Silvio Don Pizzica Author

Era così tanto un bravo ragazzo. Poi ha conosciuto la trap.

Knives Out – Here Again

Written by Recensioni

Possibile che il Punk Rock, in Italia come all’estero, sia cosi incapace di tirarsi fuori da quelle sabbie mobili nelle quali si è tuffato di testa oltre un decennio fa? È finita l’era del No Future, del Sex And Violence, de “la nostra musica fa schifo ma non ci frega un cazzo”. Punk e anarchia. Mica tanto. A livello sociologico un semifallimento visto che gran parte dei seguaci del genere/movimento predicano gli ideali e anti ideali del nichilismo ma sempre quando si trovano a debita distanza da quella che è la loro vita reale. Ovvio che non voglia assolutamente generalizzare ma di punkabbestia figli di papà ne ho visti veramente troppi. A livello musicale, che poi è la cosa che più m’interessa, la situazione è simile perché se è vero che il Punk Rock dovrebbe essere tra i generi più liberi del creato, poco attento a tecnicismi e schemi vari, è anche vero che, oggi più che ieri, i nuovi punk rocker seguono delle linee guida nella composizione dei brani che appaiono di una spaventosa rigidità. Qualcuno a essere sincero e come mi sforzo sempre di ripetere, ci ha anche provato ma il rischio è spesso quello di essere poco Punk per i Punk e troppo Punk per il resto del pubblico. La colpa in fondo è anche la vostra e la mia, se preferite. Se avete ancora qualcosa da chiedere al figlio di Joey, Johnny e Joe, non abbiate paura. Che cosa volete ancora dal Punk? Quali risposte e quali domande cercate, insomma che diavolo deve dirvi e suonarvi ancora una band del genere che non abbiano già detto e suonato i Ramones, i Sex Pistols o i Clash, tanto per fare qualche nome? Dal mio punto di vista ce ne sarebbero tante di cose ma bisogna capire quanto coraggio abbiano gli artisti e quanta apertura mentale l’eventuale pubblico. Forse è meglio lasciar perdere. Scusate lo sfogo, ma fidatevi del mio dispiacere. Sono nato e cresciuto col Punk e solo col tempo ho acquisito quel certo distacco necessario a capire in che nero vicolo cieco si sia cacciato. Quanto detto non è assolutamente una critica diretta a questo Here Again, degli Knives Out.  Anzi, Dexter (vocals), Jonas (guitar) Samy (guitar), Luca (bass) e Luo (drums) ce la mettono tutta per farci muovere il culo. Il problema è che tra Social Distortion, Bad Brains, Rancid e Antiflag tutto è troppo, cazzo, troppo scontato. E la cosa brutta è che gli svizzeri sono al loro esordio. È il momento in cui dovrebbero sputare tutte le loro idee come catarro nel cesso la domenica mattina.  O mancano quelle (le idee) o manca il coraggio.  Ci sono band che fanno il capolavoro all’esordio e poi si ficcano nel deretano della storia per sempre. Loro no. Forse sono timidi. Grinta, rabbia e cori ubriachi dominano tutto “I’m Here”. Continue rievocazioni dominano tutto il disco dei cinque.

“Desolate Road” suona coriacea e possente ma presenta un’assenza di melodia che sembra più una difficoltà respiratoria alla fine del secondo pacchetto di Pall Mall 100’s che non una scelta da fuoriclasse. “Wait” si presenta come un bel pezzo spumeggiante e sparato a mille ma in fondo, se non fosse per il fatto che la band viene da Lugano, alla fine quello che resta è un amaro sapore di (in realtà probabilmente anzi sicuramente irreale) scopiazzatura sporcata dei nostri Punkreas.  Si continua col tripu(ah)dio adrenalinico e sfrenato di “In The Land Of Dreams” nel quale ritroviamo i pallosi coretti che però dal vivo devono far tanto fighi. Ok. Forse l’avete capito. Questo disco non mi piace. Forse piacerà a qualche fanatico del genere. Agli amici della band. Agli amici degli amici. Difficile andare oltre. Qualità non eccelsa, nessun tentativo di superare gli schemi classici del punk e il resto poca roba. Un pizzico di Huntington Beach stile Guttermouth in pezzi come “Foe”, qualche giro di basso alla Matt Freeman, ancora omaggi punkocalifornicatori in “Welcome to the Crew” e poi il disco è finito. Non so se l’avete capito, ma Here Again non mi è piaciuto molto. C’è troppa musica in giro. Lunga vita ai coraggiosi. C’è poco tempo a disposizione. E chi non ha coraggio abbia almeno senso estetico (e non parlo di estetica classica ma almeno un minimo di senso melodico (che poi nel Punk non servono melodie di una raffinata ricercatezza (i Ramones insegnano))).  Non mi va neanche più di parlare di questo disco, di questi trentatré minuti poco gratificanti per quanto in fondo scorrevoli. Scusate ma non è per me. Se proprio vi è finito del Punk a casa, è una buona riserva, come una bottiglia di gin nel cassonetto del water, utile quanto finisce la birra Birra. Magari cacciatela fuori quando la vostra tipa dorme. Se vi piace il Punk, senza se e senza ma, potrebbe fare per voi. Se siete degli incalliti Indiesnob lasciate stare. Unicuique suum. Scusate se ho parlato poco o male della musica degli Knives Out ma scrivere è più simile a scopare che a farsi una sega. Ci vuole un buon partner e la voglia viene da sé. E poi mi scoccia parlare male dei dischi. Comunque, che ci crediate o no, nelle piccole webzine, siamo ancora liberi di farlo. W Los Ramones! W Rockambula!

Read More

Vetrozero – Temo Solo La Malattia

Written by Recensioni

Questo supporto non è un demo
Questo è il mio disco
È uno sport estremo
Questo è un album pieno di ricordi
Come quello delle foto
Questo disco è suonato da ignoranti ma pensato da poeti
Questo disco le lacrime le spacca non le strappa
Questo disco è diventato un’ossessione
Un motivo di depressione
Uno slancio vitale fatto con sana ambizione
Questo disco vale più di una tesi
Questo disco ha più di 60 mesi
Questo disco ha coinvolto più persone
Questo disco è stato una metamorfosi della mia passione
Questo disco parla di riabilitazione
Parla di un rifiuto che mi ha fatto perdere la testa
Parla di glauco e delle sue gesta
Questo disco non racconta storie ma imprime emozioni
Manca di razionalità
Disegna stati d’umore
Questo disco è la mia vita distillata in pillole
Questo disco è stato dimenticato
Ha accumulato polvere
Questo disco si chiama tenacia perseveranza
Questo disco si chiama faccia tosta di meritare una speranza.
Vetrozero

Tutto troppo facile. Tutto troppo lineare. Che aggiungere alle loro parole? Qualcosa si può.  I Vetrozero scelgono la strada più pulita per il successo. Non sempre la preferibile. Formazione classica voce/chitarre/paranoie Glauco Gabrielli, basso Alessio Zeni, Batteria Daniele Bonvecchio (ai quali vanno aggiunti il pianoforte di Jacopo Mazzonelli, il synth, il flicorno di Christian Stanchina e l’extra della voce di Emanuele Lapiana. Scelgono il bianco puro. Scelgono un sound senza esuberanze, senza rumore, senza sperimentazioni, con un cantato in lingua italiana ben esplicitata. Tutto sembra oltremisura perfetto. Poi apri il supporto candido e ti vedi una foto di una famiglia di manichini senza testa in posa da tipica immagine da appendere al muro di casa, con donne e bambini con vestiti biancastri e il primogenito in uniforme. Quell’aria di eccellenza sembra schiacciarsi. Non tutto è come sembra, se si scende nel profondo delle cose, se si scarta la plastica che avvolge persone e situazioni potreste trovare qualcosa di più (bello o brutto). Poi però c’è la musica oltre la poesia. Ma poi ne parliamo. I Vetrozero scelgono un titolo “Temo Solo La Malattia” che sembra una presa di posizione, ben precisa. Ho bisogno di voi, ma in fondo non mi frega un cazzo di voi. Una razionale superbia che sembra quasi un modo per convincersi che qualunque critica non abbia la benché minima importanza. Ma anche una profonda dichiarazione di forza contro le ostilità della vita. Un modo di prendere la realtà senza ansie e preoccupazioni, come adepti di una pseudo personale religione ascetica. Ma poi c’è la musica. Ci vogliono sei anni prima che la band trentina si decida a renderci partecipi delle loro trepidazioni. Questo disco non è un demo ma l’album d’esordio di una band che vede Glauco Gabrielli prendersi gran parte delle responsabilità. È un disco estremo perché punta su una musica talmente semplice, ricamando a voce e parole il ruolo centrale, che il rischio diventa quello di essere ignorati. Se si ascoltano attentamente le definizioni, ci si rende conto di quanto sia confidenziale quest’album, tutto incentrato su ricordi, emozioni, sofferenza, ossessioni, lacrime, poesie, speranze, ambizioni, passioni mutevoli. Troppo riservato probabilmente. Il problema è che la musica non tiene abbastanza il passo. Il fastidio è che i testi non sono abbastanza empatici. Non si riesce a immedesimarsi nei sentimenti di chi canta, non si riesce a emozionarsi con una musica tanto banale. Per capirci parliamo di un Pop-Rock classico, con la voce in primo piano e la batteria che segue a ruota, che manca quasi completamente di accelerazioni tanto che la chitarra finisce per fare da comparsa. S’inizia con “Grisou”, brano figlio del Pop anni novanta italiano. Un platonico brano anni novanta, direi, in stile Raf per intenderci, che segue uno schema troppo preciso per suonare moderno o emozionante. Potremmo rifugiarsi nel testo ma la rogna è che per prima cosa, stiamo parlando di musica e non di letteratura. Seconda cosa…poi ve la dico. Il secondo brano, Biarso, inizia con un ritmo molto più cadenzato, fresco e solare. L’aggiunta del pianoforte serve quantomeno a dare maggiore dinamismo alla musica ed anche il cantato e la melodia risultano più accattivanti.

