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VIAGGI MUSICALI | Intervista ai Maledetta Dopamina

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Esercizi Base per le Cinque Dita – Disboscamenti

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Ho scoperto questo nome quasi per caso, su consiglio di un amico con il quale si parlava di canzoni tristi, malinconiche, angoscianti e funeste. Ho cercato di capire chi si celasse dietro ad un appellativo tanto strano ma le notizie erano sfuggenti e la stessa biografia assomigliava più a un esercizio di stile sarcastico che non a una vera descrizione dell’artista. Ho ascoltato il disco omonimo e ne ho apprezzato lo stile diretto, i testi provocatori e aggressivi, pieni di giochi di parole pungenti e ben supportati da un sound energico seppur minimale e quasi Lo Fi, con chitarre graffianti e sezione ritmica aggressiva. Ho ascoltato (le prove di zenobio) ed ho assistito a un deciso cambio di direzione, con un suono non troppo dissimile ma più attenzione agli arrangiamenti e soprattutto con una maggiore scrupolosità nella parte vocale, sia testuale sia musicale. La vera svolta arriva con Dalle Viscere, uscito nel 2013. Il Rock vigoroso e incontenibile dei primi Ep lascia spazio a una più deprimente miscela di Folk, Lo Fi, Slowcore; la voce si rinnova in maniera netta, volutamente monotona, sommessa, abbattuta. Il disco non ha niente di troppo originale, non sembra essere nulla che non si possa evitare di ascoltare eppure ha qualcosa che affascina oltremisura. Ogni brano parla di disperazione, suicidio, tristezza, dolore e ogni altra sventura umana in maniera talmente diretta e coercitiva che quasi pare un derisorio gioco di esorcizzazione del tormento. Credo di non aver mai inteso trattare un tema come la disperazione in modo tanto ingente. Questa era la forza di Esercizi Base per le Cinque Dita, la sua capacità di affrontare un tema delicato in maniera grottesca, quasi irreale, affogando le parole in un sound devastato come le frasi che recita, con uno stile vocale peculiare e incisivo. Partendo da questa premessa, la curiosità verso Disboscamenti era ovviamente tantissima ma con essa la consapevolezza che non sarebbe stato facile continuare il percorso di allontanamento dal sound convenzionale degli esordi eppure evitare un accanimento su quello stile velenoso che caratterizzava Dalle Viscere. C’è ancora un tema centrale nell’opera; questa volta si canta l’assenza, intesa come malinconia, segregazione, confusione, rimpianto, inquietudine e disorientamento. La cosa lascerebbe supporre una specie di capitolo due alla scoperta delle miserie dell’animo umano ma, come vedremo, Esercizi Base per le Cinque Dita riesce al tempo stesso a dislocare dal passato senza però arrivare a tagliare di netto i legacci che lo strozzano a se stesso. Più attenta la cura del suono e degli arrangiamenti, evidentemente grazie al lavoro di Giovanni Mancini, produttore artistico del disco, ma anche grazie all’aiuto di Matteo Panetta al violino, di Luciano Cocco alla batteria e di Simone Alteri alle chitarre. Sono introdotti elementi elettronici e Giovanni Spaziani (è lui l’uomo dietro al moniker) non ha paura di osare, con brani inquietanti e certamente fuori dal comune alternati ad altri indiscutibilmente più sbottonati e conformi agli standard del cantautorato più apprezzato. I punti di riferimento restano gli stessi del passato, De André, De Gregori, Dalla ma stavolta sembra aggiungersi lo stesso Esercizi Base per le Cinque Dita tra le influenze, cosa che può essere vista sia positivamente, come consapevolezza di uno stile personale e ben riconoscibile ma anche come un’incapacità di rinnovarsi davvero con adeguatezza. Disboscamenti è sicuramente il lavoro più curato della sua produzione, solitamente molto grezzo nei suoni, ma stavolta quell’indigenza non lascia crepe nel sound; Disboscamenti è però anche il lavoro più problematico, con l’obbligo incombente di superare il passato e queste difficoltà finiscono per delimitare i termini stessi del disco. Quasi tutti i brani sono un riassunto delle esperienze passate, quelle più Rock degli esordi e quelle più Slowcore degli ultimi tempi e l’impressione è che, anche nei testi, Esercizi Base per le Cinque Dita non abbia lo stesso mordente, con alcune forzature stilistiche di basso livello. Se dunque è evidente una crescita da un punto di vista estetico quello che viene meno è lo spirito di chi canta, come se non credesse davvero a ciò che sta cantando e, per il suo stile che punta moltissimo sull’empatia, è un chiaro punto a sfavore. Un’opera che va certamente ascoltata con attenzione, che io stesso sto ascoltando diverse volte e che mi fa mutare opinione ad ogni ascolto ma che, forse, poteva essere molto di più di quello che non sia in realtà. Se tre anni fa, Esercizi Base per le Cinque Dita aveva tanto da dire, ma non sapeva bene come farlo, ora sa esattamente come fare, ma non sa bene cosa dire.

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Codeina

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Ciao ragazzi. Complimenti per la vostra ultima fatica Allghoi Khorhoi. Partiamo da una domanda banale ma necessaria. Che c’entra il nome di una creatura leggendaria, un enorme verme che vive nel deserto del Gobi con i Codeina e la vostra musica?

Ci piaceva l’idea di un verme, per consuetudine creatura infima, non considerata, disprezzata, che in questa occasione assume una posizione di forza. L’Allghoi Khorhoi è un mostro mitologico che si nasconde in lunghi cunicoli scavati sotto il deserto e attacca l’uomo con scariche elettriche o secernendo acido. Quest’essere è talmente radicato nel folklore di quelle zone che ancora oggi la sua figura è vissuta con grande rispetto mantenendo allo stesso tempo il potere di incutere timore. L’abbiamo interpretato come un simbolo di rivalsa, di ribellione dal basso. Una rivoluzione nascosta e silenziosa, che striscia nelle profondità del terreno ed è pronta a esplodere all’improvviso.

Passiamo a voi. Come nasce una band come la vostra e un album come Allghoi Khorhoi?

I Codeina nascono nel 1998 in uno scantinato di periferia. Da qui passano gli anni accompagnati da tanti cambi di formazione alla ricerca degli elementi più “psico-sociopatici”. I Codeina che vedete oggi suonano insieme da tre anni e, fortunatamente, non si registrano danni a persone o cose. Allghoi Khorhoi non è nient’altro che la naturale evoluzione di Quore. Hidalgo Picaresco, il nostro primo album. Un’“evoluzione” del processo creativo, con un approccio più libero e maturo alla proposta e all’elaborazione del pezzo. Allghoi Khorhoi è la prosecuzione di un’esigenza comune di tradurre in musica disagi e insoddisfazioni quotidiane, da una sfera personale e intima a un’altra più ampia e strutturata, sociale e culturale, che riguarda l’intero nostro paese.

