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Corin Tucker Band – Kill My Blues

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Quando “militavano” nella band delle Sleater-Kinney, Corin Tucker e Carrie Brownstein si guardavano sempre in cagnesco, non proprio per odio o malaffare, solamente una malsana rivalità per comparire titolari unici di un marchio sonoro che non prevedeva “teste pensanti e creative” al potere ma solo una prestanza tutta sesso e ambiguità e lei – la Tucker – forse la più intelligente del reame si è messa da parte, ricominciando in salita la sua strada artistica personale cominciata già con 1.000 Years  che qualche buon consenso l’ottenne, ed ora l’artista americana tenta il bis, padrona anche di un carattere fortificato non male, con “Kill my blues” un tutto sommato tosto dodici tracce che si discostano di una buona spanna dal cantautorato forgiato nell’esordio solista, la fa da padrone un sagace rock-indie gridato, con tutta la messaggistica femminista come febbre indomabile.

Dentro  le voci, parole, cenni e movimenti che hanno a che fare con la ribellione dallo status “femmina casalinga”, una nevrastenica tenuta elettrica di chitarre taglienti, bassi infuriati, grunge e scatti famelici che a tratti mettono soggezione, non tanto per le bordate amplificate, ma per la tensione generale che questo disco trasmette anche attraverso fuzzate psichedeliche che inglobano il pensiero della maternità come cosa divina e altrettanto ingombrante mentre i punti interrogativi si affollano a dismisura; dondolando tra le indimenticabili prominenze di marca Sleater-Kinney e i calibri sconnessi delle Hole, il disco avanza a grandi passi, si spaccia per distonia grunge “Constance”, “I don’t wanna go”, sguinzaglia il capriccio punkyes “Neskowin”, torna alle origini dell’imprevedibilità elettrica “Tiptoe” o passeggia ai borders anfetaminici e tossici di una Courtney Love in grande stile “Summer Jams”.

Si effettivamente il cantautorato ha fatto posto o si è piegato alla nuova Tucker, forse un nuovo o modernizzato modo di vedere e suonare la passione, la vivacità e l’orgoglio di essere donna libera, e questo trasporto l’artista non lo nasconde affatto, anzi, lo dilata in una impressione sonora che se perlomeno non si traduce in mega novità, almeno fa giustizia ad un percorso discografico intimo e allargato in cui il rock fa da angolo retto senza ipocrisia.

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