Il Mostro, scelto come singolo dai Vetrozero, ci dona una più intensa speranza, con un’intro che suona come qualcosa che ti fa sperare che il brano continui cosi fino alla fine. Alla strumentazione classica si aggiungono il synth e soprattutto la potenza dei ragazzi del profondo nord. Alla fine un bel pezzo (anche se ricalca eccessivamente, in alcuni punti (e se devo dirvi quali, chiedete pure) lo stile Subsonica) sul quale forse si poteva anche lavorare con più cura. In Treno Freno si torna su binari più classici. La voce di Glauco passeggia sotto braccio alla chitarra che quasi sembra di ascoltare Riccardo Sinigallia (e questo è un complimento) e il sound diventa sempre più pieno, quasi come Verdena particolarmente sentimentali e intimi, nel cammino verso l’orizzonte.  Tralasciando Contagocce, passiamo direttamente a Io + Solo – Vivo. Si parte con un accenno di Folk Rock e poi tutto diventa una specie di citazione volontaria o meno ai Litfiba, sia nell’aspetto musicale, negli assoli di chitarra, che nell’impostazione vocale e nelle parole di pelle sussurrate da Glauco. Soffiando Contro Vento, pezzo centrale di “Temo Solo La Malattia, rappresenta il cuore dell’opera, sia per la sua posizione nella tracklist che per le pulsazioni nervose della linea di basso e sia per il tema particolarmente passionale. Ultra Intro, parte bene come in un accenno Trip-Hop, ma poi si risolve in una melodia molto più rassicurante. Il risultato è comunque interessante perché la musicalità per quanto semplice è molto orecchiabile soprattutto in combutta con il ripetersi ossessivo e delizioso del basso e l’aggiunta eterea del flicorno. La seconda parte del disco diventa molto più spirituale della prima. Emodinamica dilata le atmosfere cosi come Una Pistola Non Dice:- Salve! la carica di elettricità. Solubile (cantata in collaborazione con N.A.N.O., dei C.O.D.) è palesemente una sorta di elegia dell’aspetto lirico. La musica si riduce all’ essenziale ed echeggia dietro la gigantesca presenza vocale. Il disco si chiude con Ninna Nanna. E non è una bugia. Il pezzo è davvero una ninna nanna, parla di sogni e suona di sogni, leggere, le parole di Glauco si sdraiano su note bianche e fluttuanti e vaporose di pianoforte.  Che dire. Mi è piaciuto? Non so. La formula proposta è abbastanza lontana dai miei gusti, rispecchia molto stereotipi eccessivamente ripetuti nel mondo della musica italiana. La musica stessa suona come una suppellettile giacché la voce e le parole si prendono tutto il palcoscenico. Dovrebbe esserci maggiore attenzione agli aspetti strumentali o comunque, se vorranno continuare su questa strada, quantomeno migliorare la ricerca melodica. Sono davvero pochi i passaggi degni di nota e non ci sono ritornelli o giri di basso, o melodie che ti s’inchiodano a fondo nel cervello. Quello che traspare è che, da parte dei Vetrozero, c’è tanta voglia di esprimersi, senza paura di sentirsi nudi a mostrare il loro fragile e al contempo prezioso equilibrio sentimentale e interiore. Questo significa che la loro musica trasuda anima e non è poco. Diffido più dei venditori di note che dei sognatori. Il problema è che per essere apprezzati non basta prendere il cuore e gettarlo in pasto ai lupi. Serve altro. Credo Che Glauco, Alessio e Daniele possano fare di più e forse lo sanno. Sanno che arrivati alla curva, a tutta velocità, per essere davvero bravi, essere diversi da tutti, è necessario andare avanti e lanciarsi dal dirupo, magari spalancare le braccia e provare a volare. Non serve svoltare come tutti. Forse ci hanno pensato troppo e questa curva è passata. Ma siamo in montagna. Di curve ce ne saranno tante.

Read More

Dimartino – Sarebbe Meglio Non Lasciarsi Mai Ma Abbandonarsi Ogni Tanto E’ Utile

Written by Recensioni

Non ha la carica degli Zen Circus, la simpatia di Dente, i testi evocativi di Brunori, né ti fa muovere il culo come I Cani, come lo Stato Sociale. Non cazzeggia con musica e parole come Bugo e non esagera con l’italiano come Le Luci Della Centrale Elettrica ma Dimartino ha la capacità di penetrarti l’anima con delicatezza, pazienza, come un milione di gocce d’acqua e dietro di sé lascia solo un dente di roccia come lacrime di malinconia appese a una speranza. Riesce a evocare le stesse atmosfere che si creavano a casa vostra, quando da bambini, vi capitava giocando a fare i grandi, di far partire un vecchio disco di papà, di tipi che si chiamavano Piero Ciampi, Luigi Tenco o Sergio Endrigo. Restavate lì ad ascoltare senza capire cosa avesse di speciale quella musica che vi sembrava cosi strana, noiosa, diversa da quella della radio o dei cartoni animati. Aveva qualcosa che v’incantava, ma non riuscivate a capire cosa.

