La band americana trova la formula definitiva per unire emo, math e pop da classifica con una scrittura affilata e consapevole. E il risultato è abbagliante.
[15.08.2025 | Epitaph | pop rock, emo, math pop]
È di qualche settimana fa l’annoiata polemica sulla “canzone peggiore di tutti i tempi”, che uno sciame di gen-zers su X e TikTok ha deciso essere Home di Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, dopo aver ritrovato online un’esibizione al NPR Tiny Desk quantomeno casereccia (ma comunque genuina). Da questa scintilla è divampato un incendio che ha portato a rivalutare col senno di poi l’intero fenomeno stomp-clap (o “canzoni con i battimani e gli hey! ho” dicono quelli studiati), ovviamente in peggio, fino all’intervento dei diretti interessati e alla conseguente disgregazione del discorso sotto il cocente sole d’agosto.
Leggendo queste cose, madido di sudore, sorridevo. Ma che dico, sogghignavo beffardo. Da quando ho cambiato lavoro decidendo di abbracciare la vita nella Grande Distribuzione Organizzata (aka supermercato) mi trovo catapultato quotidianamente in quella piscina di merda che è il palinsesto della radio che accompagna i gentili clienti nelle loro commissioni, e noi addetti nelle nostre mansioni, in un loop infinito in cui momenti precisi della giornata vengono accompagnati quasi sempre dalla stessa musica di merda e così via, all’infinito.
Levante. Gli Imagine Dragons. Mengoni. I Pinguini Tattici Nucleari. Biagio Antonacci. Una cover di Giorgia. Tiziano Ferro. Cremonini, ma quelle brutte. Un pezzo palesemente fatto con l’AI. Un pezzo italiano che nemmeno Shazam riconosce. Quando arriva Taste di Sabrina Carpenter sembra che in sala atterri un elicottero dal quale scendono due medici che mi infilano delle cuffie nelle orecchie dicendo “Lo stiamo perdendo, ecco del pop discreto per tenerlo in vita!”. I picchi sono Narcotic dei Liquido, un paio di pezzi dei Paramore e forse Lucio Corsi, ma penso di rivalutare in peggio anche lui tra qualche settimana. Gli Edward Sharpe & The Magnetic Zeros sarebbero manna dal cielo in una situazione del genere, infatti quando passa Little Talks degli Of Monsters And Men (uno degli inni dello stomp clap) è sempre un bel momento, prima che la scure di Sesso e Samba cali sul reparto ortofrutta.

La versione definitiva della band.
Questo preambolo serve solo a specificare che io non ho nessun problema con il pop, ma dev’essere fatto bene. E quando una band o unə artista che arriva da un altro background pensa di avere le spalle abbastanza larghe per sfidare la propria bolla ed esondare nel mainstream… beh, ascoltiamo. Potrebbe funzionare, o essere un completo disastro.
A inizio anno ho scritto di Are We All Angels degli Scowl, una band che ha deciso di abbandonare quasi completamente l’hardcore degli esordi in favore di un punk rock melodico che li elevati dalla massa evidenziandone scrittura e ricerca melodica. Uno step simile, per quanto più graduale, è quello dei floridiani Pool Kids, che già con il secondo album omonimo meticciavano le radici emo/math con melodie più catchy e accattivanti, ma è l’ultimo Easier Said Than Done a sfondare definitivamente quel portone. E in grande stile.
Pubblicato su Epitaph, che ha messo sotto contratto la band solo dopo aver ascoltato il disco già registrato, Easier Said Than Done presenta la versione definitiva dei Pool Kids, ripuliti dai propri eccessi (la verbosità del debutto, la lunghezza dell’omonimo sophomore) e pronti per sfidare i propri demoni e conquistare finalmente il proprio posto anche all’esterno della scena.
Non è un caso che la penna di Christine Goodwyne sia affilata e autocritica come non mai, quasi come se ci fosse una seduta di psicoterapia tra chi scrive e chi dovrà cantare quei pezzi in tour ogni sera, un riflesso esercizio di autoconvincimento. “I let people walk all over me / I take things to personally / Just let me down easily” canta Christine nella title track, ma forse è il resto del mondo ad essere semplicemente di un altro livello (“And when it rains it fucking pours / And I know things but you know more / And you’re just fucking perfect, aren’t you? / Yeah you’re just fucking perfect”).
