al suo passato, compreso quello da eroinomane; la canzone è tetra ma va in qualche modo a sciogliere il suo nero incontrando il sentimento più grande (nell’amore, nell’amore, nell’amore io rido, tu ridi, e ancora una volta con sentimento io amo, tu ami, io rido, tu ridi, il mio cuore è stato segato a metà e tutte le stelle sono schizzate sul soffitto). Segue “Anthrocene” con una chitarra lontana che appare e scompare, con il coro ed i feedback che sono lamenti, si sente anche una batteria ora spazzolata e lontana ora più presente a donare un tocco jazzy all’apocalittico brano, una riflessione su quanto l’uomo abbia negativamente influito sul clima del pianeta (il titolo è una rivisitazione del termine antropocene, riferito al devastante impatto dell’uomo sugli ecosistemi) effettuata in modo parallelo ai più puri e profondi sentimenti umani; in questa canzone si perdono tutte le cose che si amano ma si continua comunque a cercare l’amore mentre la madre di ognuno di noi muore ogni giorno un po’ di più anche a causa della nostra assenza d’amore nei suoi confronti, oltre che a causa di quelle intoccabili potenze molto più grandi di tutti noi (chiudi gli occhi piccolo mondo, e fatti forza).
Tocca poi alla bellezza della splendida melodia di “I Need You” con il suo prezioso tappeto di tastiere portarci più viva che mai l’immagine di Arthur, forte quanto il clima di perdita che permea il brano (niente importa più davvero quando chi ami se ne è andato), forte quanto il disperato tentativo di non perdere sé stessi. Segue poi la ballata “Distant Sky” dove Cave è affiancato dalla soprano Else Torp, il cui canto dona al brano un tocco celtico/ecclesiastico riuscendo a mostrarci per la prima volta uno spiraglio di luce che però a quanto pare Cave al momento non può vedere (ci hanno detto che i nostri dei ci sopravvivono, che i nostri sogni ci sopravvivono, ma hanno mentito). Sarà con la successiva e conclusiva “Skeleton Tree” che forse quello spiraglio di luce si renderà in qualche modo visibile per gli occhi del Nostro. Si tratta del brano Pop dell’album, il brano dove gli strumenti si fanno più vivi, dove Cave accenna qualcosa di più vicino al canto, è il brano dell’accettazione.e della consapevolezza che il presente è qui e ora (ho gridato, ho urlato per l’oceano intero ma l’eco torna indietro), è lo sguardo triste e sconfortato ma in qualche modo pacificato rivolto al domani; la canzone si conclude con Cave che ripete tre volte ora è tutto a posto, dopo 40 minuti di flusso (e presa) di coscienza.

Cercando la forza e le motivazioni per non cedere al momento più difficile della sua già travagliata esistenza, Nick Cave ci consegna oggi sé stesso così com’è, un uomo che esorcizza la sua pena nell’unico modo che può: affrontandola, con un disco sospeso, intensissimo ed imperfetto. Un disco dove Nick Cave cerca nuovi percorsi espressivi nelle liriche e nel crooning come nella musica e che ancor più che rappresentare una perdita rappresenta anima e corpo di chi è rimasto, e se chi è rimasto porta il nome di Nick Cave viene da sé che il fascino del lavoro in questione sia di una profondità incredibile. L’albero sarà sì debole, spoglio e scheletrico, ma nella drammaticità e nella sofferenza del momento si dimostra ancora capace di respirare e incantare, immergendo le sue radici ancor più profondamente dentro una terra per lui mai così preziosa e rivolgendo lo sguardo a quel cielo ed a quel Dio dal quale Nick con questo meraviglioso lavoro ha ulteriormente accorciato le distanze, regalandoci quasi l’impressione che dopo la tragica scomparsa di Arthur non sia stato l’unico dei due a muoversi verso l’altro.

Passando a One More Time With Feeling, il film che ha accompagnato l’uscita del disco, credo sia da ricordare che Nick Cave nel periodo che va da Luglio 2015 a Settembre 2016 non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche, ed ancora oggi, ad un mese dall’uscita del disco, non ha ancora nemmeno annunciato (come solitamente viene fatto) date live, il suo silenzio ed il suo dramma continuano ma allo stesso modo continua la vita dell’artista   e questo film-documentario che ha accompagnato Skeleton Tree è il modo che Nick ha scelto per comunicarcelo, e vale più delle mille interviste non fatte in questo periodo, e più delle mille che arriveranno quando il Nostro deciderà di darsi nuovamente in pubblico. La pellicola non fa che proseguire il discorso fatto per il disco, si tratta di un altro tipo di flusso di coscienza, questa volta davanti ad una telecamera, una scelta non senza dubbi come si nota soprattutto nella parte iniziale del documentario.
Il film, girato dall’amico Andrew Dominik in un intenso b/n (affiancato da qualche momento a colori) 3D e distribuito da Nexo Digital, non è una mera operazione commerciale e non sfrutta la tragedia, e non solo perché la dignità di Cave non lo permetterebbe ma perché il regista opera con estrema delicatezza, e così mentre segue l’evolversi di quei giorni di registrazione segue anche il tanto naturale quanto difficile “aprirsi” dei protagonisti portando, per la prima volta da quel giorno di metà Luglio, il dolore e le sensazioni di Nick e Susie Bick a tutti noi.