La codeina è un derivato della morfina ma Codeine è anche il nome di un mitico gruppo Slowcore statunitense. A quale di questi due paragoni siete più legati? Conoscevate la band di Stephen Immerwahr al momento di scegliere il nome e c’è qualcosa che vi lega, musicalmente parlando?

Dovendo scegliere a cosa siamo più legati, sicuramente sarebbe il derivato della morfina. Ai tempi non conoscevamo i Codeine e non esiste un legame musicale nonostante sia un gruppo che oggi apprezziamo.

Ascoltando i brani di Allghoi Khorhoi sembrano ritrovarsi diverse chiavi di lettura. C’è qualcosa in particolare che unisce le dodici tracce, sotto l’aspetto delle tematiche trattate più che, ovviamente, sotto quello puramente musicale?

Senza alcun dubbio il nervosismo quotidiano. Ogni singola traccia nasce come un esercizio atto a reprimere, veicolare ed espellere il nervosismo che viviamo quotidianamente in qualcosa che sia legale, lecito e magari anche terapeutico.

La vostra musica rimanda soprattutto al più canonico Alternative Rock in lingua italiana. Gli scomodi paragoni si rifanno a Verdena, Afterhours e Teatro degli Orrori. Quanto c’è di vero in queste similitudini? Quanto sono cercate e quanto sono naturale evoluzione dovuta alla vostra formazione personale?

Afterhours direi forse per i primi dischi, per gli altri due paragoni le fonti “estere” da cui hanno e abbiamo attinto sono prettamente le stesse. Noi non facciamo che suonare ciò che maggiormente ci piace ascoltare.

La scena alternativa (passatemi il termine) italiana si sta spaccando pericolosamente in due tronconi. Da una parte il cosiddetto Indie Pop Cantautorale stile Dente, Luci e Brunori, Lo Stato Sociale e dall’altra chi prova a suonare più Rock, violento, nudo e crudo. Per ora il pubblico sembra apprezzare più i primi ma è veramente una questione di scelte o piuttosto un sapersi “vendere” con più efficacia?

Pensiamo si tratti di scelta della massa: semplicemente il cosiddetto pop cantautorale è parte della storia musicale italiana che tutti conoscono (Battisti, De André, Dalla, De Gregori, Guccini ecc ecc.) mentre non ci vengono in mente gruppi per così dire “violenti nudi e crudi ” che abbiano un seguito di simili proporzioni… Basta chiedersi quale sia ancora oggi il festival musicale più importante in Italia…e la risposta si delinea ancora di più. Poco cambia in ambito “alternativo” perché siamo da terzo mondo in materia di cultura musicale e non solo…

Tornando a questa questione, sembra sempre più raro vedere andare a braccetto la qualità e, conseguentemente, il riconoscimento della critica, con i numeri dati dalle vendite di Cd e merchandising, oltre che di ingressi ai live e chiamate per i concerti. Qual è allora il problema, se esiste un problema?

Pubblicità, interessi, soldi. Una proposta musicale sui mass media è incentrata esclusivamente su questi valori. Incapacità o svogliatezza di giudizio critico dal lato del ricevente.

Dall’ascolto di Allghoi Khorhoi, emerge un lavoro intenso, carico di rabbia eppure non troppo originale nello stile. Quanto conta oggi suonare diversi dagli altri e quanto è utile e importante, in termini di riconoscimento di pubblico e critica, essere diversi in superficie e quindi formalmente o piuttosto nella sostanza?

Credo sia un po’ arduo in questo preciso momento storico avere l’obiettivo, la capacità e la superbia per poter anche solo pensare di fare musica “diversa e originale”. Ci concentriamo più su un lavoro di sostanza.

Recentemente, in occasione del M.E.I., mi è capitato di leggere diverse discussioni circa il ruolo attuale delle etichette. Da una parte chi sosteneva che siano le band a dover fare gran parte del lavoro di “formazione” di una base di fan per rendersi appetibili alle label e dall’altra chi ritiene più opportuno che siano le stesse etichette a fare il lavoro che far crescere le band, in ogni senso. Voi da che parte state? Che rapporto avete con la vostra etichetta?

Noi non abbiamo alcuna etichetta. C’è un po’ di verità in entrambe le affermazioni ma credo che la situazione generale a livello di etichette e fondi sia abbastanza grigia e al limite della sopravvivenza. Per cui fanculo e DIY!

Torniamo al disco, Allghoi Khorhoi. Provate ad essere sinceri. Quali brani sono quelli che più sentite vostri, rappresentativi del vostro stile e del vostro carattere? C’è almeno un pezzo che proprio non vi piace?

Sono tutti lati dello stesso carattere, nessuno escluso. Va bene autodefinirsi “psico-sociopatici” ma non siamo ancora del tutto pazzi da inserire nel disco materiale che non ci piace. Oltretutto non abbiamo imposizioni, pressioni o obblighi contrattuali cui sottostare.

Che rapporto avete con la critica musicale? Su Rockambula avete avuto una sufficienza e parole buone ma tiepide. Ha ancora un valore che vada oltre la mera propaganda, il lavoro del critico/opinionista musicale?

Per il primo album abbiamo contattato direttamente webzine e riviste, ottenendo stranamente un buon riscontro sia in termini di numeri sia oserei dire di critica… per Allghoi Khorhoi siamo solo all’inizio.Tante volte ci può essere mera propaganda dietro al critico. C’è chi si improvvisa critico o chi si trova a recensire qualcosa che detesta o di cui non ha un background conoscitivo. In ogni caso dietro una recensione, positiva o negativa che sia, si capisce subito se chi sta analizzando un disco ha gli strumenti giusti per poterlo fare o meno.

Perché un ipotetico lettore di Rockambula, che si trova davanti a centinaia di consigli e suggerimenti ogni mese, dovrebbe dedicare a voi un’ora della sua vita?

Perché il disco dura 44 minuti e noi gli regaliamo i restanti 16 minuti per fare ciò che più gli piace.

Quando e dove potremo vedervi suonare dal vivo? E che tipo di spettacolo dobbiamo aspettarci?

“Il più grande spettacolo dopo il big bang”. A breve ritorneremo a calcare le scene partendo dalla Brianza e Milano.

Ciao e speriamo di vederci presto.

Grazie, a presto!

