Giulia Di Simone Tag Archive

Meteor – Có Còl e Raspe

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Digital Hardcore oppure Noise Punk, questi sono i generi che mi vengono in mente per inquadrare questo duo bresciano, ma forse il buon vecchio Edgard Varése avrebbe detto “Organized Sound”. Oggi però siamo lontani dal purismo espresso dal padre della musica elettronica e l’analogico ha lasciato spazio alla moderna era digitale ed a contaminazioni che includono anche strumenti “convenzionali” nell’equazione della musica sperimentale. Quindi tutto cambia, oppure il principio resta uguale ma si aprono nuove possibilità, insomma ognuno si faccia la propria idea perché fondamentalmente tutto é relativo, specialmente nel panorama musicale. Tornando a noi, i Meteor fanno pezzi brevi, crudi e caotici, ed in Có Còl e Raspe ci aggiungono una buona dose di idealismo interpretativo nel dare i nomi alle tracce. Si, perché i titoli sono unicamente delle X in progressione che posso assumere significati differenti a seconda di cosa questi viaggi sonori suscitano nell’ascoltatore. I Meteor utilizzano synth, batteria, chitarra, ed effetti come strumento per parlare al mondo.

Nel concreto ogni pezzo – “X”, “XX”, “XXX”, “XXXX”, “XXXXX”, “XXXXXX”, “XXXXXXX” – è un evoluzione del brano precedente ed è caratterizzato da un tempo musicale veloce scandito da chitarre distorte e batterie, ed invece un tempo assestante per i suoni glitch che creano quel caos tanto caro a chi prova piacere nell’impazzire. Dunque una buona dose di random, grida, distorsioni, rumori e sottofondi incazzati sono ciò che caratterizza queste sette tracce veloci e talmente brevi che non ti lasciano neanche il tempo di riflettere. Ma dato che la rabbia non è l’unica virtù di Andrea Cogno e Giuseppe Mondini, il duo ci tiene a condividere con il pubblico anche la parte gioiosa e buongustaia che li contraddistingue. Ecco quindi che se andrete a vederli dal vivo oltre a farvi una scorpacciata sonora, potrete gustare salame, vino, polenta ed altri prodotti tipici della campagna bresciana. Quindi buon appetito!

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Sound of Ireland: Let’s Folk!

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Annascaul, un villaggio di cento abitanti in culo all’Irlanda, nella contea di Kerry. Lontano dalla vita cittadina che una città come Dublino può offrire, lontano da contaminazioni metropolitane e frenesia turistica, ma vicino alla vita rurale, alle pecore, a stradine, ad un lago ed all’oceano; dove si respira aria pulita, odore di terra bagnata, rumore di bicchieri che brindano, gusto di birra e musica Folk, ecco dove mi trovo. Dopo solo due ore dal mio arrivo sono nel pub di fronte casa, al bancone con una pinta di birra locale in mano, ascoltando storie su un uomo che nel 1900 ha esplorato il polo sud e che dopo essere tornato a casa sfinito ma ancora vivo, ha deciso di aprire questo pub, chiamato non casualmente il South Pole Inn. Il suo nome era Tom Crean e la birra che sto bevendo si chiama Crean’s in suo onore. Bene, direi che il mio alcolismo qui si chiama normalità e che l’immaginario collettivo dell’irlandese perennemente sbronzo è confermato. Nei giorni successivi scopro che niente è più falso della credenza che gli irlandesi siano unicamente rossi e dalla pelle bianca per la perenne pioggia, infatti fanno ventitre gradi ed intorno a me ci sono persone castane in calzoncini con la pelle bruciata dal sole. Quindi toglietevi dalla testa che siano tutti come “Anna dai capelli rossi”, perché è una cazzata.

Siccome la mia permanenza in Irlanda non é di poche settimane, andando avanti col tempo mi rendo conto delle differenze culturali tra un italiano ed un irlandese, e soprattutto le differenze nel vivere la quotidianità. Andando oltre il fatto culinario (qui si mangiano patate, patate e ancora patate) direi che una differenza fondamentale sono anche i luoghi di ritrovo e gli orari d’uscita: noi abbiamo una cultura di piazza, infatti ci troviamo da qualche parte per poi spostarci in un bar, locale o concerto, loro hanno la cultura dei pubs. Sarà forse anche per una questione meteorologica, ma qui ci si ritrova al pub verso le 18/19 e poi al pub ci si rimane finché non ti sbatteranno fuori. Ecco dunque da dove nasce il mito dell’Irish Pub. Al pub ci entri, bevi, parli, ascolti musica prevalentemente Folk e live, e soprattutto ti metti a cantare ed a battere le mani con il tuo vicino di bancone o con il vecchio dal naso rosso. Questo é il bello, questo é ciò che noi non abbiamo, qui non ci sono distinzioni di classe o età, ed affianco a te potrebbero esserci i tuoi amici oppure tua madre ubriaca quanto te che sta cantando una canzone tradizionale a squarcia gola. Vi é mai capitato di cantare quotidianamente al bar Lucio Battisti sbronzi con vostra madre/padre? Io credo di no, o meglio non credo che sia la norma dell’italiano medio. E non è un caso che ci sia proprio uno slang completamente irlandese per descrivere tutto questo: la parola “the craic”, e l’espressione “the craic was grand!” Il craic (e non si sta parlando di droga) è proprio questo modo di celebrare l’Irish life: con musica, grida, gioia, vecchi amici e nuovi amici appena conosciuti, e dire “The craic was grand!” è come dire Ieri sera ci siamo divertiti!”.

