Dargen D’amico Tag Archive

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #14.10.2016

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Top 3 Italia 2015 – le classifiche dei redattori

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I tre migliori dischi italiani di quest’anno secondo ognuno dei collaboratori di Rockambula.
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Dargen D’Amico 9 maggio 2015

Written by Live Report

Dargen D’Amico live @ Arci Ohibò, Milano, 9 maggio 2015

L’elemento dei live di Dargen D’Amico che mi stupisce sempre è la scioltezza con cui tiene il palco. Non è solo questione di carisma, sebbene il nostro cantautorap ne dimostri a chili (sarà il personaggio: camicia e bodyglasses, umorismo assurdo e nonsense, un’apertura emotiva e un approccio carnale, fisico, che lo fa sembrare quasi un profeta – colpa della barba? – ma un profeta buono, di quelli che non si prendono troppo sul serio). È che lui sul palco è proprio vivo e ti trascina nella sua corsa, e trascina con te quelle quattrocentocinquanta persone che riempiono la stanza ballando, che cantano con lui ogni pezzo, dalle hit disimpegnate à la “Bocciofili” fino ai flussi di coscienza cosmici come “Io, Quello che Credo”. Questa capacità di tenerti attento per più di un’ora e mezza passando attraverso mood così diversi e senza farti soffrire (troppo) i quaranta gradi da foresta tropicale che appiccicavano tutto l’Ohibò è la dimostrazione di quanto Dargen riesca ad essere vero, naturale: crede in ogni singola parola, dalle ironie di “SMS alla Madonna” alle analisi politico-storiche di “Il Presidente”, e te le fa arrivare con la stessa forza. L’esibizione di DD è stata preceduta da un breve live di Edipo, non eccelso nella resa sonora (soprattutto a livello vocale) ma i cui brani hanno sempre quell’aforisma geniale, quell’idea tagliente che ti fa sorridere e pensare (apprezzabili alcuni scampoli di “Terra” e la chiusura con “I Nudisti del Mar Baltico”). Un set anomalo, con (oltre alle basi) chitarra elettrica, batteria, e lo stesso Edipo all’acustica o al piano, che non so quanto abbia giovato ai pezzi. Un antipasto dignitoso anche se non del tutto convincente. Dopo l’antipasto, arriva la portata principale: Dargen sale sul palco accompagnato da Matteo Bennici e parte con una bella versione voce/violoncello/loop station di “Arrivi Stai Scomodo E Te Ne Vai”. Il violoncello di Bennici è un’ottima idea, non fosse che all’ascolto spesso sembra venire fagocitato dalle basi e non si riesce sempre a distinguere dal caos generale. Il live prosegue energico, rapido, sempre intenso: non cala mai. Anche nelle pause, dove Dargen intrattiene il pubblico con il suo stile caratteristico, la partecipazione è sempre alta. Cantano in tantissimi, in molti senza smettere mai. Ogni tanto Dargen esegue un brano a cappella, ed è incredibile come riesca ad avere la stessa forza anche senza basi. Ha dalla sua un mix strano e bellissimo: lo stile vocale, così peculiare e misurato; la scrittura, che non si appoggia mai, sempre in tensione, sempre ambiziosa, anche nei brani apparentemente più innocui; e questo link emotivo tra lui e il suo pubblico, questa sincerità “morbida” di fondo, che è il vero segreto di ogni artista: raccontarti il suo mondo, con i suoi occhi, facendotelo apparire vero, e vitale, mostrandosi nudo, per certi versi – di una nudità estrema, da carne viva. Un’apertura totale che è quasi un paradosso: mettendosi al centro, raccontandosi e quasi confessandosi, Dargen si sottomette al suo pubblico e il suo pubblico, di rimando, lo prende in braccio e lo tiene alto sopra la testa. Non puoi non volergli bene. Dargen D’Amico si conferma uno degli artisti più vitali che possiamo trovare al momento nella penisola, e non intendo solo nel recinto del rap, ma in generale. Intrattiene e fa riflettere, diverte e incuriosisce: è disposto ad accontentare il suo pubblico tanto quanto il suo pubblico vuole accontentare lui. Inoltre – dettagli non da poco – scrive con un’abilità miracolosa, canta con precisione e intensità e musicalmente non ci fa mancare nulla: ogni base pompa con decisione o accarezza con grazia. Se vi capitasse di poterlo sentire live, non perdetevelo: ne vale la pena.