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Mirco Menna – Io, Domenico e Tu

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Più che esser di fronte a una classica operazione nostalgia ci troviamo davanti a un piccolo sussidiario che riassume in breve le origini della musica italiana. In fondo (si può dire senza problema) se non ci fosse stato Domenico Modugno come si sarebbe evoluto il panorama musicale italico? Probabilmente, a distanza di oltre sessant’anni dall’esordio del grande cantautore di Polignano a Mare, non ci sarebbero stati neanche grandi autori quali De Andrè, De Gregori, Paoli, Battiato, Capossela e chi più ne ha più ne metta. Come dire: tutto ebbe origine da lui. Ecco quindi spiegato il sincero omaggio a un artista che ha segnato indelebilmente la storia del secolo scorso e la cui “Nel Blu Dipinto di Blu” è senza dubbio la canzone italiana più nota al mondo. Il progetto nasce dall’intensa attività live di Mirco Menna che ha voluto concretizzare in Io, Domenico e Tu tutta la sua passione verso Modugno e le sue opere. Protagonista è il carattere inconfondibile del cantautore bolognese Mirco Menna che porta in scena un lavoro che non racconta solo un concerto registrato presso La Casa della Musica di Trieste mentre era accompagnato sul palco da Enrico Guerzoni al violoncello, Maurizio Piancastelli alla tromba e tastiere e Roberto Rossi alla batteria, percussioni, flauto e cori. Mirco Menna, bolognese di origine, classe 1963, autore e compositore, del resto aveva dimostrato tutto il suo valore già in passato nei suoi dodici anni di carriera ricevendo persino i complimenti di Paolo Conte e vantando collaborazioni eccelse quali quella con Fernanda Pivano in Ecco, suo disco del 2006. Per chi volesse poi confrontarsi anche col suo talento letterario consigliamo vivamente anche ‘118 frammenti apocrifi’, sua prima opera letteraria da poco uscita per Editrice Zona. Bellissimi anche gli interventi di Patrizia Cirulli in “Tu si ‘na Cosa Grande”e di Mario Incudine in “La Ronna Riccia” Un lavoro che si discosta leggermente dalla produzione de Il Parto delle Nuvole Pesanti, di cui Mirco Menna è il cantante e frontman dopo l’uscita dal gruppo di Peppe Voltarelli ma che certamente non mancherà di entusiasmare tutti i suoi fan. Soprattutto quando sentiranno l’originale esecuzione di “Vecchio Frack” e “Malarrazza”. Quest’ultima anche mi fa tornare alla mente una versione (molto differente ma sempre di ottimo livello) che vidi un paio di anni fa su Youtube con Carmen Consoli che duettava con artisti quali Kaballà e Mario Venuti.

Nel disco trovano spazio anche diverse canzoni “minori” di Modugno quali “La Donna Riccia” (fra i più umoristici e sarcastici tra quelli del cantautore) e “U Pisci Spada” (che originariamente era intitolato “Lu Pisce Spada”). Curiosamente tra l’altro i due brani erano il lato a e il lato b del terzo singolo di Modugno che all’epoca venne stampato anche in versione 78 giri! Un progetto insomma quello di Mirco Menna  variegato ed autentico che mette in evidenza l’ecletticità sia di Menna che del grande Mimmo.

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Alex Bandini – Signore e Signori Buonanotte

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Ecco un bell’esempio di chi lavora e plasma la musica con fantasia e fatica. Il primo disco di Alex Bandini (in realtà ne pubblicò uno nel 2012 sotto il nome IlSogno IlVeleno) sa essere a tratti leggero come una piuma e a tratti pesante come un macigno. Macigno che ci dobbiamo portare dietro di questi tempi e senza tante lamentele fischiettiamo melodie per alleviare la fatica e la paura. Utilizzando i muscoli e tutta la nostra immaginazione. Alex sfodera dieci canzoni dove tutto è ben amalgamato e ben tenuto nella classica forma cantautorale di storia. Il ragazzo però non cade, per sua fortuna, nella trappola di molti suoi colleghi che arrivano a sfiorare le corde dei vari mostri sacri italiani, scadendo in facili copie carbone dei vari De Gregori, De Andrè e Dalla. Alex Bandini invece attira verso di se tutte le ispirazioni (ci butta dentro anche Battisti e aggiungerei perché no?) ma non si ferma a farsele scivolare sulla pelle. Le immagazzina dentro, le lavora per poi soffiarle fuori, con quel filo di voce che al primo ascolto pare sembrare sintomo di timidezza e riservatezza, ma nasconde una grande potenza in ogni singola parola che sussurra. Le influenze del cantautore abruzzese non sono prettamente musicali e lo si capisce già dal primo brano del disco, dedicato allo sceneggiatore Ennio Flaiano (che lavorò in molti dei capolavori di Fellini). L’atmosfera leggiadra della canzone ci porta direttamente sull’onirico set di “8 e 1/2”. Da un filo di voce esce: “la solitudine non è un delitto se aiuta la poesia ad essere magia”. E se questa frase fosse stata gridata, sarebbe stata meno forte.

L’amalgama viene poi arricchito da arrangiamenti per nulla banali, che anche qui cercano ispirazione nel cinema italiano. Spesso strizzano l’occhio a Morricone e ai western italiani, omaggiati con “Il Grande Silenzio”, dedicata all’omonimo film di Sergio Corbucci. Il lavoro di produzione (compiuto da Alex insieme a Gianluigi Antonelli) è a dir poco sopraffino, la scelta degli strumenti è studiata sapientemente in modo da fornire ad ogni brano il giusto tappeto su cui stendersi e prendere forma. I suoni mandano ad un altro livello pezzi come “Antonio Vecchio Pazzo”, triste e malinconica decadenza dei sogni di un comunista vecchio stampo, e “Paese Sera”, uno spaccato dell’Italia fatto di semplici ma straordinari episodi. Tra realismo e (di nuovo!) Federico Fellini: “musicisti e ballerine dentro i cabaret le luci al neon, in bianco e nero”. Questo è un disco che si fa ascoltare innumerevoli volte. Ricco di dettagli. Ci tiene sull’attenti alla ricerca di qualche nuovo particolare, di qualche nuovo personaggio così strambo, eppure reale e così vicino a noi. Questo disco ti pianta con le orecchie davanti allo stereo. Gli occhi possiamo tenerli chiusi che di immagini già ne sentiamo passare una marea.

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Luca Laurini – Il Look degli Animali Domestici Vaganti

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Nel comunicato stampa il nuovo lavoro di Luca Laurini titolato Il Look degli Animali Domestici Vaganti è riassunto e/o descritto nel seguente modo: “Ciò che rende l’uomo che vaga per la città simile agli animali che scorrazzano nella fattoria è il look, essenzialmente. Per tutto il resto l’uomo deve fare ancora molta strada”. Quindi deduco di assomigliare all’asino, nero e sciocco. Si capisce subito la simpatia innata dell’artista di Fidenza, soprattutto con le sonorità solari del brano di apertura “Poeta”. Di poetico trovo ben poco, trovo molto da sorridere e questo di certo non è sempre un bene, una sorta di creazione di frasi fatte volontarie e involontarie. Al momento niente di buono viene fuori e sento crescere il nervosismo quando ripenso alla parola “Poeta”. Ma sapete cosa significa Poeta?