Insomma a livello musicale noi abbiamo la canzone melodica italiana come simbolo nazionale, loro hanno il Folk, caratterizzato ovviamente da un setup acustico composto al completo da chitarra acustica, violino, fisarmonica, il whistle (flauto irlandese), un benjo oppure il bouzouki (strumento però greco), il bodhràn (una specie di mini bongo-tamburo), cucchiai di legno usati in modo percussivo (stile nacchere), e soprattutto voci basse, piene e vive che raccontano storie quotidiane di bevute, marinai, amori internazionali, ribellione, e viaggi verso paesi lontani. La musica tradizionale irlandese non è fatta di giri di parole e sole-cuore-amore, infatti qui i testi più che cantati vengono raccontati, ed i ritornelli sono caratterizzati da “cori di massa”. Qualche esempio? Gli storici The Dubliners, The Clancy Brothers, The Dublin City Ramblers, o i più Punk The Pogues capitanati dal marcissimo Shane MacGowan, e canzoni come “Irish Rover”, “Spanish Lady” “Whiskey in The Jar”, “Pub With No Beer”, “Seven Drunken Night”, e la mia preferita: “The Wild Rover”. Una sorta di “parabola del figlio al prodigo” in chiave alcolica.

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L’AMO – NIENTE (È un Bel Pensiero da Mettere Tra le Gambe Alle Ragazze)

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L’AMO sono Alessio, Domenico e Federico, tre pazzi furiosi che un paio di anni fa si sono chiusi in una cascina in quel di Lugnano per sette giorni sfornando un disco dal nome Di Primavera in Primavera. Bene, ora invece la situazione é un po’ diversa e NIENTE (È un Bel Pensiero da Mettere Tra le Gambe Alle Ragazze) é un disco che nasce ancor prima di entrare in studio, più precisamente dall’idea di voler fare un disco e dalla consapevolezza che per realizzarlo lo bisogna prima preparare e non solo suonare. Quindi hanno cambiato milioni di microfoni, registrato miliardi di takes, mixato e rimixato l’impossibile, mandato a fanculo il progetto, e infine sono riusciti a partorire un benedettissimo album dopo un lungo travaglio di quattro maledettissimi mesi e bestemmie. Il figlio dei L’AMO è un cd che contiene l’idea dell’amore e del suo contorno, fatto di lussuria, depressione, deficienza, follia, insomma fatto di vita e sudore (e quindi anche di puzza). Ok, dunque dopo aver premuto play, capito che l’artwork del disco l’ha realizzato Alessio e letto l’artistica, divertente e curiosa cartella stampa, con un grosso sorriso sulla faccia mi metto a dire qualche parola su quello che le mie orecchie stanno ascoltando.

Chitarre R’n’R, Synth anni 80, batteria che ti stampa la cassa in fronte e cori da stadio, questa è “Bagnoli”, e così si apre il disco. Con “Marinai” i tre ragazzi ci tengono a farci capire sin da subito che sono napoletani D.O.C. fieri del proprio mare in cui poter affogare, mentre in “È Amore Dalla Terza in Poi” ci ricordano come era l’amore adolescenziale, e cioè fatto di quei piccoli gesti imbarazzanti come chiedere: Mi fai accendere?. “Luca Grieco è solo indeciso” é la storia del classico uomo che lascia le proprie relazioni fluttuare in quell’aria troppo densa di domande e di incerte risposte. “Nessun rimorso, solo rimpianti” é sintetica, dal testo talmente misero da starci in una riga –  Ho sempre fretta, non so cos’è. Io ho paura del domani – insomma è veloce ed efficace. “Stupida” è una ragazza ingenua e frivola mentre “La Macchina da Guerra” è il centro di NIENTE (È un Bel Pensiero da Mettere Tra le Gambe Alle Ragazze) e cioè quel nulla che non si vorrebbe mai avere ma che invece si riceve, poi c’è l’assurda “Silvio e Veronica” e “Anna”, traccia d’addio con tanto di Synth a mo di videogame. Si chiude il tutto con “Ubriaca”, il brano più lungo di tutti e forse anche quello che lascia aperte più possibilità di diverse interpretazioni, perché qui stranamente pare proprio che l’alcol non centri nulla. Tutto bene quel che finisce bene insomma, l’unica cosa che mi sentirei di consigliare è un pizzico di volume in tutte le vocal track, in quanto spesso si fatica a comprendere ciò che viene cantato e/o gridato.