Il palermitano Dimartino in realtà sotto quel nome racchiude un trio composto anche dà Giusto Correnti (batteria e percussioni) e Simona Norato (pianoforte, Wurlitzer, Rhodes, Hammond B3, chitarre acustiche, chitarre elettriche) oltre che diverse partecipazioni (Giovanni Gulino dei Marta Sui Tubi presta la sua voce in “Cartoline da Amsterdam” cosi come la più che compagna d’avventura di Brunori Sas Simona Marrazzo, Mirko Onofrio ai flauti, sax tenore e xilofono, Giovanni Azzinnari al violino, Stefano Amato al violoncello, Luigi Gallo col corno francese, Gianluca Bennardo al trombone, Paolo Costola alle chitarre di colore e per gli arrangiamenti di archi e fiati abbiamo Mirko Onofrio). Tutto questo sotto la produzione artistica di Dario Brunori e la supervisione di Matteo Zanobini. Detto questo, sembrerebbe di trovarsi di fronte ad un supergruppo ma non è cosi perché Dimartino significa cantautorato italiano del tipo più classico. Quello che conta è, infatti, l’atteggiamento, il modo di proporsi e di creare. Uno spirito che inneggia alla tradizione della nostra musica ed ha spinto lo stesso songwriter ad abbandonare il nome Famelika, sua vecchia band, di cui hanno fatto parte anche i suoi due soci, per l’attuale, più intimo Dimartino appunto.  Il secondo lavoro della band siciliana si riallaccia perfettamente a quell’alternative pop che già avevamo ascoltato circa due anni fa in “Cara Maestra Abbiamo Perso”.  “Sarebbe Meglio Non Lasciarsi Mai Ma Abbandonarsi Ogni Tanto E’ Utile” ripresenta i classici principi della canzone italiana inondandoli di parole sagaci e glorificando il genere ben oltre semplici testi d’amore. Già nelle prime parole di “Non Siamo Gli Alberi”, appare chiara la voglia di colpire senza fare troppo male. “Io odio immensamente le ferrovie dello Stato perché è lì che ci diciamo addio quattro volte al mese” inizia il brano e continua citando anche le parole che poi danno titolo all’album. Si comincia a giocare con le sentenze velando l’ironia con le atmosfere malinconiche rese ancora più commoventi dalle note del piano. “Non Ho Più Voglia D’Imparare” si presenta più carica del brano d’apertura creando una sorta d’inno disilluso contro il materialismo e l’ignoranza che regnano come scià nel resto della penisola. “Mentre guardavano il divo sul manifesto del detersivo, pensavamo a Monicelli che vola dal balcone…”. Semplici parole, semplice musica. Ma bastano a spiaccicarvi in faccia un riso amaro che vi viene subito la voglia di andare sul balcone, accendere una sigaretta e pensare. “Venga Il Tuo Regno” altro brano reso grande dalle parole di Dimartino. “I Laureati aspettano di lavorare. I lavoratori aspettano di morire”, tutto accompagnato da un sound tutt’altro che scoraggiato e che ricalca parzialmente i Non Voglio Che Clara di “Un Nome Da Signora”, con una maggiore quantità di BPM. Tutte le parole s’incastonano a creare un puzzle perfetto. Niente è lasciato sfuggire per caso dalle note e il suono s’impreziosisce nel finale senza inutili iperboli. “Amore Sociale” si snoda attraverso una struttura classicheggiante che sembra scritta vent’anni fa, con una melodia di piano semplicemente perfetta, anche oltre la bellezza della musicalità vocale. In “Cartoline Da Amsterdam” abbiamo la prima vera sorpresa. Il pezzo inizia con le solite parole che cantano metafore accompagnate delicatamente da note soffuse, ma nel pezzo fa la sua apparizione Giovanni Gulino dei Marta Sui Tubi che urla come un pazzo e gira il pezzo come un souvenir di Amsterdam innevata e per un attimo ci sembra di essere entrati in un film di Tim Burton ma gonfio di colori chiassosi. Con “La Penultima Cena” i palermitani tornano sui binari più tradizionali mentre in “Maledetto Autunno” sembra lanciata la sfida ai migliori parolieri della scena Indie Pop italiana, Fabio De Min su tutti. “Io Non Parlo Mai” folkeggia e trasuda emozioni lontane, di mare, sole, solitudine, speranza e fantasia. Di giochi di bambini soli sulla spiaggia di una terra lontana, di limoni e sudore. Le parole di Dimartino sono sogno e realtà che si fondono senza mai sparire sotto il peso della musica che somiglia a una carezza anche quando è solo un rumore elettronico in sottofondo. Siamo quasi alla fine. “Piccoli Peccati” spinge sulle pelli e sulle note più che negli altri pezzi dando alla musica un nuovo ruolo da protagonista vero nell’album. È il momento sicuramente più Rock e sembra chiara la voglia dei tre di fare i conti col passato, con la musica che li ha visti crescere. “Poster Di Famiglia” è una sorta di tunnel nel quale possiamo viaggiare attraverso i due anni che dividono il Dimartino dell’esordio con quello attuale, con ritmi incalzanti (la batteria ricorda Le Coppie” de I Cani) ritornelli urlati senza rancore ma con tanta gioia di vivere, nonostante tutto. E poi l’ultima “Ormai Siamo Troppo Giovani”, il brano forse più stile Brunori, frasi cariche di geniale amarezza che sembra piazzato volontariamente (“sembra” non direi) alla fine come per stringerci l’anima e non lasciarci tornare alla vita e alle sue bugie. Dunque un’ottima conferma per il trio siciliano, ancora una volta ispirato e stravagante pur senza alienarsi mai dal cuore della poesia italica fatta di musica, dei grandi Dalla, Venditti o De Gregori.  Probabilmente il problema di Dimartino è lo stesso che accomuna gran parte del gruppo dei nuovi cantautori italiani che sembrano avere sempre lo sguardo rivolto indietro nel tempo, immersi totalmente in una nebbia di nostalgia mentre i grandi già citati del passato sapevano cogliere con più efficacia il presente e cantarlo con occhi speranzosi di chi ride al futuro. Ma in fondo, buone composizione e belle parole, sogno e realtà che si mescolano continuamente, amore cantato senza bugie, emozioni che battono i denti a ogni parola. Che vogliamo di più. Forse manca ancora la capacità di trovare melodie. Oppure no. Forse la voce di Antonio Di Martino non è bellissima come altre. Oppure no. Forse Antonio Di Martino non sarà grezzo come gli Zen Circus, non sarà un cabarettista come Dente, non è paraculo come Brunori Sas e non è semplice come I Cani o Lo Stato Sociale. Non sarà montato come Bugo e non parla a vanvera come Le Luci Della Centrale Elettrica ma qualche difetto che vi aiuterà ad amarlo lo avrà anche lui. Ci stanno sulle palle i perfettini. Avete quaranta minuti e cinquantasette secondi per scoprirlo. One, two, three, four….

Read More

Massimo Zamboni

Written by Live Report

Voglio narrarvi una storiella alquanto triste. Avete presente quando in strada o in un locale, dove diavolo volete insomma, incrociate lo sguardo di una donna e il vostro cuore inizia a battere i denti. Qualcosa di oltre il semplice piacere estetico, qualcosa di più assoluto. Vi fate forza, le dite qualche parola imbarazzata e stupida e voi sudate gonfi d’amore e poi sparite, entrambi, per sempre. O no. Sapete che quell’amore durerà per sempre ma poi, magari, la rincontrate e maledicendo Dio, capite che proprio in quell’istante avete smesso di amarla. Venerdì all’ex Wake Up di Pescara (si! Ha riaperto, almeno fino a maggio, con nome Zu::Up o qualcosa del genere (Zu::Bar, altro locale della zona andato in fiamme letteralmente qualche mese fa + Wake Up) sempre nella vecchia location) è accaduto qualcosa di simile. C’era il concerto di Zamboni, proprio lui, l’ex chitarrista e compositore di CCCP e CSI, le band che hanno segnato la nostra adolescenza “ribelle” a modo nostro, una delle più stravaganti e geniali formazioni che la fertile Emilia abbia mai prodotto. Lui è sul palco ed io lo osservo, curioso e intimorito mentre appoggiato al bancone mi gusto la compagnia di un Americano da cinque euro (lezione di vita numero 1 – Una consumazione all’ex Wake Up è sempre cinque euro, birra o cocktail. Fai la scelta giusta calcolando la proporzione a te ideale tra gradazione alcolica e gradevolezza). Sembra che il problema del tempo che passa non sia un suo problema, sempre uguale a quel giovane sognatore che con Ferretti vagava per la Mongolia. Mi vengono in mente mille ricordi, di amici svaniti, serate passate sotto un ponte, tra materassi vecchi, Peroni ad ascoltare Zamboni. Poi il concerto inizia. Lui solo sul palco, con chitarra, i suoi testi e qualche base. Ed io mi rendo conto che qualcosa sta per accadere. Le mie emozioni di cristallo cominciano a farsi in mille pezzi. Con una voce improponibile e testi pseudo impegnati, alterna canzoni che paiono semplici bozze a brani Spoken Words talmente anacronistici che puzzano come cadaveri imbalsamati e rispuntati dalla terra in un’altra dimensione spazio temporale. Siamo circa trenta persona. Quasi tutte siedono a terra, ai piedi del palco. Trepidamente in silenzio, si applaude con fare incerto. Qualcuno sembra apprezzare. La realtà mi sembra lontana. Vedo una mescolanza di ragazzi diversi, spaesati, che si chiedono perché sono lì. Altri hanno paura di urlare “Che è ‘sta merda” per timore di apparire ignoranti. E tanti sembrano rispettare più che gradire. Di scatto mi alzo e decido di andare. Non resisto che quasi mi viene da piangere. Tutto troppo imbarazzante, per me, per lui, forse anche per chi mi ha chiesto dieci euro. Punkow è crollata sotto i bombardamenti tanti anni fa. E noi neanche ce ne eravamo accorti. Il volto di Zamboni è Dorian Gray. La sua musica, il suo dipinto.

Read More

Anche l’ arte vuole la sua parte! con Massimo Desiato alias Teschio Urbano

Written by Interviste

Intervista con Massimo Desiato alias Teschio Urbano, artista emergente della scena alternativa pescarese. Un lungo film noir anni ’30 nato tra ricordi di un’infanzia fatta di block notes pieni di schizzi e dark substance in continua evoluzione verso sperimentazioni plastiche sociali.

Ciao Massimo. Raccontami subito chi sei e chi è Teschio urbano.

Sono uno sperimentatore..mi piace giocare con le forme, con la materia, associarle per darle nuova vita; Teschio Urbano è uno degli alias con cui mi piace giocare.

Parlaci della tua arte. Com’è nata la tua passione? A che punto della tua vita artista, del tuo percorso, pensi di trovarti? Credi di essere già riuscito a sviluppare uno stile personale? Quali sono le tue tecniche predilette.

La mia passione nasce dai block notes che mi riportava mio padre dall’ufficio, mi diceva disegna e quando tornava, erano già tutti pieni. Il percorso è stato molto lungo e spesso dispersivo, era legato più ad un fatto di riproduzione di quello che vedevo, mentre negli ultimi anni ho scoperto la passione dell’interpretazione personale, la curiosità per i materiali più disparati, sapere come nascono e quali processi riescono a trasformarli sia nella forma che nella sostanza. Lo stile personale credo sia solo una delle tante parole per catalogare le idee, non credo sia fondamentale, credo conti più trasmettere un’emozione, riuscire ad entrare ‘dentro’ senza citofonare al cognome giusto ma semplicemente dicendo “ sono il fioraio”, lasciare e scappare. Le tecniche utilizzate sono ispirate a principi di riutilizzazione di materiali di scarto, la matericità e le straticromie sono senz’altro tra le mie preferite.

La tua vita ruota attorno alla città di Pescara. Credi che Pescara ti abbia aiutato o limitato con i tuoi progetti creativi? Qual è la situazione culturale attuale del capoluogo e come, la stessa, è cambiata negli ultimi anni?

Senz’altro mi ha insegnato a fare delle scelte anche in ambito creativo, la situazione culturale credo sia in evoluzione; si pensi per esempio all’Ex Aurum, al Museo Laboratorio a Città Sant’Angelo, all’Ex Mattatoio, allo Spazio Pep Marchegiani. Riutilizzare gli spazi è fondamentale in una città che presenta ancora tantissimi spazi da riqualificare.