Ecco che arriva come un bianco cavallo sulla spiaggia (e non posso non pensare al video famosissimo di Jo Donatello) il singolone del supporto “Menomale”, brano in rotazione radio, il punto di forza dell’intero album. Ci troviamo davanti il classico testo di protesta sociale, il solito Mario che non riesce ad arrivare a fine mese, precario e inevitabilmente sfigato come pochi. Il tutto accompagnato da riff rigidamente Folk e una voce chiara ma impassibile. Sarà ma inizio ad avere lo stufo di questa necessità di rimettere continuamente in evidenza il fatto che siamo tutti poveri, disoccupati e sfigati. Lo siamo, non c’è bisogno di ripeterlo fino alla morte. Finalmente un reggaettino scaccia pensieri con “Il Più Simpatico”, pezzo che si lascia scivolare addosso senza richiedere troppa attenzione, finalmente evitando i testi il ritmo reagisce bene. Fischiettando entra in scena la Emo demenziale “Come mi Volevi Tu”, non riesco a capire se devo prendere la canzone in maniera ironica o meno. Salto alcune cose e arriva “Mariarosa” che sembra un brano delle peggiori produzioni di Nek. “Fra Diavolo” ricopre al momento la carica di elemento migliore de Il Look degli Animali Domestici Vaganti, cantautorato simil De Andrè con punte di vera passione. A questo punto rendo grazia per aver trovato frammenti di validità e intravedo la salvezza della musica di Luca Laurini. Poi fino alla fine del disco non succede niente di importante, tutto ritorna come il resto, nulla di nuovo su basi Elettro karaokiane, quello che non vorresti mai dalla musica di qualità. Non sono ancora riuscito a capire se Luca Laurini con Il Look degli Animali Domestici Vaganti volesse giocare oppure fare sul serio perché da quello che ascolto mi rendo conto di avere tra le mani un disco brutto. Non è ironico, non è passionale. Allora che roba è?

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“Tutti a Teatro” è il nuovo video di NICODEMO (Feat. Microlux)

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“Tutti a Teatro” è il secondo singolo estratto da VIOLA, il nuovo album di Nicodemo uscito ad Ottobre 2013. Il videoclip, il cui soggetto è dello stesso Nicodemo e del regista Luigi Marmo, è stato prodotto dall’etichetta XXXV in collaborazione con Hobos Factory per la parte tecnica. Realizzato nella Sala Teatro Comunale “Oscar Barba” di Cava de’ Tirreni (Sa) con la partecipazione di Elaine Bonsangue (attrice protagonista della serie Rai “La Squadra”), Peppe Bisogno, Geltrude Barba, Antonio Coppola, Salvatore Maniscalchi, Pietro Paolo Parisi, Alex Giordano, Giovanna Napolano e Gianluca Cestari (Opera Circus) e di alcuni amici del cantautore, molti dei quali musicisti appartenenti al panorama underground.
Nicodemo descrive così l’idea incarnata dal video:
“Gli spazi e le vetrine mancano, non certo gli attori, musicisti, pittori e poeti…
Di stacanovisti della passione, nel nostro Paese, ce ne sono a migliaia e mentre in altre Nazioni la questione viene politicamente affrontata con attenzione e soprattutto predisposizione, da noi sembra tutto lasciato al caso, perchè la cultura non è ritenuta, in termini d’investimento, un settore su cui puntare.
‘Tutti a Teatro’ descrive le difficoltà di un mondo a molti sconosciuto.
Giovani e meno giovani che negli scantinati (quasi a doversi nascondere come i carbonari), pensano e realizzano cose fantastiche: Attori che nell’androne di una Parrocchia provano incessantemente uno spettacolo innovativo e laico; Pittori costretti a pagare per vedere esposte le proprie opere in un negozio d’abbigliamento; Poeti alla disperata ricerca di Editore che faticano così tanto che di poetico rimane solo l’impegno; Band in comprovato deficit di danaro ed autostima, ma che pur di suonare percorrono chilometri e chilometri a proprie spese e per il solo amore della musica (c’è anche da dire, però, che spesso il panino è offerto dalla casa)! Viviamo in un Paese, per antonomasia definito ‘dell’Arte’, che continua a dimostrarsi poco vicino a chi con le proprie capacità e doti vorrebbe camparci. Tra la gente normale c’è ancora chi non crede che il musicista o il poeta possa essere un “lavoro” e questo accade mentre la Tv c’imbottisce di format filoamericani e soprattutto mentre in alcuni garage italiani ci sono, ben nascosti, perseveranti e protetti dall’umidità , nuovi De Andrè o Guttuso.”

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Voglia di X-Factor? Fattela passare. Rock the Monkey!

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Rockthemonkey

Rock the Monkey! Manuale di sopravvivenza per non perdersi nel mondo della Musica.

Oggi più che mai, causa l’avvento e l’affermazione dei più disparati reality di carattere musicale, sempre più paiono i giovani cantanti decisi a intraprendere la “carriera” del musicista ma, allo stesso modo, tantissimi, forse la maggior parte, finiscono per perdersi nelle delusioni, nelle illusorie speranze, nella fama che dura un attimo, nella scarsa preparazione. Pochissimi sono i veri talenti tirati fuori da questi pseudo talent show e probabilmente saranno più i veri talenti che per colpa di questi talent show hanno rinunciato per sempre a scavare nel proprio Io alla ricerca del meglio di se e a intraprendere le strade migliori per far sì che questo talento potesse realmente venire fuori. Per cercare di indirizzare i ragazzi più capaci verso la via ripida e faticosa che rende veri artisti, David A. R. Spezia e Massimo Luca hanno realizzato un manuale che consigliamo vivamente a tutti questi ragazzi, pieni d’idee e con la passione che poi è la stessa che muove anche noi. Per capire meglio di cosa si tratti, abbiamo intervistato i due autori di questo Rock the Monkey!.

Ognuno di noi ha sognato, almeno una volta, di diventare una rockstar. Ma la musica non è solo un sogno, per tanti è una “scimmia” in grado di creare dipendenza e di trasformare chiunque in un perenne cercatore d’oro. Quanti hanno messo in piedi una band con gli amici e hanno iniziato a muoversi nell’universo musicale italiano: i pezzi scritti in saletta, la ricerca di locali dove suonare e di un’etichetta discografica, con l’obiettivo di far conoscere il proprio talento e diventare famosi.

