alternative Tag Archive

Good Moaning – Cornwall [VIDEOCLIP]

Written by Anteprime

Guarda in esclusiva il video del secondo estratto dal loro ultimo album The Roost.
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Rough Enough – Mackie [VIDEOCLIP]

Written by Anteprime

Guarda in esclusiva su Rockambula il clip del singolo dei Rough Enough

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What’s up on Bandcamp? || marzo 2018

Written by Novità

I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #13.10.2017

Written by Playlist

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #15.09.2017

Written by Playlist

Phidge – Paris [STREAMING]

Written by Anteprime

In anteprima esclusiva per Rockambula Webzine eccovi “Paris”, il nuovo singolo dei Phidge, quartetto bolognese che viaggia tra l’indie rock e l’emo-core 90’s.

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Recensioni | maggio 2016

Written by Recensioni

Jenny Penny Full – Eos (Dream Pop, Folk, Psych) 7/10
Misurati e cullanti come la migliore delle ninne-nanne. Un’incantevole voce femminile e tappeti sonori che stregano senza mai eccedere, forse peccando, qui e là, di troppa linearità, ma recuperando altrove in piccole fughe eteree, fumose ascensioni improvvise. Prodotto dalla Vaggimal dei C+C=Maxigross, Eos è un debutto sussurrato, ma convincente.

[ ascolta “Far Continents” ]

Echoes of the Moon – Entropy (Doom Metal, Ambient, Post Rock) 4,5/10
Prolisso e noiosetto concentrato di batterie finte, distorsioni acide, urla distanti e cupezza senza fine. Troppo immerso nei cliché per poter sostenere brani da 10 minuti senza evocare sbadigli o prurito al tasto “skip”. Solo per fan del genere, sfegatati al punto da sfiorare il masochismo (ce ne sono).

[ ascolta “Entropy” ]

Foxhound – Camera Obscura (Alt Pop, Funk) 7/10
L’ex quartetto torinese sembra muoversi con più disinvoltura in questo EP, che in cabina di regia ospita Mario Conte (Meg, Colapesce). Rimasti in tre, i Foxhound continuano a muoversi in territori Funk ma si lasciano andare a sperimentazioni analogiche che li rendono soffici e gradevolmente retrò. Ora che la nuova rotta è fissata e funziona attendiamo la prova in long-playing.

[ ascolta “My Oh My” ]

Blackmail Of Murder – Giants’ Inheritance (Metalcore) 6/10
I bresciani, freschi di contratto con la label Indiebox, ci presentano il loro secondo disco: Metalcore indiavolato come da tradizione Killswitch Engage, Caliban e compagnia bella. Il confronto con i mostri sacri del genere regge bene, compresa la ballata “Whisper”, unica variante di un lavoro che ha come punto debole la troppa somiglianza tra i singoli pezzi, risultando, alla fine, impossibile distinguerne uno dall’altro.

[ ascolta “Never Enough” ]

Oaken – King Beast (Dark Ambient, Post Hardcore) 5,5/10
Gli Oaken da Budapest hanno il coraggio di osare, influenzando il Death Metal con una massiccia dose di Dark Ambient e degli inserti Melodic Hardcore. Immaginatevi dei Converge fatti andare a briglia sciolta e calmati con forti scosse elettriche. I brani sono solo quattro ma durano un’eternità, allungati da contaminazioni a profusione. Si salva la voce femminile che impreziosisce “The Hyena” e poco altro.

[ ascolta “The Hyena” ]

Kai Reznik – Scary Sleep Paralysis (Elettronica, Ambient) 4,5/10
Dalla Francia, un’elettronica cupa e retrò che non stupisce per ricerca sonora né per maestria compositiva, tra arpeggiatori ossessivi e synth poco a fuoco. Un poco più interessanti le voci di Sasha Andrès degli Heliogabale su “Post” e “Nails & Crosses”. Se le atmosfere claustrofobiche sono volute, ci sarebbe da lavorare sui suoni per renderle masticabili e non distrarci troppo con gli spigoli grossolani dell’impianto strumentale.
[ ascolta “Post” ]

HUTA – How To Understand Animals (Alternative, Post-Grunge, Shoegaze) 6/10
Un mix saporito di sporcizia echeggiante attitudine Grunge e tappeti sonori e rumoristici da trip oscuro e nervoso. Il trio di Cuneo sforna un album che non delude dal punto di vista strumentale, abbastanza muscolare e ipnotico da convincere nonostante la voce non eccelsa e i suoni a cavalcioni del confine tra frizzone Noise controllato e amalgama poco riuscito, ribelle, fastidioso. Un equilibrio in bilico che mette in luce una qualche potenzialità senza però esplicitarla compiutamente.