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Dargen D’Amico presenta il D’iO Live Tour

Written by Senza categoria

Partirà da Padova, venerdì 24 aprile, il nuovo tour di Dargen D’Amico. Il cantautorapper presenterà dal vivo il suo nuovo album D’iO, pubblicato lo scorso 3 febbraio per Giada Mesi / Universal. “Il disco contiene un poco di tutto quello che ho fatto fino a qui” racconta Dargen a proposito di D’iO, accolto con grande entusiasmo dal pubblico e dalla critica. Reduce da una fitta serie di instore, il rappresentante più eclettico della scena rap nazionale è pronto ora a rimettersi in viaggio per un tour che toccherà tutte le principali città italiane. Sul palco Dargen porterà uno spettacolo intenso e ricco di spunti musicali, a dimostrazione dello spessore raggiunto dalla sua proposta artistica. La scaletta del live darà ampio spazio ai brani del nuovo disco di Dargen, ma non mancheranno le hit che hanno segnato il suo successo.

24.04 | Padova | Mame Club
25.04 | Napoli | Buio Club
02.05 | Trento | Bookique
08.05 | Palermo | Galleria 149
09.05 | Milano | Ohibo’
14.05 | Roma | Le Mura
16.05 | Bari | Officina San Domenico
21.05 | Bologna | Locomotiv
23.05 | Torino | Lavanderie Ramone
30.05 | Genova | La Claque

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Nadàr Solo (Theater Quinto Festival)

Written by Live Report

Nuovo appuntamento per il Theater Quinto Festival, e nuovo report per noi di Rockambula. Dopo l’entusiasmante serata che ha visto come protagonista Dargen D’Amico e il suo rap anomalo, si cambia registro e genere, per un live all’insegna dell’Alternative Rock nostrano. Gli headliner della serata sono i Nadàr Solo, il trio torinese, che dall’uscita dell’album Diversamente Come? sta girando lo stivale in lungo e in largo riscuotendo sempre maggiore successo e notorietà, grazie a un sound coinvolgente e immediato; ma facciamo un passo indietro. Parlavamo di serata improntata all’Alternative Rock e infatti il menù proposto dal The Theater ci offre la possibilità di ascoltare, come opening act, ben tre band del panorama milanese. Non è mai facile aprire un concerto e scaldare il pubblico, ma diamo atto che tutte e tre le band, che si sono avvicendate sul palco, hanno trasmesso la loro passione, con diverse perfomance ricche di energia. Primi fra tutti i Jana’s; al quintetto milanese spetta aprire le danze, facendosi apprezzare subito dal pubblico. La formula proposta sul palco è quella di un rock deciso e intenso, con una batteria incisiva, molto presente, a volte troppo, e una buona dose di attenzione nei confronti della melodia e delle liriche. Un mix tra brani inediti e cover, nello specifico “Sangue di Giuda” degli Afterhours e un’inconsueta e coraggiosa “Anna” di Battisti. Dopo un inizio a tutto gas si cambia formazione, è il turno dei Tales of Unexpected. Il quartetto ci piace, siamo sempre all’interno del territorio del Rock, ma con un passo diverso, le forti influenze Grunge si fanno sentire decise e il sound generale è più armonioso. Musicalmente il gruppo è interessante e propone brani ben impostati con un giusto equilibrio tra momenti più melodici e momenti più duri; unica pecca il cantato non sempre pulito all’ascolto.