Ciao David A. R. Spezia (scrittore) e Massimo Luca (musicista al fianco, tra gli altri, di Battisti, De André, Mina, Bennato, Dalla, Vecchioni, oltre che compositore e produttore di talenti come Grignani e Antonacci). Come state? Andiamo subito al dunque. Rock The Monkey, un manuale per diventare una Rockstar. A chi è venuta questa idea e perché soprattutto?
David: la scintilla l’ho avuta una mattina. Erano vent’anni che non sentivo Massimo. Ho recuperato il suo numero di telefono da un amico comune e l’ho chiamato. Lui si è ricordato subito.  Io sono stato molto diretto, devo dire, col senno di poi. Gli ho chiesto: “Massimo. Vuoi scrivere un libro?”. Dopo aver spiegato a grandi linee il progetto, ha subito accettato. Qualche giorno dopo ci siamo visti e abbiamo cominciato. Il libro ha preso immediatamente la sua impronta e l’idea è stata sviluppata e portata avanti grazie alla sua grande esperienza nella musica. Come scriviamo nel capitolo intitolato ”Intro”, siamo diventati una chimera. La fusione di due entità: lo scrittore e il musicista. Da qui è nato il nostro libro.

Massimo: Sì, oggi tutti vogliono apparire e lasciare una traccia di se stessi sulla Terra. Questa è una vera e propria sindrome! La causa va attribuita ad una televisione populistica che lancia in modo più o meno evidente messaggi che esasperano troppo il senso dell’edonismo! Il libro/manuale cerca di riportare il lettore in una dimensione normale raccontando quello che sino a qualche anno fa è stato il mestiere più bello del mondo. Il messaggio è evitare di fare i fenomeni da baraccone e migliorare la propria personalità artistica attraverso lo studio e la conoscenza fino al raggiungimento di uno stato di eccellenza. La scimmia? È la passione che non ci fa sentire la fatica. È una donna che ami senza essere riamato!

Ho letto il libro e, vista la presenza di David A. R. Spezia, mi aspettavo una narrazione meno schematica, quasi più un racconto dentro il quale s’inserissero le vostre idee. Invece si tratta proprio di un manuale, nel senso più classico del termine. Come mai questa scelta narrativa?
David: io direi che la scelta della prima persona nella narrazione, abbia portato il libro a essere meno “saggio” e più “manuale esperienziale”. È vero che si trovano pagine dedicate ai trucchi del mestiere, magari con elenchi di cose da fare e da non fare, però in tutto questo si inseriscono aneddoti della vita di Massimo: le sue esperienze dirette con Lucio Battisti per esempio, o di come abbia portato Gianluca Grignani al successo del primo album. Il libro vuole dare consigli, senza essere però pretenzioso. È come se qualcuno mi raccontasse la sua vita: ciò che una volta accadeva nelle botteghe degli artigiani nei confronti del garzone. Oggi questo non esiste più: ognuno fa musica e pretende di farla senza aver voglia di imparare l’arte e il mestiere.

Personalmente non sono mai stato un grande amante dei “manuali”, quei libri che pretendono di dare risposte, preferendo i testi che favoriscono il dubbio. Tuttavia in Rock The Monkey c’è qualcosa di diverso. Cosa lo distingue sostanzialmente da un manuale per smettere di fumare, uno per perdere peso, e cosi via?
Massimo: in effetti, non è un vero e proprio manuale; il titolo è ammiccante, quasi umoristico! In realtà, a parte alcuni consigli dovuti dall’esperienza, è un passaggio di testimone tra due generazioni che sono abbastanza distanti! Qui nessuno insegna niente a nessuno! Ho voluto “restituire” il dono che ho ricevuto quando ero poco più che un ragazzo. Il “dono” è tutti gli insegnamenti che i “vecchi” mi avevano regalato e che hanno contribuito non poco a far divenire la mia carriera quasi leggendaria. Dopo cinquant’anni ho voluto restituire ai più giovani questo “dono”.

Nella scrittura ho notato alcune cose caratteristiche. Esempio, frasi brevissime, tanta punteggiatura e “a capo”. Una fluidità anche eccessiva talvolta. Inoltre, molte note talvolta elementari e ripetizione dei concetti (cosa che nei manuali si nota spesso). A cosa è dovuta questa scelta espressiva?
David: il motivo è che quando si chiede a qualcuno di insegnarci qualcosa, questa persona deve cercare di esprimersi in maniera diretta e semplice. Ogni concetto deve essere fissato con pochi e facili termini. Ripetuto più volte per essere metabolizzato. Visto che la narrazione è sempre in prima persona, bisogna immaginare che è come se ci fosse Massimo a parlarmi in quel momento. Quando c’è dialogo, difficilmente si hanno frasi lunghe, tortuose, “teatralmente compite”. Non sarei alla scuola di un artigiano, al contrario, sarei alla lezione di un professore che non farebbe altro che conciliare il sonno. Per quanto riguarda le note, invece, il motivo deriva dal fatto che il libro è davvero pensato per tutti, anche per chi non sa niente della musica. Cose che per i quarantenni sono normali, per i ventenni non lo sono per niente.Chiedi a un ragazzo chi era De Andrè.

A chi si rivolge il volume? Avete pensato a qualcuno in particolare o a una categoria precisa quando avete deciso di scriverlo?
David: Rock The Monkey! è per tutti. È per i musicisti che vivono di musica. Per chi ha tentato la strada della musica e oggi fa altro. Per chi vuole iniziare questo percorso e non ha la minima idea di quello che lo aspetta. Soprattutto, è un manuale di vita che raccoglie aneddoti e pensieri di anni di palco e retropalco in un periodo in cui la musica era spumeggiante, viva, prepotentemente alla ricerca di se stessa. Mi ha fatto piacere leggere il commento di una lettrice, non musicista, che ha scritto che il libro è una “scusa che ti fa capire come affrontare la vita”.

Nel libro si afferma giustamente l’idea che, chi ama la musica, non dovrebbe inseguire il successo. Ma in fondo chi ama fare musica desidera anche condividere le sue emozioni e il successo è l’estremo della condivisione. Dunque, sono veramente cosi antitetici la passione vera per la musica e la voglia di inseguire il successo, inteso non in termini economici ma di pubblico?
Massimo: dico sempre che il successo è “dentro” di noi. Ricordo che negli anni 60 il successo lo decretava il pubblico quando ascoltava un complesso o un cantante. La balera “piena” di gente era il successo. Significava continuità, e la continuità significava sopravvivenza! Nessuno di noi ambiva a fare dischi! Noi volevamo solo “lavorare”, cioè suonare sopra un palco sapendo che domani ci sarebbe stato un altro palco e così via. Il disco era la fase terminale del progetto artistico. Quando centinaia di migliaia di persone conoscevano quel tal cantante o gruppo, mettere un disco sul mercato voleva dire averlo già quasi venduto! Oggi la televisione parte da quella fase terminale, e cioè al contrario. Si parte dal “successo” per finire a casa propria senza che nessuno noti che siamo scomparsi. E questo perché il “gioco” prevede un nuovo vincitore. Se questa è una carriera!

