Crowdfunding: seconda parte con intervista a Il Terzo Istante

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Crowdfunding: dopo l’ intervista al team di Musicraiser che trovate qui, ecco la seconda parte con l’intervista a cura di Marco Lavagno alla band Il Terzo Istante , una delle tante che hanno scelto questo metodo di finaziamento/vendita/promozione e quindi le conclusioni di Silvio Don Pizzica.

Il Terzo Istante è una promettente band di Torino, in pista da meno di due anni e che ha deciso di finanziare la produzione e il mixaggio del suo secondo EP tramite Musicraiser. L’iniziativa è stata premiata con un successo strepitoso che ha portato i ragazzi a guadagnare quasi il doppio del previsto! Facciamo due parole con la band.

Ciao ragazzi, innanzitutto benvenuti su Rockambula. A chi di voi è venuta l’idea di finanziare l’EP tramite il crowdfunding? Siete stati spronati da qualche vostro collaboratore o avete fatto di testa vostra?
Ciao a voi e grazie dell’invito. Il merito di averci convinto a percorrere questa strada è tutto di ME. LA (www.associazionemela.com), realtà con cui abbiamo iniziato a collaborare da qualche mese.
Loro non si occupano soltanto di musica, ma anche di comunicazione, arte in generale e organizzazione di eventi, e lo fanno attraverso un approccio particolarmente intelligente e moderno.
Dunque sono piuttosto sensibili alle opportunità che ci offrono sia le nuove tecnologie sia la crisi di settore.

Che cosa avete promesso in cambio ai vostri raisers? Per altro in italiano mi verrebbe da chiamarli tristemente “finanziatori”, invece viene scelta la parola “raiser” che è molto più romantica: coltivatore, allevatore. Trovate sia azzeccato come termine?
Abbiamo promesso un po’ di tutto: intanto con qualsiasi offerta si riceveva, come punto di partenza, il nostro nuovo EP con il proprio nome stampato sopra, nella sezione dedicata ai finanziatori. Poi con offerte a salire si potevano ricevere premi accessori, come lezioni private di uno a scelta dei nostri tre strumenti, una cena offerta e cucinata dalla band, partecipazione al video del primo singolo, registrazione di una cover a scelta in esclusiva, ecc..
Insomma abbiamo dato spazio alla fantasia..
In merito all’etimologia della parola, al di là dei risvolti pratici o romantici crediamo che la cosa importante sia cogliere il concetto e la filosofia di base del crowdfunding: non si tratta di elemosina, non si regalano dei soldi. Si compra un bene o un servizio, spesso esclusivo, prendendo parte (anche con una cifra piccolissima) all’opera di finanziamento di un progetto in cui si crede.

E’ vero che ci sono band che promettono cene o foto autografate? Ma davvero si riescono a fare soldi in questo modo? Pensavo che gruppi come i Backstreet Boys non avessero bisogno di Musicraiser…
Sì, ci sono band che offrono anche questo tipo di premi. Ad esempio….noi. J
Non si tratta di fare soldi, il concetto di partecipazione è del tutto differente. Qui si prende parte a un progetto e si comprano, come dicevamo prima, beni esclusivi.
Una cena con l’artista che si sta finanziando, o perché no una sua foto autografata, rappresenta un bene/servizio esclusivo, non acquistabile sul mercato.
Ovviamente in Italia, siamo appena agli inizi, per cui il crowdfunding è qualcosa che per ora viene preso in considerazione principalmente dagli emergenti e l’appetibilità di questo tipo di premi è proporzionale alla fama dell’artista in questione, ma ovviamente anche i relativi prezzi…
Nel momento in cui, come avviene già ora in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, anche gli artisti mainstream dovessero adottare questa metodologia di finanziamento, siamo pronti a scommettere che ci sarebbero orde di fan pronti a spendere per una cena o un concerto privato di Tiziano Ferro, piuttosto che degli Afterhours.
In merito ai Backstreet Boys ti dobbiamo smentire: siamo anche noi una boy band e ne abbiamo avuto bisogno.

Non vi sembra che chiedere soldi ai vostri supporter sia una forma un po’ vile per finanziare un progetto? Soprattutto senza garantire nulla nell’immediato? E se poi l’EP non convincesse i vostri “allevatori”?
Abbiamo seguito con interesse tutte queste polemiche (molto “italiane”) sul crowdfunding e sinceramente non capiamo proprio cosa ci sia di vile. Comprare la musica non ci sembra vile. Perché è di questo che si tratta. Ed è quello che abbiamo sempre fatto fino a quindici anni fa (anzi molti di noi lo fanno ancora): comprare musica a scatola chiusa, semplicemente perché credi in un’artista o in un progetto.
La differenza è che puoi decidere se comprare semplicemente il cd, oppure fare una cena con la band, farti registrare da loro una cover, ecc..
C’è un’opportunità in più: quella di condividere un’esperienza con degli artisti che stimi, oltre alla possibilità di prendere parte attivamente al processo di creazione di un’opera artistica.

Ma una band emergente non dovrebbe pelarsi le mani a suonare in garage e poi finanziarsi facendo miriadi di concerti anche nei peggiori bar di periferia? Non è meglio a questo punto mettere su qualche cover e suonare di più in giro piuttosto che fare soldi sul web?
Innanzitutto ci fa sorridere il riferimento al “far soldi”. Non c’è niente di più lontano dall’attività musicale in questo momento…
In secondo luogo, potremmo concordare se ci trovassimo nel migliore dei mondi possibili. Spieghiamo meglio: se la musica live fosse pagata decentemente (o se venisse semplicemente comprata la musica su qualsiasi supporto), probabilmente non avremmo bisogno del crowdfunding. Ma dal momento che non è così (e non è una questione di cover o pezzi originali) le nuove tecnologie ci vengono in soccorso. Non è così difficile o dispendioso organizzare una campagna crowdfunding.
Puoi continuare a provare nei tuoi garage, fare miriadi di concerti e nel frattempo farti la tua campagna in contemporanea.
E’ chiaro che la musica è e deve rimanere il centro della questione: ma su questo non avrei molti dubbi visto che il musicista moderno si “rovina la vita” per la semplice esigenza di esprimersi in musica attraverso i dischi e la musica live, senza peraltro ricevere quasi nulla in cambio.

Grazie mille ragazzi! In bocca al lupo e complimenti per questa nuova band. Poi mandateci una copia di questo famigerato EP che cercheremo di mettervi sotto torchio per valutare se i vostri raisers hanno speso bene i loro soldi.
Grazie a voi sia per l’opportunità che per i complimenti!
Poi vi manderemo anche il disco da recensire!

Tutto è chiaro ora. Forse. E invece no. Perché, anche se sono sempre più favorevole all’idea base del crowdfunding, i dubbi vengono continuamente. Uno mi è venuto proprio ora, a dire il vero. A che serve l’”obiettivo”? Se arrivo al 90% invece che al 100% che problema c’è? Perché la band deve rimborsare (sempre che non si autofinanzi sottobanco; vedi prima parte)? In fondo ha comunque venduto qualcosa. Questa è solo una delle domande che mi passano per la testa ma forse sono io che mi faccio troppi problemi. Con tutti questi dubbi crescere è complicato. Forse. O invece no?

E a voi nessun dubbio?

Last modified: 2 Maggio 2013

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