[ ascolta “Hone” ]

Guns Love Stories – The Beauty of Irony (Alt Rock) 6/10
Unite il cantante degli Hardcore Superstar ad una qualsiasi band del filone Emocore stile Silverstein o Emery, per fare due nomi a caso, e avrete ben presente come suonano gli svizzeri Guns Love Stories. L’album gode di una produzione ottima che tira a lucido dieci canzoni ad alto tasso di infiammabilità. Eppure, nonostante ciò, il senso di incompiuto è perennemente dietro l’angolo.

[ ascolta “Predigested Hollywood” ]

Xayra – Resilience Blues (Pop) 5,5/10
Se questo disco fosse stato pubblicato più o meno vent’anni fa si sarebbe potuto tranquillamente gridare al miracolo: sarebbe stato un mix perfetto fra Silencers, Smashing Pumpkins, Ellis, Beggs and Howard e il primo Brit Pop. 
Tuttavia la musica negli anni si è evoluta ed è forse giunto il momento per gli Xayra di aggiornarsi e di adeguarsi ai giorni nostri. Certamente un bel lavoro ma fuori tempo massimo.
[ ascolta “Worries+Faults” ]

Filippo Dr Panico – Tu Sei Pazza (Punk, Cantautorato) 6,5/10
Si può descrivere il rapporto di coppia in musica senza mai delineare troppo il confine tra Punk e Cantautorato? Per Filippo Dr Panico è impresa fin troppo facile. Il suo valore lo aveva già dimostrato con il precedente lavoro, ora però ascoltatevi con attenzione “Bravo a Parole” e la title track meditando sui testi, chissà che non vi identifichiate nelle medesime situazioni. Da segnalare inoltre “Ci Vorrebbe Una Notte”, scritta assieme a Calcutta.

[ ascolta “Ogni volta che te ne vai” ]