Per concludere, L’AMO sono un po’ come i Tre Allegri Ragazzi Morti, infatti sono anche loro un trio, generano canzoni ripetitive ma mai noiose fatte di loop al confine tra Rock spensierato e cazzutaggine Punk, non realizzano brani in sequenza intro-strofa-ritornello, e possiedono quella magica capacità di mettere tutto insieme in modo da mandarti in tilt il cervello fino allo sfinimento. L’AMO sono l’emblema della sintesi, fatta di poche parole ma sensate, o forse loro preferirebbero dire: insensate.

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Kuadra – Il Bene Viene Per Nuocere

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Y (voce), Zavo (chitarre), Kimbo (basso), Krab (electro vodoo), Van (batteria) sono i Kuadra, un gruppo attivo dal 2005 che da Vigevano parte con l’idea di fondere Rap, Rock e New Metal riuscendoci egregiamente. Il Bene Viene Per Nuocere è la loro ultima fatica ma non la prima: un EP nel 2007 dal titolo Tutto Kuadra, il primo full-lenght dall’omonimo nome nel 2010, il corto-documentario “È Solo l’Inizio” nel 2012, e per finire il singolo “I Nostri Eroi” su BlankTv. Ok, ora che ne sapete un po’ di più sulla band direi che è giusto fare una parentesi anche verso una figura che sta dietro le quinte di un disco e che spesso rimane ignota, e cioè il produttore artistico (in questo caso Marco Molteni), colui che a mio parere ha avuto un peso non indifferente nella realizzazione di questo album, e che è riuscito a dare quell’impronta massiccia che quest’album necessitava. Si, perché se premi play e ascolti la prima traccia “Il Bene” (il pezzo più melodico del disco), queste parole potrebbero balzarti in testa: siamo compressi e cattivi, e se tu sei uno acustico allora vaffanculo! Bene, poi si parte energicamente con “Crash Test”, scelta azzeccata come secondo brano, in quanto chiarisce sin da subito all’ascoltatore ciò a cui andrà incontro: un suono distorto, veloce e cattivo, che accompagna il riluttante sentimento che provano i Kuadra verso quell’Italia apatica, statica, caprona, incapace di pensare e reagire. Questa nausa indigestiva e il successivo rigetto verso i nostri giorni sono infatti argomenti che si ritroveranno anche in “Molotov”, “Cervelli Nella Vasca”, “I Nostri Eroi”, “Nuove Cure Mortali” e “La Culla”. Testo particolarmente interessante è invece quello di “Lasciami entrare”, che attraverso l’uso dell’innocente canzoncina per bambini “Fai un salto, poi un altro, fai una giravolta, falla un’altra volta”, la citazione della storia di Capucetto Rosso, e metafore come “Mangio teste vuote” o “Sono il vaccino che ti fa ammalare” descrive questo mostro che annienta ed uccide tutto ciò che di puro e brillante lo circondi. Un po’ come “Il Mostro” dei Linea77. La parola rivoluzione in chiave elettronica non tarda ad arrivare in “Thomas Sankara”, con tanto di campione iniziale del discorso del leader africano. Il disco si chiude con “Correre Correre”, specchio della nostra società progressista schiava di un tempo che corre e non trova spazio per fermarsi a respirare. Come in una corsa verso un’ignoto che appare però sensato, finendo per non accorgerci di essere parte di una corsa verso un domani che sarà uguale all’oggi, una corsa che ci lascierà senza fiato, sfiniti e vuoti.

Per concludere, Il Bene Viene Per Nuocere è un disco onesto e incazzato, composto da undici tracce compatte che si dividono tra rabbia, sprazzi di voci melodiche, e parti sussurrate che ti ricordano di dare sfogo a quella rabbia compulsiva che si nasconde dentro di te. I Kuadra sono amari come un pugno nello stomaco e dolci quanto un post-sbronza, ascoltateli e non ve ne pentirete.

