Silvio Don Pizzica Author

Era così tanto un bravo ragazzo. Poi ha conosciuto la trap.

Io e i Gomma Gommas – Quanto Ti Voglio Bene

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Cari miei punkettoni di Rockambula, ricordate i tempi in cui Fat Mike (Nofx), Joey Cape (Lagwagon) e qualche altro pazzo (in tutto avranno suonato almeno una volta nella band una ventina di musicisti) misero in piedi quello strano progetto chiamato Me First and the Gimme Gimmes?

L’idea era semplice. Prendere pezzi più o meno famosi dei favolosi anni sessanta, settanta e ottanta a stelle e strisce e non solo e ripresentarli con la carica del Punk Rock. Buona idea. Perché non fare lo stesso con la musica tricolore? Questo devono aver pensato i nostri Io e i Gomma Gommas (come mai questo nome strano? Se non siete idioti, l’avrete capito) in un ormai lontano 2002, quando la loro vita artistica si trovò al bivio dovuto allo scioglimento delle loro band di provenienza.
Certo che scegliere i pezzi da proporre non doveva essere facile. L’Italia non è L’America di Johnny Cash, di Neil Diamond o di Jerry Reed. Non era semplice andare a scavare nelle montagne di musicassette dei genitori, nelle pile di vinili e nei ricordi per scovare perle tanto belle, quanto conosciute e adatte a un progetto del genere.
Senza farsi troppe pippe mentali, decidono allora di buttarla sul drastico. Scelgono pezzi come “Guarda Come Dondolo”, “Stasera Mi Butto”, “Sono Bugiardo”, “I Watussi”, “Marina” (tutti contenuti nell’album del 2005 Honkey-Donkey!) oppure “Ma che freddo fa”, “Una bambolina che fa no, no, no” o “24 mila baci” (presenti in 50s morti, 60s feriti di tre anni dopo). Brani famosissimi, spesso snobbati dal pubblico più fighetto ma che fanno parte inevitabilmente del bagaglio culturale musicale di ogni artista nato tra le Alpi e il Mediterraneo. Una scelta che oggi suona ingenua (essere veri paga meno che mai) ma che dimostra la voglia della band di suonare, divertirsi e divertire senza la paura del giudizio dei “colti” e soprattutto senza alcuna puzza sotto il naso. Quando nel 2010 esce …Canto quel motivetto che mi piace tanto!!! I ragazzi sembrano ancora più spavaldi. Una formazione nuova, nuove idee (cantato a tre voci ad esempio) e pezzi sempre più sfrontati. “Pippo non lo sa”, “Il pinguino innamorato”, “Voglio vivere così”, “O mamma mi ci vuol la fidanzata”. Ci vuole coraggio a fare una cosa del genere.

Capite che per un punk mettersi a pogare su un pezzo di Cash coverizzato dal grasso Mike, non è poi cosi improbabile. Farlo su un pezzo di Nada o Celentano non deve essere proprio la stessa cosa. Cosi; a intuito. Forse è per questo che le frange estreme del movimento con la cresta sembrano non aver mai preso troppo sul serio questo gruppo che in realtà, con un po’ d’intelletto, potete capire non molto diverso dai gemelli U.S.A. Me First and the Gimme Gimmes. La lingua italiana purtroppo è bomba con la miccia troppo corta, che volete farci. A me non frega un cazzo di fare il punk duro e questo nuovo Ep intitolato molto sdolcinatamente “Quanto Ti Voglio Bene”, lo ascolto più che volentieri, senza pregiudizi e senza nostalgia.
Uscito in occasione della festa della mamma, i tre pezzi sono proprio dedicati a loro, che ci mettono la pezzolina sulla fronte quando abbiamo la febbre, ci dicono di fare piano, ci fanno la lasagna quando torniamo a casa, ci aspettano in piedi e ci cazziano se siamo ubriachi. Lele, Ricca, Gio e Fila ci sparano addosso tre perle del calibro di “Mamma son tanto felice”, “Tu che mi hai preso il cuor” e “Con te partirò”. Tre brani divenuti strafamosi nel loro modello operistico, qui riproposti a mille all’ora, come non ti aspetteresti mai, a meno che tu non conosca già i nostri quattro ragazzoni marchigiani. Chitarre feroci ma non aggressive, distorsioni, ritmi sostenuti e voci bonariamente cattive e cariche (in un caso breve, appare addirittura la lingua teutonica). Tutto è cosi come lo avevano lasciato. Nulla di trascendentale. Solo tanta voglia di svagarsi e cantare, ballare e fare quello che ci pare.

Per i loro dieci anni questi piccoli grandi della scena Punk italiana fanno un regalo a noi. In cambio ci chiedono solo di andare alla festa. Converse, jeans stretti, cresta, tanta batteria nelle spalle ma mi raccomando, venite accompagnati dalla mamma.

 

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Soundscape – Star Things Up

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Ci voleva proprio un disco cosi. Grottesco. Parlare bene di tutti è parlare bene di nessuno, parlare male di tutti è farsi una sega sorridenti davanti allo specchio. Io, ultimamente di seghe me ne stavo facendo ben poche e con le mie palle gonfie che rischiavano di esplodere non facevo altro che sputare miele a destra e a manca, in un tripudio di tre e mezzo e quattro. Cominciavo ad aver paura di essermi un po’ inchecchito. Che cazzo. Dov’ero finito io che non ci pensavo due volte a dirvi se un disco mi faceva cagare? Mi stavo forse facendo fregare dal sistema? Vi dico una cosa, se non vi è mai capitato di fare i “recensori” per qualche webzine o rivista o altro. Esagerate con gli elogi e avrete amici, conoscenze, contatti, visite moltiplicate sul vostro blog, il sito web, la vostra pagina Facebook. Provate a dirne male e avrete la casella di posta piena d’insulti e offese alle vostre conoscenze musicali e alla vostra scrittura, se non alle vostre donne, mamme, nonne, sorelle e via dicendo. Che cazzo. Possibile che si riesca a scrivere bene solo quando la recensione è positiva? Possibile che il nostro cervello sia capace di lavorare meglio quando deve esprimersi positivamente? Forse sì o forse è tutta una cazzata. Ora, se qualcuno mi conosce un po’, dovrebbe sapere che non ritengo mai di avere la verità assoluta tra le mani (o forse sono io che credo di essere cosi? Devo appuntarmi di ricordarmi di chiedere in giro). Io parlo a voi semplicemente come farei a un mio amico meno esperto, consigliando o no l’ascolto di un disco, anzi dicendo la mia nella speranza che lui (lui, lei o il mio amico immaginario, fate voi) s’incuriosisca, ascolti e poi corregga i miei possibili errori di giudizio o viceversa rafforzi le mie critiche. Questo disco mi ha fatto di certo capire che non mi sono rinfrocito ma anzi riesco ancora a dire quando qualcosa mi fa repulsione, senza credermi troppo saputello. Capita, no? Non devo spiegarvi sempre perché non mi è gradito qualcosa. Se vi dico che mi da disgusto il cibo cinese, lo capite il perché anche se c’è chi lo mangia. Diversi palati, probabilmente. Non è un giudizio assoluto il mio ma a volte si ha troppa paura di esprimersi perché chi legge ritiene sempre che il nostro parere sia posto come una realtà suprema. Nessuna offesa verso chi ha sudato per fare un disco ma se non mi conquista che diavolo volete? Pagatemi e vi farò tutta la pubblicità che desiderate. E poi è cosi importante? Potrei dirvi che mi fa schifo la voce di Billy Corgan, la musica di Elton John, i balletti Michal Jackson. Chiedete a loro quanto gliene frega? Non chiedete a Michael. Dovreste suicidarvi per farlo. Quindi state tutti molto calmi. Sto per dirvi una cosa che non vi sembrerà opportuna, forse.

Il promo dei Soundscape ci propone un mix di Alternative Rock, Pop/Rock e Symphonic Rock che solo vagamente può ricordare la musica dei noti Muse ma che in realtà manca della stessa grandezza non solo esecutiva ma anche espositiva. Tutto sembra appena abbozzato, quando la voce cerca acuti che non trova, quando ti aspetti la melodia che non c’è, quando le chitarre dovrebbero spazzarti via e invece, sono risucchiate dalle tue bestemmie a mezza bocca e neanche basso e batteria che provano a pompare un po’, ci riescono mai pienamente. Il disco si apre col brano che dà il titolo all’album. L’inizio ricorda il sound dei Guns N’ Roses ma solo per una ventina di secondi. Appena voce e chitarre cominciano ad andare a braccetto, tutto è già chiaro. Il brevissimo attacco del piano sembra piazzato in quel punto cosi, a caso, mentre la voce propone una melodia assolutamente fastidiosa. Anche il timbro non è proprio memorabile e la voce, nel suo incedere un po’ acidula, sfiancata, senza mai azzardare nulla si limita a seguire lo stesso percorso all’infinito.

Il secondo brano “Under Attack” ha il pregio di promuovere quantomeno una variazione sul tema. Parte con un ritmo Martial Folk interessante, addolcito dalle note del piano. Prima che scadano sessanta secondi però, tutto torna esattamente dove ci aspettiamo e non bramavamo. La musica è sempre la stessa, priva di energia e nello stesso tempo, di melodia, incapace di emozionare cosi come di stupire.

Il terzo brano, “Die For One Day”, è invece una ballatona di quelle che non possono mancare in un disco del genere. Sinfonici arrangiamenti accompagnano le parole, intervallati da momenti più energici.

“Gave Ya All” si ricollega alla precedente per l’atmosfera particolarmente intima che prova a suscitare e forse, anche perché si discosta parecchio da quanto ascoltato fino ad’ora, è il momento migliore dell’album.

L’inizio Neofolk di ”Try Again” fa ben sperare e cosi l’attacco pieno di metallo, ma, come ormai ho imparato, tutto dura davvero troppo poco. Parole cantate e sussurrate si alternano alla ricerca di un’enfasi che neanche il pigiare di tasti riesce a creare.

Con “Girl” arriviamo a metà del promo. Bell’intro pazzoide e vagamente esotico e poi il nulla. Una cosa è chiara. Su di un elemento hanno fatto un discreto lavoro. Sanno come iniziare i pezzi. Poi, ovviamente, non basta ripresentare quegli intro dentro le canzoni per creare belle canzoni, ma questa è un’altra storia. Nelle tracce restanti, in concreto, nulla è aggiunto. Momenti lenti alternati a episodi più energici. Poche idee, poca voce, poche melodie.

Che posso dirvi ancora. Non ho neanche troppa voglia di continuare a parlare in questi termini. Non è una musica che mi piace questa, Pop Rock che finge di travestirsi da Alternative Metal. Puah. Eppure solitamente qualche cosa riesco anche ad apprezzarla, nel genere. Mi dispiace dirlo ma non è questo il caso. Non c’è in sostanza niente che mi piace escluso qualche passaggio nei testi. Non m’interessa la musica, le melodie, l’esecuzione, la voce, ecc.. Io ci ho provato ma…

Sorry, Try Again.

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Bugo

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In occasione del festival “Note su ali di farfalla” (https://www.rockambula.com/note-su-ali-di-farfalla-notte-per-federica-e-serena/), serata di beneficenza dedicata a Federica e Serena, le due studentesse teramane scomparse sotto le macerie del terremoto aquilano, abbiamo avuto il piacere di regalarci e regalarvi un intervista con uno dei protagonisti della serata che si è tenuta a Teramo venerdi 07 settembre. Insieme a lui, hanno partecipato ad uno dei più attesi eventi live del centro Abruzzo, Calibro 35, Offlaga Disco Pax, I Cani, Amelie Tritesse e Gesamtkunstwerk. Ma ora godiamoci la solita ironia, sagacia e candida follia del menestrello che viene dal nord. Signore e signore, ecco a voi Cristian Bugatti, in arte Bugo.

Ciao Bugo. Per prima cosa, come stai?

CIAO, ORA STO SDRAIATO.

Difficile che il nostro pubblico non ti conosca. Impossibile direi. Ma oltre il personaggio chi è Cristian Bugatti e chi Bugo?

GUARDA, A DIRE IL VERO IO NON MI CONOSCO. E’ TUTTA LA VITA CHE CERCO DI CONOSCERMI!

Raccontaci come e perché è iniziata la tua carriera.

NON PARLO MAI IN TERMINI DI CARRIERA. E’ LA PAROLA “CARRIERA” CHE NON MI PIACE, NON MI CI RITROVO. E’ UNA DI QUELLE PAROLE COME “CURRICULUM” CHE SERVE SOLO PER RUFFIANARSI LE PERSONE. HO INIZIATO AD AVVICINARMI ALLA MUSICA GRAZIE AD ALCUNI AMICI DEL MIO PAESE CHE AVEVANO UNA BAND. UN GIORNO ALLE PROVE MI CHIESERO DI PROVARE A SUONARE LA BATTERIA, MI VENNE NATURALE E COSI INIZIAI. DOPO DUE ANNETTI HO COMINCIATO A SCRIVERE CANZONI E HO ABBANDONATO LA BATTERIA. HO FORMATO UN GRUPPO NEL 1994, I QUAXO, CHE HO SCIOLTO DUE ANNI DOPO PERCHE’ MI SONO RESO CONTO DI ESSERE ALLERGICO ALLE DINAMICHE DI GRUPPO E VOLEVO CONTINUARE DA SOLO.

È ancora l’amore per quello che fai che ti spinge a continuare? Considerando che hai all’attivo otto album, oltre a diverse collaborazioni e altro, non pensi che, a un certo punto, le idee possano esaurirsi?

LE IDEE SI ESAURISCO SEMPRE, E PER FORTUNA, ALTRIMENTI AVREI IL MAL DI TESTA! E’ PER QUESTO CHE CERCO SEMPRE NUOVE SOLUZIONI, PERCHE’ SE SCOPRO UN’ IDEA CHE FUNZIONA E PROVO A REPLICARLA, MI VIENE SEMPRE FUORI UN PASTICCIO. LE IDEE VANNO E VENGONO, ALCUNE FUNZIONANO, ALTRE NON VANNO PROPRIO.

Nel corso degli anni, ho notato una sorta di evoluzione melodica a discapito delle sperimentazioni lo-fi degli esordi. Come mai questo mutamento pop?

IO HO SEMPRE FATTO POP. NON HO MAI CONSIDERATO LA MIA MUSICA COME MUSICA SPERIMENTALE. ANCHE UNA CANZONE COME “SPERMATOZOI” E’ POP. SOLO CHE ALL’ INIZIO AVEVO POCHI MEZZI E LA QUALITà SONORA ERA QUELLO CHE ERA. IO CERCO DI NON RIPETERMI, CERCO DI LAVORARE IN TERRENI IN CUI NON MI SENTO SICURO.

Quest’anno hai duettato con Enrico Ruggeri nel brano “Il lavaggio del cervello” contenuto nell’album “Le canzoni ai testimoni” nel quale Ruggeri canta con diversi esponenti della nuova musica italiana (Dente, Linea77, Marta sui Tubi, ecc…). Come nasce questa collaborazione? Può essere la base per qualche progetto futuro o un episodio isolato.

CREDO CHE SARà UN EPISODIO ISOLATO, A MENO CHE RUGGERI NON VOGLIA FARE UNA COVER DI BUGO!

Come è nato il tuo ultimo album “Nuovi Rimedi Per La Miopia”?

E’ NATO DURANTE IL TOUR DI CONTATTI, NEL 2009. CI HO LAVORATO PER OLTRE UN ANNO E L’ HO COMPLETATO E CONSEGNATO AD UNIVERSAL NELL’ ESTATE DEL 2010. VOLEVO UN DISCO DIVERSO DA CONTATTI.

Torniamo a qualche anno fa. Parlami della splendida “Amore Mio Infinito”, ispirata al romanzo di Aldo Nove e presente nell’album del 2006 “Sguardo Contemporaneo”.. Scrivi spesso le canzoni ispirandoti a opere letterarie?

NO, IN GENERE NO. PERò ALL’ EPOCA AVEVO LETTO QUEL LIBRO DI ALDO E MI AVEVA COLPITO L’ AMORE DEL BAMBINO PER LA BAMBINA. E IO NON AVEVO ANCORA SCRITTO UNA CANZONE CON UN TESTO COSI “INFANTILE”.

Quando, con quale disco o canzone, in quale circostanza hai capito che avresti vissuto di musica?

CON “CASALINGO”. L’ HO SCRITTA NEL 1998 MA HO ASPETTATO IL MOMENTO GIUSTO PER PROPORLA.

Il vecchio tormentone/paragone con Beck (che oggi non ha più senso) ti ha più lusingato o infastidito, nel corso degli anni?

ENTRAMBE LE COSE.

Una delle cose che ho sempre trovato affascinante nel tuo modo di scrivere è l’attenzione per le piccole cose apparentemente insignificanti e la capacità di cantare la generazione della disillusione. Nel tuo ultimo album, “Nuovi Rimedi Per La Miopia”, ho notato invece una sorta di aria di speranza e tematiche più sentimentali e adolescenziali. Sembra che il giovane Bugo di qualche anno fa puntasse paradossalmente a un pubblico più maturo rispetto all’artista di oggi. Non è più il Bugo di “Spermatozoi” (che adoro) e mi è difficile immaginare un pezzo come “Comunque Io Voglio Te”, come un pezzo di quel Bugo? Chi o cosa ti ha cambiato? Stai ringiovanendo?

IO NON VOGLIO RIPETERMI, NON HA SENSO PER ME RISCRIVERE UNA CANZONE COME “SPERMATOZOI”. RIMANE UN BRANO UNICO PERCHè NON NE HO MAI RIFATTO UNO SIMILE. IO CERCO DI IMMAGINARMI NUOVE IDEE. NON AVEVO MAI SCRITTO UNA CANZONE IN CUI MI IMMAGINAVO UNA SORTA DI PERSONAGGIO CHE FA IL DURO E DICE CHE L’ AMORE è UNA SCELTA COME IN “COMUNQUE IO VOGLIO TE”. IO VOGLIO ESSERE SEMPRE DIVERSO, PERCHè DENTRO DI NOI ABBIAMO TANTI LATI, SIAMO DEI MULTIPLI. IO NON HO NULLA A CHE FARE CON LE TEMATICHE ADOLESCENZIALI, NON MI SONO MAI INTERESSATE. E NEL NUOVO DISCO NON C’è TUTTA QUESTA SPERANZA CHE TU CI VEDI. LA VITA è VANITà , E SEMPRE SARà COSI PER ME.

Che rapporto hai con il tuo pubblico? Oltre ai tuoi fan, ci sono ancora gli oppositori violenti (non necessariamente in senso fisico) che mi è capitato di vedere a qualche tuo live? Da dove viene quest’astio da parte di alcune persone? Perché chi non ti apprezza si arroga il diritto di offenderti e non fa la stessa cosa con altri artisti? Perché succede a te e non a Dente o Brunori?

SE DECIDI CHE VUOI ESSERE UN ARTISTA ALLORA PREPARATI ALLA CROCIFISSIONE. OGNUNO HA DIRITTO DI ESPRIMERE IL PROPRIO PARERE. IO NON SONO UN RUFFIANO, NON FACCIO MUSICA PER ACCONTENTARE GLI ALTRI, FACCIO LA MIA MUSICA E BASTA, CON TUTTI I RISCHI E LA FATICA CHE COMPORTA. CHI MI OFFENDE FA BENE, PERCHè ANCHE IO OGNI TANTO OFFENDO ME STESSO! ANCHE GLI ALTRI PERò DOVREBBERO OFFENDERE SE STESSI!!

C’è molta più elettronica nella tua musica. Scelta dettata dalla necessità evolutiva o cosa?

L’ ELETTRONICA FA PARTE DELLA MUSICA DI OGGI, NON POSSO FARNE A MENO E HO ANCORA TANTO DA SCOPRIRE.

Pensi di aver avuto dalla musica tutto quello che ti spetta?

NO! VOGLIO FARE UN DUETTO CON JIMI HENDRIX!

Che musica ascoltavi da ragazzo e cosa ascolti oggi? L’ultimo disco ascoltato e il tuo preferito?

HO INIZIATO CON DURAN DURAN ALLE MEDIE, POI TANTO RAP AL LICEO, DA JOVANOTTI AI BEASTIE BOYS. POI IL ROCK AMERICANO E MAN MANO MI SONO FATTO ONNIVORO. ASCOLTO TUTTO RANDOM, SENZA PENSARCI TROPPO. L’ ULTIMO ALBUM CHE HO SENTITO E’ “COEXIST” DEGLI XX. UNO DEI MIEI PREFERITI, SE NON IL MIO PREFERITO, è “THE PIPER AT THE GATES OF DAWN” DEI PINK FLOYD.

Cosa ti piace e cosa odi della musica italiana, del sistema musicale e del pubblico, a mio avviso sempre meno capace di scegliere e condizionato da tv e radio, nonostante mezzi a disposizione molto più imponenti rispetto al passato (penso al web)? Siamo un popolo di pigri o di ignoranti?

SI, MA QUESTO NON è UN MALE SE RICONOSCIAMO DI ESSERE PIGRI E IGNORANTI.

Qual è il futuro della musica italiana? Come te lo immagini?

COME è SEMPRE STATA. DIVISA, OGNUNO A COLTIVARE IL PROPRIO ORTICELLO, NELLA SPERANZA CHE QUALCUNO PASSI E COMPRI I NOSTRI FRUTTI.

E cosa ne pensi della scena Indie? C’è qualcuno che non sopporti o che non merita il successo che ha? Ti avviso che a questa domanda mai nessuno ha fatto un nome. Sembra esserci molto rispetto reciproco, a “telecamere” accese.

AHAHA! IO NON SOPPORTO NESSUNO!! NEMMENO ME STESSO!

Ho notato una tua particolare attenzione all’aspetto estetico (vedi gli abiti che indossi nelle tue copertine) eppure questo non si riversa necessariamente nella tua proposta musicale, come accadeva per il Glam Rock. Che rapporto hai con l’apparire?

CI GIOCO, CON L’ APPARENZA. SE METTO UNA MAGLIETTA COOL DICONO CHE SONO UN FIGHETTO. POI METTO UN PANTALONE STRACCIATO DICONO CHE SONO UN BARBONE.  E’ TUTTO UN GIOCO.

Quale è il tuo sogno di musicista e la tua paura più grande?

NON VIVO DI SOGNI. LA MIA PAURA PIù GRANDE SONO SEMPRE STATO IO.

Pensi di dover dire grazie a qualcuno per essere quello che sei e di dover mandare affanculo qualche stronzo che ha provato a fermarti?

NESSUNO PUò FERMARTI, SE NON TE STESSO O LA MORTE. TROPPO FACILE DARE LA COLPA AGLI ALTRI.

Che rapporto hai con la critica musicale?

NULLO.

Qualche anno fa, hai suonato a pochi chilometri dal mio paese, nella suggestiva location dell’Eremo di Celestino V. Hai qualche ricordo particolare, bello o brutto che sia, di quella serata?

NON RICORDO NULLA!

Il tour “Qualcosa di più importante” è quasi alla fine. Il bilancio?

5 MORTI E 2 FERITI. LA MAGGIOR PARTE è SOPRAVVISSUTA.

Quali saranno i tuoi prossimi passi? Ora vivi in India con tua moglie, se non sbaglio. Dobbiamo aspettarci contaminazioni esotiche?

PUò DARSI, è PRESTO PER DIRLO.

Dimmi quello che avrei dovuto chiederti e non ti ho chiesto. Poi, se vuoi, rispondi.

COS’ HAI MANGIATO STASERA? RISPOSTA: PASTA AL BURRO!

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Staggerman – Don’t Be Afraid And Trust Me

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L’uomo che barcolla è tornato. Non abbiate paura e fidatevi di lui. Non è più il tempo di essere piccoli, “Tiny, Tiny, Tiny” (album d’esordio datato 2010), non è il tempo dei campi verdi ma Staggerman è comunque lo stesso vecchio diavolo di sempre. Il lombardo Matteo Crema germoglia col mito della musica e dei Nirvana e scopre i sui superpoteri da Staggerman nel 2009. Nello stesso anno esce autoprodotto l’album “Tiny, Tiny, Tiny” e critica e pubblico, anche grazie a diversi passaggi radiofonici (Radio Rai su tutti) e tv (trailer Mediaset) dimostrano di apprezzare oltre ogni auspicato desiderio. Due anni dopo, un’altra congiuntura decisiva nella carriera del giovane cantautore lombardo, si ha con la compartecipazione alla compilation “OndaDrops Vol. 4”, realizzata in collaborazione con una nota webzine del settore. La raccolta, realizzata da diversi songwriter e folkster contemporanei, si propone di rimaneggiare il sound outlaw country statunitense dei padri del sogno, come Hank Williams, Kinky Friedman, Johnny Cash o Guy Clark. Di fianco al nostro, troviamo nomi importantissimi della scena, quali i grandi Great Lake Swimmers di Tony Dekker, Pwolf And Avi, Caleb Coy, West Of The Shore, Buster Blue e tanti altri delinquenti e cowboy in viaggio tra la polvere del Texas nella strada per Los Angeles. Insieme con Laura “Lalla” Domeneghini, Staggerman presenta il duetto Lee Hazlewwod e Nancy Sinatra di “Summer Wine”, proposta in versione Wilco. Da qui l’avventura inizia a divenire cosa seria. Altri brani sono inseriti in note compilation Indie Rock e nel 2012 arriva finalmente il secondo, difficile lavoro, Don’t Be Afraid And Trust Me. E il bello è che è tutto ancora più bello di quello che è stato. Più spirituale. A partire dai disegni minimali di Matteo, del bellissimo artwork.

Il disco si apre con “Maybe I Won’t”, e la chitarra e la voce di Staggerman ci regalano momenti di solitudine e malinconia in perfetto stile The Black Heart Procession (il brano sembra assolutamente uscito dalla penna di Pall Jenkins e soci). Pare di ascoltare le ultime parole di Staggerman che seduto a una sedia davanti ad una bottiglia di vino attende l’ingresso della Morte che ogni minuto, scalcia ballando alla porta, pronta a fare il suo nero ingresso trionfale. Un brano bellissimo che ha la pecca di essere davvero troppo somigliante al sound dei suddetti americani di San Diego. Poco importa alle nostre orecchie, tuttavia.

Con “(Not) The Man I Used To Be” la musica prende tutta un’altra piega. Una via di mezzo tra il solito genio di Wilco e il Neil Young più spensierato. Un pezzo dall’armonia fenomenale e arrangiamenti eccelsi, tanto che sembra di spiare il nostro Neil (esclusa la voce non molto affine) accompagnato, invece che da un’armonica, da fiati, corni (Marco Romele, Emanuele Guizzetti e Diego Filippi) che esaltano la potenza melodica del pezzo. In “Morning Walk” si vola nella più classiche e segrete atmosfere Folk d’oltreoceano, tra parole d’amore guidate con delicatezza dal piano di Guglielmo Scarsi (che con Lorenzo Colosio alla batteria e Salvatore Lentini al basso formano la struttura portante della band di Staggerman nelle esibizioni live).  “Can’t Stand Up” è il primo momento Indie Rock del disco. La batteria pulsa come un cuore impazzito mentre il basso scandisce un ritmo ossessivo in contrapposizione alla melodia Pop. Una miscela di Arcade Fire e Okkerville River con una spruzzata di sano santo Folk e motivo quasi jangle alla Belle & Sebastien. È la volta del Blues. “The Night I Saw You Stripping” è la manifestazione acida di Staggerman che abbraccia I moderni idoli della musica del diavolo, The Black Keys, con una mano, mentre con l’altra stringe i favolosi e psichedelici anni sessanta di The Doors e Jimi Hendrix. “Skinny Pretty Freak” vi rapirà già dall’intro che sembra lo spiraglio di una porta socchiusa di una dance hall anni ottanta. Poi il basso diventa il protagonista esclusivo prima che la voce di Staggerman si riveli in quella che era una delle sue manie dei lavori precedenti (Sour Times è l’esempio perfetto) ovvero l’omaggio, l’imitazione, il sacrificio a, l’atto di riverenza a. Insomma, chiamatelo come volete, ma quello che ascoltate è quanto di più analogo possa fare un ragazzo dal nord dell’Italia al mitico Mister E, in altre parole Mark Oliver Everett e alla sua creatura Eels.

La parte terminale del disco inizia con la bellissima ballata “Everything Is Nothing”. Poi torna la carica di “Too Hot To Die” prima di “Turtles”, tutta dedicata al solo piano di Scarsi. Il finale è invece assegnato alla nenia “If I Could Only Live My Life Twice” che si scioglie come neve al sole, come sangue tra le mani bagnate di lacrime. Parole che si disgregano in un tripudio di distorsioni che chiudono il brano e l’album, ricordandoci che “Days and years are passing by sooner than we would expect /i giorni e gli anni passano prima di quanto ci si aspetterebbe”. Oltre alle canzoni, il disco contiene una traccia video, che si apre con le parole Diesel 24062. È lo studio di registrazione di (in parte) Don’t Be Afraid And Trust Me. Il video, presenta le immagini dei musicisti e dei luoghi che hanno reso possibile questo lavoro (il disco è stato registrato oltre che con tre diversi batteristi, anche in tre diverse sessioni di registrazione, in tre punti diversi), con sottofondo la loro musica e alcune parole che compaiono di tanto in tanto a dare indizi su come sia nato l’album. Da un punto di vista prettamente musicale non ha assolutamente rilievo ma ne ha tantissimo per aiutarci ad apprezzare le persone che si nascondono dietro le note e le parole, per apprezzarne lo spirito e i sacrifici, la passione. Un bellissimo regalo per chi ha amato le canzoni di Matteo Crema e per chi ancora non l’ha fatto.

Un disco seducente ,nato dal cuore di chi ama la musica oltre ogni cosa e fatto per chi ama la musica, specie quando è capace di portarci a sognare in luoghi troppo spesso divorati dall’avanzata del progresso. This is Folk, this is Country, this is Staggerman.

 

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Doppia Goccia – Per La Gloria

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Pochi cazzi. Ci voleva un album cosi, una band cosi, in un’estate cosi, cosi. Calda, bollente e focosa. Ci volevano proprio queste undici canzoni, non tanto per combattere l’afa che tanto è ogni anno la più terribile di sempre (e quest’anno ha anche nomi da pelle d’oca, giusto per prenderci per il culo un po’ di più, ogni anno di più) ma più che altro per riuscire ad apprezzarla e sfruttarla come si deve, magari al riparo di rigogliose fronde o bianca calce, con l’aiuto di un fresco estivo bevibile Gin Lemon o una Corona gelata. Ci voleva “Per La Gloria” per aiutarci a riscoprire la bellezza del sudore d’estate, dell’ozio della controra e della spensieratezza dei balli e dei bagni di notte.

Il duo Amos Villa (voce, armonica e chitarre) e Gabriele Pezzini (voce e percussioni) nasce dieci anni fa e da allora la festa a tutta tequila non è mai finita. Il primo piccolo grande passo è l’album “D’Essenza E Speranza” datato 2004 che segna la svolta artistica della band brianzola che li porterà dal duro mondo del live (innumerevoli e da maratoneti) al più cervellotico lavoro in studio.

Nel 2007 esce l’album “Sulla Linea Di Confine” seguito, come nel loro stile degli esordi, da innumerevoli apparizioni dal vivo, in Italia come all’estero, in compagnia di Gang, Crifiu, Mercanti Di Liquore, Inti Illimani, Baba Sissoko e Marcio Rangel.

Nel 2010 il duo registra nel circolo Arci di Osnago La LoCo, l’acustico live tratto dal lavoro precedente e nel 2011 si torna in studio, con l’apporto del fonico Lorenzo Caperchi (Bluvertigo, Mercanti Di Liquore) per questo bellissimo, pungente, energico, essenziale “Per La Gloria”.

Il sound della band alterna il Folk Rock a stelle e strisce più robusto, stile 16 Horsepower e Two Gallants, al Tex Mex velenoso dei Calexico passando per le sbronze gongolanti da “Messico e Nuvole”. Una miscela esplosiva di percussioni afro caribbean, Reggae, Folk a non finire, Country e qualche passaggio Pop.

Si parte subito a mille con “Rock In The Aia”, eccezionale ululato alla luna, un inno alla voglia di libertà che mescola pelli nere con chitarre folkeggianti e un cantato impetuoso. Colpisce da subito la naturalità della musica di Amos e Gabriele che riescono a percuotere il cuore senza bisogno di superare i limiti, grazie anche a testi indovinati che fanno sognare. Nella successiva ballata “Radici Non Ne Ho” continua la strada presa dalle parole nel brano precedente mentre il ritmo decelera, evidenziando gli aspetti vocali del Folk dei Doppia Goccia, che, pur non spiccando per qualità, presentano un timbro e un’empatia assolutamente straordinari. “La Strada Di Bea” parte con l’armonica di Amos Villa e si capisce subito che qui c’è da ballare. Un ritmo travolgente, una melodia Pop alle spalle del solito King of the U.S.A. e, everything is gonna be alright, ti ritrovi in un attimo in pista a cantare con Bea. Un momento più leggero rispetto all’accoppiata iniziale e che rappresenterà uno dei momenti più divertenti delle loro esibizioni live. Con “Dirti Amore” si passa al momento più popular del disco (non è casuale l’aggiunta del synth di Simone Pirovano). E di cosa parla il Pop se non di Cupido, delle sue vittime e i suoi discepoli. Ma ancora una volta il testo, scritto con la collaborazione di Flavio Ciceri, coglie nel segno perché riesce a essere lineare, senza essere insipido, aiutato da una melodia febbrile, e gradevoli schitarrate Vampire Weekend (tanto per farvi capire). Curiose le note iniziali del brano che, non so quanto volutamente, sembrano essere fuse col pezzo precedente. Quindi “La Notte Che Gio Rivolta Tornò In Città” ci riporta al Folk- Country americano già dal titolo, particolarmente spaghetti western. Il brano non convince come il resto, non riesce a colpire né musicalmente, mancando di quella sobrietà mista di trascinante ritmo che è la peculiarità degli altri brani, né nel testo, poco riuscito nel tentativo di essere evocativo e moderno al tempo stesso. “Al Fianco Delle Stelle” abbassa ancora i ritmi aggiungendo il contrabbasso ad arco di Roberto Benatti che aiuta a rendere l’atmosfera più innamorata possibile. “Il Manovale” somiglia al più classico Folk Rock italiano, nello stile di Modena City Ramblers, The Gang e Bandabardò nei loro episodi più malinconici e impegnati. “La Stella Dei Monti” al contrario ci porta dritti a ballare nel Texas di qualche secolo fa mentre le parole, come a intavolare uno splendido piatto agro dolce, ci parla di oggi e di monti in un ironico e azzeccatissimo accenno a cori jodel. “To Ramona” e la tromba di Giulio Cereda ci riportano nuovamente ai confini del Messico insieme a un vecchio tizio di nome Bob Dylan (qua c’è da ridere felici) mentre “Ti ricordi Del Mare” ci propone una poesia in musica sarcastica ma con un retrogusto malinconico. Siamo quasi alla fine ma niente lacrime. Perché ci pensa proprio “Lacrime”, cantata insieme ai Water Tower e alla loro tromba (il testo è scritto proprio da Cecco e Water Tower), a scaldarci ancora il cuore. Se non dovesse bastare il sole.

Questo “Per La Gloria” è davvero bello. Sardonico quanto basta, melodico, innamorato, torrido, carico, brillo e gioioso, mai piatto, mai noioso nonostante il non facile terreno nel quale si cammina. Semplice e comunque denso grazie ad un uso puntuale ma mai ridondante di voce, chitarre, banjo, ukulele, armonica, djembe, cajòn, tamburi, timpano, piatti, udu, shake, maracas, karkabou, bongos e guiro. E dal vivo devono spaccare il culo ai passeri (non me ne vogliano gli ambientalisti).

Non mi resta che lasciarvi con le parole del pezzo finale perché fa un caldo bestiale e ho bisogno di un Gin Lemon o una Corona gelata, un po’ di fresco e solitudine.

Volere tutti e nessuno
Stare bene cosi
Felici e spensierati
Quasi come ubriachi
Ubriachi d’amore
Ubriachi di gioia
Ubriaco di te!

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Goriano DiVino

Written by Live Report

Vi ricordate quando vi abbiamo detto che Rockambula sarebbe andata in vacanza? In realtà non era proprio vero. Perché la festa di Goriano, di cui vi racconto oggi, è un po’ la nostra festa, di Rockambula, l’unica webzine che non riposa neanche quando dorme. Non sarà il MiAmi e noi non saremo RockIt (la cosa non è tanto un male visto che i “piccoli” hanno meno da perdere e tanto da dire) ma resta una festa da urlo, da veri amanti del Rock, quello brutto, sporco, cattivo, sudato e pure con la panza, visto il menù della serata. Vi avverto subito che se noterete un costante, inesorabile ed esponenzialmente crescente appannamento nelle mie parole, non è per la stanchezza di una giornata davanti al pc ma la precisa iperrealista rappresentazione dell’evoluzione alcolemica subita nell’arco di quella giornata, cosi indimenticabile che mi sono scordato quasi tutto. Ma farò uno sforzo.

Era il ventotto di Luglio e la personale quarta edizione del Goriano DiVino inizia nel mio paese, in un pomeriggio spettacolare. Molto caldo e un paio di birrette e quattro chiacchiere ci aiutano a resistere fino a quando calerà il sole. Si parte verso Goriano (patria del nostro Riccardo) e per una mezz’ora di viaggio tra le splendide montagne dell’Appennino Abruzzese, ci fanno compagnia curve da brividi, paesaggi mozzafiato e qualche canzone, di quella gradevole spazzatura italiana. Finalmente siamo in cima (per modo di dire, visto che in fondo siamo solo a 720 metri slm, a sud della Valle Subequana) e ad aspettarci non c’è il fresco tanto desiderato ma un borgo bellissimo e tanta allegria. Quella dei bimbi che giocano nel prato che costeggia la piazza dove ci saranno i concerti e quella dei tantissimi ragazzi dello staff che smuovono il culo per dare vita a questo paesino di seicento abitanti. La festa ha inizio.

Il palchetto di Rockambula è ormai pronto, Cd introvabili, spillette, maglie, figurini, tutto a un prezzo simbolico. Vicino al palco è allestita la mostra vivente di Luca “BaraBBa” Colaiacovo, artista di strada pratolano che si mette presto all’opera per mostrarci la nuova strada intrapresa verso la Spray Paint. Un altro artista lo affianca presto. Viene da Pescara, si chiama Massimo Desiato alias Teschio Urbano e potete leggere una sua intervista proprio su Rockambula (https://www.rockambula.com/anche-l%E2%80%99-arte-vuole-la-sua-parte-con-massimo-desiato-alias-teschio-urbano/). Arte oscura, tenebrosa che qualche ora più tardi incontrerà i paesaggi solari di BaraBBa in un’opera a due realizzata in tempo reale.

Il pomeriggio passa svelto, tra qualche saluto ai tanti amici, le solite birre, uno sguardo alle opere esposte e un altro al palco che prende vita. Vicino allo stand di Rockambula è stato piazzato il percorso enogastronomico. Genialata a metà tra il sarcastico, l’ironico e il serio. Il tutto è presentato dai ragazzi come un iter fatto di una decina di vini tutti della zona, ai quali non è assegnata un’etichetta, rigorosamente di produzione propria, e soprattutto spesso pessimi. Ci scherzano anche loro, a volte consigliando di saltare un certo bicchiere perché “benzina” o sfidandoci a berne un altro sorso. Si mangiano stuzzichini di mortadella e formaggio, durante il percorso e ci si diverte tanto, anche a compilare la lista dei vini, dove andiamo a indicare un voto e un giudizio (totalmente libero e giù con gli “aceto, imbevibile, devastante ecc…). Qualcuno capisce lo spirito e si atteggia con aria poco credibile a sommelier di grande esperienza. Nel complesso, una trovata che di certo non apprezzeranno i “grandi intenditori di vino” ma che, in una festa come questa non certo per gente snob, ci sta da Dio. Ed io alla fine, come gli altri, di percorsi me ne sparo più d’uno. È tempo di cena e il menù, quest’anno, presenta una sorpresa. Oltre ai soliti arrosticini c’è la mortadella arrosto, che si dimostrerà ottima oltre ogni aspettativa. Ovviamente annaffiamo il tutto con birra e vino, stavolta in bottiglia e le cose cominciano a decollare. Si avvicina l’ora della musica.

La prima band a salire sul palco è Christine Plays Viola http://www.christineplaysviola.it/. Probabilmente la migliore band della Valle Peligna è composta da Massimo Ciampani (voce), da Teramo, Fabrizio Giampietro (chitarra) da Sulmona (AQ), Desio Presutti (basso) e Daniele Palombizio (Batteria). Come al solito la loro esibizione è pressoché impeccabile. Unione di tecnica e teatralità, influenze multiple che confluiscono in una dark wave mista a elettronica. Un chitarrista da far invidia a Glen Johnson, un bassista storico della scena Rock e Punk pratolana, un cantante che a vederlo ti aspetteresti leader di una band Thrash Metal e un batterista da paura, un ragazzone enorme, che pur potendo non si dà delle arie neanche quando scoreggia (citando Otello). La band è probabilmente più adatta a scenografie cupe e tetre ma la loro qualità esce sempre allo scoperto. Non sbagliano un colpo. Istrionismo e spiritualità, abilità e pathos, passione e melodie nere come il vento di notte. Questo sono i Christine Plays Viola, questo sono stati. Ancora una volta i migliori, anche se in troppi non se ne accorgono (https://www.rockambula.com/christine-plays-viola/).

Ora tocca alle donne. Le scatenate Wide Hips 69 http://www.facebook.com/pages/-Wide-Hips-69-/190213751014648 da Teramo più il batterista Luciano “HalfSpoon”. Loro sono Daniela “Locomotion” al basso, Lorena “SlimHips” alla chitarra e la mitica “Cristina TitsQuake” alle urla. Una botta di energia che non ti aspetti, Garage Rock allo stato puro. E come faccio a non mettermi sotto il palco a saltare e urlare con loro come una squallida groupie? Obbligato. Ci voleva. Una botta di energia. Eccezionale il contrasto musicale tra le due prime band salite sul palco. Ora solo Albano potrebbe scombussolare ancor più le mie cervella in ebollizione.

Invece si avvicinano strani tipi di una certa età. Vecchi poliziotti in borghese a una festa di svitati? I pazzi del paese? Tossici in gita? Chi saranno mai. Lo scopro presto. Sono la storia del Punk Hardcore abruzzese, Digos Goat (sempre zona teramano) nati nel 1984, hanno spaccato palchi per otto anni prima di sciogliersi per poi tornare insieme dopo venti anni. Avete capito più che bene. Avete capito che gente c’era sul palco? Tra l’altro dopo “Il Delirio” e “Testimoni Del Silenzio” quest’anno hanno anche inciso il nuovo lavoro in studio “Stille” che vi consiglio di non perdere (https://www.rockambula.com/digos-goat-stille/). Ormai è tutto pronto, s’inizia a fare hardcore sul serio e mi scaravento sul palco a pogare, barcollare, fare casino, urlare, invitando gli altri a fare altrettanto e qualcuno sale con me. Non ricordo quanto è durato ma sono arrivato alla fine sfinito. Come loro del resto. Ma cazzo se n’è valsa la pena. Senza sprecare troppe parole, senza fare troppo gli alternativi, Marko Sigismondi (voce), Gix Guerrieri  (chitarra), Ghevara Paolone (batteria) e Raimondo D’Orazio (basso) ci hanno ricordato cosa significa suonare hardcore, ci hanno insegnato cosa doveva essere il punk di venti, trent’anni fa e ci hanno dato una lezione di vita. Spettacolo.

La parte live è finita. E’ ora di vagare tra la gente, fare conoscenze e condividere un bicchiere di vino. L’atmosfera è assolutamente rilassata e festosa oltre che brilla come ogni Goriano DiVino deve essere. Ci spostiamo davanti allo stand alcolico e qui cala il sipario della nostra mente. Cominciamo a cantare cori da stadio, pro Pescara, anti Sulmona, per Pratola o contro Chieti. Di tutto, basta che si riesca a sfogare tutta la carica e l’adrenalina accumulata.

Ora è proprio tardi e i ricordi diventano surreali. I più sobri, i temerari e gli incoscienti ripartono giù per i tornanti. Alcuni vanno a dormire al dormitorio che è messo a disposizione dal comune per le band e chiunque non avesse dove restare (trovata da standing ovation). Ma la festa continua. Si sale al bosco, dove Salvatore Carducci alias Dr Greenthumb ha attrezzato tutto per una notte all’insegna del Dj set più devastante. Alberi, musica, notte nera e birra.

E la notte a Goriano, la notte di Rockambula, la notte dei Christine, dei Digos Goat, Di Teschio Urbano, delle Wide Hips 69, di Barabba e del Dottore, la notte del vino e della musica, dei ragazzi e dell’Abruzzo. La nostra notte, la notte del Goriano DiVino contro gli assassini della giovinezza e della follia, della vita, sembra non finire mai e almeno fino a quando non apriamo gli occhi continuiamo a sognare l’irresponsabile e negativo desiderio di, almeno, non essere uguale a loro.

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Noise Under Dreaming – In Mine

Written by Recensioni

Il sistema musicale italiano ha da sempre dovuto affrontare un enorme problema che può riassumersi nella totale incapacità di imporsi anche nei mercati esteri, inglese e americano soprattutto, giacché apparentemente più accessibili. Tralasciando i paesi di lingua anglosassone, penso alla Scozia dei Mogwai, all’Irlanda di Pogues o U2, all’Australia di Nick Cave e Radio Birdman, anche la nazionalista Francia è riuscita a esportare con convinzione i propri prodotti artistici anche molto diversi tra loro, dall’Hip Hop al French Touch senza dimenticare i leggendari chansonnier e lo stesso la Germania, restando nel mondo occidentale, si è imposta negli anni con il suo Krautrock, l’Industrial degli Einsturzende Neubauten o l’elettronica.

E L’Italia? Tralasciando le puttanate spagnoleggianti di Eros o Laura, all’estero hanno un’idea alquanto bizzarra della nostra musica. Ultimo esempio, la classifica online di The Guardian (British) che, citando i dieci momenti memorabili della storia del Pop tricolore, affianca Moroder, De Andrè, Paola e Chiara (ma che cazz…) e Cristicchi.

Tristezza infinita (e non solo per l’assenza di Povia)!

Qual è il problema e come superarlo? Ovviamente la mancanza di promozione e attenzione da parte delle grosse etichette non aiuta certo le band minori di qualità nella ricerca di spazi nell’immensità del mercato globale. Basta questo a creare un enorme e insormontabile muro di vetro. Poi la colpa è anche vostra (magari non proprio tua, visto che leggi Rockambula) e della vostra pigrizia. Il pubblico italiano è tra i più ignoranti e manipolabili d’Europa e riesce a spostare l’attenzione sui più meritevoli solo in caso di morte (e non sempre accade). E’ anche colpa vostra se a livello promozionale funziona più svendere un brano da usare come jingle per uno spot di pannoloni per anziani invece che vincere il premio Tenco.

L’ultimo problema, quello più duro da superare e più interessante poiché tocca il cuore della musica, è dato dalla lingua. Non solo perché chi canta in italiano, deve fare i conti col fatto che un inglese d’italiano non capisce una minchia. In realtà magari a quell’inglese del testo non frega niente. Ma frega a chi scrive le canzoni e spesso finisce col dare più attenzioni alle parole che alla musica e soprattutto col non dare musicalità a quelle parole, che è quello che conta e che da sempre ha generato un certo divario nell’ambito della musica Rock (secondo voi perché Jonsi canta in hopelandic? Secondo voi perché alcuni testi di band straniere tradotte somigliano alle idiozie di un pazzo ignorante?). E cosi ci troviamo colmi di nuovi, si fa per dire, Battisti, Dalla, Capossela, ecc… che troppo spesso ci riempiono la testa di cazzate quando in realtà vorremmo solo buona musica. E in fondo questi nuovi cantautori, chi li conosce fuori dalla penisola?

Anche per questo molti scelgono la lingua di Queen Elizabeth ma non sempre la padronanza della stessa è tale da non sfociare nel ridicolo (tipo cafone in vacanza).

Mentre scrivo, sto ascoltando l’ultimo gioiellino dei Noise Under Dreaming, In Mine. Loro hanno fatto una scelta drastica. Pochissime parole e tante note (stessa scelta dei genovesi Port-Royal, capaci, a detta loro, di trovare spesso più entusiasmo nell’Europa dell’Est che non a due passi da casa). Le canzoni, in senso classico, con testi e melodie precise, si trovano esclusivamente nella parte finale nel disco e comunque acquistano un perché, cosi inserite. Tutto il resto è un lungo trip sperimentale, fatto di Ambient, Neoclassical, Avant Folk, Elettronica e field recordings.

Michele Ricciardi e Matteo Chiamenti sono al secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo l’esordio del duemilaotto per Foolica, Tarokidei. Nel mezzo c’è un Ep, Objects In The Mirror Are Closer Than They Appear, per la stessa casa di “In Mine” e soprattutto tanti live anche all’estero (appunto).

Il disco si apre vaporoso con “En Plein Air”, brano Ambient che avrebbe fatto un figurone come accompagnamento nei momenti disperati di Donnie. Quindi “Noise Under My Wish” regala una rilettura particolarmente seducente del Post Rock mogwaiano (scusate il termine) e del Dream Pop dei Sigur Ròs. In “For Nothing” compare la voce, come fosse un sussurro tra le vibrazioni sonore, in una ballata ricca d’atmosfera. “Lullaby For Lovers” è una sorprendente danza psichedelica di vocalizzi onomatopeici sopra un tappeto caldo come l’Africa e ironico e surreale come l’esistenza. “She Won’t Follow Me In Heaven” unisce invece le note neoclassiche incontrate nel brano d’apertura con le parole sussurrate in “For Nothing” finendo per ricordare lo Slowcore dei Low, per il suo ossessivo e disperato ripetersi. La splendida “Whisper”, tutta strumentale, abbraccia il Folk dei Memory Band e i paesaggi sonori ed eterei di Julie Skies.

Non spendo una parola per “Placebo”, semplicemente perché strepitosa nella sua essenzialità. Passiamo alla “Sinfonia Per Menti Distratte” divisa in tre movimenti (brani otto, nove e dieci). Ovviamente già dal titolo capirete che si tratta di un lungo intermezzo Neoclassical sobrio e persuasivo come il primo grande Eluvium (quello di Copia per intenderci). Prima del trittico finale cui abbiamo accennato prima, si sogna ancora con “Rikke” e i suoi contrasti gustosi, musicali e non, piano – drum machine, passato e presente, musica classica e Drum and Bass (il risultato finale non c’entra niente con la su citata), chitarra e parole recitate come in un tribale rituale magico. Gli ultimi tre brani, “In Deep”, “Better Story” e “Monochroma”, come già accennato all’inizio, sono quelli che più ricalcano la classica forma canzone. C’è da dire che la carica e un certo sapore Lo-Fi nella voce, stile Have A Nice Life, né fanno comunque pezzi appassionanti e deliziosi anche grazie a melodie ammirabili. Soprattutto perché i tre brani sono piazzati uno dietro l’altro a fine disco come per creare una suggestione intensa e particolare, distinta dal resto del disco. Dei tre, sicuramente “Monochroma” è il più arguto, col suo intro Noise/Shoegaze che si ripresenta più volte a squarciare la base cruda e la voce ardente e viva. Immaginate di trovarvi davanti a due palchi distinti dove U2 e Jesus And Mary Chain suonano contemporaneamente.

Se non lo avete capito, questo In Mine del duo milanese Noise Under Dreaming è assolutamente da non perdere. Spero per loro il meglio perché hanno dimostrato che non servono soldi a palate e mezzi smodati per fare ottima musica. Servono idee. Qui ci sono (con ovviamente tante cose possibilmente migliorabili). E se non avranno successo all’estero? Sticazzi, viva l’Italia.

 

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All About Kane – Citizen Pop

Written by Recensioni

Lo so che fa un caldo infernale e non avete proprio nessuna voglia di stare a tormentarvi piegati davanti al pc a leggere di band semisconosciute e ascoltare impegnata musica neoclassica scandinava. Anch’io vorrei stare al mare con un Gin Lemon in mano, il sorriso da ebete stampato sul viso (mentre da sotto gli occhialoni scuri sbirciate le note chiappe chiare italiche), con in mano un libro di uno sconosciuto scrittore senegalese incontrato in spiaggia, il Mucchio Extra col viso di Gainsbourg poggiato all’ombra e nelle cuffie Jangle Pop a non finire. Invece no. Sarà masochismo o necessità ma mi ritrovo, neanche fosse un innevato dicembre, chiuso tra quattro mura crematorie ad ascoltare e scrivere e sudare e non ho neanche il tempo di accendere la tv per scoprire dal Tg1 quale sarà il tormentone dell’estate (qual è?). Però stavolta ci facciamo un favore. Vi propongo una band che potreste tranquillamente ascoltare per radio quest’agosto, per melodie, attitudine e tanto altro. Niente pesanti droni, avanguardie e feedback assordanti. Nessuno sforzo eccessivo è richiesto.

Ve li presento. Andy, Eddy, Fabry, Thom e Guido ovvero All About Kane da Biella. Il progetto nasce nel 2008 e il loro primo Ep, “Trails”, uscirà l’anno seguente. Lo scorso anno partecipano all’Heineken Jammin Festival Contest con il brano “My Little Shop” riuscendo anche a fare da headliner sul second stage con Beady Eye,

Cremonini e Coldplay. A giugno di quest’anno, finalmente vede la luce il primo album della band, Citizen Pop (notare, tra nome di band e disco, la sottile citazione del capolavoro di Orson Welles), anticipato dal singolo “Independent Lights” il cui video è girato sotto la regia di Stefano Bertelli (Marlene Kuntz, Cristina Donà, Caparezza, Nomadi, Dari (vantiamocene pure!), Bandabardò). Il risultato dei tre anni di fatiche operaie alla Fonderia Musicale di Vigliano Biellese è un sound immediatamente piacevole, basato sulle melodie più di ogni altra cosa e con un’equilibrata amalgama tra momenti acustici ed elettrici. Forse c’è ancora troppo odore di hamburger e fish ’n chips nelle note dei quattro ragazzi o forse è ancora presto per darne una valutazione corretta.

Citizen Pop si apre con “Songs At The Window”, attacco in punta di piedi quasi esclusivamente incentrato sul sempre più protagonista ukulele (utilissimo a creare quelle atmosphere Twee Pop tanto apprezzate dagli incalliti Indie di mare) e la voce molkiana di Thom. Il brano suona estremamente intenso e piacevole nonostante la sua semplicità e piace anche il suo evolversi in chiave più classica.

Passata la poco coraggiosa “Exile Supermen” arriviamo al singolo “Independent Lights”, che alterna una corposità, una carica e una melodia Pop-Rock degna delle grandi band da stadio come gli U2 a passaggi più oscuri e intimi da far invidia ai primi Fanfarlo. Bellissima la ballata “Madness We Need” nella quale la chitarra si manifesta come i colori d’un sogno, il basso danza come in un ballo anni sessanta e la voce di Thom si prende il centro della pista mettendosi in mostra con tutte le sue potenzialità. La voce viene raggiunta da quella di Marella Motta nella successiva In “This Black Night” per un duetto azzeccato tanto quanto il ritornello fresco e il riff di chitarra dal sapore stars and stripes. Con “Sorry For The Delay” si torna a godere delle tonalità morbide e rapite che sembrano essere una delle cose che meglio riesce agli All About Kane. Ma riesce benissimo anche una cosa diversa come “Rainbows Are Collapsing”, nel quale il sound prende velocità sotto la carica della batteria di Eddy. Il brano, concentrato di speranza e desiderio di opporsi, è un perfetto esempio di quella che è la musica dei biellesi. Vi sembrerà di ascoltare un misto di Fanfarlo, U2 e Placebo eppure le variabili fonti d’ispirazione sono tanto numerose che potreste trovare celati riferimenti completamente diversi. Ovviamente la cosa può essere vista tanto quanto un pregio (non è certo lusinghiero suonare identici a una band esistente) che come un difetto (sembrare simili a tanti può creare difficoltà a sembrare se stessi) ma siamo certi che tempo e maturità aiuteranno a limare gli ovvi problemi. L’attacco piano-voce e colpi di cuore impazzito di “January” sembrano il preludio a follie cabarettistiche stile Dresden Dolls ma in realtà il pezzo prosegue in una linearità quasi eccessivamente melliflua con sporadici inserti glitch a provare ad alzare un po’ la polvere. Alla fine il risultato è un pezzo di puro Pop dai capelli rossi (ammetto che ascoltarlo mi ha fatto pensare a Tori Amos) non troppo apprezzato da chi vi parla ma che potrebbe attecchire su un pubblico più radiofonico. In “Carry On” gli All About Kane provano a cambiare strada mescolando acute note folk, ritmi vagamente giamaicani e fiati irridenti ma il risultato non convince troppo. Ancora una ballata dal titolo “The First Lovers” che farà certamente sognare gli adolescenti brufolosi grazie ad una musicalità quanto mai gradevole nella sua banalità (del resto ci sono suoni che piacciono prontamente all’orecchio più di altri) e quindi il finale “Marzyplans” che punta ancora su ritmi leggeri e mai invadenti. Per chiudere, visto che ho scritto anche troppo per essere il nove luglio d’una torrida estate e sia io che voi abbiamo necessità fisica di una Nastro gelata, difficile dire quanto sia apprezzabile questo Citizen Pop. Al primo ascolto sembra certamente orecchiabile e gustoso ma in seguito le cose cambiano. Voglio essere sincero fino in fondo. Non mentivo all’inizio quando vi ho detto che vi avrei parlato di una “band che potreste tranquillamente ascoltare per radio quest’estate”. Non mentirò ora. Per i miei gusti tutto è troppo Pop, sia il cantato sempre in primo piano, che le melodie a volte ripetitive cosi come quel sound che non si muove mai da invisibili ma presenti e precise linee guida evidentemente necessarie per provare ad avere successo. Sembra pieno di tanta roba ed effettivamente tra arrangiamenti sfarzosi e altre scelte artistiche del genere non è certo un timbro semplice. Eppure lo sembra fin troppo. Come parlare troppo e dire poco. Quando si piega verso il Pop-Rock, il sound suona come i momenti peggiori della band di Bono e troppo spazio per le ballate mi getta in un incubo popolato di Brian Adams e Bon Jovi  e altri mostri sconsacrabili. Di sicuro non sembra esserci la voglia di provare a fare qualcosa di nuovo. Innegabilmente c’è tanta voglia di esprimersi, comunque. La voce di Thom è assolutamente appagante e il resto del gruppo suona con precisione senza mai rischiare ma comunque dimostrando competenza inconfutabile. Di sicuro sarà dura piacere a un certo tipo di pubblico, presumibilmente quello più numeroso della nostra webzine, sempre in cerca di novità e “sporcizia” artistica, ma di certo ci sono tutti gli ingredienti per l’apprezzamento della più semplice, meno attenta e indagatrice, platea radiofonica. Se l’obiettivo è quel tipo di ascoltatore, gli All About Kane dovranno solo fare più ricerca melodica visto che è quello che conta per vendere, no. Ritornello e melodia. In questo Citizen Pop di momenti che ti mettono la tenda nelle orecchie, non ce ne sono quanti dovrebbero.

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Casa – Crescere Un Figlio Per Educarne Cento

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La proposta della band vicentina che risponde al nome Casa, nasce nel 1998 da un’idea del duo Filippo Bordignon e Francesco Spinelli (che proprio in occasione di quest’album lascerà il posto e la chitarra a Marco Papa) i quali decidono di fare musica attraversando la strada della carriera mainstream trasversalmente e a cento chilometri l’ora. Le loro note e le loro parole sono cosi distanti dal Pop e la loro indole cosi anticonformista da permettere ai Casa di mescolarsi all’arte contemporanea, di improvvisare Live con diversi pseudonimi come Plus e Little Jew Quartet, di collaborare con artisti diversi, musicisti e non, e soprattutto di sperimentare in ogni momento della loro esistenza costellata di episodi quantomeno bizzarri. Nel 2008, al Festival di Arte Contemporanea Tina B di Praga presentarono un lavoro multimediale ispirato dalla deviazione sessuale dello “sniffing“.  Il pubblico ne fu particolarmente nauseato spingendo l’organizzazione a staccare la spina e i Casa a suonare senza suoni. Dello stesso anno è la decisione di inserire un artista sordo come loro cantante, per il progetto “Musica Intuitiva”. Dovreste aver già intuito (appunto) davanti a che personaggi ci troviamo. Artisticamente prodotto da Andrea Santini, Crescere Un Figlio Per Educarne Cento è il quinto annuale lavoro che segue nell’ordine “Vita politica dei Casa”, “Remake”, “Un giorno il mio principe verrà” e “Peggioramenti” e vede la partecipazione, oltre alla formazione base composta da Filippo Bordignon, Marco Papa, Filippo Gianello, Ivo Tescaro, di numerosi ospiti eccellenti come Gianpaolo Bordignon, Marco Ferrari, Nicola Riato, Lele Rigon e tanti altri. Prima di passare alla musica, volevo citare anche l’interessante immagine di copertina di Manuel Baldini, dettaglio di tecnica mista su tela. Sapete che sono cose cui tengo.

L’album parte col botto, con l’estemporaneità sax jazzistica di “Morton” che accompagna le parole di Filippo che, con fare sarcastico e monastico, ci racconta la surreale storia di Sonia, Morton, un adulterio e un faggio. Come in una rappresentazione musicale del simbolo Yin e Yang, le improvvisazioni decostruite della parte musicale si toccano, si abbracciano, danzano e si baciano con la parte vocale rigida come una litania, ma mai si confondono per miscelarsi in un grigio sbiadito. In “Blues Morto”, perdonatemi la poca originalità, è il classico Blues dal sapore di America e cotone a farla da padrone grazie all’armonica di Marco Ferrari. Il terzo brano, “Whodunit!” presenta una combinazione di ritmo marziale di batteria, alternanze di chitarra al sapore di velluto underground, psichedelie sixties tanto The Doors e un cantato quasi buckleyano nel suo incedere cangiante in anticipo su fulminee esplosioni acuminate. “Il Vangelo Secondo Alessandro” sembra un normale brano rock sperimentale ma il rumore che squarcia senza violenza la musica dopo la prima metà del primo minuto crea lo stesso sapore di silenziosa angoscia che avreste nel vedere Gesù Cristo scendere da un disco volante davanti a voi in piena notte e in piena campagna. Perfettamente a metà troviamo, come in un fine primo tempo del film le cui protagoniste sono le corde vocali di Bordignon, gli oltre quattro minuti strumentali di “Interludio A Forma Di Croce” che anticipano “Il Terzo Stile”, riportante la nota “da ascoltarsi a volume appena audibile”. Una sorta di rumore bianco a metà tra avanguardia Drone music e semplice citazione sul silenzio in stile 4’33’’. Quindi “Madonna Con Cilicio” ci trascina nel momento più Pop e melodico, in un ritmo vagamente sudamericano che in realtà è figlio della più tradizionale canzone italiana, anche se un figlio degenere, scapestrato e folle, come ci ricorda la chitarra nelle sue digressioni avant. Forse proprio per la sua solo apparente (la seconda parte del brano è sperimentazione pura fuori dal tempo) accessibilità il pezzo è di certo tra i più interessanti di tutta la lista. Ancora “Beba La Moldava” ci concede un’ulteriore contaminazione di generi, una nuova sorpresa e un ritmo trascinante. Rock in senso più classico che stavolta lascia alla parte vocale il ruolo di folle danzatore dei boschi, in un alterno cantato alla Pierò Pelù, vecchio stile, e parole biascicate in illusori non-sense.  Chitarre, basso e batteria si limitano a correre. L’ultimo pezzo, “Non Lasciarmi Mai”, riprende quel legame, di cui abbiamo parlato prima, con la canzone melodica e cantautorale italiana, portandolo all’esasperazione, se consideriamo il resto del disco. Flauto, vibrafono, contrabbasso, un sound morbido e vellutato, una melodia vocale da ballo di fine anno anni settanta italiani e un testo in netto contrasto, per la sua mielosità, con le parole che ci hanno accompagnato per la mezz’ora circa precedente.

Il sound che pervade questo Crescere Un Figlio Per Educarne Cento non è certo quello più adatto ai palati semplici ma nello stesso tempo è abbastanza variegato da poter essere apprezzato da un pubblico diverso. Tanti momenti Blues non ne fanno un album Blues.  Stesso discorso per il Jazz-Rock, l’Ambient, il Pop cantautorale, il Rock Alternative, lo Psych Rock. Insomma siamo lontani dalle difficili estremizzazioni di Captain Beefheart o dei Flying Luttenbachers, per essere più attuali, ma siamo comunque davanti a qualcosa d’inconsueto soprattutto rispetto a quanto, il mai troppo coraggioso mercato italiano, ci ha proposto negli ultimi anni. Un album abbastanza complicato da definire ma in fondo non troppo complesso da ascoltare. Un album per chi non ama etichette (non solo quelle discografiche), luoghi comuni, generalizzazioni e schemi di ogni sorta e per chi vuole sentire la lingua italiana depurata dai cliché “solecuoreamore” di stocazzo.

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Sister In The Closet – Omnia Mutantur (EP)

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Un dovuto atto di coerenza e onestà intellettuale. Non una bocciatura ma un incoraggiamento.

Probabilmente era poco meno di un mese fa quando ho infornato per la prima volta questo Ep dei Sister In The Closet. Non fu propriamente un colpo di fulmine e quindi decisi di passare oltre, in attesa, magari, di un giorno migliore. Capita a tutti, credo, quando si ascolta a scatola chiusa, di incappare in periodi particolari nei quali un certo stato d’animo t’impedisce di apprezzare talune sonorità. È per questo che ieri ho scelto di rimettere le orecchie in Omnia Mutantur. E, cazzo, devo dirvi che non è cambiato niente. Come diavolo è possibile? Sono io il problema, anche se sono diverso da quel giorno? È forse questa casa e la sua pessima acustica o forse lo stereo e la posizione delle casse? È quello che ho mangiato a pranzo o l’aria putrida di questo paesino di morti, pazzi, alcolisti, falliti e bravi ragazzi? Forse è “l’emergenza caldo” (cit. Studio Aperto) che mi frigge le sinapsi? Ho deciso. Prendo il disco, mi faccio sessanta chilometri e cambio casa e città, stereo e aria. Cerco la situazione ideale per capire. Una bottiglia d’acqua gelata, un bottiglione di Galasso, due pacchi di Pall Mall lunghe come il cielo d’estate e ventiquattro latte di Spokenbeer (from Todis) in frigo. Cellulare spento e Omnia Mutantur in loop per tre ore. Questo è tutto quello che ho da dire.

Il primo pugno in faccia l’ho ricevuto dalla qualità audio, assolutamente non degna. Non voglio fare della cosa una colpa eccessiva per la band. Io stesso ricordo le difficoltà di registrare nei miei primi anni da bassista senza una lira (sì, c’era ancora la vecchia), senza grandi mezzi, con in sostanza nessuno a credere davvero in te, con registrazioni in presa diretta fatte con stereo a cassetta ante era Cd Rom. Capisco cosa significa e quindi cerco di dare, quando possibile, meno importanza alla cosa di quella che dovrebbe avere.

In linea con la qualità audio mediocre, anche la copertina dell’Ep dei bellunesi avrebbe meritato maggiore cura. So che quello che conta è la musica, oltre tutto, ma fino a quando i dischi non avranno tutte identiche copertine monocromatiche numerate in serie (un mio cruccio!?), l’immagine stampata sarà comunque uno dei primi biglietti da visita. Andiamo oltre l’estetica visiva. Passiamo alla musica di Eugenio Tonus, Carlo Bolzan, Martino Fregona e Adriano Losso. Alternative Rock in lingua italiana, con voce registrata a tratti troppo alta e imperante sulla strumentazione tanto da richiamare i più classici cliché del Pop-Punk da Mtv tipo Finley (non conosco molto questi gruppacci da adolescenti in calore quindi ho fatto il primo nome che mi è venuto in mente). L’Ep si apre proprio con “Omnia Mutantur”.  L’intro è assolutamente promettente, con le note che echeggiano impalpabili ed eteree dietro la voce narrante. Poi parte la parte vera del pezzo con le martellate della batteria che purtroppo non riescono in maniera credibile a fare da legante tra primo e secondo tratto.  Il brano si presenta traboccante d’idrofobia soffocata nelle parti urlate tendenti al Crossover, con diversi cambi di ritmo che fanno oscillare il sound dal Pop più melodico all’Alternative più veemente.

“Odissea” parte invece con un convincente intro di chitarra (anche se nella prima parte mi sembra di ascoltare una piccola sbavatura) che anticipa, con l’aiuto dei sempre puntuali coretti, musica dal vago sapore di musicassetta Flower Punk, con i disegnini fatti a mano. La melodia non è però abbastanza accattivante e gli attacchi nelle diverse variazioni che si susseguono, suonano forzati e poco efficaci.

In “Acido Lattico” è la volta del basso a fare da apripista per il brano più interessante del quintetto. Nella sua semplicità, con una maggiore carica e un mixaggio più accurato, sarebbe stato assolutamente un ottimo pezzo. “Fantasma” propone un giro di basso, una melodia vocale e assoli di chitarra particolarmente interessanti salvo però perdersi in un’inutile pesantezza nella seconda parte. L’Ep si chiude con “Il Bersaglio”, altro pezzo ricco di potenzialità cosi come di punti deboli. A tratti richiama alla mente i primi Verdena ma il suono non è mai abbastanza robusto. Troppi margini vuoti nello spazio contenitivo del brano ne minano l’equilibrio. Per riempire al meglio un’area con poche cose, quelle cose devono essere grandi e speculari. È questo che non accade.

Il mio tempo è finito. Il vino, la birra e le sigarette no. Il giudizio è cambiato, almeno un po’. Bisogna migliorare non solo la qualità di registrazione e sotto l’aspetto estetico. I Sister In The Closet devono suonare, suonare, farsi il deretano e suonare tanto e basta. Poche parole. L’unico modo per riuscire al meglio nella parte esecutiva, negli stacchi (a volte indigesti) e soprattutto per dare fluidità e corposità al loro suono (ed evitare che gli strumenti vaghino ognuno per la sua strada per poi ritrovarsi, nei momenti di assolo, in pericolosi e bui vicoli ciechi), è suonare e farsi il culo. E magari osare, tentare vie originali, alla ricerca dell’unicità (per ora ci riesce in parte solo la voce che, per quanto non oggettivamente eccelsa, presenta un timbro bugattiano accattivante). Poi se avanza del tempo, si potrebbero curare con meno vaghezza i testi, giacché sono in italiano.

La carica c’è, le melodie sì e no, ma di potenzialità ce n’è tanta da venderne alla domenica.

Omnia Mutantur, nihil interit. Tutto muta, nulla perisce. Mai parole furono più azzeccate. Speriamo che i Sister In The Closet cambino qualcosa al loro sound prima di perire nell’anonimato.