Che dire, al The Theater si suona e anche bene. La terza band già dal nome dimostra il suo lato aggressivo e infatti i Killer Sanchez ci propongono un live d’impatto, con tante carne al fuoco e picchi vicini allo Stoner, che spesso però creano confusione nell’ascolto e il risultato live non è perfetto. Ci siamo, è arrivato il momento di fare una pausa per un veloce cambio palco. Tre band in apertura non sono poche da gestire sia per i tecnici, che si prodigano per fare in modo che tutto funzioni bene nei cambi e sia per gli ascoltatori un po’ impazienti. Nonostante un aperitivo musicale decisamente lungo nessuno ha mostrato segni di scoraggiamento e al momento opportuno si sono tutti radunati sotto al palco pronti per i Nadàr Solo. Si parte con un inizio strumentale, una sorta d’ intro, di quelle che mettono subito in chiaro le cose, e che portano un messaggio preciso: qui si fa Rock, siete pronti? Le canzoni scorrono veloci e il trio per tutta la durata dell’esibizione dimostra un grande affiatamento e un carattere deciso e ben definito, nonostante composto da tre personalità ben distinte, soprattutto nel modo di suonare, e di vivere il live. Cosi che Filippo, il batterista, finisce scatenato e senza maglietta, il chitarrista, Federico, rimane per tutto il tempo perfettamente concentrato e statuario nell’esecuzione, per arrivare fino all’irrequieto Matteo, che si contorce attorno al basso e al microfono. Un mix inaspettato che riesce a creare un live intenso e a dare anche al disco la giusta dose di forza e spessore. Semplicità e passione sono senza dubbio le qualità migliori che emergono al primo impatto, così come la voce di Matteo De Simone, dal timbro quasi acidulo, che ben si mescola con i suoni, senza però perdervisi dentro. D’altronde la qualità dei testi rappresenta un punto di forza di tutto l’album e non poterne cogliere il senso sarebbe un peccato.

Ci avviciniamo alla fine del concerto e in maniera inaspettata abbiamo la possibilità di ascoltare un nuovo brano inedito e a seguire il singolone “Il vento”, corredato dall’immancabile coro del pubblico, e che grazie al featuring con il Teatro degli Orrori ha dato una buona spinta in termini di visibilità a tutto il lavoro. Dopo un’abbondante ora di piacere, arriviamo alla conclusione, anche in questo casa lasciata ad una coda puramente strumentale, quasi liberatoria, una concessione artistica che mostra anche il lato genuino del gruppo. Che dire anche questa sera il The Theater e tutto il suo staff, sono riusciti a creare quella magia che solo i live possono dare, che ci sia poca o molta gente, che l’acustica non sia proprio quella della Royal Albert Hall, che sia venerdì 13 e il meteo non promette niente di buono. Niente di tutto ciò può fermare la voglia di portare avanti dei progetti musicali che contribuiscono a rivitalizzare anche una zona più periferica, come Rozzano. Non ci resta che aspettare la prossima puntata del Theater Quinto Festival, alla quale non mancheremo.

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Dargen D’Amico (Theatre Quinto Festival)

Written by Live Report

Continua il Theatre Quinto Festival e continuano i nostri report dalla cara vecchia Rozzano. Questa volta parliamo di rap anomalo, di pubblico variopinto, di atmosfere festanti e non prive di contenuti…ma soprattutto parliamo di Dargen D’Amico, vero e assoluto protagonista della serata. Una serata che si prospettava sui generis già dalla partenza. Il riscaldamento del pubblico in attesa di DD è stato infatti affidato a tre act molto diversi, che però hanno saputo intercettare il favore del pubblico, interessato fin dalle prime note della chitarra acustica di Bandit, cantautore accompagnato da altre due chitarre – sempre acustiche – a fargli da supporto. Evitato con grazia l’effetto mariachi, Bandit è riuscito a far interessare di sé le tre/quattro file di pubblico già presente, complice l’immediatezza e la simpatia ironica dei suoi brani. Il suo essere seguito con attenzione da un pubblico che ci si poteva aspettare più hip hop-centrico è stato il primo indizio della qualità e della eterogeneità dei fan di Dargen. Sceso dal palco Bandit, prendono il suo posto i Rigor Monkeez, gruppo Hip Hop che è una vera fucina di progetti. I tre corrono come treni, e cercano di scaldare la sala – sempre più piena – con entusiasmo (forse troppo). Il pubblico inizia lentamente a rispondere: i brani dei RM sono densi ma orecchiabili, anche se le basi non spingono quanto dovrebbero. Complessivamente un’ottima prova, che lascia la sala carica e pronta al set dell’ultima apertura, quel Mistico di bocciofiliana memoria, che alza il tiro sparando a tutto volume tre/quattro brani danzerecci e mediamente disimpegnati, per poi, con grande senso della misura, ritirarsi, lasciando spazio all’attesissimo Dargen.

