Giovanni Truppi – Il Mondo è Come te lo Metti in Testa

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Quando avevo 10 anni sognavo di essere il frontman di una band. Imbracciavo un righello da 60 cm, di quelli azzurri semi trasparenti e fingevo di suonare inventando canzoni sul momento che mi sembravano fichissime, in grado di ammaliare l’orda di fanciulle scalpitanti in prima fila che nitidamente distinguevo nel mio favoloso immaginario. Non sono certamente un esperto di psicologia giovanile ma mi sembra chiaro che la fantasia e la spontaneità sono tratti sani e comuni in un bambino di 10 anni. Ma cosa potrebbe capitare se questo bambino invece arrivasse ad avere 30 anni?
Potremmo chiederlo a Giovanni Truppi che sforna uno dei dischi più originali e allo stesso tempo spontanei degli ultimi tempi. Musica a cui puoi dare qualsiasi aggettivo, ma non di certo “indifferente”. Vivace e violento, bipolare (bastano davvero in questo caso due polarità?), un caos descritto e regolato dalla più complessa equazione matematica. Un mondo in cui tuffarsi dentro vestiti per uscire nudi e privi di ogni barriera con l’esterno.

Il Mondo e’ Come te lo Metti in Testa è il secondo album del cantastorie napoletano e racconta “favole di vita vissuta” con la semplicità disarmante di un bambino un po’ troppo cresciuto che però amplifica ancora tutte le sensazioni. Non esistono filtri: ci sono nomi e cognomi, ci sono nella sessa canzone lo stereo portato a spalle stile anni 80 e Gesù Cristo, ci sono i ministri ladri, “I Cinesi”, il maglione del collega Sabino e le più banali domande sull’esistenzialismo (“Quante volte dovrò nascere? Speriamo che bastino”). Una zuppa indecente che io berrei in continuazione, nonostante le parole di Giovanni si incastrino a martellate e le melodie sfiorino spesso la cacofonia.
Nell’universo del cantautore partenopeo spiccano sicuramente dei piccoli capolavori come: i divertenti e acuti giochi di parole di “Nessuno” (accompagnata anche da un suggestivo video che trovate qui sotto); la stortissima “La Domenica” dove Giovanni e il suo compagno Marco Buccelli alla batteria inventano incastri ritmici da vertigine. Poi degna di nota è certamente “Giovinastro”, risata triste sul nostro incertissimo futuro, pezzo a dir poco geniale composto da Gianfranco Marziano (“da grande voglio fare il giovinastro e so che non farò bene nemmeno questo”).

Il disco è inoltre prodotto in modo perfetto: piano, voce, chitarra e batteria. Niente altro, tutto scarno e scheletrico a sottolineare l’immediatezza di una musica impulsiva. Giovanni cerca di non immagazzinare troppa roba nel cervello, in modo da esportare subito ciò che passa di li senza perdere troppo tempo in inutili elaborazioni. E questo è il risultato: dalla mente si va dritti sulle tracce audio. Forse questo non è un gran disco di musica pop, ma rimane un autoritratto di suprema bellezza.

Last modified: 2 Maggio 2013

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