C’è un qualche rapporto tra la musica e le tue creazioni?

La musica ha sicuramente un posto molto importante perché mi permette di relazionarmi con le idee di persone che hanno scelto di vivere di bellezza.

Come nascono le tue opere? Hai una musa, delle fonti d’ispirazione precise. Che importanza e che ruolo hanno contaminazione e “citazionismo” (penso agli omaggi a Slinkachu, ad esempio)?

Nascono dal bagaglio culturale e dalla voglia di sperimentare con le proprie mani, sporcandosele; ho la fortuna di essermi avvicinato agli stilemi e alle catalogazioni con la curiosità di un bambino seduto per terra a disegnare. Le mie muse sono i dettagli della vita, quelli che ti permettono di capire l’anima delle cose come ad esempio quando ti accorgi che il rumore dell’uovo con la mozzarella che cuoce produce lo stesso suono della puntina su un disco degli anni 30 o un aquilone multicolore sfracellato contro un pino un aquilone multicolore sfracellato contro un pino un aquilone multicolore sfracellato contro un pino, quando ti cade l’occhio su un aquilone sfracellato contro un pino o ti soffermi a guardare l’acromion di una persona che ti parla insistentemente di politica. La contaminazione è ovvia, mi piace pensare a quello che succedeva a Brajo Fuso, che dipingeva le sue Straticromie a metà degli anni quaranta e nella seconda metà degli anni cinquanta, essendo completamente all’oscuro dell’esistenza del dripping praticato dall’altra parte del mondo da Jackson Pollock già dal 1946 ma anche a Burri, Rotella, Fontana, Thierry Mugler, Alexander McQueen, Vivienne Westwood.

Quali sono le principali difficoltà che ti capita di affrontare nel tuo lavoro, sia a livello creativo sia espositivo?

Riuscire a trovare persone che vogliano mettersi in gioco senza pensare ai soldi.

L’arte è prostituzione, diceva Baudelaire. Si può (soprav) vivere oggi, solo della propria arte?

Non credo sia possibile, però spero sempre di dare un’emozione prima di tutto, è l’unica cosa che la gente ti può offrire spesso.

Navigando nel tuo sito www.teschiourbano.com una delle prime cose che si nota è una citazione di John Milton da “Il Paradiso Perduto”, libro I, vv 59-69. Perché questa scelta?

La citazione è straordinariamente pertinente ad un mio progetto intitolato HE’LL in cui cerco di mettere in luce gli inferni personali attraverso l’arte. Le tematiche trattate sono: la vita di una geisha, l’anoressia, la malattia mentale e quella fisica, la vita di un clochard, l’omosessualità, la violenza sulle donne, la vita di un musicista, di un alcolista, di un carcerato. Ogni tematica sarà trattata singolarmente e rappresentata sotto diversi aspetti, che vanno dall’arte pittorica, alla scultura e all’arredamento passando dalla poesia e dalla performance.

Tra i tuoi diversi progetti o percorsi artistici hai spesso trattato tematiche sociali anche molto complessi come malattia o anoressia. Pensi che l’arte figurativa possa o debba avere anche una funzione sociale? O la scelta è dovuta ad altro?

Come ti dicevo l’arte non può distaccarsi dalle emozioni perché è proprio lì che nasce e si sviluppa, trovo che dare un significato a quello che si fa con un risvolto legato ad una tematica sociale sia fondamentale, anche semplicemente per parlarne e capire quanto siamo tutti legati a stretto giro di boa.

Guardando alcune delle tue opere (“L’Inferno di Ana” su tutte) sembra emergere una predisposizione per la materia oscura, dark, gotica, il rosso sangue e il nero. Figure antropomorfe ma demoniache. Tuttavia, conoscendoti, sembri una persona estremamente solare. Come mai questo contrasto?

La personalità di ognuno di noi offre dei contrasti importanti spesso levigati da remore, cosa che non si può fare con un’opera d’arte, risulterebbe piatta e scialba utile solo all’ego dell’artista.

Ho notato che spesso leghi le arti figurative, pittura e scultura, con la letteratura (scritti, poesie, ecc…) quasi come per evitare ogni forma d’interpretazione distante dal messaggio che vuoi mandare con le immagini.  Timore di essere frainteso o cosa? Non rischia di essere limitante per l’arte, la sua spiegazione (non ovviamente sotto l’aspetto tecnico ma piuttosto sotto quello emozionale) o credi che un punto di partenza debba comunque essere fornito dall’artista per permettere a chi osserva una maggiore partecipazione?

Credo sia importante legare all’opera quando è possibile un altro punto di vista, quello della scrittura è sicuramente uno dei più efficaci. I fraintendimenti non possono esistere, penso che si tratti, per lo spettatore, più che altro di associare una sua emozione a quello che vede.

Che cos è Arte?

Una forma di linguaggio.

Quanta importanza ha il web per la diffusione dell’arte e quanta importanza dai tu ad internet?

Non se ne può fare a meno, lo considero un’arma importante.

Dove possiamo ammirare i tuoi lavori?

Per il momento, dopo aver dato spazio al mio ego in alcune manifestazioni, credo di dover iniziare a gestire in modo più accurato le mie esposizioni dandogli un significato completo. Non parlo del MOMA ma comunque di spazi dove possa esprimere al meglio l’unicità.

I tuoi prossimi progetti?

Mi sto focalizzando sulla sperimentazione della plastica nelle sue forme più diverse e sulla street art.

Tra due minuti squilla il tuo telefono. È un tizio di Telemarket. “Blablablablablablablablablablablablablablabla… Da domani inizi a lavorare per noi. Avrai un fisso di € 1300,00 al mese e dovrai consegnarci dieci opere a settimana (che diventeranno di nostra proprietà)”.  Che rispondi?

La ringrazio ma non lavoro su commissione, buona giornata.

Dimmi quello che avrei dovuto chiederti e non ti ho chiesto? Poi, se vuoi, rispondi.

Potevi chiedermi perché continuo a farlo.

Read More

Gianmarco Martelloni – Fiamme

Written by Recensioni

Vi è mai capitato di sbagliare clamorosamente e cedere Poggi e Volpi per un pacchetto di Frizzy Pazzy, o scambiare un vecchio vinile del Capitano Don Van Vliet per l’ultimo disco degli Offspring o giocare a calcetto e chiamare il fuorigioco neanche foste Franco Baresi, o giocando a tressette uscire di liscio con la venticinque cercando l’asso, o di vantarvi come grandi amanti della letteratura moderna sviolinando citazioni di Fabio Volo, o lamentarvi al cinema perché the Artist è in bianco e nero e nessuno ve lo aveva detto? O pensare di essere imbattibili a Pro Evolution e poi prendere quattro pappine da un cuginetto di tredici anni che ancora piscia nel letto? Ora non voglio dirvi, con presunzione, che questo disco sia un errore anche perché il giudizio, per quanto onesto, è sempre legato a chi lo emette, ma di certo è stato un errore far ascoltare questo lavoro a me. Un errore dovuto più al caso, effettivamente, che non all’uomo. Diciamolo francamente. Non basta dirsi cantautori per essere geniali musicisti di nicchia per forza bravi e talentuosi cosi come non basta fare rumore con una chitarra elettrica per essere Rock o scrivere quattro cazzate sul Web per sentirsi Chuck Eddy.

Gianmarco Martelloni, insegnante bresciano di letteratura italiana e latina, oltre che cantautore, si presenta a quattro anni di distanza dall’album d’esordio “La Superficie del Mare” dichiarando una svolta Rock in “Fiamme” che francamente deve essere stata accuratamente celata tra le dieci tracce affinché nessuno potesse accorgersene. Il disco è Pop e basta perché ogni apparente virata verso il Rock è la stessa che potresti trovare in un album di Raf o Biagio Antonacci. Considerando che Biagio ha a che fare col Rock tanto quanto mia nonna con la coltivazione del Papaver Somniferum, fate voi.

Il primo estratto dall’album è “Chiedici Scusa”, brano che alterna in maniera sistematica momenti energici (e parole a volte patetiche) ad altri calmi e quieti in uno stile già caro ai Negramaro (e che ritroveremo in tanti brani dell’album come una sorta di ancora). In “Ci Sono Fiamme”, Gianmarco Martelloni prova a ricalcare un alternative sound in stile Indie britannico ma il risultato non suona particolarmente convincente e anzi piuttosto forzato. “Tre Bandiere Bianche” e “I Giorni Della Scuola” volano verso il basso rasentando la tristezza imbarazzante. Suona invece fresca “L’Odore dei Fiori” che ha soprattutto il merito di distaccarsi da quella formuletta negramara di cui si parlava sopra e inoltre convince il cantato con fare ironico del bresciano in combutta con il violoncello di Elena Diana ad aggiungere profondità alla musica che nella parte conclusiva soprattutto, ricorda i bellunesi Non Voglio Che Clara, band di punta del panorama indie Pop italiano. L’unico brano che posso tranquillamente affermare che mi piaccia è “Il Vento”, con il suo intro alla maniera di Fanfarlo, anzi meglio, Arcade Fire, la sua sezione ritmica morbosamente e piacevolmente ripetitiva. Di sicuro, se dovessi consigliare da dove partire per una futura e reale svolta Rock (altrimenti impossibile) è proprio dal brano numero due del disco. Riagganciandomi parzialmente a quanto detto inizialmente, non è abbastanza ispirarsi, citare o cantare (come nel lavoro precedente) Piero Ciampi per potersi proclamare gli eredi. La strada è lunga, tortuosa e piena di difficoltà e innumerevoli saranno i passi falsi e i personaggi che si frapporranno tra voi e l’arrivo sperato. Molto più semplice è la via dell’effimero successo. Ogni artista può scegliere. Destra o sinistra? Detto questo, mi dispiace (mi dispiace veramente se un disco non mi piace) ma “Fiamme” suona troppo Raf, Antonacci, Negramaro, Vibrazioni, Renga per piacermi. Probabilmente avrà un buon riscontro radiofonico proprio perché utilizza sonorità Pop non troppo impegnative e di facilissimo ascolto (già Radio DeeJay si è interessata al suo primo lavoro). E tenete conto che, di solito, quando qualcosa non mi piace, finisce per vendere.

Read More

Peggio Emilia – Anticittadino

Written by Recensioni

Se escludiamo dalle mie considerazioni il Proto Punk di band quali New York Dolls, Iggy Pop and the Stooges o quel genio visionario di Jim Carroll (dal cui romanzo autobiografico del 1978, Scott Kalvert ha ricavato il gioiellino Ritorno dal nulla – The Basketball Diaries interpretato da Leonardo Di Caprio) ma anche il punk degli albori, dei Ramones, dei Clash, degli Hüsker Dü, per intenderci, è innegabile che il genere (in parte anche la sua evoluzione Hardcore) possa essere considerato una sorta di eminenza grigia nel panorama musicale mondiale, al quale tanti hanno provato a rubare lo spirito per rivenderlo alle ragazzine in una bella confezione Emo Power Pop a qualità zero e vendite niente male (che volete farci, qualità e successo sono inversamente proporzionali con un crescendo nel tempo preoccupante). Salvo sporadiche eccezioni, penso alle virate Ska dei Nofx con l’innesto di El Hefe o alla commistione della Rock Opera con l’Hardcore Punk dei Fucked Up, per essere più attuali, o ancora ai fenomenali Paolino Paperino Band, per essere un tantino nazionalista, il genere Punk Rock, per la sua staticità musicale (ritmiche, cantato, accordi, giri di basso) e sociale (tematiche (anti) politiche, contro, slogan da centro sociale, un certo qualunquismo idealista realista troppo “reale” per essere credibile), ha sempre finito per essere considerato un genere di nicchia, per molti indegno di troppa considerazione, i cui fan si riducono a un identikit di se stessi, cosi come accade nel mondo (tuttavia molto più variegato) del Metal. I Peggio Emilia non si tirano fuori da quest’idea platonica di Punk, anzi portano all’esasperazione il genere, evitando quasi totalmente ogni possibile variazione sul tema o contaminazione. Batteria, basso, chitarra e voce fanno esattamente quello che ti aspetti, il sound tipico di un gruppo Punk italiano, in stile Punkreas (quelli meno ironici, allegri e più incazzati) o Impossibili (ultimo periodo intendo, quelli di Cani Blu non di Giancarlo mi ha Detto) ma in fondo ricordando un milione di band. Fermo restando, dunque, che musicalmente parlando quest’Anticittadino è in sostanza inutile in termini d’innovazione e crescita, devo ammettere che contiene alcuni spunti interessanti. Per prima cosa, la band, in vita da circa mezzo decennio, e con all’attivo l’album “La Peggio Gioventù” oltre a numerosi Live anche al fianco di Raw Power, Los Fastidios, Thee STP e De Crew e varie partecipazioni a compilation, e soprattutto Gio, il frontman, riesce a proporci un cantato in lingua italiana assolutamente credibile toccando soggetti che, per quanto a volte abusati, non appaiono quasi mai banali. Inoltre, nonostante il discorso possa essere limitato dal genere effettivamente non troppo complesso tecnicamente, l’esecuzione è perfetta e impeccabile, aumentando la credibilità dei Peggio Emilia malgrado le possibili difficoltà ovvie dovute al cambio di chitarrista (Dario per Teo).

Un altro punto a favore è rappresentato dallo spirito della band, che suona vivo anche nella loro capacità di valorizzazione dell’autoproduzione, fatta di diligenza e meticolosità e non di ritocchi digitali. L’ultimo motivo per cui vale la pena di ascoltare Anticittadino (o meglio, comprarlo) è il booklet, una sorta di mini galleria d’arte in cui espongono Akab, Officina Infernale, Ciro Fanelli, Simone Lucciola e Rocco Lombardi, il tutto impaginato da Enrico Coppola e Fabio Moratti. Passando ai temi affrontati, si passa dalle accuse al popolo italiano che vive perennemente nella felicità dell’ignoranza (“Se”), alle critiche alla società occidentale di “Dalla Parte Sbagliata del Mondo”. Ci parlano dell’ipocrisia della percezione di sicurezza sociale nella Noeffexxiana “Vox Populi” ma anche di quella dei tanti mini sfruttatori sessuali dei paesi in difficoltà (“Mal D’ Africa”, uno dei pezzi migliori e quello in cui più evidente è la somiglianza con i Paolino Paperino). Dei “Nuovi Schiavi” che facciamo finta di non vedere e di tanto altro. Ci sono un bel po’ di motivi dunque per dare importanza al genere. Se siete dei Punk dentro Anticittadino vi piacerà ben più del voto scritto sopra (lasciate stare il voto, potrebbe essere più alto o più basso, senza problemi). Altrimenti, ascoltatelo comunque, perché qualcosa che vi piacerà lo troverete di sicuro.

Read More

Twoas4 – Audrey In Pain English

Written by Recensioni

C’era una volta, in un futuro impreciso inerte sabato d’Aprile, un ragazzo troppo infelice per quanto giovane che giocava solo a girovagare nel nulla. Il suo fuoco ardeva freddo, come la sua vita, come l’amicizia stanca dei suoi compagni di scuola, come il cuore umido della gente che sanguina nelle arterie del suo paesino morente. Sognando e volando sotto la pioggia, vide una vecchia casa incustodita e vi trovò rifugio. La porta solo socchiusa nascondeva pareti bianche di roccia levigata che sembrava respirassero a ogni suo passo. Non c’era nessuno, oltre a lui, ma sentiva i loro sospiri. Come in un film di fine anni ottanta, si precipitò in cantina alla ricerca d’un improbabile avventura e si ritrovò sommerso da scatoloni pieni di polvere, ragnatele, ratti morti, dipinti orrendi e un cofanetto che sembrava brillare. Col cuore colmo di pulsante curiosità e inquietudine, lo aprì e dentro trovo uno spesso cartoncino in bianco e nero, con un nome, Audrey, ad accarezzare la schiena di una donna di spalle in uno slip grigio che avrebbe dovuto essere rosso. Sopra le natiche, una strana sigla, Twoas4, e più su “In Pain English”. Chi è Audrey? Qual è il suo volto? Girò il cartoncino e lesse un elenco di dieci parole in grassetto intervallate da altre simili. Tutte in inglese, tranne che al punto numero cinque dove lesse “Le Nuvole di Quinz”. Non riusciva a capire ma alla fine c’era “qualcosa che, per esempio, di solito chiamiamo amore”. Totalmente in balia della sua fantasia, continuò a rovistare e pescò delle foto sempre senza colore. Un ragazzo con una chitarra, un altro con una batteria e due ragazze, di cui una, che giocherella col suo cellulare, gli sembrò abbastanza triste da somigliargli. Avrebbe voluto parlarle. Quel è il suo nome? Quindi prese in mano un lungo collage di disegni divisi imperfettamente come fotogrammi di una surreale pellicola anni trenta. Volti e parole danzano su note scure come la notte. In fondo allo scrigno, c’era un libretto spesso, con in copertina due donne di spalle e dietro, l’ombra di un uomo. Dentro trovò un breve racconto. Forse la storia della nascita di quelle dieci frasi in grassetto, narrata senza parlare di quelle parole ma parlando con quello che quelle parole significano per i ragazzi delle foto. Prima di svanire come uno spettro, il giovane si chiese un’ultima volta “Chi sono (io? loro?)? Chi è Audrey?Poi più nulla se nulla è musica.

Ora vi chiederete perché abbia deciso di parlarvi del contenitore e di quello che ha suscitato in me più che del contenuto. I motivi sono diversi. Per prima cosa, leggendo le parole di Alan e Oscar, ho voluto ricalcarne lo spirito e quindi non seguire una precisa linea e struttura convenzionale anche da un punto di vista redattoriale, puntando più sull’aspetto astratto che su quello critico. Secondo, ho trovato veramente nel packaging di “Audrey In Pain English”, quella magia che, di rado, si trova nei prodotti (scusatemi per il termine da mercante) delle band emergenti che spesso hanno anche pochi mezzi economici a disposizione. Ti permette di capire perché i dischi, per quanto possibile, vadano acquistati o rubati e non masterizzati. Per ultimo, devo ammettere, che la sostanza della forma è risultata notevolmente la parte più interessante del disco, o, quantomeno, ha creato un’attesa non totalmente ripagata, mentre i brani, nel complesso hanno finito col deludermi. Detto questo, per chi vuole, di seguito, alcune informazioni e considerazioni sulla band e sul disco sono comunque obbligatorie.

I Twoas4, nati nel 2008 a Grosseto, sono Oscar Corsetti (voce, chitarra, basso) e Alan Massimiliano Schiaritti (batteria e tastiere). Nel disco, registrato con riprese “live”, voci comprese, nella Sala Musicale del Primo Circolo di Grosseto e in seguito affidate per il mixaggio e la coproduzione a Paolo Mauri (Afterhours, Massimo Volume e Le Luci della Centrale Elettrica), troviamo inoltre la collaborazione di Christina Lubrani (voce sulla traccia 7), Luminita Ilie (voce parlata ai nei pezzi 1,3,5,6,8,9,10) e Paolo Mauri (basso nei brani 2,3,4,6,7,9). Questo “Audrey in Pain English” è il loro primo lavoro e si propone come un misto di Neo Gaze, Dark, Noise Rock, Gothic, Post Punk e Alternative Rock tutto interpretato in chiave Pop. Nel disco le diverse strutture dei pezzi in sovrapposizione tra loro e con la voce e le parole cantate o urlate in un italiano anomalo o un inglese altrettanto irriconoscibile (tutto questo non possiamo sapere se realmente voluto a meno che non si prendano per buone le loro parole), si mescolano senza un legame formale riuscendo però a mantenere intatta la portata melodica dei pezzi e quindi non mettendo mai in risalto gli aspetti rumoristi o sperimentali sulla forma più classica della musica. Se da un lato questo permette ai Twoas4 di fare del ritmo e della melodia il punto di forza della loro musica, nello stesso tempo ne limitano la complessità e la particolarità. L’aspetto sonoro si riduce a niente di superlativo, lasciando piuttosto alle corde vocali di Christina e Luminita il compito di superare il muro di banalità in cui si rischia di sbattere (anche se il loro resta un ruolo marginale). Alla fine, il disco si divide perfettamente a metà, tra alti (cito il pezzo preferito, “Last End”, con i suoi feedback, le sue schitarrate psichedeliche alla Rallizes Dénudés, la sua potenza) e bassi (la Baustelliana “Light One”).  Le parti più interessanti sono sicuramente quelle in cui la foggia Neo Gaze, Noise e Gothic è dilatata è messa in risalto, mentre non convince la voce di Oscar Corsetti, nel timbro come nell’intonazione. È il primo passo per la band Twoas4. Resta da capire cosa tenere e cosa mettere da parte per un futuro migliore.

Read More

Miriam Mellerin

Written by Interviste

Dopo l’omonimo debut, i Miriam Mellerin (Diego Ruschena (voce, basso), Daniele Serani (chitarre) e Andrea Ghelli (sostituito a fine 2011 da Pietro Borsò, batteria))  ci regalano un’ intervista da non perdere. Amanti del  Post, Rock o Punk che sia, amanti del rumore, amanti della musica e delle chitarre ghignanti, questo è quanto la Tarantola ha da raccontarci!

Per prima cosa, come state?

Non male, grazie. Leggermente incazzati con il mondo ma speranzosi nel futuro.

“La gente che non viene mai intervistata è quella che dice le cose più interessanti” (D. Gilmour). Bella sfida dunque. Partiamo col botto. Qualcuno vi sta rubando la scena!!! Chi è il più sopravvalutato nell’indie italico (parliamo d’indie; evitiamo di citare i soliti “Amici”, “Ex Amici” “Amici degli Amici”, Vasco, Liga, Pelù, ecc…)?

Daniele: Vuoi dei nomi? Ahahah! Di sopravvalutati ce ne sono un sacco, sono tutti quelli che non hanno nulla da dire, da urlare. Sono quelli che smuovono le masse con i vestiti invece che con le idee, che si fanno le foto con instagram! Comunque parliamone…non è colpa dei gruppi ma della scena, se la gente giudicasse con le orecchie, sicuramente i gruppi che meritano avrebbero più spazio.

Quanto è stato difficile l’omonimo esordio?  E quali sono stati i principali problemi affrontati?

Diego: Questo disco è il riassunto di circa due anni di creazioni che non sono nate per formare un album. La vera difficoltà è stata nello scoprirsi, nel trovare quel filo rosso che lega tutti i nostri brani e nel costruirci l’identità, il sound, che meglio ci potesse rappresentare. Per Daniele e per me è stata anche la prima vera esperienza in studio: là il problema principale è stato quello di riuscire a immortalare le canzoni nel modo migliore possibile, esattamente come scattare una foto.

Quali sono le vostre principali influenze musicali, oltre a Marlene Kuntz, Jesus Lizard o Teatro degli Orrori? Chi pensate vi somigli nel panorama musicale mondiale sia a livello artistico sia nel modo di vedere il mondo?

Daniele: Oltre agli artisti nominati da te i Fugazi, soprattutto nel modo di vedere il mondo.

Diego: Per noi è fondamentale avere il controllo di tutto ciò che esce sotto il nome Miriam Mellerin, e il DIY è l’unico modo per farlo. Al nostro livello e con la nostra poca esperienza non possiamo permetterci collaboratori che interpretino il nostro mood alla perfezione, quindi ci troviamo impegnati quasi sempre in prima persona a realizzare grafiche, curare gli arrangiamenti, pensare alla promozione. Quindi sicuramente Fugazi, Shellac, Big Black e così via.

L’ultimo disco che avete ascoltato? E il vostro preferito?

Daniele: “Songs about fucking” (riascoltato mentre attendevo lo scorrere della lunga, lunghissima fila all’INPS). Non ho un disco preferito o meglio ne ho troppi.

Diego: “Gol Uruguayo”, dei Falta y Resto. Tra i miei preferiti c’è “Dell’Impero delle Tenebre”.

Pietro: Il mio preferito probabilmente è “Né al denaro né all’amore né al cielo”. Solo Faber sa come criticare ogni aspetto della vita umana con eleganza e arrangiamenti raffinatissimi, un genio.

Come nascono le vostre canzoni? Avete una musa?

Diego: Non c’è una regola. Non utilizziamo assolutamente strutture o formule standard, che probabilmente ci farebbero assomigliare molto di più ai Baustelle. Di muse ce ne sono state diverse. A volte tutto nasce da un episodio strumentale che rievoca delle esperienze vissute, a volte è l’esatto contrario.

Che cosa significa suonare oggi generi quali il Post-Punk, il Post-Rock o il Noise? Musica di nicchia e ormai difficile da reinventare. Che ruolo pensate di avere nel calderone dell’emergente alternative rock italiano attuale?

Diego: I generi, o “sonorità” come preferiamo chiamarli, si saturano nell’arco di qualche anno, magari vengono riscoperti e reinventati dopo generazioni. I contenuti no, sono in continuo mutamento e sono lo specchio della società. Un vero comunicatore non può isolarsi dal mondo i cui vive, deve correre insieme ad esso – quante volte gli artisti hanno saputo correre più velocemente del loro mondo! – per essere sempre vivo ed attuale. Noi vogliamo che anche la nostra musica corra. Ci piace plasmare le sonorità a seconda del messaggio, così le immagini che evochi potranno essere rivissute da chi ti ascolta. Non ci siamo mai preoccupati dell’immagine che diamo se suoniamo un riff invece di un altro, le scelte non le facciamo in base alle tendenze ma avendo il focus sul singolo brano e sul suo contenuto.

C’è qualcuno che è andato vicino a far si che i MM non fossero mai esistiti?

Diego: No. Ma siamo andati molto vicini a non poter pubblicare il disco. L’estate scorsa abbiamo passato un momento molto difficile dopo aver deciso di proseguire senza Andrea: siamo rimasti in vita grazie all’aiuto del nostro amico Leo, batterista incredibile, continuando a suonare dal vivo in alcuni festival, poi con Pietro siamo ripartiti con una nuova spinta. Ci siamo decisi a pubblicare il disco ed essere qui a parlare di questo lavoro.

Che cosa pensate dell’industria e del mondo musicale italiano?

Daniele: Una volta, parlando con un mio amico, mi sono trovato di fronte ad un immagine bellissima: “il panorama musicale italiano è molto simile ad un autostrada…ci sono molte corsie, quelle d’accelerazione, quelle preferenziali, d’emergenza…”. In Europa e nel mondo, ovviamente, le cose cambiano.

Diego: Più che industria la chiamerei artigianato. Pure dietro ai generi più mainstream ci sono grandi professionisti e grandi artisti che si rifiutano di “usare lo stampino”. Il mondo musicale italiano è estremamente variegato, all’interno della nicchia che sentiamo come nostra c’è un fermento incredibile, ma si sente ancora un grande gap rispetto all’estero. Siamo un paese che fa musica per ripiego, che non considera come dovrebbe l’arte e l’informazione, pur avendo un patrimonio culturale inimitabile.

Che cosa pensate di voi? Credete di essere veramente bravi?

Diego: Crediamo che in due anni abbiamo fatto dei gran bei passi. Che tecnicamente non abbiamo nulla da invidiare ai Berliner Philarmoniker. Che ai nostri concerti chi ci conosce poga quando suoniamo “Insetti”, mentre chi non ci conosce si ferma ad ascoltarci e a fine concerto ci chiede l’Album. Che siamo modesti, sicuramente!

Credete che l’immaturità trasudante le vostre canzoni sia più un valore aggiunto alla vostra musica o cercherete di limarla quanto più possibile?  O ancora lascerete che tutto accada naturalmente?

Pietro: L’essermi cimentato con pezzi non scritti da me mi ha costretto a entrare prima nella giusta ottica (ritmica, fisica e psicologica) e mi permetto di affermare che l’immaturità negli arrangiamenti o meglio nelle strutture è spesso dovuta ad accostamenti non inflazionati…anzi oserei dire originali…questo è uno dei motivi che mi ha spinto a entrare in questo gruppo!

Diego: L’immaturità che senti ci rende onore. Il nostro compito è crescere, maturare in senso qualitativo. Quello che facciamo, comunicare, richiede da parte nostra una grande onestà il che significa fare le cose perché sono sentite, non perché l’ha detto l’esperto di marketing o l’arrangiatore strapagato. Noi cerchiamo di dare il massimo, di fare quanto più possibile da soli per poter comunicare in maniera sincera col pubblico. Non ci basta apparire, non vogliamo spacciarci per dei miti dato che non lo siamo.

Ho trovato B.H.O.O.Q. il pezzo più bello del vostro disco (ne ho già parlato ampiamente nella recensione) e credo sia il migliore punto dal quale ripartire per acquistare la giusta personalità e creare un sound proprio? Quale pensate sia la sua forza? Ci sono pezzi che ritenete migliori? Quali brani vi sembrano che abbiano maggiormente attecchito tra il pubblico?

Pietro: Concordo, è incredibile la quantità di ghigni malefici che mi produce in volto questo pezzo quando lo suono…..mi esalta!

Daniele: B.H.O.O.Q è anche secondo me il pezzo più bello, la sua forza sta sicuramente nel periodo particolare che l’ha accompagnato. Ci sono sicuramente pezzi che mi piacciono più di altri, ma non sono per forza i migliori. Tutti i brani più o meno si sono ritagliati una loro nicchia nel pubblico, penso sia questo un punto di forza dell’album.

Stilnovo invece non mi è piaciuta molto. Prende in prestito le parole di Cecco Angiolieri e suona come un tentativo di intellettualizzare la musica nel modo più semplice possibile. Cosa ne pensate? Come mai questa scelta?

Diego: La storia della musica ci insegna che gli antichi greci recitavano i poemi cantando, con l’ausilio di strumenti musicali. La poesia e la musica, che venivano composte utilizzando la stessa metrica, da allora si sono sviluppate con sistemi differenti di notazione fino a ottenere una varietà incredibile di linguaggi. Con Stilnovo abbiamo voluto musicare una pietra miliare della poesia e rileggerla nel presente per cercare nuovi elementi di continuità. Un esperimento per nulla semplice, sicuramente molto ambizioso. Non siamo i primi a voler rileggere un classico sotto una nuova luce, già De André mise in musica “S’ì fosse foco” lasciandone però immutato il testo. Crediamo che la nostra versione abbia spessore e la vediamo trasmettere tanto a chi la ascolta. Specialmente dal vivo.

Cos’ è l’arte e cos’ è la musica?

Daniele: La musica è arte, l’arte è comunicazione

Quanta ideologia politica c’è (o ci sarà) nella vostra musica? Quanto v’interessa?

Diego: L’uscita è stata vissuta come un test d’ingresso piuttosto che un esame finale, sicuramente è stata una grande soddisfazione perché è il coronamento di anni di fatiche e sacrifici. Oggi ci sentiamo più ricchi d’esperienza: sappiamo che questo bagaglio non deve finire per intaccare l’umiltà e la motivazione, probabilmente ci servirà ad amplificare entrambe le cose.

Vi sentite le stesse persone di qualche mese fa, ora che il disco è uscito? E’ stata una liberazione oppure una sorta di esame di maturità?

Diego: L’uscita è stata vissuta come un test d’ingresso piuttosto che un esame finale, sicuramente è stata una grande soddisfazione perché è il coronamento di anni di fatiche e sacrifici. Oggi ci sentiamo più ricchi d’esperienza: sappiamo che questo bagaglio non deve finire per intaccare l’umiltà e la motivazione, probabilmente ci servirà ad amplificare entrambe le cose.

Chiudo come avevo chiuso la mia recensione. Io lo prenderei un secondo chitarrista. Voi no?

Pietro: Probabilmente toglierebbe quell’equilibrio che c’è tra noi e tra gli strumenti. Mi basta una chitarra acida come il veleno a squagliarmi le orecchie mentre suono… no grazie un’altra proprio no!

Daniele: No! Semmai inizio a fare gli straordinari e lavoro per due!

Diego: Niente da fare, mi dispiace Silvio 🙂

Read More

Lo Stato Sociale – Turisti della Democrazia

Written by Recensioni

Lo Stato Sociale nasce nell’estate del duemilanove grazie ad Alberto Cazzola, Alberto Guidetti (Bebo) e Lodo Guenzi tornato a Bologna. Nel rifugio i tre decidono di dare sfogo alla loro creatività senza troppo pretendere dalla vita e probabilmente senza rendersi veramente conto di quello che stava nascendo. Grazie anche alla collaborazione con Paolo Torreggiani (My Awesome Mixtape) pubblicano il loro primo Ep, Welfare Pop. Da allora il progetto nato tra qualche birra e tante risate diventa serio. Il gruppo si amplia e nel duemilaundici la band divulga una coppia di singoli (in digitale) in concessione per Italian Embassy e per Rockit prima dell’EP “Amore ai tempi dell’Ikea” (Garrincha Dischi). Ora la storia è questa:

Turisti della Democrazia è il racconto di un ragazzo nel pieno del fervore giovanile, che urla le sue passioni carico di vita, ma finisce col ritrovarsi solo in cerca di una libertà che forse non sa nemmeno cosa significa se non speranza in un’illusione. Nel fare la conoscenza del mondo, finisce con scontrarsi con una realtà falsa, fatta di persone che per quanto possano apparire diverse le une dalle altre, gli sembrano solo estranee e aliene e una società in continua lotta contro il buonsenso. Comincia a riversare la sua animosità che un tempo era grinta verso tutto quello che c’è di sbagliato. Anche le piccole cose. Il prezzo di un aperitivo o una politica di ladri, la mancanza di lavoro o la falsità delle ideologie o ancora l’ipocrisia della chiesa cattolica. In questa lotta contro tutto, finisce col ritrovarsi ancora più solo, annoiato, senza neanche più la forza di lamentarsi, invischiato in un lavoro inutile e debilitante. Non ha più una ragazza e senza accorgersene si rifugia nelle piccole cose, senza i vecchi struggimenti adolescenziali. Si rintana nella musica (Blur, Apparat, Offlaga Disco Pax, Felix Da Housecat) ma si rende conto che la scena alternativa che tanto ama in fondo non è altro che l’ennesimo prodotto del sistema. Capisce che la pseudo indipendenza non fa altro che trasformare i giovani in dipendenti da un certo modo di essere diverso per forza. Essere vero diventa impossibile. Un’infinità di delusioni sfocia nella totale disillusione, e lui quasi incapace di vivere decide di farlo a modo suo. Capisce che nella sua testa tutto è più semplice. Anche amare. Perché lì le persone sono come le vuole. Anche la donna tanto bella e desiderata può reggere il confronto solo nella sua immaginazione. E le donne finiscono per scorrere nella vita come personaggi a caso, banali, pieni di sé, in fondo inutili perchè quello di cui ha bisogno è fuori dal mondo. Alla fine si ritrova a pensare meno per vivere serenamente.  Diventa, almeno all’apparenza, come tutti lo vogliono, ma non fa altro che farsi ipocrita. Non è capace di sorreggere la sua stessa falsità. Finisce per lasciar correre tutto e alla fine, quando ogni cosa sembra dover andare per un verso, probabilmente trova l’amore, di quello che in fondo hai sempre li, ma non vedi mai con gli occhi languidi.

A essere sinceri, quello che vi ho raccontato non rappresenta proprio la verità perché Turisti della Democrazia non è certo un concept album e soprattutto di storie ne racconta un’infinità, tutte diverse. A ogni ascolto sta a noi decidere se e come farci trasportare da una parola, una frase, una battuta, un’accusa o una nota. A ogni ascolto decidiamo noi quale storia vivere che sia di sdegno, d’amore, di musica passione o amicizia. Le storie sono infinite. Scegliete voi.