Altra cosa, parlate giustamente di live e indicate questa come una delle strade migliori per fare la necessaria gavetta. Eppure (anche noi con Streetambula organizziamo eventi) non tutti riescono a trovare spazi e date, vuoi per la concorrenza spietata di Tribute Band e Dj improvvisati, vuoi perché al pubblico della musica interessa meno che mai, vuoi perché pochi sono i locali attrezzati, vuoi perché pochi sono i gestori appassionati (molti i localari, come li chiamate nel manuale). Come si può indicare un problema, come la soluzione?
Massimo: localari a parte (c’erano anche cinquant’anni fa!) il problema vero, a mio parere, è la qualità del repertorio! Oggi quasi nessuno è più in grado di scrivere una canzone di quelle che si canteranno tra trenta o quarant’anni. E quindi si capisce il successo della “Tribute Band” che replica a papera un successo già conclamato dall’originale! La gente ha bisogno di cantare le canzoni e quelle di oggi sono solo note che si inseguono spesso senza nessun talento o logica artistica. Un giorno qualcuno disse che TUTTI potevano scrivere una canzone e il risultato è purtroppo visibile! E visto che sognare non costa nulla,immaginiamo un ragazzo in una balera qualunque di periferia che canta una nuova canzone tipo “La canzone di Marinella” o “Fiori rosa, Fiori di pesco”. La gente sgranerebbe gli occhi dalla sorpresa, esattamente come avevo fatto io quando ho sentito i Beatles dal vivo nel 65.

Personalmente ho notato un certo addolcimento del Rock moderno, meno propenso a esprimersi con aggressività, sia musicale sia testuale, specie in provincia. Quanto questa tendenza può essere data dal fatto che è più difficile suonare per chi sceglie strade di questo tipo? Stesso discorso per la sperimentazione. Chi osa e cerca veramente di essere originale ha meno chance e porte cui bussare?
Massimo: il Rock moderno non esiste! Non c’è più Rock, tantomeno in Italia! Dico sempre che il Rock non è una chitarra “distorta”. Il Rock è una filosofia di vita. Il Rock, quello vero, aveva testi dissacranti, quasi pornografici. Simulavano l’orgasmo! Quello di oggi è vile Pop mascherato con chitarre “power” che simulano il SUONO del Rock ma che Rock non è. La responsabilità dei nuovi “mostri” sacri attuali è grave! Loro (forse) sanno la verità ma se ne guardano bene dal divulgarla. C’era molto Rock nelle canzoni di Bob Dylan, anche se non c’era “rumore”. Oggi c’è molto rumore per nulla! A mio parere Vasco è più rock di quello che scrive.

Nel testo, a un certo punto, fate una lunga carrellata di artisti italiani, da Vasco a Grignani. Mancano però nomi nuovi. Chi sono gli artisti che, seguendo la strada indicata nel manuale, oggi possono dirsi delle Rockstar? Intendo artisti giovanissimi.
David: dipende sempre dal concetto di “Rockstar”. Se con questo termine intendi il successo e il conto in banca, direi che ce ne sono parecchi di esempi, oggi. Come diciamo nel libro però, il successo non si misura in una stagione. Bisogna ragionare in anni. Abbiamo inserito una lunga carrellata di vincitori dei due talent televisivi più seguiti: è curioso leggere i nomi delle prime edizioni e vedere, in chi ti sta di fronte, l’espressione tipica del “non l’ho mai sentito”. C’è poi qualche altro vincitore che è finito a fare spot per operatori di telefonia mobile. Nomi nuovi non sono citati nel manuale semplicemente perché riteniamo sbagliato prendere ad esempio una carriera magari di due, tre o quattro anni. Se ragioniamo in questi termini, la vera sfida sarebbe decidere chi lasciare fuori. Il concetto di “Artista” è molto più ampio: “è uno stato genetico immodificabile” che prescinde dal look e dal successo.

Massimo: ho letto qualche giorno fa su un quotidiano che presto uscirà un film sulla vita e il successo di Marco Mengoni! Come Jim Morrison dei Doors! (ride ndr)

Perché la musica di qualità, che si tratti di Rock, Musica Leggera o Avanguardia, fa cosi fatica a emergere e attecchire?  Di chi è la colpa della mancanza d’interesse del pubblico per la qualità ma anche per la novità, sia nella musica sia nei nomi?
David: dipende dal grado di attenzione. Oggi solo una minoranza silenziosa ha l’interesse di approfondire un concetto per arricchirsi. La maggioranza è tracotante, rumorosa. Viaggia in terza corsia con gli abbaglianti accesi e suonando il clacson per sorpassare.Siamo tutti costantemente disorientati da mille stimoli. In un contesto di questo tipo, chiunque voglia affermarsi deve urlare più degli altri e utilizzare l’unico mezzo che consente di farsi notare in poco tempo: la televisione. E siccome l’interesse è poco, l’approfondimento nullo, l’affezione inesistente, il pubblico non potrà far altro che spostarsi sulla prossima novità.

Massimo: David ha espresso bene il concetto. Aggiungo solo che ogni anno nel nostro paese ci sono quindici milioni di download di suonerie stupide e banali. È la cultura, il massimo comun denominatore della qualità della vita di un popolo. È un problema anche politico.Vivere senza cultura è come affrontare il polo nord con le infradito!

Supponiamo che 1000 cantanti leggano il vostro libro. Quanti di questi pensate onestamente che possano seguirne i dettami? E quanti riusciranno veramente a suonare senza dover fare altro nella vita?
David: su mille che lo leggeranno, mille lo faranno proprio. Di questo sono convinto.Non è facile avere il tempo di leggere oggi. E quindi, chi si prende l’onore di acquistare un libro, significa che è già mentalmente predisposto a investire del tempo su se stesso. Basta solo un concetto, uno solo, che sia rimasto e per me sarà già un enorme successo.

Massimo: David è molto ottimista e voglio esserlo anch’io! Però resta il fatto che statisticamente i giovani non leggono giornali né libri tranne quelli di Fabio Volo! Speriamo almeno nei musicisti e nei cantanti “contaminati” dalla “Scimmia”!