Sindrome dell’impostore? Nessuno qui?
Piccoli racconti per un pop perfetto.
Tinted Windows disseziona la vita da tour e le difficoltà che può apportare un una relazione, mentre Bad Bruise cerca di analizzare con razionalità i problemi di un rapporto tossico in cui una delle due persone non riesce ad affrontare le avversità (“Probably need some light sedation / ‘Cause you’re always such a coward / When it comes to confrontation, baby”). Not Too Late prova a fare i conti con l’overthinking, Dani con l’infanzia e la condivisione di un segreto troppo grande, Exit Plan con la fine del tour e il conseguente, difficile ritorno alla vita di tutti i giorni.
Il tutto senza slogan o metafore, ma con il solito flusso di coscienza quasi colloquiale che ha caratterizzato i Pool Kids e la scrittura di Christine Goodwyne fin da Music To Practice Safe Sex To, tecnica ormai perfettamente collaudata e perfezionata, con brani che suonano come canzoni pop perfette, ma che nei testi rimangono piccoli racconti.
A livello musicale, Easier Said Than Done prende il precedente Pool Kids e lo screma ancora, andando a togliere il grasso in eccesso a favore di undici brani che dosano alla perfezione il lato emo/math (Tinted Windows, Which Is Worse?), ci costruiscono attorno pezzi alt-rock da rotazione FM (Leona Street, Bad Bruise, una Not Too Late in odore di Haim) oppure si fanno più riflessivi con degli slow burner da applausi (Last Word, Dani).
Anche quando diventano troppo derivativi (Perfect View è un plagio – venuto bene – di Phoebe Bridgers), convincono per intensità della performance e del testo, mentre, quando provano una strada alternativa a tutto il resto, tirano fuori il miglior pezzo del disco: Easier Said Than Done sta in equilibrio tra effetti vocali à la Imogen Heap, melodie clamorose, un saliscendi emotivo che ti abbraccia e una chiusa finale perfetta per sfogare tutto questo crescendo. La prova che, oltre ai testi e a dei grandi musicisti (oltre a Christine a voce e chitarra ci sono Caden Clinton alla batteria, Andy Anaya alla chitarra e Nicolette Alvarez al basso), c’è anche un songwriting oltre la media e la produzione del solito Mike Vernon Davis, già al lavoro sul precedente album e sulle ultime fatiche di Ratboys, Great Grandpa e su Nearer My God dei Foxing che cioè, che vogliamo dirgli?
Una crescita continua.
La scintillante perfezione pop di Easier Said Than Done non suona mai vuota o costruita. Ci sono storie dietro questi pezzi, c’è una band che ha fatto la cosiddetta gavetta, ha sudato sopra palchi, in furgoni scassati e sui pavimenti di chissà quante case. Brani come Leona Street o Sorry Not Sorry non esisterebbero senza tutto quello che è stato scritto prima, in uno step by step che è crescita continua, non una di quelle deflagranti esplosioni da niente a tutto che sono sempre andate di moda nel panorama pop, ma che nell’era TikTok sembrano ancora più random e poco premianti del percorso. Quindici secondi virali che ti proiettano in cima alle classifiche, contratti firmati a tavolino prima di pubblicare anche solo un pezzo, aperture a band enormi senza che il pubblico abbia ascoltato mezza nota.
Non credo riuscirò mai ad ascoltare un brano di Easier Said Than Done al supermercato, mentre spiego ad una signora troppo anziana che no, non ho altro radicchio in magazzino, è tutto finito. Questa scena avverrà con l’ennesima riproposizione di Scrivile Scemo, oppure con un brano sconosciuto e la voce effettata probabilmente creato da Suno, mentre uno spot dal sapore orwelliano mi ricorda che devo ringraziare la SIAE se ascolto ogni giorno tutta questa buona musica.
Nel frattempo il mondo gira, vengono pubblicati dischi bellissimi con canzoni clamorose che potrebbero piacere a tutti ma a nessuno interessa. C’è un altro pezzo di Levante. C’è un altra canzone di Mengoni. Non ci sono i Pool Kids. Non ci sono i Men I Trust. Non c’è nemmeno Oso Oso. E ovviamente ci sono ancora quei cazzo di Pinguini.
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Last modified: 18 Agosto 2025




