Recensioni #03.2018 – Porches / Paolo Cattaneo / Bianco

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Porches – The House
[ 2018 | Domino | Indie Pop, Synth Pop, Lo Fi ] (di Claudia Viggiano)

a2219673201_10Le radici del progetto Porches sono nell’Indie Rock DIY, ma dopo l’album di debutto Slow Dance in the Cosmos la musica di Aaron Maine è riuscita a conservare le stesse sfumature melanconiche anche ripiegando sui synth come mezzo primario. Al piccolo capolavoro Synth Pop Pool segue The House, un lavoro apparentemente scarno, a tratti quasi abbozzato in forma non definitiva (“Swimmer”, “Understanding”), in cui le atmosfere sono ancora più downbeat, intime, ritratti nostalgici al rallentatore (“Goodbye”, “Ono”) le cui infiltrazioni Techno (“Find Me”, “Åkeren”) non fanno che rendere la tristezza ballabile – ma che tristezza pur sempre rimane. Se Pool era Chillwave malinconica da piscina vuota al tramonto, qui Porches sembra sedere sul fondo, a tarda notte; The House rappresenta la scelta, da parte di Maine, di fare un passo indietro e in parte onorare le origini Lo Fi con suoni che mimano e al tempo stesso schivano il Pop più convenzionale e con ballate anomale (“Country”, con Dev Hynes). Il talento di Porches è nel saper costruire atmosfere tangibili e The House non è che un’altra, più complessa declinazione di quel talento.
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Paolo Cattaneo – Una Piccola Tregua Live
[ 2018 | Macramè Dischi | Cantautorato, Elettro ] (di Antonio Azzarone)

25443171_10155992128857920_1607763819947050344_nCon questo lavoro live, uscito solamente in digitale (curato da Feyir, Eclectic Music Group e anche prima pubblicazione di Macramè Dischi, marchio discografico dell’ufficio stampa che lo ha seguito durante tutto il tour) Paolo Cattaneo suggella un momento importante del suo percorso artistico già ultra ventennale. Il tour seguito alla pubblicazione nel 2016 dell’apprezzato album Una Piccola Tregua ha messo in scena la maturità raggiunta dall’artista bresciano, in grado di prendere per mano il pubblico e accompagnarlo in un’esperienza immersiva e avvolgente, attraverso un suono elettronico sempre più caldo e intimista, anche sperimentando forme innovative di ascolto. Questo disco, pur non fotografando un’intera performance live, con le otto tracce di cui si compone – sei dall’album da cui prende il nome, una da La Luce delle Nuvole e una da Il Gioco – ne ricrea perfettamente l’atmosfera. Alla voce di Paolo Cattaneo, il cui stile cantautorale deve molto ai migliori esponenti del genere, si affiancano i musicisti Fidel Fogaroli (rhodes, piano, synth), Andrea Ponzoni (elettronica), Nicola Panteghini (chitarra) e Andrea Lombardini (basso). In un lavoro complessivamente di gran qualità, è da brividi l’esecuzione di “Bandiera”. Echi di Battiato nel pezzo di apertura, “Se io fossi un uomo”, per innamorati dell’amore: Non vedo l’ora di idealizzarti ancora / Di dirti guardo il mondo con occhi nuovi ancora / È strano che amore per me era un’altra parola prima di te / È strano che il mare per me era un altro luogo prima di te.
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Bianco – Quattro
[ 2018 | INRI | Cantautorato, Pop ] (di Maria Pia Diodati)

bianco-coverIl quarto disco del cantautore torinese arriva dopo due anni trascorsi sui palchi di tutta Italia, accanto a uno che di come si fanno le canzoni ne sa parecchio. Deve avergli fatto un gran bene, fosse anche solo per osmosi: la scrittura di Alberto Bianco sembra aver assorbito la grazia innata che contraddistingue i testi di Niccolò Fabi, quel saper raccontare la vita scegliendo con cura le parole più semplici. Non è l’unica delle attitudini di Fabi che ritroviamo con piacere lungo le undici tracce di Quattro: il suo saper intrecciare le suggestioni sonore del panorama internazionale contemporaneo con la tradizione cantautorale nostrana è lo stesso di Niccolò nel suo ultimo lavoro in studio, Una Somma di Piccole Cose. Bianco è un paroliere moderno dentro a un bluesman d’altri tempi (“Felice”), che non ignora il richiamo dell’elettronica gentile di questo millennio (la sua “In Un Attimo” esordisce con un carillon sintetico di quelli che piacevano al Bonobo di Days To Come), ne’ l’effetto propulsivo di striature psichedeliche à la  Grizzly Bear (“Fiat”, “La Persona Innamorata”), e in “Padre” si diletta persino con distorsioni di stampo Post Hardcore. Non dimentica però di riconfermarsi tra i migliori nelle specialità a base di melodia pura e schietta, chiudendo con l’introspezione della suggestiva “Organo Amante”. Un album che ha molto da insegnare a tanti sedicenti songwriter italici. 
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Last modified: 20 Febbraio 2019

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