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Roipnol Witch – Starlight

Written by Recensioni

Non è sempre facile scrivere delle recensioni. A voi probabilmente sembra una figata sputare sentenze nel bene o nel male su un progetto per cui qualcuno ha speso soldi, tempo, energie e sul quale, soprattutto ha messo la faccia. A parlar bene di un disco che entusiasma si rischia che poi quell’album faccia in realtà parecchio cagare ai più e si venga tacciati per venduti, per amici di amici di amici e qualsiasi altra porcata sotterranea possa giustificare un errore di valutazione così grossolano. Se se ne parla male, di media, l'”apriti cielo” è istantaneo e parte dalla band, dagli amici-fan della band e si conclude poi quasi subito lì da dove era partito dopo due o tre giorni di battibecchi e insulti social. Con il risultato che molte più persone ascoltano il lavoro in questione, per capire dove stia la ragione. Ammesso che di ragione si tratti. Perché è impossibile essere oggettivi nello scrivere una recensione. O meglio, per chi legge, è difficile essere ritenuti oggettivi quando si recensisce un disco.
Questo preambolo mi serve per mettere le mani avanti. Sì, ormai lo sapete già, suono in una band di sole donne. No, noi non l’abbiamo fatto un tour di presentazione dell’album. Perché no, in effetti non ce l’abbiamo un album. Viene da sé che no, non abbiamo un’etichetta discografica neanche piccola piccola. E sì, sarà impossibile per me farvi capire che quello che scrivo non è frutto di rosicamento, perciò se volete leggere fate pure, altrimenti fermatevi qui.
Le Roipnol Witch vengono da Carpi, in provincia di Modena. Sono tre donne più un maschio in realtà, una roba più alle Hole che non alle Savages. Ma su di loro si legge di movimento Riot, di all-female band, di rock in gonnella, di Rock With Mascara (che è un’idea meravigliosa che le ragazze hanno avuto – e non sono ironica – di unire tutte le band al femminile italiane e organizzare dei live itineranti per tutta la penisola, con scambio di contatti, di competenze, di passioni). Il movimento Riot Grrrl, lasciatemelo dire, era già morto quando Corin Tucker e Carrie Brownstein decisero di suonare insieme e fondare le Sleater Kinney. Ne avevano già le palle piene di essere intervistate in merito alla difficoltà di suonare in un panorama prettamente maschile o alla difficoltà di non contendersi il ruolo di prima donna con la compagna di band. Mamma mia. È difficile accogliere questo disco come una novità nel panorama musicale nostrano solo perché ci sono tre donne che suonano insieme in una stessa formazione (ma noi abbiamo già avuto i Prozac+, per citare solo una band antecedente con un organico simile). Non sarà (ancora!) discriminatorio concentrarsi sul genere nella promozione di qualcosa?
Dal punto di vista musicale, poi, Starlight non è la novità che aspettiamo (da un po’ e non certo e non solo dalle Roipnol Witch), ma è piuttosto un mix di influenze e di debiti artistici. Si va dalle sonorità New Wave della title-track “Starligt” al Pop-Punk degli anni Duemila di “Disagio” e “Oliver Tweet”; tra distorsioni contenute e registrazioni patinate (per un gran disco dal punto di vista tecnico ma ben poco sul piano artistico), si strizza l’occhio alla Berté in “Femme Fatale” e alle Plasticines di “Bitch” in “Be My Love”.
I testi sono alternatamente redatti in inglese o in italiano. Certo, nel 2016 è difficile trovare chi ancora non sa l’inglese e non riesce a capire un testo (per altro scritto da chi non è madrelingua e quindi non cede a slang e citazioni inafferrabili dagli stranieri), ma è evidentemente altrettanto difficile trovare nell’Alternative Rock un’attenzione per le liriche che non riduca il testo a mero espediente fonico (sempre che non si cada nella canzone di protesta dei soliti Zen Circus, Teatro degli Orrori, Ministri e compagnia). L’uso della rima, poi, come in “Non è un Paese per Artisti”, che poteva essere un pezzo davvero ben riuscito, diventa quasi un’irritante soluzione frivola per destreggiarsi nella grande difficoltà dell’accentazione piana della stragrande maggioranza delle parole della nostra lingua, un trattamento più alla Las Ketchup (o alle connazioni Lollipop!) che alla Au Revoir Simone. Per intenderci.
Il Rock femminile italiano continua, secondo me, ad essere debitore di un Rock al femminile d’oltreoceano che era già anacronistico quando è nato. Finché i coretti saranno di sexy Uh uh piuttosto che di contenuti, finché la leggerezza verrà scambiata per frivolezza anche da chi è parte attiva della composizione, finché mascara, minigonne e una rabbia senza agganci storici, senza il sostegno di testi di spessore continueranno a spadroneggiare in quella produzione che viene definita all female anche quanto la definizione non è proprio vera, si continueranno ad avere più Spice Girls che Carmen Consoli, in una dicotomia costante, per altro, tra suore e puttane. Si continuerà a notare più come si vestono queste ragazze per i live che ascoltare cosa vogliono dire. Ci si continuerà a stupire di vedere una donna suonare un basso e maliziosamente pensare anche magari alla bravura nel gestire un manico tanto lungo. Che pena.
C’è di che essere incazzate, come donne, senza doversi nascondere dietro al femminismo. C’è di che essere donne anche senza dover sculettare, di che farsi rispettare senza atteggiarsi necessariamente da streghe. E comunque, perdonatemi, se si vuole fare le suffragette, sarebbe bene avere, prima, qualcosa per cui combattere.