Iniziamo col dire che il grande talento di Dargen D’Amico è saper ammaestrare le folle come un domatore consumato (talento che è secondo solo alla sua maestria nell’uso della parola). Già dai primi momenti, il pubblico è nelle mani del rapper, che, in piedi dietro alla consolle (gestisce da sé le basi e il mixer), pare una figura messianica, un santone, venerato e adorato al ritmo di bassi tribali e mani che si muovono alte nell’aria. È una figura affascinante, che già dall’aspetto non suggerisce la chiusura che ci si aspetterebbe, da profani, nei concerti hip hop: camicia blu, occhiali a specchio, snocciola rime con una voce inconfondibile e una semplicità disarmante. Lo accompagnano, accentuando la sensazione di trovarsi fuori dal circuito hip hop più chiuso, i Fratelli Calafuria, uno per lato, come chierichetti rock ad officiare una messa crossover con chitarre elettriche sopra basi energiche e trascinanti. Dargen inanella i pezzi con sapienza, li introduce con semplicità e simpatia: sa far ridere il suo pubblico, e sa farlo stare attento quando serve. D’altra parte, i fan rispondono benissimo: lo adorano, e si sente. La scaletta è costruita per essere rapida e piacevole, anche per chi, come me, non segue assiduamente Dargen e non conosce a menadito tutta la sua discografia: ingrediente fondamentale è la scelta di eseguire, anche solo per una strofa e un ritornello, molti dei featuring che hanno contribuito a far conoscere Dargen anche al di là della cerchia dei suoi ascoltatori abituali (penso a “Festa Festa” con i Crookers e Fibra, a “Un Posto per Me” di Andrea Nardinocchi, a “Quella Giusta per Te” con Stylophonic e Malika Ayane, ma anche a “La Cassa Spinge” con Dumbblonde e Lucky Beard). Per il resto, la scaletta pesca a piene mani dall’ultimo Vivere Aiuta a non Morire, senza lasciare dietro altri classici come “Sms Alla Madonna” o “Odio Volare”. Non ci si fa mancare neanche un omaggio ai Calafuria con “Bisogna Fare Casino” e, ovviamente, una “Bocciofili” esplosiva con Mistico di nuovo sul palco.

Un concerto intenso, insomma, che, come tutta l’opera di Dargen, può essere vissuto su due livelli: un primo, più immediato, di divertimento e danza, di ritmi e risate e festa, e un secondo, ancora più soddisfacente, fatto di parole e significati, di tecnica acuta e di suggestioni profonde, che però non tolgono nulla alla piacevolezza dell’ascolto e alla tensione del pubblico (“Il Presidente” e “V V”, nonostante lo stile e gli argomenti, hanno elettrizzato tutta la sala, me compreso). Dargen D’Amico è un’artista che si conferma più che capace, un personaggio veramente unico nel suo genere, in grado di unire la profondità del Rap più artistico e per certi versi letterario all’immediatezza anche “cazzona” dell’aspetto ludico e festaiolo dell’Hip Hop, riuscendo a convincere anche chi, come me, nel rap non sguazza troppo spesso. Da vedere se vi va di passare una serata divertente senza offendere la vostra intelligenza: si può fare, e Dargen D’Amico ne è la prova. Appuntamento alla prossima settimana con il report dei Nada’r Solo sempre dal Theatre Quinto Festival, sempre su Rockambula!