Nell’ultima parte del libro, parlate della figura dell’artista, in musica, ma sembrate tenere fuori tutta una serie di tipologie come gli sperimentatori (quest’anno non posso che citare i Nichelodeon, i Deadburger, gli InSonar as esempio) che, raramente riempiono stadi o scrivono “canzoni”. Ci vorrebbe un altro manuale per chi vede la musica sperimentale come la propria strada?
David: il libro va proprio in questa direzione. Non esiste un prototipo di artista o musicista. Nel libro citiamo l’”olimpo degli dei”, volutamente scritto in minuscolo, per indicare quel luogo cui tutti aspirano. L’olimpo non è un QUANDO – quando sarò famoso -, ma un DOVE, proprio per indicare che il successo nasce da noi stessi e non da fattori esterni, come la riconoscenza del pubblico. Grazie all’esperienza di Massimo, abbiamo descritto situazioni di vita vissuta. Di com’era la musica quando esisteva ancora un percorso artistico. Di com’è diventata oggi. Chiunque faccia “ricerca”, sia essa sperimentale o tradizionale, sposa la filosofia di “Rock The Monkey!”, perché è alla Scimmia della Musica che noi guardiamo, non al linguaggio utilizzato. Per questa ragione, stiamo organizzando seminari nelle scuole (non solo di musica): a febbraio saremo in due eventi in una delle più importanti scuole milanesi, davanti a ragazzi di medie e liceo. E in futuro vedo benissimo una collaborazione con chiunque sperimenti percorsi alternativi di musica, anche in queste occasioni di “testimonianza” per i giovani.

Massimo: concordo con David e ribadisco che il successo è dentro di noi. Cioè tutte le volte che riusciamo a “catturare” nel buio cosmico un gruppetto di note che insieme formano una grande melodia. Anche Battisti era uno sperimentatore, ma è stato anche un artista molto popolare. Sperimentare non vuol dire “ora faccio qualcosa che capiamo in pochi”. Questo è bieco provincialismo!

Grazie mille della disponibilità.
Ditemi quello che avrei dovuto chiedervi e non vi ho chiesto. Poi, se volete, rispondetemi.
David: cito due frasi di Rock The Monkey! a me particolarmente care: “Se sarai tu a cullare la scimmia, avremo vinto” e “tutto il resto è da raccolta differenziata”.

Massimo: ma chi è ‘sto Massimo Luca?

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La Linea del Pane – Utopia di un’Autopsia

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Stranissimo, nel nostro panorama musicale, trovare una band con una profonda matrice cantautorale e un certo distacco dalla canzone di protesta. La Linea Del Pane non ha niente a che vedere con i Ministri, Il Teatro degli Orrori, Il Management del Dolore Post Operatorio. Niente. Né le sonorità, né i testi, né la costruzione delle linee melodiche o delle liriche. A ispirare la band sembrano piuttosto riferimenti del passato: De Gregori, De André (quello delle ballate d’amore più che quello delle canzoni politiche), ma anche il più recente Giorgio Canali, per quanto riguarda i testi, Marlene Kuntz, Negrita, e, stranissimo, persino i Dire Straits, per le sonorità.

Il disco, Utopia di un’Autopsia, si apre con il brano “Apologia della Fine”, in cui si sente anche qualcosa dei romani Eva Mon Amour, tanto nel modo di cantare, quanto nella versificazione. “Urlo di Ismaele” apre con sonorità acustiche che le danno un taglio più pop e leggero, subito controbilanciato dalla grandissima elaborazione del testo, pieno di figure retoriche e costruito su un lessico complesso. Dissonanze alla Marlene Kuntz caratterizzano “Tempo da Non Perdere”: il testo è artificioso, con l’andamento di una ballata, in cui spostamenti di accenti tonici rispetto a quelli ritmici dell’accompagnamento, tradiscono una probabile composizione letteraria antecedente all’arrangiamento strumentale. “Favola non Violenta (Indovinello 1)” è una ballad d’amore (almeno in apparenza, perché è facile, nel corso del brano, trovare spunti riflessivi per altre tematiche), tutta imperniata su un arpeggio un po’ Indie e un po’ pulp; in “Specchio” è impossibile non cogliere un riferimento letterario a Dorian Grey, musicato tra sonorità Alternative anni 90 forse un po’ sentite, ma impreziosite da una certa commistione con timbri Prog. Questi ragazzi sono colti, probabilmente anche un po’ hipster per il compiacimento con cui trasudano la loro conoscenza. Non c’è nulla di male. Anzi. Solo una volta giunti ad “Ambrosia”, se ne ha un po’ le scatole piene di tutto questo artificio retorico, nonostante il crescendo musicale sia veramente efficace e riesca a far ancora sentire il brano con un certo interesse. Certo è che da qui la mia concentrazione è calata. Non è questione di volere a tutti i costi leggerezza o immediatezza. Sarebbe davvero molto superficiale da parte mia e di qualsiasi eventuale ascoltatore. La questione è che sembra che a La Linea del Pane manchi la capacità di accalappiare l’attenzione per poi servire il loro messaggio nella bella confezione articolata, complessa e aulica che gli hanno riservato. Ed è un peccato. L’album prosegue, comunque, con “Occhi di Vetro” e “Gli Alberi d Sophie” in cui si nota quanto il cantato sia impeccabile, ma piuttosto monocorde: lo è stato per tutto il disco, ma qui inizia a pesare anche questo aspetto. Personalmente ho trovato bellissima la successiva “Favola Non Violenta (Indovinello 2)”, con un arrangiamento alla Band of Horses davvero curioso e coraggioso, dato il testo in italiano. Della penultima traccia, “Nekropolis”, voglio sottolineare l’impiego degli archi: difficilissimo nel Pop-Rock inserire nel tessuto strumentale violini e loro parenti senza cadere nella melensa banalità del già sentito, ma La Linea del Pane li sfrutta con grande maestria, tra colpi d’arco e dissonanze dai valori larghi. Ben fatto. Utopia di un’Autopsia chiude con “Solstizio d’Inverno”, malinconica, riflessiva, nostalgica, avvolta attorno alla voce narrante. Non poteva essere diverso, in fondo.

Nel complesso è un disco davvero ben costruito, che risente della staticità di un certo atteggiamento meditabondo e monocorde, aggravato dalla vocalità del frontman, pulitissima e tecnicamente perfetta, ma incapace di slanci melodici e agogici, che puntellino e colorino i brani. L’artificio retorico che sottende la stesura dei testi, poi, è davvero eccessivo in molti casi. La canzone finisce per essere quasi un esperimento linguistico o un arzigogolato scioglilingua tra allitterazioni e rime. Preso singolarmente ogni brano sarebbe una buona speranza per la musica nostrana, l’intero disco non mi fa dire lo stesso.