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Sakee Sed – Hardcore da Saloon

Written by Recensioni

Scherzando, dalle mie parti diciamo che in Brianza deve essere caduto un meteorite che piega lo spaziotempo o non si spiegherebbe la follia dei musicanti della zona. Credo una cosa simile succeda nel bergamasco, dove o vendono della droga molto buona o l’acquedotto filtra attraverso i resti di qualche bestia mitologica soprannaturale interrata nei paraggi che infetta la gente di lì e la rende mutante nella testa e nella musica. La prima spiegazione è più probabile, la seconda è più affascinante. Ci penso perché mi va in cuffia l’ultimo dei Sakee Sed, che avevo già incrociato ai tempi di A Piedi Nubi e che anche in questo Hardcore Da Saloon continuano nel loro meticciato di generi e spunti, creando un Far West che è talmente Far che forse non è più nemmeno West, dove il pianoforte sta in mezzo a tutto, facendosi roteare intorno ritmiche forsennate e distorsioni, voci seminascoste e gusto per teatralità e sorpresa. Non voglio fare paragoni troppo stringenti con altre band, e quindi non li farò. Ma posso permettermi di dire che anche a loro accade ciò che nella zona (geografica) succede spesso, ossia: una lodevole libertà compositiva e immaginifica che però lascia indietro la costruzione di un mondo lirico, di un racconto, per avere invece in cambio una panoramica a tinte forti e impressioniste che diverte e meraviglia, senza dubbio, ma non rimane impressa con la dovuta forza nella mente e, soprattutto, nel cuore. (Il riferimento geografico potrebbe essere anche frutto di un mio personale bias, ma il discorso non cambia). Brani come “Markala”, “Beck and Musical” (che ritornello!) o “La Fuga di Barnaba” creano sì colore e tensione, ma poi qualcosa si perde. Miscelano Rock, Folk, batterie pestatissime, frenesia e pianoforti inaspettati, fughe strumentali brevi ma pungenti, frasi melodiche sghembe, scalene, che allenano le orecchie, che soddisfano il palato, che tendono i muscoli facciali in un ghigno divertito e si fermano lì, sull’orlo del padiglione auricolare, senza penetrare nell’osso, nel sangue. L’energia e la gioia (in senso lato) che sprizzano da queste tredici tracce bastano a fare di Hardcore Da Saloon un buon disco? Sì. Per essere ottimo, però, ci vorrebbe forse anche qualcos’altro che i Sakee Sed, probabilmente, non sono nemmeno disposti a dare. Non importa: se facessero altro non sarebbero loro (e magari sarebbero peggio). C’è bisogno di band che fanno il cazzo che vogliono senza ruffianate. Io non mi convinco al 100% ma a loro, giustamente, che gli frega?

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Recensioni | agosto 2015

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Ben Miller Band – AWSOF (Country, 2014) 8/10

Un secondo album spettacolare per il trio Ben Miller, Doug Dicharry, Scott Leeper che unisce in dodici tracce dal sapore Country tutta la propria esperienza e classe, miscelando Bluegrass, Americana e Southern Rock in un sound estremamente tradizionale ma che riesce a non emanare mai lo sgradevole odore di anacronismo.

Gab de la Vega – Never Look Back (Cantautorato, Punk, 2015) 7,5/10

Il cantautore Punk Folk bresciano Gab de la Vega torna e stupisce tutti con dieci nuovi pezzi e un’interpretazione di “Never Talking to YouAgain”, un grande classico degli Hüsker Dü. Un po’ ricorda quanto fatto recentemente da Tv Smith, ma c’è anche tanto di Bob Dylan e Neil Young. Da non lasciarselo sfuggire!

Stearica – Fertile (Post Rock, Math Rock, 2015) 7,5/10

Essere scaraventati al muro dalla potenza del suono non è cosa che succede troppo spesso. Gli Stearica ci riescono, in versione digitale quanto in versione live, a botta di drumming energici, bassi e chitarre distorti.

Lydia Lunch/Retrovirus – Urge to Kill (No Wave, Post Punk, 2015) 7/10

Lydia Lunch scrive il capitolo del progetto Retrovirus, riunendo sul palco Weasel Walter alla chitarra, Tim Dahl al basso e Bob Bert (Sonic Youth) alla batteria. Nove tracce per ripercorrere la carriera della “big sexy noise queen” e una ciliegina sulla torta: la cover di “Frankie Teardrop” dei Suicide.

