Salvatore Carducci Tag Archive

Streetambula 2014 (II Edizione), tutte le info

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The Long Tail: implicazioni future. Ultima Parte.

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The Long Tail: implicazioni future. Parte terza.

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The Long Tail: implicazioni future. Parte Seconda.

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The Long Tail: implicazioni future. Parte Prima.

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Beck – Morning Phase

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Immaginate per un attimo questa situazione. Un’afosa mattinata estiva, una come tante. Un risveglio tranquillo e rilassato, senza impegni di sorta, senz’alcuna fretta. Caffé bollente, nero, intenso, dall’aroma avvolgente, rigenerante. Una sigaretta d’ordinanza, magari consumata in balcone, ancora in pigiama. Avete focalizzato? Bene, a questo punto partiamo dall’assunto che il dodicesimo studio album di Beck David Campbell, Morning Phase, si configura senz’alcun dubbio come la perfetta soundtrack della circostanza sopracitata. Quarantasette minuti scanditi da serafica rilassatezza, una grandiosa opera Folk mirabilmente descritta da un ritmo interiore che fluisce lento, particolarmente rarefatto, quasi immobile ed indistinto. Un lavoro essenzialmente asciutto e minimale, privo di arzigogoli e complicazioni, frutto di una scrittura apparentemente semplice e naïf, ma che trova nell’istintiva naturalezza dell’artista californiano la sua anima vibrante, il suo fulcro primigenio e vitale. Insomma, tredici brani nudi e crudi, dal sapore squisitamente “analogico”: batteria, basso, chitarra acustica e voce, accarezzati da languidi e misurati arrangiamenti orchestrali che, inevitabilmente, sottraggono spazio vitale ai rarissimi inserti elettronici (Odelay sembra lontano anni luce ormai).

Le influenze di Morning Phase (considerato, per analogia stilistica, quasi un sequel di Sea Change) affondano le proprie radici nell’immortale percorso artistico di Neil Young (esplicitamente citato come fonte privilegiata in diverse interviste), ed a tratti nella “fase acustica” dei Pink Floyd post-Barrett. Pare che il mood dell’album sia stato dettato da una fantomatico avvicinamento a Scientology, da fastidiosi malanni fisici, delusioni amorose e chissà cos’altro. Ma, in fondo, si tratta solo di rumors. Per quanto concerne la tracklist, meritano particolar menzione brani come “Heart Is a Drum” che, invitando l’ascoltatore ad assaporare pigramente la calura estiva, si configura essenzialmente come un vero e proprio inno al perder tempo, “Say Goodbye”, il cui canto sofferto é magistralmente interpretato dal banjo di Fats Kaplin, la languida “Blue Moon” (indubbiamente uno dei migliori teaser dell’album) e la commovente closing track “Waking Light”, con la quale si torna a porre l’accento sul tema ricorrente del risveglio, come a voler concludere un ciclo, una sorta di struttura ad anello. Sembra che non dovremo attendere molto per degustare il nuovo capitolo della saga Beck. Prestando fiducia alle parole dell’artista, si tratterà di un progetto ben diverso da Morning Phase, “eclettico e vibrante di energia live”. Attendiamo quindi con ansia.

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L’evoluzione storico/tecnica del Record Producer. Ultima parte.

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L’evoluzione storico/tecnica del Record Producer. Settima Parte.

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Babbutzi Orkestar – Vodka, Polka & Vina

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Dopo il debut album Babbutzi Orkestar (2009) e Baro Shero (2011), oggi presentiamo sulle pagine di Rockambula Vodka, Polka & Vina (2014), nuova fatica discografica per la Babbutzi Orkestar, folta ed irrequieta compagine nostrana composta da Gabriele Roccato (voce), Ivan Lo Giusto (basso elettrico), Ivan Padovani (tromba), Massimo Piredda (tromba), Luca Butturini (chitarra/ mandolino/bouzouki), Mariella Sanvito (violino), Daniele Di Marco (fisarmonica/tastiera/ sintetizzatore) e Fabio Buono (batteria). L’ensemble in questione ama presentarsi come fautrice di una Balkan Sexy Music, sulla scia di Bratsch, Acquaragia Drom, Goran Bregovic e Kusturica; definizione piuttosto azzeccata, dal momento che le sonorità proposte spaziano agevolmente dal classico sound Balcanico al Punk, passando per il Folk, la Patchanka e le radici più intransigenti della Surf Music. Un viaggio alcolico dalle maleodoranti cantine serbe agli affollati mercati d’Israele, dalle maestose profondità del mar baltico alle languide terre orientali, dove ammalianti gitane agitano le proprie forme tra carovane in perenne ricerca di staticità, rischiarate da luci e colori che solo una dimora errante può offrire. Rispetto ai precedenti lavori, Vodka, Polka & Vina (prodotto dallo sperimentato Antonio Polidoro con l’ausilio di strumentazione rigorosamente vintage) segna tuttavia un indiscutibile cambio di rotta, privilegiando sonorità maggiormente orientate verso Surf, Punk Rock ed Elettronica (particolarmente evidente nelle partiture di synth), pur rimanendo saldamente ancorato a classici elementi d’ispirazione balcanica: passioni infinite, quasi al limite della più estrema follia, febbricitanti visioni autodistruttive e blasfema contemplazione della figura femminile (vedi “The Song of Arrapath”, ad esempio). Un album architettonicamente “live”, energico e possente come le vorticose performance del collettivo; un appassionante progetto concepito sulla polvere del palcoscenico, consacrato dal sudore della fronte e dall’indissolubile rapporto con un pubblico licenzioso ed esigente. Da segnalare la geniale rivisitazione dell’italico evergreen “Buonasera Signorina” (Fred Buscaglione, 1958).

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L’evoluzione storico/tecnica del Record Producer. Sesta Parte.

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L’evoluzione storico/tecnica del Record Producer. Quinta Parte.

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L’evoluzione storico/tecnica del Record Producer. Quarta Parte.

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