Nick Cave in questo film potrebbe essere chiunque di noi in una situazione simile (“É vivo dentro il tuo cuore” dice Dominik, “No, è dentro il cuore ma non è vivo” risponde Cave, irrobustendo ulteriormente il concetto espresso nel brano “I Need You”); un uomo fragile, intimamente spento, che spesso abbassa lo sguardo davanti alla camera sapendo bene che i suoi occhi potrebbero piangere o dire cose che la bocca preferirebbe non pronunciare, sapendo bene come la sua impenetrabilità non sia mai stata così vacillante; quel che lo contraddistingue è il suo essere un (grandissimo) artista e poeta e cercare anche durante l’elaborazione di questo lacerante lutto di continuare ad esserlo. Sentiremo Cave, in un buon paio di occasioni, regalarci parole preziose proponendoci suoi scritti o confessandosi a ruota libera e con tono vulnerabile (anche non necessariamente della perdita del figlio o della lavorazione del disco) in alcuni dei momenti più intimi e profondi della pellicola in una sorta di personalissima terapia. Terapia dove non mancheranno momenti più intimamente rabbiosi, come quando Nick si chiede il perché della commiserazione della signora che in fila in panetteria che lo abbraccia e gli dice di farsi forza o il perché non si sia più capaci di riconoscersi guardandosi allo specchio, il perché pur vedendo lo stesso volto, forse solo con qualche ruga in più, ci si ritrovi dentro a fare i conti con una persona improvvisamente cambiata, tanto da essere irriconoscibile. Il dolore provato viene paragonato da Nick Cave ad un elastico che più si tende per tentare di allontanarlo più violentemente torna a farsi vivo, e forse è solo con la propria arte che si può combattere questo dolore, e passando da lì che l’atto di sfida scelto da Nick e Susie, il provare ancora ad essere felici, può trovare il suo compimento, per quanto parziale, perché è forte la consapevolezza che neanche il tempo possa curarlo.
Susie, che Nick reputa molto più interessante di lui, ha un ruolo molto importante nel film, parla della famiglia, si apre in modo sincero e delicato, è estremamente toccante quando mostra un disegno di Arthur che ritrae il luogo dove il figlio è morto fino a confessare, dopo una serie di domande senza risposta che solo una madre potrebbe farsi, che quel luogo è stato disegnato anche da Earl, l’altro gemello.
Ma questo film, che prende il titolo da un verso di “Magneto”, è anche un documento sulla preparazione del disco e sono veramente meravigliose anche le riprese di Nick e dei Bad Seeds  durante l’incisione (già visibili in alcuni video), soprattutto quelle effettuate su binari circolari orbitanti intorno al piano di Cave. Deliziosa è la presenza di Warren Ellis, la sua vicinanza a Nick è qualcosa di sublime, Warren è lì e Nick lo sa, non parla molto il violinista dei Dirty Three ma la sua presenza è qualcosa di angelico, il suo sguardo ed il suo attaccamento all’amico sono veri e commoventi, e la cura e la scelta dei suoni del disco ne sono ulteriore testimonianza.

One More Time With Feeling è film capace di regalare un contatto forte e per molti versi inedito tra l’artista ed il suo pubblico nonché tra il Nick Cave uomo, padre e marito ed il Nick Cave artista.
Il film si chiude, ancora una volta consentimento, con la toccante registrazione casalinga della struggente “Deep Water” (scritta da Nick Cave per Marianne Faithfull) cantata dai gemelli Arthur e Earl con Nick al piano ad accompagnarli, e con un ultimo brivido che percorre così l’intera sala allo scorrere dei titoli di coda.

(Sto camminando attraverso acque profonde
è tutto quello che posso fare
sto camminando attraverso acque profonde
cercando di arrivare a voi
(…)
chi calmerà il mio dolore?
chi asciugherà le mie lacrime?
Sto camminando attraverso acque profonde
sto chiedendo alle acque profonde
di non portarmi via il mio amore
)

Tra disco e film ci vengono offerte due ore e mezza di dolore meraviglioso, due ore e mezza di pura anima di un’Artista veramente tra i più grandi di tutti i tempi, Skeleton Tree e One More Time With Feeling sono due opere che non concedono che piccole tregue da un pathos altrimenti continuo, due opere di pura intimità e verità, sussurrate ma capaci di arrivare dentro con straordinaria forza.
Il disco è senza dubbio il più bello di Nick Cave da quindici anni a questa parte, l’ennesimo ottimo lavoro di un musicista infinito. Il film, che dopo le date del 27 e 28 Settembre sarà nuovamente nelle sale ad inizio Dicembre, non può che essere consigliato a tutti, in modo particolare a chi crede che questa sia più che ogni altra cosa un’operazione commerciale; non lo è, ed avrete presto una nuova possibilità per andare a scoprirlo da voi.
In questo film ed in questo disco, quel che vedrete e ascolterete sarà un artista che si dà in modo commovente, con una meravigliosa coscienza umana, nel senso più profondo del termine, cosa che in questo mondo, sempre più di plastica e sempre più di chi è di plastica, risulta essere un valore enorme, sempre; e che lo diventa a maggior ragione se si ha la capacità di farlo dopo un simile lutto.
Mica facile, per nessuno.
Grazie davvero Nick.

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Musica e Cinema | Nick Cave – One More Time With Feeling

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