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Jacopo Ratini – Disturbi di Personalità

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Pop italiano d’autore, melodico quanto basta da non essere mieloso e con quel pizzico di semplicità che non te lo fa odiare solo perché passato da Sanremo e da una major come Universal. Questo è Jacopo Ratini, colui che nel 2010 dopo la sua partecipazione al Festival finisce inevitabilmente in radio con il singolo “Su Questa Panchina” (brano che se andate a cercarvelo sul tubo vi tornerà in mente e vi ricorderete di lui) e poi ci riprova poco dopo con i’ironica “Ho Fatto i Soldi Facili”. Ora sono passati un po’ di anni e tante cose sono cambiate: l’Universal ha lasciato spazio all’Atmosferica Dischi, la letteratura si è fatta spazio nella sua vita (fondatore del Salotto Bukoski, autore del libro Se Rinasco Voglio Essere Yoko Ono, ideatore del Contest Il Club dei NarrAutori), si è avvicinato maggiormente a tematiche etico-sociali, ed è tornato all’attivo musicalmente con questo suo ultimo lavoro dal titolo (non a caso) Disturbi di Personalità.

Leggera come una mela è la prima traccia “Sei Distante”, dal videoclip simpatico in cui ritroviamo diversi personaggi storici legati al frutto del peccato originale, più critica è “Maledetto il Tempo”, brano che attraverso un motivetto orecchiabile che tanto ricorda “Tieni il tempo” degli 883 cerca di descrivere l’impossibilità di afferrare questo nostro tempo veloce, insensibile e immutabile. Di amore tra alti e bassi si parla in “Come Mai Come”, “Arrivederci a Mai Più”, “Come ti Pare” e in “Mi Sono Innamorato Del Tuo Nome”, di donne in particolare invece in “Ogni Tuoi Ventotto Giorni”, brano veramente divertente e irriverente in cui ogni donna una volta al mese ci si può rispecchiare appieno. “Disturbi di Personalità” è la title-track e l’ispirazione per l’artwork del disco: cinque dita di una mano che raffigurano i personaggi rappresentativi dei vari disturbi di personalità e dello stesso Ratini intento ad osservarli. Intimista, melodica e capitanata da un pianoforte è “Ogni Mio Passo”, sintetica e dai tratti anni ’80 è “Buonanotte a Te”, descrittiva e dal sapore estivo é è invece “Perditempo”, una canzone in cui si narra la giornata tipo e le non-convinzioni di un nullafacente.

La forza di Disturbi di Personalità sta tutta nella straordinaria capacità di questo cantautore romano di descrivere storie di ordinaria normalità attraverso la psicologia analitica delle piccole cose, risultando così semplice ma non per questo banale. Con questo passo e chiudo, ciao e buon ascolto.

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Sabù e la Vigilia – Logica Egoistica

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“L’uomo si uniforma bene al progresso della perfetta imperfezione”, così si apre Logica Egoistica,e già dalle prime parole si comprende la linea guida di questo album Rock. Si entra nel vivo del disco con la  seconda traccia (che è anche quella che da il nome al disco), “Logica egoistica” appunto, un brano dalle sonorità in stile Litfiba dei primi tempi.  Se si pensa che l’uomo nasce egoista in quanto insegue il proprio piacere personale per tutta la propria esistenza e cresce all’interno di una società che insegna quanto questa logica vitale non sia sbagliata ma anzi un pregio, allora pare ovvio anche pensare a come questo meccanismo schiacci quelli che non accettano questa visione, quelli che vengono definiti dunque i “perdenti,” e come quest’ultimi vengano plagiati per accettare e diventare omologati al resto della società. Questo è il tema della terza traccia, “Deviato” che non lascia alcun dubbio attraverso un testo diretto e descrittivo: “Deviati, dei prodotti bene plastificati, non lo vedi quanto siamo deviati?”. Ci si discosta dalle critiche per lasciarsi andare ad un momento di romanticismo con “E’ un Attimo” e “Oltre il Dolore”, per poi proseguire con i sentimenti profondi e spesso invisibili dentro ognuno di noi, e cioè “L’essenza”, fatta di silenzi, respiri, pensieri e molto altro, che spesso decidiamo di nascondere e non ascoltare per paura di soffrire o sbagliare. Synth e cassa dritta aprono “Dove Sarà”, brano che fotografa la vita metropolitana milanese, frenetica e in cerca perenne di felicità, voce nasale e testo critico verso il nostro tempo è “Trinacria Revolution” dove il malessere sociale non è solo italiano ma generale e senza bandiere politiche: c’è chi aspetta inerme che qualcosa accada e chi invece, come questo cantautore palermitano ma milanese di adozione, non si accontenta di una vita passiva. Arriviamo alla fine con “Lontano” e “Cosa Resta” (Bonus Track), qui il cerchio musicale si chiude lasciando nell’ascoltatore un sapore amaro di rancore misto speranza, perché infondo sono queste le parole che più mi vengono in mente per descrivere le atmosfere di questo album.

Se pensate ad un disco Rock con influenze Indie vi sbagliate, qua si sta parlando di Rock italiano ben confezionato e pensato, controcorrente rispetto alla “moda alternativa” che di questi tempi riempie il panorama musicale italiano, e “Logica Egoistica” è un disco di puro Rock italiano, niente di più e niente di meno. Niente di complicato, niente parole auliche, solo sincerità e voglia di esprimersi con parole semplici, cosa che forse in questi tempi confusi abbiamo bisogno.