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Runa Raido – Il Primo Grande Caldo

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Come insegna un vecchio film noir del 1953 nel gergo della malavita americana il grande caldo indica un aumento d’attenzione della polizia nei confronti dei malavitosi e delle loro attività”. Che sia per pura casualità o per recondite passioni cinematografiche il secondo album dei Runa Raido, Il Primo Grande Caldo, dopo un primo ascolto richiama in modo deciso l’attenzione, un po’ come quando una sentinella, appostata nel buio di un incrocio percepisce qualcosa provenire da poco lontano. E da quel poco lontano arrivano sei tracce che si contraddistinguono per un sound deciso e compatto, una bella dose di carattere e un approccio schietto. Leggendo la biografia della band si notano partecipazioni a concorsi, qualche premio vinto, e molte cose poisitive che rappresentano bene le potenzialità del gruppo. Il quartetto laziale non si nasconde dietro sofisticate impalcature, ma parla in maniera diretta, spesso con durezza e implacabile lucidità,come in “Michele”, apripista dell’album, impetuosa e con un riff coinvolgente. Anche il brano “Buone Maniere “si inserisce sullo stesso filone e sottolinea la scelta stilistica di un linguaggio ponderato,un songwriting impegnato che non si limita e raccontare una bella storia, ma che svela e descrive ritratti di fantasmi viventi, drammi umani e malcostumi diffusi.

Se le tematiche forti trovano nei brani  sopra citati una corrispondenza musicale, in “Estate Torna” i suoni si ammorbidiscono, la batteria rallentail ritmo, pur mantenedo salde le redini, e le tastiere ci cullano verso una ballad intima chelasciail sapore agro dolce della consapevolezza. Tra le sei tracce che compongono l’album“Al Tempo dei Fuochi “ è la più interessante al punto di vista melodico con molte variazioni e ritmi non lineari, mentre con “Il Grande Caldo” si ritorna a un immaginario a tine forti acompagnato da sonorità maledetamente Rock e da un minuzioso video realizzato in papercutting. La chiusura arriva con con una versione molto personale e in linea con lo stile asciutto dei Runa Raido de “La Domenica delle Salme”del sempre eterno maestro De Andrè. Stile, personalità, testi profondi e interessanti fanno de Il Primo Grande Caldo una piacevole sorpresa. Non c’è spazio per eccessi, grandi trasgressioni o superflui personalismi, siamo nel terrotorio del Rock tradizionale e tutto torna e funziona bene per poter anche riscuotere un buon successo di pubblico.

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Fabio Biale – L’Insostenibile Essenza Della Leggera

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Ascolto: di corsa sulla spiaggia. Località: Barceloneta. Umore: come di chi volesse scoprire un altro continente a piedi.

Che voce che ha questo Fabio Biale. Non si può non esclamarlo dopo l’ascolto del suo primo disco. Opera prima molto  buona con alcuni bagliori di eccellenza sparsi qua e là come fiori tra una mattonella e l’altra del pavimento del giardino. Musicisti davvero capaci, arrangiamenti mai banali e archi utilizzati in modalità molto innovativa. Certo, avrei evitato la traduzione di “Psycho Killer” dei Talking Heads, le traduzioni ti catapultano nell’imbarazzo di ricordare che molti testi culto anglosassoni non significano quasi un cazzo ma linguisticamente suonano da Dio. Ti fanno pensare che se De Andrè fosse, che so, di Buffalo pisciava in testa pure a Dylan. Un po’ di indulgenza sulle facili rime e qualche verso davvero azzeccato come “terzo: una richiesta blues ma senza assolo, che se riesco lo suono io mentre volo“. Indomabilmente schizofrenico, questo lavoro ha proprio nell’eccessiva distanza tra i terreni toccati il suo limite. Fabio Biale sembra Fred Buscaglione in  “Al Mio Funerale”, tentativo rauco, ironico e ben riuscito, di immaginare il suo su un tappeto tzigano alla Django Reinhart; sembra Sergio Caputo in altri episodi più attinenti allo Swing da fiati; sembra  i Beatles di “I’m The Walrus” in “Il Fiore Non Colto”, sembra Marco Conidi in “Canzone d’Amor  Per un Nonno Addormentato” (il quale somiglia al Liga, il quale come e’ noto somiglia a Springsteen con la colite), sembra Neil Young nel meraviglioso e commovente quasi recitato “D.C “. Ecco,  l’unico limite di questo lavoro è che Fabio Biale somiglia non ancora abbastanza a Fabio Biale. Ma abbiamo tutta la pazienza di aspettarlo.

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Daushasha – Canzoni Dal Fosso

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Ascolto: durante la preparazione della cena di un lunedì. Località: il mio paese. Umore: da sereno a nostalgico poi tendente all’inquietudine violenta.

Complimenti ai Daushasha: complimenti perché mi hanno provocato un moto spontaneo di vergogna. Anch’io ascoltavo e andavo ai concerti dei Modena City Ramblers: avete presente quei tipi sotto il palco tutti scompigliati con i denti viola, vestiti come se si fossero tuffati nell’armadio al buio? Io ero così, come molti di voi che state leggendo, non lo negate; ero uno di quei ragazzi che stava più al centro sociale a dividere il pasto con i cani che a casa. Nel loro comunicato stampa dichiarano di rifarsi, tra gli altri,  a De Andrè: davvero? Non mi pare che Canzoni Dal Fosso sia un disco memorabile, anzi: melodie semplici al limite dell’infantilismo,  insistito e strumentale richiamo al vino e alle droghe leggere come se fossero i primi musicisti a sballarsi un po’, temi da sagra di paese senza però le meravigliose storie di poesia del paese. A parte il fatto di proporre uno stile che sembra uscito dal Cretaceo, a parte il fatto di rifare il verso ai Modena e agli Yo Yo Mundi, senza averne capacità di arrangiamento e intuizioni testuali. A parte la chitarra distorta come nemmeno in In Utero dei Nirvana. A parte tutto, non si può dire che ti ispiri a De Andrè e poi scrivere: “buona sera, voglio sbatterti ancora, birra chiara e gandja e poi tra le tue lenzuola” oppure il memorabile “e quando tra cinquantanni anni le rughe solcheranno il tuo viso, tu sarai proprio un gran cesso ma la campagna sarà bella lo stesso“. I pezzi migliori di questo disco sono quelli cantati in russo, solo perché non conosco il russo.

Dori Ghezzi, citali per diffamazione: non si può, ogni volta che chiunque voglia darsi un tono poetico, dire che ci si ispira  a De Andrè. Ci vuole la poesia, prima.

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