OoopopoiooO – OoopopoiooO (Sperimentale, Ambient, 2015) 7/10

Due maestri del theremin creano un nome impronunciabile, sintomo di un universo distorto, onirico, pazzoide. Quella pazzia sana, che fa andare oltre le spesse barriere del Pop e mischia strumenti, giocattoli, elettronica, parole e voci che sembrano arrivare dalle zone più nascoste del nostro cervello. Tredici brani che sembrano difficili al primo ascolto ma che alla fine ci sembreranno vicini alle orecchie come ronzii di insetti.

All About Kane – Seasons (Pop Rock, 2015) 7/10

Gli All About Kane alla loro seconda prova discografica intitolata Seasons, confermano l’ottimo esordio con Citizens e aggiungono alla loro dna british un pizzico di sperimentazione che si spinge verso il Pop e l’Alternative. Seasons è un interessante insieme di melodie leggere e mood movimentati; canzoni come “Old Photograph” e “Hurricane” si fanno amare fin da subito per piacevolezza e orecchiabilità. Nonostante spesso la voce del cantante ci ricordi molto Brian Molko dei Placebo, gli All About Kane riescono a mantenere viva la propria identità per tutto l’album, offrendo all’ascoltatore qualcosa di interessante e ben realizzato. Anche se uscito da qualche mese lo consigliamo per tutti i viaggiatori estivi che hanno voglia di una sferzata di aria fresca.

My Own Prison – Sleepers (Hard Core, 2015) 7/10

Cagliaritani, i My Own Prison, dimostrano con questo loro lavoro di conoscere decisamente bene l’hard core e di possedere tutta la tecnica per poterlo personalizzare. Tutto il disco è fondato sull’infuenza grind e su un cantato growl che muove su ritmi serratissimi di basso e batteria (al limite dell’agilità), che non si concedono tregua neppure in “Sleepers Eve”, caratterizzata da un timbro chitarristico dal sapore Indie-Pop, o nella più intima “Temper Tantrum”. Dieci tracce per un full lenght davvero pieno di energia, decisamente per gli appassionati del genere.

Solkiry – Sad Boys Club (Post Rock, 2015) 6,5/10

A due anni di distanza dall’album d’esordio, torna il quartetto australiano con il suo dinamico Rock strumentale di chiarissima ispirazione mogwaiana. Un disco potente e variegato, che riesce a cullare tutto lo spettro di emozioni che si accavallano nei sogni ad occhi aperti e che ha l’unico difetto di mostrarsi troppo incapace di osare davvero, risultando troppo banale e ripetitivo nella scelta pura dei suoni.

A Minute to Insanity – Velvet (Grunge, Stoner, 2014) 6,5/10

Il Grunge non è morto. Gli A Minute to Insanity da Cosenza lo dimostrano con orgoglio in questo ep. La chitarra e la voce “consumata” di Francesco Clarizio, insieme al basso di Antonio Trotta e alla batteria di Francesco Lavorato, ti riportano lì, in quegli anni Novanta che non sono ancora messi in archivio del tutto.

Attribution – Whynot (Rock’n’Roll, 2015) 6,5/10

Potente e autorevole questo Whynot dei bergamaschi Attribution, album che mescola un’attitudine classicamente Rock and Roll ad una commistione di generi che invece di risultare indigesta esalta le qualità di ogni singolo componente (prezioso l’uso dei fiati). Da ascoltare soprattutto il divertente Funk di “Scofunk” e la bella rivisitazione di “Cold Turkey” di John Lennon.

La Sindrome della Morte Improvvisa – Ep (Stoner, Noise, Hard Rock, 2013) 6,5/10

Un vero e proprio calderone: fondete Stoner, Noise e Hard Rock e otterrete la giusta ricetta sonora; un sound che appartiene più all’America che all’Italia e forse in questo la lingua non aiuta molto (sarebbe stato più giusto cantare in inglese!). Nonostante ciò un lavoro maturo negli arrangiamenti e perfetto nella registrazione

Snow in Damascus – Dylar (Elettronica, Shoegaze) 6/10

Atmosfere cupe e sonorità che spaziano tra Elettronica e Shoegaze, per un disco d’esordio che nel complesso suona come un buon lavoro di tecnica, ma che non colpisce per la sua originalità.

