Rún: un esordio fra tribalismo, orrore e mistero

Written by Recensioni

Il sound del trio sperimentale irlandese, eterogeneo ma estremamente solido, è lo specchio dell’atrocità del mondo moderno.
[22.08.2025 | Rocket | experimental, folk, noise]

Rún è un termine in gaelico irlandese il cui significato è complicato da tradurre letteralmente. Qualcosa a metà fra segreto, mistero e amore, o forse soltanto un punto d’incontro fra questi tre concetti. Rún é un suono esordiente, eppure già con una ferma identità: una percezione tanto familiare, eppure inedita. Un’enigmatica trinità che suona molto simile a quella sensazione di disagio, bruciante e annichilente, che vi pervade ogni volta che il vostro pensiero si sofferma sulla brutalità e sull’indifferenza del mondo in cui viviamo. Sentite del calore da qualche parte, ma è soltanto una purpurea, densa illusione: un rivolo di sangue che vi cola dalle tempie.

Per paronomasia, Rún somiglia a run, l’atto di correre, fuggire da tutto ciò che ci fa orrore; un istinto primordiale che ci suggerisce di scappare lontano dalla realtà, dalle cose della vita che ci rendono meno umani, per ritrovare conforto in una dimensione astratta, avulsa dal tempo e dallo spazio. I Rún sono tutto quanto vi ho descritto sopra, e allo stesso tempo nulla di tutto ciò; ascoltando il loro eponimo album di debutto, ogni possibile classificazione vi sfuggirà inesorabilmente come sabbia in una clessidra.

Più concretamente, i Rún sono tre musicisti irlandesi: Tara Baoth Mooney, Rian Trench e Diarmuid MacDiarmada. Tre personalità ben distinte eppure strettamente confinanti, con un variopinto ed interessante background alle spalle: dal sound design alla produzione, dalla militanza nel folk e nell’avant-garde alle esperienze in diversi altri progetti. La varietà e l’ecletticità dei rispettivi diversi percorsi confluisce in maniera naturale in un disco che fa della propria eterogeneità un fiore all’occhiello da mettere in mostra con orgoglio. Un fiore raro e delicato, dai petali scuri, che sembra essere resuscitato dalle crepe di un terreno arido per tornare a crescere con forza, così bello da ammaliare, così forte da lasciare a bocca aperta.

Rún © Robert ‘Scan’ Watson
Potenza e delicatezza.

Potenza e delicatezza: è con queste due armi che stordisce all’istante come una nube di fumo Paidir Poball (Pupil), poderosa opener di quasi otto minuti. La voce di Tara Baoth Mooney è soave e impalpabile, sembra giungere dagli anfratti più scuri di un corridoio sotterraneo che conduce all’aldilà. Sono le ruvide bordate noise che arrivano in seguito a spezzarne la fragile magia, trascinando il tutto in un vortice di sinistri cori infernali; sono quelle percussioni cadenzate a smorzarne i toni, cercando di riportare la rotta su lidi più psichedelici.

Gli ultimi, confusi rumori di fondo spianano la strada all’ingresso inquietante di Your Death My Body, uno dei picchi più elevati dell’intero album. Una voce che, se possibile, si fa ancor più inquietante e magnetica, in una versione horror del trip hop dei Portishead, accentuata maggiormente dall’ossessività della batteria. Già dopo l’ascolto dei primi due pezzi si può facilmente intuire di essere al cospetto di un’opera sui generis, poco inquadrabile in un genere esistente. Eppure c’è già una sensazione di coesione, difficile da spiegare a parole; un filo conduttore che amalgama un sound che pare aver deciso con precisione quale sia la via giusta da intraprendere.

Il breve minuto di delirio di Gutter Snipe prepara al capolavoro noise Terror Moon, singolo di lancio di indescrivibile impatto: tribalismo, effetti elettronici, fascinazioni esoteriche e un tumultuoso basso si lanciano in una rincorsa dal climax senza precedenti. Vite umane e animali che sperimentano atrocità e distruzione al pari di oggetti inanimati: musica e testo traboccano di rabbia e indignazione di fronte alle mostruosità del genocidio palestinese, la voce si alza, il messaggio arriva più forte e chiaro che mai.

Una chiave per aprire le porte dell’inconscio.

I tremolanti fantasmi che popolano Such Is the Kingdom fanno da intermezzo per il secondo episodio più rumoroso del disco: Strike It, una feroce invettiva contro l’ipocrisia delle istituzioni religiose. Le urla sciamaniche di Tara Baoth Mooney squarciano cielo e terra sempre più in profondità: ogni mistero si svela, in tutta la sua più cruda realtà. Gli occhi si chiudono per non dover assistere ad alcuna visione, l’anima lotta ma le membra cedono.

Un bagliore di spiritualità riaffiora e si schiude sul finale grazie alla conclusiva Caoineadh. Un canto che torna ad essere etereo e lieve si fonde in un’atmosfera che riporta alla mente sia Talk Talk che Dead Can Dance, riscatta e purifica, ristabilisce un ordine – seppur precario e sull’orlo di un perenne precipizio. Come in un ciclo vitale, nascita e morte si ricongiungono tendendosi la mano. La fine del viaggio combacia con l’inizio, il ritrovamento di quella pace interiore così tanto desiderata ripulisce le viscere dall’oscenità. C’è ancora un inferno che continua ad ardere incessantemente, ma è lontano come un punto all’orizzonte.

Già candidati a rientrare nella lista degli esordi più promettenti di quest’anno, i Rún possiedono le chiavi giuste per aprire ogni porta nel vostro inconscio. Mistero, terrore, collera, purificazione: un’emozione indefinita, inspiegabile, eppure straordinaria.

LINK

Bandcamp
Instagram

SEGUICI

Web • Facebook • Instagram • Spotify • YouTube • Telegram • TikTok

Last modified: 18 Agosto 2025

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *