Coma_Cose – Hype Aura

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Citazionismo, neologismi, giochi di parole e Milano come sfondo nel debut di Fausto Lama e California.

[ 15.03.2019 | Asian Fake | rap, elettropop ]

(di Chiara Grauso)

A due anni dai primi singoli e a un anno da Post Concerto, è arrivato finalmente il primo album dei Coma_Cose: Fausto Lama e California (Fausto Zanardelli e Francesca Mesiano), duo milanese all’attivo dal 2016. Le aspettative nate dai brani precedenti (grazie ai quali hanno spopolato in questi due anni, potendo così andare su e giù per l’Italia con neanche dieci pezzi) non sono state deluse: la parola che identifica bene il risultato di questi anni di lavori è sicuramente coerenza.

L’album, anticipato il 25 gennaio da Via Gola, porta 9 brani che si mantengono bene sulla linea artistica del duo: citazionismo, neologismi, giochi di parole (già nel titolo, Hype Aura, che suona come “hai paura”), analogie, e Milano come sfondo; ci sono i suoni elettronici, c’è il rap, c’è anche un po’ di pop. Insomma, tutto quello che già erano stati Anima Lattina, Post Concerto, Jugoslavia, ritorna nell’album, forse più tagliente, con più consapevolezza e maturità.

Nella prima traccia (Granata) c’è già tutto: la disillusione (“I ponti sono fatti per buttarsi / mica per metterci i lucchetti”), il senso di inadeguatezza (“ho forse troppa fantasia / ho dei problemi di allegria”), Milano, ci sono i giochi di parole (“oggi tutto bene / domanicomio”). Mancarsi ha tutte le carte per diventare la prossima hit, è la meno ermetica delle 9 e la più pop: arriva subito, è semplice e diretta. Senza difficoltà puoi già sentire il ritornello cantato con le mani al cielo dal pubblico nei più grandi club italiani. Ma è a metà del disco che si nascondono i due pezzi che hanno i testi più importanti. A Lametta porta il verso più delicato dell’album, cantato con la concretezza che non li abbandona mai: “Lei si tagliava i capelli così corti / che quasi le vedevi i pensieri / e ti assicuro che erano contorti”. Il brano è interamente costruito su contrasti e analogie (“due colpi di tamburo / due euro di prevendita”; “andare ai concetti / capire i concerti”; “una cosa che mi piace / e l’altra no”) e riesce, in questo modo, a rappresentare meglio di tutti gli altri il fatto che dietro questo lavoro ci sono sempre due anime diverse e distinte. S. Sebastiano, senza cadere nel banale, nomina in sequenza Gabriel García Márquez e Pasolini, accompagnati in sottofondo da un verso di Anima Lattina. Le parole del testo sono ricche e forti, vengono toccati temi importanti, nascosti dietro giochi di parole e immagini, che così accostate non c’entrano nulla l’una con l’altra: “la critica sociale la politica la povertà / il disagio umano vorrei approfondire ma penso / che il mio vero nemico sono io quando ho un telefono in mano”. In due righe, così semplice e tagliente: hanno rappresentato il problema della società che ci circonda e di cui facciamo parte. Siamo noi, ci proviamo ad approfondire, a documentarci, ma tutto è diventato così facilmente accessibile e veloce grazie ai telefoni che anche l’interesse che abbiamo verso le cose diventa labile, facilmente sostituibile da altro, siamo continuamente distratti; e allora: “foto, click, rifacciamo”.

Concludiamo con Squali perché rappresenta bene la potenza che sta dietro il lavoro del duo milanese: a un primo ascolto distratto questi pezzi ci sembrano molto superficiali, banali, magari anche abbastanza ripetitivi, i versi nonsense, neologismi a raffica, onomatopee. Poi le riascolti, basta un po’ di attenzione, ed ecco che ti colpiscono, cogli le critiche sociali, le riflessioni, la disillusione, e tutto è accompagnato da un amaro sorriso. Sono ermetici, sono difficili, per comprenderli è necessario un piccolo lavoro di accostamenti, devi entrare nel loro modo di pensare, solo così puoi cogliere i giochi di parole e le analogie su cui sono costruiti. Tutto è studiato: è loro volontà metterci di fronte a questo apparente nonsense, così da permetterci di decidere se andare oltre, ricercando il vero significato dei testi, così che possiamo renderci conto di come in realtà siamo di fronte a pezzi piuttosto impegnati. E allora, ecco giustificata la citazione da “Lo squalo” di Spielberg: “Sai che cosa hanno di strano gli squali? Hanno degli occhi senza vita, palle nere senza luce dentro. E quando uno ti si avvicina non credi neanche che sia vivo, finché non ti morde. Quelle palle nere cominciano a roteare e poi, ad un tratto, senti un urlo acutissimo e terribile. E l’acqua intorno diventa rossa. E in mezzo a quella schiuma e quel casino ti arriva addosso il branco! E cominciano a farti a pezzi”.

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Last modified: 31 Marzo 2019

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