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Adele e il Mare – Origami EP

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Adele e il Mare non è una donna sognante e marinaia, ma una band di tre ragazzi milanesi che scegliendo questo nome d’arte hanno trovato il modo di dipingere il grigio della loro città natale attraverso nuovi colori. Si descrivono genuini e credono che la musica sia una via con il quale esprimere emozioni interiori nascoste, e per preservare questa loro spontaneità hanno deciso di fare tutto da soli: sono arrangiatori, musicisti, produttori e fonici di loro stessi. Insomma una band completamente Do It Yourself, e tanto di cappello!

Origami è il viaggio di Adele e il Mare, un viaggio intimo e profondo descritto dal suono di cinque tracce. Si parla di strade, intese come decisioni e vie da affrontare in “Camminerai”, brano che inizia con un fantastico giro di batteria picchettato e che alla fine ti lascia un senso di speranza misto sofferenza. In “Novembre” il lato nostalgico di Simone (frontman e chitarrista) inizia a scorgersi, e si racconta attraverso metafore fatte di colori e parole sospese nell’aria. Un po’ come un bimbo intento ad afferrare un palloncino che fluttua nell’aria, un palloncino colorato, un palloncino troppo alto per lui, un palloncino che purtroppo potrà solo guardare volare via. Dopo “Novembre” seguono “La Pioggia è Finita” e “L’involontario Sogno di Enea”, ed anche qui direi che l’immagine del bimbo con il palloncino è esaustiva, in quanto l’argomento centrale che lega un po’ tutte le tracce sono le cose che non tornano, le cose che se ne vanno via così, sospese. Chiude il tutto “Domani”, un brano che lancia un messaggio di speranza al mondo, ricordando a tutti che anche se oggi il cielo è grigio è scuro, ci sarà un domani più limpido e chiaro.

Gli Adele e il Mare si descrivono come una band Indie-Rock, ma a me sanno più di Indie-Pop e mi ricordano tanto i Velvet, specialmente il brano “Dolevo Dirti Molte Cose”. Non so se a loro possa far piacere o meno questo mio accostamento, ma comunque sia è ciò che il loro suono e soprattutto i loro testi mi hanno ricordato.

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Psychodeus – An Ode to The Numinious EP

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Premettendo che a me ciò che spesso suona strano e sperimentale piace, devo dire però che io dei Psychodeus non c’ho capito nulla. Non ho compreso una parola di ciò che viene cantato (nonostante sia un cantato recitato, quasi da comizio) e che il mix di suoni elettronici/acustici è a mio parere una pasta che ancora si deve amalgamare. Troppo caotico il tutto insomma, e troppi sono i  generi che la band mischia senza riuscire ad ottenere un suono che li differenzi e li renda riconoscibili. Nonostante l’accozzaglia di suoni, le batterie Hardcore e le calme pause che preannunciano un malefico e cattivo futuro, bisogna riconoscere l’originalità di questi giovani napoletani nello scegliere i nomi delle tracce e riuscire così in questo modo a dare un senso a quello che si ascolta. Infatti l’Ep An Ode to the Numinious si compone di due tracce (che in realtà sono cinque e vi spiego tra poco il perchè). La prima, “Maelstrom”, inizia con un fischio acuto e disturbante che ti entra nel cervello creando fastidio e sgomento ed il titolo della traccia dunque descrive perfettamente le sensazioni che il brano suscita, ma è con il secondo brano, “Ceremonies of Passage”, che il collegamento tra titoli e musica prende definitivamente forma. La traccia di ben 15 minuti, viene suddivisa infatti in quattro parti, i quattro passaggi da celebrare per coronare i momenti essenziali che ogni persona deve affrontare durante la propria esistenza. Quindi abbiamo la pre-nascita, la post-nascita, l’età adulta, e per finire la post-morte. Si nasce, si cresce e si muore, dunque si vive. E questo è il loro modo di “celebrare il passaggio”.

Per chi volesse, An Ode to the Numinious è scaricabile gratuitamente da qui.

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Pills שבוע עשרים ואחת (consigli per gli ascolti)

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“Amo le Pills sopra tutte le arti. Esse cominciano dove la parola finisce: è la lingua universale di tutti i cuori che amano.”

Silvio Don Pizzica
Merchandise – Total Nite   (Usa 2013)   Post-Punk, Shoegaze     3,5/5
Con lo sguardo al passato, i Merchandise confezionano cinque perle piene di ottime idee. Forse troppe. Resta un disco che tra Post-Punk, Shoegaze, Dream Pop, Ambient, Noise e attitudine Pop suona un po’ troppo confusionario
Big Black – Atomizer    (Usa 1986)   Noise Rock, Post-Hardcore   4,5/5
Non me ne vogliano i fan degli Shellac ma questa è la prima e la meglio riuscita creatura partirita dal genio di Steve Albini. Uno dei dischi più potenti e cattivi per sonorità, più deviati e malefici che la storia del Rock ricordi.