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Finley 16/05/2014

Written by Live Report

Iniziamo la nostra copertura del Theatre Quinto Festival, una rassegna che durerà fino a giugno e che vedrà susseguirsi sul palco del locale rozzanese gli act più diversi, dai Finley ad Andrea Nardinocchi, passando per i gli Yokoano, i Nadar Solo e Dargen D’Amico. La serata inaugurale è affidata ai Finley, band che non ha bisogno di troppe presentazioni: scoperti giovanissimi da un sempre vulcanico Claudio Cecchetto, i quattro inanellano successo dopo successo, diventando il paradigma della band gggiovane che “dice” di fare Punk Rock, e diventano presto una rodatissima macchina scalda-ragazzine, passando addirittura da Sanremo. Da qualche anno i Finley hanno aperto la loro etichetta, Gruppo Randa, senza che questo abbia portato ad un cambiamento nella loro proposta musicale. C’è sempre curiosità intorno a gruppi di questo tipo, che appaiono come strane entità create negli uffici di qualche etichetta, scoprendo il fianco a critiche preconcette e a idiosincrasie astratte. Abbiamo cercato perciò di vederli con i nostri occhi, per scoprire come vivono la dimensione del live, il rapporto con il pubblico, le loro canzoni.

Quando arrivo, davanti al Theatre la fila è ancora lunga. Mi dicono che le prime ragazzine si sono presentate all’entrata intorno a mezzogiorno. Si potrebbero fare succose elucubrazioni sull’aspetto socio-psicologico di un concerto dei Finley, ma per quelle vi rimando ad un precedente report… Nel locale sta già suonando il secondo gruppo d’apertura, i Made In Italy, Pop Rock ironico che critica in maniera sottile alcuni stilemi della musica per teenager (dal finto rap di certi pezzi dance alle mostruosità stile One Direction passando, per l’appunto, anche dagli stessi Finley, di cui eseguono una cover “autorizzata” dalla band stessa…). Finito il loro set parte un breve cambio palco e poi eccoli: Ka (chitarra), Dani (batteria) e Ivan (basso, nella band da qualche anno) salgono on stage mentre in sottofondo parte… l’Inno di Mameli. (Non guardate da questa parte, non ho idea del perché. Scelta terribile, comunque).

Passato il momento patriottico, arriva Pedro (voce). Giusto il tempo di tirare una sonora botta di microfono sulla paletta del basso e il concerto parte a bomba, a grappoli di tre/quattro canzoni eseguite spalla a spalla. La prima parte del live è adrenalinica e tesa (“Gruppo Randa”, “Fuego”, “Tutto è Possibile”): i quattro pestano duro, canzoni Rock lineari e senza troppe pretese ma energiche, soprattutto nelle ritmiche, dove si distingue la bravura tecnica del batterista Dani, capace di sostenere groove rapidi e infuocati, vera spina dorsale dello spettacolo Finley. Come sempre, il rapporto con i fan è centrale: molto più che in altri casi, il concerto è letteralmente fatto per loro. Non manca nessuna canzone delle più famose (ci sarebbero disordini e sommosse), e i ringraziamenti al pubblico sono ubiqui e continui: grazie a chi arriva da lontano, grazie a chi ci segue dagli inizi, grazie a chi ci supporta e ci permette di continuare a fare musica. Il concerto prosegue caldissimo, i pezzi lenti sono veramente pochi: ci si concentra sulla velocità, sulla melodia di ritornelli cantati in coro a squarciagola (“Un’Altra Come Te”, “Adrenalina”, il richiamo al ritornello di “Dentro alla Scatola”). I pezzi sono tutti classici del loro repertorio: testi banali fatti per essere imparati a memoria e cantati a pappagallo, alcuni con prese di posizione apparentemente forti ma basate sul niente, come “La Mia Generazione”, che fa tanto effetto fiction di Rai2. Mi accorgo peraltro che alcuni momenti del live sono estremamente preparati: la presentazione in medias res de “La Mia Generazione” è la stessa identica che fecero l’anno scorso quando li vidi la prima volta, e anche l’introduzione di “I Fought the Law” dei Clash rimane uguale, come uguale rimane l’idea di far salire Roberto Broggi ad accompagnare il brano con il violino, promuovendo l’operazione benefica Punk Goes Acoustic ideata da Andrea Rock, che verso la fine del concerto verrà ospitato dalla band per qualche brano, tra cui una “Blitzkrieg Bop” abbastanza spompa. Ma prima il live fa in tempo a rallentare un po’, mentre i Finley si danno a “Ricordi”, loro brano sanremese che si porta dietro tutti i cliché del caso. La gente inizia piano piano ad uscire, il concerto si sta allungando (non credete chissà che, avranno superato a malapena l’ora, a questo punto: ma non stiamo parlando di Springsteen, stiamo parlando dei Finley).