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O’Rom – Vacanze Romanes

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Le difficoltà d’integrazione, l’intolleranza, il razzismo, la discriminazione, sono piaghe sottopelle per la società civile italiana. Ulcere sempre pronte a mostrarsi in tutto il loro doloroso orrore ogni qualvolta accadono episodi disdicevoli, assurdi, violenti e inconcepibili (penso a quanto successo a Pescara, città dalla quale scrivo, dove uno zingaro ha ucciso un ultrà della squadra cittadina, generando caos misto di rabbia e tristezza). L’ignoranza genera razzismo. L’uomo medio non ci mette molto a dimenticare il settarismo e i pregiudizi, spesso vivi ancora oggi, nei confronti dei nostri connazionali emigrati nel mondo (e non provate neanche a venirmi a dire che loro sono andati tutti solo a lavorare). Del resto, oggi i ricchi siamo noi, no? Forse non per molto ancora, comunque. L’uomo medio italico tende a non ricordare le proprie radici. Non rammenta quale crocevia multietnico sia sempre stato il suo paese, la sua amata Italia, anche in virtù della sua posizione geografica nel cuore dell’Europa e del Mediterraneo. L’uomo medio è cieco davanti alla profonda e radicata influenza della cultura tedesca o francese a nord del Po’, non capisce quale stretta mescolanza ci sia tra i popoli del mezzogiorno e le culture elleniche e balcaniche, non pensa che sempre nel sud esistano minoranze etniche, ad esempio albanesi, diventate parte integrante della nostra penisola ormai da decenni. Il razzismo genera ignoranza. Mentre dimentichiamo chi siamo, diventiamo insensibili di fronte al costante e spaventoso processo d’impoverimento culturale che ci sta affogando tutti come topi. L’inconsapevolezza popolare è da sempre il carburante più elementare ed economico per chi marcia per motivi ideologici o politici sul carro del fanatismo. La gente esasperata per motivi diversi cerca un facile nemico contro il quale sfogare tutte le sue frustrazioni. È cosi che gli stranieri ci rubano il lavoro, gli zingari sono tutti ladri, le rumene tutte troie, i nordafricani violentatori, gli albanesi spacciatori, ecc… Vogliamo rinchiudere la nostra cultura in un castello inattaccabile mentre fuori scarichiamo cannonate di veleno, ma non ci rendiamo conto che i castelli sono roba da medioevo. Se non volete che le mura vi crollino addosso sotto il peso delle vostre cazzate, disgregate dal terremoto della globalizzazione, vi consiglio di uscire e cominciare a bere e ballare. La musica ci salverà. Ci voglio credere come un bimbo a babbo Natale.

Gli O’Rom con Vacanze Romanes non affrontano direttamente il tema dell’integrazione attraverso musica contaminata e testi pedanti e moralisti o politici. Gli O’Rom sono piuttosto loro stessi parte integrante del suddetto processo. Non a caso, l’acquisto del Cd appoggia il progetto del commercio equo e solidale che ha per obiettivo diminuire la sperequazione tra i due emisferi attraverso una rete commerciale equa tra produttore e venditore, che garantisca giusti compensi per chi lavora favorendo inoltre i piccoli produttori del “Sud” del mondo. Carmine D’Aniello (voce, bouzuki e tamburi a cornice), Carmine Guarracino (chitarre), Ilie Pepica (volino), Ion Tita (fisarmonica), Doru Zamfir (fisarmonica 5,8,9), Ilie Zbanghiu (contrabbasso) e Amedeo Della Rocca (percussioni) ci regalano musica che non sperimenta, non rinnova, non guarda avanti ma anzi scava nel passato alla ricerca di tradizioni che possano essere energia rinnovabile per il motore della crescita della nostra società. Ricalcando lo stile del menestrello bosniaco Adnan Hozic, cui il disco è dedicato, o del più noto Bregovic, tanto per capire di che parliamo, Vacanze Romanes ci propone una calda e passionale rivisitazione partenopea di canti tipici Rom, bosniaci (Nocas Mi Srce Pati), pezzi strumentali rumeni (Kalushua, Ciocarlia), canti greco – salentini (Kali Nifta, che sicuramente sarà ultra nota a chiunque abbia visitato le terre leccesi nel periodo della pizzica e taranta) oppure Rom – russi (Solnuska), con testi in lingua originale (che trovate tradotti nel libretto all’interno) che trattano i temi classici della musica popolare, dalla partenza alle armi, alle donne e le pene d’amore, il pianto delle madri e delle mogli, l’emigrazione, il ballo e la festa. Vacanze Romanes è un disco perfetto per chi non soggiorna nella paura, per chi ha voglia di vivere ballando nelle piazze con un bambinello (bottiglione da cinque litri di vino) tra le braccia, per chi vuole sudare, ridere e amare tutta la notte, tutta l’estate. Questo disco è un abbraccio caldo di Napoli, dell’Europa e del Mediterraneo. Un abbraccio per tutti quelli che sognano sotto le stelle, col canto dei grilli e le onde del nostro mare che baciano i piedi. Questo disco è per tutti i buoni e incolpevoli Barabba del mondo.

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The Zen Circus – Metal Arcade

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Probabilmente già dalla prima volta che avete visto Appino, Ufo e Karim Qqru insieme sul palco dal vivo vi siete chiesti che cavolo c’entrino i tre con l’Indie. Loro sono Punk fino al midollo e più di tanti punk sono veramente brutti, sporchi e cattivi. A mano a mano che li abbiamo conosciuti, già dal lontano 1999, con About Thieves, Farmers, Tramps And Policemen [as The Zen], fino a Nati Per Subire dello scorso anno, nonostante le tante e normali evoluzioni della loro musica (la più evidente, il passaggio definitivo alla lingua italiana) ci è sempre parso chiaro che il loro spirito fosse simile a quello dei primi punk di tanti anni fa, carico di quella voglia rabbiosa di esprimersi, senza schemi, senza troppo preoccuparsi di tecnica e stile formale. Hanno sempre suonato quello che volevano, come volevano. Hanno sempre detto quel cazzo che gli pareva. Se ci metti tutta l’anima, alla fine la gente apprezza, se non è troppo stupida. È per questo che non può stupire il fatto che, oltre al giudizio positivo del pubblico, gli Zen Circus siano tra le band più ammirate dagli addetti ai lavori. In tante interviste che ho fatto, parlando con musicisti della scena Indie, leggendo inchieste di altri, il loro nome salta sempre fuori. Mettetevi l’anima in pace amanti della tecnica, delle schitarrate onaniste, di tutto quello che il circo Zen non è. Quello che è, è quello che ci voleva per dare nuova vita alla musica italiana, nuovo veleno e nuova carica. Lo spirito Punk-Rock vive ancora ma porta vestiti insoliti. Data questa premessa è chiaro che c’era da aspettarsi, prima o poi, un Ep come Metal Arcade Vol. 1 che loro definiscono “il primo volume di follie punk per una serie di ep a scadenza casuale e giocosa”. Metal Arcade, in realtà, non aggiunge niente alla musica dei pisani ma serve solo a palesare lo spirito ribelle del trio che, in fondo, conoscevamo già. Metal Arcade Vol. 1 è il contributo della band e dell’etichetta Black Candy Records alla quinta edizione del Record Store Day, giornata per la salvaguardia dei negozi di dischi. The Zen Circus e Metal Arcade, dicevamo. Notate niente? Vi dice niente il nome Hüsker Dü? Nati alla fine degli anni settanta furono una della più importanti formazioni Hardcore sperimentali di sempre, autori del geniale concept Zen Arcade del 1984. L’anno prima incisero un Ep nel quale già era palese la loro voglia o necessità creativa di osare e sperimentare nuove strade. L’Ep s’intitola Metal Circus. Tutto torna. Zen Arcade e Metal Circus, Zen Circus e Metal Arcade. Tutto torna. Il disco si apre con Mexican Requiem, rivisitazione in chiave Punk rock di uno dei primi pezzi della band, seconda traccia del già citato About Thieves, Farmers, Tramps And Policemen [as The Zen], primo lavoro vero del gruppo. Il secondo brano, Hillie Billie Cab Driver, è invece parte del secondo album, Visited By The Ghost Of Blind Willie Lemon Juice Hamington IV. Un inizio, dunque che mira a dare una botta di energia anche a lavori giovanili magari suscitando la curiosità e la voglia di cercare e ascoltare anche le cose meno note degli Zen e riprendere le sonorità più sporche degli esordi. Il terzo brano, Polisii Pamputataas è una cover dei finlandesi Eppu Normaali. Un brano bellissimo che mescola, nel perfetto stile degli scandinavi, una melodia accattivante e un ritmo che trascina dalla prima all’ultima nota. Per chi volesse approfondire la loro conoscenza, il brano è contenuto nel primo Lp, Aknepop, traccia numero sette, datato 1978. Vi consiglio di farlo perché non ve ne pentirete. Il brano seguente è la seconda e ultima cover della tracklist (in questo brano e nel precedente partecipano alla parte vocale Ufo che canta in finlandese e Karim in inglese). Where Eagles Dare, dei Misfits, Horror Punk Band statunitense che non ha bisogno di presentazioni. Il brano è datato 1979 ed è contenuto nell’Ep Night of the Living Dead. Il penultimo brano è invece un regalino che Appino e soci hanno deciso di farci per l’occasione. Punk-oi Puppy Sex 2001 è l’unico pezzo inedito di Metal Arcade e s’insinua nelle nostre orecchie come a sussurrarci che in fondo, una svolta musicale Punk per il Circo Zen, potrebbe non essere solo un gioco. Il brano conclusivo è Vent’anni, forse il loro lavoro più famoso, tra quelli contenuti nell’Ep e di certo uno di quelli più legati alla storia di chi suona. Presente già in Villa Inferno ora ci è proposto in salsa piccante. “Io quando avevo vent’anni ero uno stronzo”, canta Andrea Appino. E forse è un modo per farci capire che un pò stronzi lo sono ancora. È forse un modo per farci intendere che essere giovani e stronzi non è una cosa legata all’età. E forse non è un caso che Metal Arcade e gli Zen Circus si leghino a quello Zen Arcade degli Hüsker Dü, concept album sulla giovinezza, lo squilibrio giovanile raccontato dal punto di vista di un adolescente comune. Di sicuro non è un caso che gli Zen suonino Punk. Basta ricordare o andare a scoprire da dove vengono e tutto torna, sempre o quasi.

 

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