Max Sannella
The Sisters Of  Mercy – Floodland    (Uk 1987)   Dark   4/5
Velvet , Stooges e Bauhaus concentrati in un sottopelle da brivido, anche se per poco, ma da brivido.
Small Faces – From The Beginning   (Uk 1967)   Beat Progressive  4/5
La rabbia e la grinta nei live ed il beat in studio, formazione e disco seminali per il rockerama a venire
Social Distortion – Prison Bound   (Usa 1988)    Punk-Rock   4/5
Un grande esempio di punk energy al servizio di un brusco rock’n’roll.

Giulia Di Simone
Spiritual Front – Armageddon Gigolo’    (Ita 2006)   Neo Folk    3,5/5
Gesù è morto a Las Vegas bevendo whisky, mutilando corpi e assaggiando il frutto del peccato bestemmiando, e questo disco è il suono della sua marcia funebre.
CCCP Fedeli Alla Linea – Affinità – Divergenze Fra il Compagno Togliatti e Noi   (Ita 1986)   Punk   5/5
Capolavoro indiscusso partorito dalla mente malata di Giovanni Lindo Ferretti, paranoia allo stato puro.

Marialuisa Ferraro
Turin Brakes – Outbursts   (Uk 2010)   Alternative    4/5
Nel disco si esalta la linea melodica vocale, sorretta per lo più da sonorità in equilibrio fra elettrico ed acustico, in atmosfere placide, cantautorali a tratti e particolarmente suggestive, come nella title track.

Diana Marinelli
Atoms For Pease – Amok   (Uk 2013)  Rock Sperimentale, Elettronica    4/5
Un super gruppo nato probabilmente dalla voglia di suonare e di mescolare se stessi. Qualcuno in giro per il web si chiede quando finirà questa moda ma intanto il risultato e la miscela di Rock Sperimentale ed Elettronica potrebbe essere interessante.

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Keet’em Murt – Filosofia del Binario Morto

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Attivi dal 2008, hanno condiviso palchi con delle pietre miliari del Punk Rock. A cinque anni da Nero Disilluso ci presentano la loro ultima fatica musicale, Filosofia Del Binario Morto, un EP di sincero e rabbioso Punk Rock composto da sei tracce che volano e ti fanno venire voglia di ascoltarli ancora. I Keet’em Murt (chiaramente abbruzzesi), sono Ivano (chitarra e voce), Luca (chitarra e seconda voce), Dario (batteria), e l’ultima arrivata alle quattro corde Viviana. Questi quattro acidi, alcolici e ironici punk rocker, fotografano l’Italia odierna tra pusher, spensieratezza, rabbia, indifferenza, incertezza e no future.

Iniziano con “Essi Vivono”, una diretta descrizione dei potenti mascherati e subdoli che sembrano essere una specie senza possibilità di estinzione, se non con una rivoluzione. Non sò se i Keet’em Murt abbiano preso ispirazione dal film John Carpenter, però il fatto di aprire gli occhi e guardare il potere economico che risucchia la mente delle persone trasformandole in zombie ritorna spesso tra le loro parole, come in “Stretto”, una traccia dall’intro simile a “The Kids Arent Alright” degli Offspring.“Filosofia del Binario Morto”, singolo che da il titolo al lavoro, descrive attraverso la figura del tossico cittadino, la scelta di vivere al di fuori dagli schemi e dal perbenismo. Il tossico è colui che ha abbracciato la filosofia di vita dell’illegalità e delle finte gioie illusorie, è colui che se lo cerchi lo trovi al binario morto della stazione. Passiamo a “Mai Più”, brano dalle sembianze OI! che riguarda indietro a un tempo meno cupo, meno solitario, più facile e felice. “Romeo & Giulietta” è la favola in versione moderna e degradata, in cui i protagonisti sono un Romeo proveniente dai bassi fondi e una Giulietta ribelle. Si conclude con “Tutto Ciò Che sò”, una dichiarazione alcolica e marcia, immancabile in un Ep grezzo come questo.
Un disco per gli amanti del genere, un disco che nella sua tragicità appare spensierato, un disco veloce, un disco che nulla aggiunge alla scena ma rimane comunque sincero e fedele.

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All Female Bands (seconda parte)

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Continuando il viaggio intrapreso la settimana precedente sull’universo musicale femminile, affrontiamo il discorso sotto un’ottica tra Pop e Rock, tra massa e individuo.