Dopo il già citato passaggio sul palco di Andrea Rock, la band ci abbandona per qualche minuto, dando il tempo al pubblico di intonare “Diventerai una Star”, il loro pezzo più famoso. Scatta quindi l’encore, con partenza acustica e pianti tra il pubblico (giuro) per “Fumo e Cenere”, seguita a ruota dall’ultimo brano, “dedicato a chi pensa che abbiamo fatto solo questa”, ovviamente, “Diventerai una Star”, cantata da tutto il pubblico con una sola voce. Applausi, saluti, inchini. I Finley mi confermano così tutte le impressioni che già avevo avuto l’ultima volta, un anno fa: una band tecnicamente mediocre (a parte forse Dani, il batterista), sicuramente professionale e capace di gestire in modo sufficiente un palco e una platea di questo tipo, dando al pubblico tutto ciò che vuole e facendo più spettacolo che musica. Le loro canzoni sono banali, vuote di senso, niente più che materia vendibile, e infatti funzionano benissimo nelle pubblicità, a Sanremo, e con le ragazzine (ma non solo: si segnalano anche quarantenni ballerine e più-che-ventenni ubriache e scatenatissime, oltre a parecchi individui di sesso maschile, anch’essi esaltati). È musica da vendere fatta da un gruppo costantemente in vendita, e che, purtroppo, la gente non smette di comprare. Una volta accettato questo, il live assume le caratteristiche di un evento eseguito con professionalità e mestiere. Ma la passione e l’arte stanno tutte da un’altra parte.

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Annunciato il cast torinese di Hai Paura del Buio2013

Written by Senza categoria

Mentre ancora si attende la line up del Traffic Festival di Torino, è già stata annunciata una serata della rassegna itinerante con la direzione artistica di Max Casacci dedicata a Hai Paura del Buio 2013, un percorso artistico e geografico tra la musica alternativa italiana, voluto da Manuel Agnelli degli Afterhours. Ecco dunque il cast della serata piemontese:

 
AFTERHOURS (concerto elettrico)

CRISTIANO CAROTTI (installazioni)

MATTEO CASTELLANO (concerto)

GUIDO CATALANO (poesia)

VALENTINA CHIAPPINI (performance)

DARGEN D’AMICO (dj set)

ELEONORA DI VITA (danza)

FUZZ ORCHESTRA (concerto)

ENRICO GABRIELLI (orchestrina di liscio/der mauer- avanguardia)

IL TEATRO DEGLI ORRORI (concerto)

LA MORTE (concerto esibizione)

MARTA SUI TUBI (concerto)

ANTONIO REZZA E FLAVIA MASTRELLA (teatro)

MOTUS (performance teatrale)

GRUPPO DI SLAM POETRY CURATO DA MARCO PHILOPAT (contest di poesia)

DANIELE SILVESTRI (concerto)

GRAZIANO STAINO (video performance)

ISABELLA STAINO (installazione pittorica)

VINCENZO VASI (performance)

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Pico Rama – Il Secchio e il Mare

Written by Recensioni

Un personaggio veramente interessante, questo Pico Rama. Difficilmente inquadrabile in una scena definita, ci porta in dono un cappello a cilindro pieno di dreadlocks, uno sguardo personalissimo e uno stile variopinto e inafferrabile.