Moira Diesel Orchestra – Moira Diesel Orchestra (Alternative, Post Grunge, 2014) 6/10

Orfani degli anni Novanta, i MDO ricercano costantemente sonorità a metà tra il Seattle sound e dei seminali Litfiba. Tra qualche errore di gioventù e troppi eccessi di imitazione emergono alcuni momenti interessanti come “Nostema di Posizionamento Globale” o “Ardore” che per qualche minuto cancellano i molti reminder. Rimandati.

The Moon Train Stop – EP (Rock, Alt Pop) 6/10

Echi sixties per il trio piemontese all’esordio. Un Pop alternativo luccicante, divertito, ritmato, senza eccessiva originalità ma competente. Quattro brani suonati bene, cantati così così. L’inglese non rende benissimo. Non lasciano (ancora) il segno.

La Sindrome della Morte Improvvisa – Di Blatta in Blatta (Stoner, Noise, Hard Rock, 2015) 5,5/10

Quando si incide un disco che ha il grave compito di succedere a quello d’esordio si pretende qualcosa di più; purtroppo in questo lavoro si mette in evidenza solo la bravura. Mancano i contenuti e le idee nuove. Un piccolo passo indietro quindi è stato fatto nonostante il gruppo si sia aperto ad un lato più “oscuro”.

Night Gaunt – Night Gaunt (Doom Metal, 2015) 5,5/10

I romani Night Gaunt fanno loro l’essenza dei Candlemass unendola alle cupe atmosfere dei Katatonia e alle accelerazioni di puro stampo Celtic Frost. Si resta sempre nell’ambito del Doom Metal, fedeli a un registro prestampato. Senza infamia né lode.

Marco Spiezia – Life in Flip-Flops (Cantautorato, Swing 2015) 5/10

Semplicità ed immediatezza sono le caratteristiche principali di questo disco che non fa ascoltare nulla di nuovo ma che diverte. Canzoni (quasi) sempre veloci ma dai ritmi abbastanza simili. Forse il cantautore sorrentino Marco Spiezia dovrebbe (e potrebbe) osare di più.

The Junction – Hardcore Summer Hits (Indie, Pop Punk) 5/10

Per i tre padovani, il secondo album è una nuova prova con pretese ridotte al minimo sindacale. Pezzi tirati quando basta per provare a non annoiare, qualche buona melodia, un inglese che si tradisce spesso e tantissime banalità, in una miscela di cliché Indie Rock e qualche incursione nei territori del Punk Rock (Pop meglio) da bermuda, occhiali da sole e infradito.

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The Carriage – Alterazioni

Written by Recensioni

Devo dire che questo primo LP de The Carriage, Alterazioni, mi ha sorpreso, e non poco. Purtroppo non è stata una sorpresa in positivo. Leggendo di loro nella cartella stampa, scoprendo i loro obiettivi e i loro desideri, oltre che i loro background tecnicamente di tutto rispetto, mi aspettavo tutto un altro disco. Inb4: no, non ho giudicato il disco misurandolo con le mie aspettative. Semplicemente volevo palesare la mia sorpresa nel constatare un distacco così ampio tra la carta e il suono, tra il racconto e il risultato. Alterazioni è un disco mediocre, suonato, nei singoli comparti, anche abbastanza bene (ad esempio, la vocalità di Matteo Mora è di tutto rispetto, usa la voce in modo molto buono e molto intenso, anche se forse c’è da limitarsi un po’ in istrionismo). È il risultato che non convince appieno: tra i suoni non eccelsi (la chitarre non spingono e la batteria è molle) e la composizione fuori fuoco (va bene voler essere sperimentali – anzi, tanto di cappello – ma poi le canzoni devono stare in piedi, non basta incastrare qualche giro d’accordi non proprio originale su strutture inconsuete per farle funzionare) si fa fatica a concentrarsi sul nucleo fondante del disco, sullo “sguardo” della band, che non si capisce bene dove è puntato, cosa sta fissando, né perché. Anche i testi non si sforzano granché, sia a livello ritmico che di contenuti, e fanno aumentare la sensazione di scollatura tra le varie parti dell’insieme. Non è un disco da buttare, intendiamoci: ci sono passaggi interessanti qua e là (qualcosa di “In Medias Res” non mi è dispiaciuta, per esempio, così come l’introduzione arabeggiante de “L’Intrusa”, e in generale ci sono idee curiose sparse tra le dieci tracce), però lo trovo abbastanza fuori fuoco, ed è più la somma di piccoli difetti che un grande e irrimediabile errore generale. Messe a posto le storture nelle sonorità e nella scrittura, probabilmente The Carriage può sfornare qualcosa di molto, molto più interessante. Alterazioni paga un po’ lo scotto di non avere alle spalle una visione chiara del risultato, cosa che gli dà, purtroppo, un aspetto alquanto amorfo, dall’appeal limitato. La band, sulla carta, ha i numeri per poter migliorare. Vedremo.