Nonostante le girl-band siano certamente una realtà in crescita anche se comunque una minoranza (e ciò molte volte è dovuto al fatto che risulta troppo impegnativo riuscire a conciliare una carriera musicale con gli obblighi famigliari oppure nella difficoltà spesso di trovare giovani donne che suonino strumenti classicamente Rock come la batteria), bisogna anche riflettere su quanto invece sia estremamente facile trovare voci femminili, e come queste abbiano avuto e hanno tutt’ora potere e spazio nel panorama musicale.

L’interprete femminile, infatti, ha sempre ricoperto un ruolo importante nella musica in generale (ricordiamoci che personaggi come Mina, Patty Pravo, oppure Caterina Caselli hanno cavalcato le classifiche musicali per un lungo periodo) e che la voce raffinata e profonda di Mina sia stata riconosciuta non solo all’interno del panorama musicale nazionale, ma anche oltreoceano: nel 1961 This World we Love in – versione inglese di Il Cielo in Una Stanza – riesce a entrare all’interno della classifica dei singoli più venduti secondo Billboard, e All Music Guidela definisce come “One of the most popular and influential postwar italian artist”. Quindi la donna è stata importante e lo è tutt’ora all’interno della musica mainstream, che comunque rimane la musica maggiormente influente per l’opinione e la visione della donna, non solo nel settore,  ma anche nella società.

Ecco dunque che qui si pone un’ulteriore riflessione: spesso la donna viene accusata di utilizzare il proprio corpo come veicolo principale per promuovere la propria arte e di proporre un’immagine troppo ammiccante e non vicina alla realtà di tutti i giorni. Questo è vero? È giusto? È sbagliato? Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma ciò mi permette di ampliare la questione anche alla scena rock femminile. Parlando proprio con una componente di una all female band rock nostrana, le Rocker Pussy Grim, la questione è venuta a galla dopo che la cantante mi ha riferito di aver ricevuto una critica che affermava come il successo dei  gruppi Rock femminili non sia dovuto ad un fattore musicale, ma unicamente a una scelta di marketing e d’immagine. Non prendiamoci in giro, le Bikini Kill erano tutte donne, suonavano musica tecnicamente semplice, eppure non hanno avuto successo solo perché erano donne e basta, ma perché erano donne incazzate che gridavano al mondo la loro rabbia verso l’omofobia e i pregiudizi, promuovendo la parità dei sessi. Era una band che trasmetteva messaggi contro lo sfruttamento del corpo femminile utilizzando il corpo stesso. Un ossimoro certo, ma un ossimoro che colpisce, ha un significato profondo e risulta efficace. Anche noi in Italia non siamo stati da meno e avevamo una giovane Jo Squillo che, prima di buttarsi nell’Italo-Disco e successivamente diventare la regina della moda trash televisiva, capitanava un gruppo di donne Punk incazzate dal nome Kandeggina Gang. Non erano molto distanti dalle idee delle Bikini Kill, e nei loro testi l’odio verso l’altro sesso e verso una società perbenista, maschilista e noiosa usciva prepotente senza mezzi termini: “Che lavaggio del cervello tu non pensi che al tuo uccello, che lavaggio secolare tu non pensi che a scopare, orrore orrore mi fai vomitare” cantavano in Orrore del 1979. Insomma: erano delle adolescenti ribelli che al posto di fregarsene delle critiche che in quel periodo venivano rivolte verso la generazione giovanile – definita spesso fannullona e senza ideali – decisero di creare qualcosa di nuovo e forte per scuotere l’opinione della gente. Il futuro era in mano ai giovani e loro erano giovani, contro il perbenismo, e soprattutto consapevoli della loro forza.