Il Secchio e il Mare, questo il titolo, è un viaggio mistico e simbolico in un mondo caleidoscopico e vorticoso, di un’elettronica libera e anarchica, che tocca mood e stili diversi, rimanendo sempre nel campo della leggerezza e del gioco, di parole in libertà e di streams of consciousness. La ricerca che Pico Rama tenta è quella della “scoperta del sé”, attraverso parole snocciolate una dopo l’altra come mantra, preghiere, incantesimi. Il simbolismo è centrale: le canzoni sono un ciclo, basato sulla successione dei tarocchi, ed ognuna porta con sé una serie di parole chiave, veri fulcri che fungono da centri di gravità per le evoluzioni acrobatiche del nostro eroe alla ricerca di sé stesso.
Il ragazzo è bravo (anche se la sua voce ci ha messo un po’ a suonarmi “comoda” – ma ad un certo punto l’ha fatto, e questo è l’importante) e la ricerca è approfondita: “Thor e Fatima” è un accurato racconto di mitologie, “Cani Bionici (Technotitlan)” (con l’onnipresente Dargen D’Amico) unisce passato precolombiano e futuro distopico in visioni suggestive e assonanze killer. “Alla Corte Del Pazzo” (un brano folle, per l’appunto) e “Manitù” esemplificano il senso di spiritualità anche religioso che pare pervadere tutto il lavoro (“io non so com’è / ma come la percepisco / so che qui con me / c’è Mohamed insieme a Cristo / […] / gusto con l’orecchio / e ascolto col palato / so che di per sé / esser vivi è un risultato / e posso viaggiare senza rischio di attentato”). La title track devia in un paesaggio marinaresco e ironico (“la più sexy della nave è Bob”), mentre in “Rosa Quantica” (con Danti dei Two Fingerz) si torna su temi più cosmici e universali, e in “Dopo il Patto Rise” si prosegue cantando di “crisi, transizione, demoni, angeli”.

Attenzione: non fate l’errore di pensare che Il Secchio e il Mare sia un disco “pesante”. Nonostante i temi, la ricerca, le simbologie e la mistica, il disco è leggero, suona ruffiano quanto basta, a volte sembra anche cadere nell’autoparodia. Forse a parecchi Il Secchio e il Mare potrà sembrare una via di mezzo instabile tra un’intenzione “alta” e una messa in atto troppo “bassa”, ma questa scelta meticcia potrebbe essere anche la chiave giusta per leggere questo disco (lo stesso Pico Rama definisce la sua musica un “sound futuristico-sperimentale che pervade ogni brano dai testi spessi e dal chiaro intento narrativo simbolista, capaci di rivelare una fantasia mitica, poetica, giocosa e ironica”). Paradossalmente, questo “sincretismo” potrebbe anche essere il punto di forza di questo strambo, ironico figuro.
Un disco da ascoltare se vi piace la tecnica del rap come voce inconscia, se vi incuriosisce l’ambiente esoterico che permea i dieci brani, e soprattutto se avete l’apertura mentale per non farvi distrarre dalla mescolanza di stili e registri che Pico Rama mescola nel calderone, come un alchimista d’altri tempi.

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“Il secchio e il mare”, il nuovo album di Pico Rama

Written by Senza categoria

Con il suo nuovo nome, lanciato a marzo con un semplice tweet, PICO RAMA firma Il Secchio e il Mare, album di 10 tracce in uscita il 21 maggio 2013, che si avvale di prestigiose collaborazioni. La produzione artistica è di Marco Zangirolami, uno tra i più noti arrangiatori e produttori musicali italiani (come ad esempio di J-Ax, Fabri Fibra, Dargen D’Amico, etc.). Il disco è anticipato dal singolo Cani Bionici (Technotitlan), di cui potete vedere il video di seguito:

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