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Matinée – These Days (Disco della Settimana)

Written by Recensioni

La fuga dei cervelli è un’epidemia che va espandendosi senza quiete e ha colpito persino il mondo dell’arte. Siamo infatti innanzi a quattro ragazzotti made in Italy, abruzzesi DOC, emigrati in quell’est londinese forse alla ricerca di orizzonti più ampi e di folle più appassionate. Malinconia a parte, i Matinée debuttano nel mese corrente e lo fanno attraverso dieci capitoli di Brit Pop, tenuti saldi all’interno del loro primo album: These Days. Il synth di Luigi Tiberio (voce, chitarra e synth) accompagna l’intera stesura dell’album, donandogli sottili venature Indie in pieno stile Mando Diao. Particolarmente interessante la title track, dai netti richiami The Killers. Una batteria che pompa, una melodia orecchiabile, una chitarra leggera e qualche effetto a rendere il tutto degno di attenzioni e di pause riflessive. Sapiente l’utilizzo di chorus, azzeccatissimo il complesso. Stessa strategia, dotata tuttavia di una ben più marcata aggressività, si riscontra in Said I, capitolo quattro del romanzo anglo-italico. Di traccia in traccia è quasi inevitabile scorgere toni freddi invernali, nulla di negativo, solo un certo nonsoché che richiama in qualche modo i bui tramonti pomeridiani, la sera alle quattro del pomeriggio, un camino acceso e il freddo fuori. Torna inesorabile l’incontro fra Matinée e The Killers. Il tutto sembra funzionare e coinvolgere al punto giusto l’ascoltatore. Pretese interessanti sono riscontrabili in più di un capitolo e l’attenzione è ben catturata dal settimo episodio della serie: Nobody Like Me. Ascoltare per credere. Quattro minuti e mezzo di perfetta armonia. La batteria di Alessio Palizzi si sposa perfettamente con il basso, appena distorto, di Alfredo Iannone, Giuseppe Cantoli fa vibrare saggiamente le corde e Luigi pensa al resto. Suoni tanto armonicizzati e ben miscelati da far pensare ad un lavoro alla Mogwai, alla Silversun Pickups, di quelle opere di perfetta fusione artistica che soltano loro sanno come realizzare. Cambia lo stile, cambia il genere, cambiano i toni, questo è certo, ma qui si parla di armonia, di quel tocco che fa l’80% di un pezzo. Ma si sa, nulla è per sempre. È attraverso 40 Years Old che i giovani emigranti ci salutano. Un saluto leggero e non forzato, in tenuta con il nordic style da camino, maglione e neve fuori. Inevitabile soffermarsi sull’idea che quella ascoltata sia tutta roba nostra. Inevitabile constatare e prendere coscienza del fatto che sia volata via con il primo volo. Inevitabile la malinconia. Tuttavia fa bene al cuore sapere che da qualche parte c’è chi si impegna per realizzare i propri sogni. I Matinée hanno stampato un biglietto da visita in carta elegante e raffinata, rivendendo la propria arte nel migliore dei modi. These Days è il primo album ed in quanto tale ne ha tante da raccontare. Noi siamo qui che ascoltiamo ben volentieri. D’altronde è buio, è freddo ed il camino è già acceso.

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