Ora, continuando cronologicamente all’interno della storia musicale e arrivando dunque ai primi anni ’90, ecco che l’argomento delle girl-band e rispettivamente delle boy-band entra prepotentemente all’interno dell’immaginario collettivo. Inizialmente uno dei primissimi esperimenti discografici su questo fronte sono stati i Take That (da cui uscirà poi vincitore Robbie Williams) che nel giugno 1993 sfornano il loro primo singolo da top 10: Pray. Questi cinque ragazzi, grazie anche all’utilizzo del proprio corpo, diventano presto gli idoli di giovani teenager e giovani omosessuali sparsi per il mondo. Ovviamente, dopo questo enorme successo, l’industria musicale non si fa scappare l’occasione di investire in questo nuovo mercato, e pensa bene di allargare il cerchio anche alla sfera femminile, lanciando le ormai famosissime Spice Girls. Ora, per quanto siano state e sono per molti un gruppo di bassa qualità Pop e unicamente un prodotto discografico confezionato, le liriche delle Spice Girls,se si ascoltano attentamente,  nascondono al loro interno molti messaggi riguardanti l’indipendenza femminile, che presto diventerà parte integrante dello “Spice Brand(es. il DVD “Girls Power! Live in Istanbul” del 1997 con l’inserto “Girls Talk”). Messaggi d’individualità e del discorso Girl Power gli troviamo anche nella personalità differente di ognuna di loro, infatti ogni Spice ha una propria personalità e una propria collocazione sociale (Geri èquella sexy e determinata, Mel B l’afroamericana piercingata, Mel C la maschiaccia coi pantaloni della tuta, la dolce Emma e la fashion Victoria). Tutto questo,ovviamente, fa parte di una mossa studiata a tavolino per rispondere all’esigenza di aggregare in un unico brand (come una gang) diverse origini culturali. Tirando le somme, queste cinque ragazze hanno lanciato il messaggio che “L’individuo e la sua soggettività sono indispensabili e l’appartenenza ad un gruppo rende questi valori forti e rispettabili”. Ecco spiegato il motivo di tanto successo, le Spice, in fondo, altro non erano che delle figure di riferimento per tutte le giovani teenager che si aggregavano in gruppi di appartenenza mentre passavano la fase intermedia, quella in cui non ci si sente più bambine ma nemmeno ancora donne. Questo era il loro target d’audience, questo era il loro mercato, questo era ciò che rappresentavano. Noi italiani ovviamente ci siamo arrivati dopo, come sempre (quando mai i discografici nostrani sarebbe riusciti a guardare così oltre?!), e nei primi anni 2000 abbiamo fatto lo stesso esperimento con le Lollipop (che, per altro, si sono riunite e sono pronte per un nuovo tour).

Bene, tutto questo lungo blablabla sulle girl-band nel pop è servito a far risaltare ancora di più la potenza che l’immagine ha sulla cultura sociale e dunque quanto possa influenzare il collocamento della donna nella società. Il discorso su cosa sia giusto trasmettere attraverso la musica e in che modo sia opportuno farlo essendo donne potrebbe continuare all’infinito. Concludo dunque ricordando che le donne oggi fanno musica, sono libere di esprimersi, spesso sono consapevoli del potere che il loro corpo ha, spesso lo utilizzano per lanciare dei messaggi e altre volte, invece, per vendere dischi. In fondo il mondo è bello perché vario, ma vorrei che ogni donna potesse avere la libertà di salire su un palco senza preoccuparsi di mettersi una minigonna ed essere additata come una che lo fa per creare audience. Si piace così, e dunque perché non dovrebbe più essere vista come una musicista ma invece come una con due gambe e un paio di tette? Tutto sta negli occhi di chi guarda.

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Nimby – Not in my Back Yard

Written by Recensioni

Completamente autoprodotto, Not in my Back Yard porta con se un’ottima produzione, che riesce a mantenere quell’impatto e quella vena live grezza anche all’interno di un impianto stereo. Non a caso infatti è stato registrato e mixato dal produttore artistico Fabio Magistrali (Afterhours, One Dimensional Man)presso il Parco Museo Laboratorio dell’artista internazionale Nik Spatari, col quale è nata una collaborazione per la definizione dell’artwork del disco. I Nimby sono Tommaso La Vecchia (voce e polistrumentista), Aldo Ferrara e Francesco La Vecchia (chitarre), Gianluca Fulciniti (batteria), Stefano Lo Iacono (basso), Raffaele De Carlo (flauto e tastiere) e producono del sano e grezzo Alternative Rock contaminato da Psichedelia misto Grunge, con la giusta cattiveria pestata e momenti melodici nostalgici.

Ma parliamo un po’ di queste dieci tracce, che si aprono con un quieto synth a introdurre “This Lines Among Them”, brano che parte prepotente con una batteria tutta tom e rullante e che segna fin da subito il timbro sporco della band, ricordando però attraverso la melodica voce quella voglia di riprendere le sonorità del Rock sporco americano di fine anni ’80. Ancora rumore con “Day Hospital” che aggiunge distorsioni vocali al mix sonoro, mentre con la successiva “Sleeping” le atmosfere si fanno più pacate ed elettroniche. Grezza e potente è invece “N.I.M.B.Y.”, traccia che ricordando il nome della band e dell’omonimo album fa presumere sia quella che maggiormente rappresenti lo spirito del loro essere musicale. Tra una drum pestata a modi Pearl Jam, un flauto dalle sembianze celtiche e degli intramezzi musicali nudi e crudi, le successive “Church of Reason” e “Cinema” escono vincitrici tra tutte le tracce, regalando alle orecchie un’ottima miscela sonora complessiva. Chiude il cerchio la pacata e sperimentale “Rubber Moon” in cui si fondono suoni noise, flauto, piatti, tamburi e chitarra acustica, come se Ia band abbia voluto dire all’ascoltatore: “Ok, dopo questo lungo viaggio sonoro sei giunto al capolinea, ora riposati”, e io ora mi congedo e spengo lo stereo. Amen.

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