Le canzoni in sé sono tutte hit Electropop escluse rare eccezioni in cui è l’anima indierock a prendere il sopravvento o altri episodi più intimi. Non ci sono strade senza uscita. Un album vigoroso e trascinante, con ritmi ipnotici per quanto semplici e melodie ricercate senza suonare pompose e soprattutto orecchiabili. Un mix che ricorda in parte quello de I Cani ma che si presenta più ironico, più melodioso e con testi più simpatici e diretti oltre che ricco di frasi a effetto (“Il lavoro debilita l’uomo”, Ti donerei il mio cuore ma non si butta via niente del maiale”, ecc…). Sicuramente poco utili allo scopo e poco riusciti sono riferimenti politici che a volte sfiorano il qualunquismo (“Cromosomi”). I rimandi a brani di altri artisti sono volutamente innumerevoli e in alcuni casi esageratamente palesati (Girls and Boys dei Blur in “Vado al Mare”) o molto soffusi (La batteria di “Ladro di Cuori col Bruco” è stata mixata pensando a Like Something 4 Porno di Felix Da Housecat). La musica per quanto ripeta ossessivamente un certo cliché electropop riesce sempre a non annoiare, grazie a continui cambi di ritmo e inserti sonori che riescono a rendere l’atmosfera creata da tastiere, drum machine e voce, linea portante del genere, mai ripetitiva. A parte le piccole cose, se c’è un pezzo che non convince, potrei dire solo “Seggiovia sull’Oceano”. Il resto non ve lo leverete dalla testa. Un tripudio di citazionismo, ritornelli spettacolari, elettronica e chitarre, voce che quasi recita invece che cantare e parole brillanti. Questo è l’ultimo lavoro de Lo Stato Sociale. Un disco che, nel nome del Dio (Indie) Pop, si rivolge a tutti gli ultimi d’Italia, che in fondo non si sentono tali, ma si ritrovano sotto accusa solo perché autoesclusi dal sistema socio-culturale di casa nostra. Lo Stato Sociale, per quanto popular, non rappresenta direttamente un prodotto di questa cultura di merda che ci avvinghia tra tv spazzatura, politica meretrice, ignoranza esasperata, aperitivi a dieci euro, abiti firmati, macchinoni, repressione intellettiva. O meglio né è un prodotto come fiori nati dai cadaveri putrefatti sul terreno di battaglia. Spesso dal peggio nascono le cose più sensazionali. Tutto questo male italico genera il bene quando di mezzo c’è l’intelligenza e la passione. Passione che per i cinque turisti nello stato sociale significa anche amicizia, vero legante di una band che sembra non aver troppi problemi a dire quello che pensa senza facili paraculate e senza voler essere a tutti i costi contro. Nonostante lo Stato Sociale non rappresenti niente di mai sentito, di geniale, di nuovo, musicalmente parlando, dentro la loro musica e le loro parole c’è qualcosa che si lega alla nostra anima e ci forza all’ascolto continuo. Traspare sicuramente che quello che ascolti è vero frutto del sudore e delle coscienze di cinque ragazzi come te. Ma c’è altro. Senti di amarli perché capisci che loro sono come te, in tutto. Anche se forse, sei tu a non essere come loro. Cosa posso dirvi ancora. Non voglio rovinarvi la sorpresa. Ladro di Cuori col Bruco non mi ha fatto dormire, anche stanotte.  Se ancora non li conoscete, sappiate che sono piaciuti a chiunque io li abbia fatti ascoltare. Dite che a voi non piaceranno? Non mentite.

Read More

Selezioni Music Live Experience PESCARA/CHIETI

Written by Senza categoria

Sabato 7 Aprile c/o la sala prove MASTER BLASTER di Corso Umberto I a Montesilvano si terrà una tappa delle selezioni di MUSIC LIVE EXPERIENCE che darà l’opportunità alle band selezionate di partecipare a MUSIC VILLAGE:
L’EVENTO CHE UNISCE LA MUSICA EMERGENTE E IL MONDO DELLA DISCOGRAFIA

Event Sound Promotion, in collaborazione con l’associazione Giovanile NET4FUN, svolgerà a Pescara/Chieti il 7 aprile, presso la MASTER BLASTER di Corso Umberto I, 590 a Montesilvano, le selezioni denominate Music Live Experience per accedere all’edizione estiva di Music Village, uno dei più importanti eventi musicali dedicati a band emergenti, che si terrà a Merine in provincia di Lecce in due edizioni:
– 26 Agosto/1 Settembre 2012 – Categoria Giovani under 22;
– 1/7 Settembre 2012.
Durante la selezione le band coinvolte avranno la possibilità di presentare due pezzi del loro repertorio che verranno valutati da un esperto presente che sceglierà i migliori progetti emergenti che rappresenteranno le Province di Pescara e Chieti a Music Village. L’evento in programma a fine agosto – inizio settembre darà la possibilità a 90 band, per un totale di 600 artisti, scelte in tutta Italia di trascorrere una settimana all’insegna del divertimento, aggregazione giovanile e formazione musicale.

www.net4fun.it/musicliveexperience

COS’È MUSIC VILLAGE?
Music Village nel 2012 è la tappa estiva del progetto Music Live Experience e da diversi anni Music Village è diventato uno dei più importanti eventi dedicati a band emergenti, proponendosi come un reale e importante momento di aggregazione durante il quale gli artisti hanno la possibilità di sottoporre agli operatori del settore musicale e discografico (etichette indipendenti e major, media musicali, promoter, produttori) il proprio progetto.

L’evento che in ogni edizione coinvolge più di 500 musicisti emergenti dando la possibilità alle band coinvolte di esibirsi dinanzi agli operatori del settore discografico (giornalisti, discografici, musicisti professionisti) e di partecipare ai seminari formativi gratuiti, tenuti da questi professionisti, finalizzati a far comprendere le dinamiche migliori in base alle quali sviluppare e proporre i propri progetti dando dei punti di riferimento capaci di guidare i giovani artisti emergenti verso il professionismo musicale.

Grazie a Music Village, ad oggi, si sono realizzati dei progetti concreti per alcune delle band partecipanti; ad esempio gli Jolaurlo, ha visto la produzione del loro primo album da parte della Tube Records (etichetta indipendente di Varese), distribuito da Venus; altre sinergie sono nate tra alcuni degli artisti intervenuti ed i rappresentanti delle case discografiche presenti.

Music Village non è un concorso, l’evento sente l’esigenza di distinguersi dalle altre manifestazioni musicali presenti in Italia e a concentrare l’interesse dei partecipanti sull’aggregazione musicale e sulla formazione artistica. Questo non ha eliminato uno dei particolari più interessanti di Music Village: la consegna, a tutti i partecipanti di una scheda di valutazione critica e costruttiva stilata dai professionisti presenti sulla base dell’esibizione live delle band.
Ogni esperto che interverrà all’evento ascolterà inoltre i demo degli artisti partecipanti ed esprimerà, attraverso la compilazione di una scheda di valutazione e un breve colloquio, un giudizio formativo che verrà consegnato ad ogni singolo artista in modo che lo stesso possa farne tesoro, comprendendo in maniera approfondita i pregi e difetti del proprio progetto. Sarà un incontro personale tra la band/artista e l’esperto in questione.

Durante il soggiorno sono previsti corsi e seminari che tratteranno tematiche formative quali:
• la figura del manager nel campo della musica e discografia; la distribuzione; le edizioni musicali.
• il rapporto fra artista e casa discografica.
• l’agenzia di booking – come proporre il proprio show agli organizzatori di concerti ed alle agenzie di booking.
• come promuovere al meglio il proprio progetto in maniera indipendente.
• come proporre all’estero il proprio progetto.
• come si produce un disco – le figure del produttore e dell’arrangiatore; l’importanza del testo in una canzone.

MUSIC LIVE EXPERIENCE, PROGETTO FINANZIATO DALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – DIPARTIMENTO DELLA GIOVENTU’, OFFRE INOLTRE L’OPPORTUNITÀ DI:
– Iscriversi agli open day gratuiti sulle professioni della musica che si svolgeranno tra ottobre e novembre;
– Scaricare gratuitamente la dispensa sulle professioni della musica (disponibile da giugno);
– Tenersi aggiornato sulle novità del Music Business attraverso il nostro blog;
– Fare domande o ricevere consigli in campo musicale, scrivendo alla mail dedicata presente sul sito: www.net4fun.it/musicliveexperience

DI SEGUITO ALCUNI NOMI DELLA COMMISSIONE ARTISTICA INTERVENUTA NELLE ULTIME EDIZIONI:
Franco Zanetti (direttore di Rockol), Claudio Buja (direttore di Universal Music Publishing), Marcello Balestra (Warner Music), Giampaolo Rosselli (Sony BMG), Dario Guglielmetti (Tube Records), Federica Ceppa (talent and music executive MTV), Pietro Camonchia (manager Linea 77), Federico Montesanto (Pirames International), Max Brigante (dj Radio 105 e Rock TV), Max Zanotti (voce Deasonika), Marco Trentacoste (produttore della Vertical Vision e chitarra dei Deasonika), Mario Riso (ex batterista dei Movida e fondatore di Rock Tv), Saturnino (bassista Jovanotti), Livio Magnini (Bluvertigo), Lucio Contini e Cristian Perrotta (Vallanzaska – Maninalto Records), Eugenio Cervi (Venus), Massimo Luca e Paola Palma (Smoking Production), Antonio Notaro (Renilin), Paolo Gentile (produttore), Enrico Maria Magli e Oliver Dawson (programmatore musicale di Deejay TV), Andrea Piraz (produttore), Daniele Grasso (produttore, sound engineer, titolare degli studi di registrazione The Cave e MagicRoomStudio), Marco Verteramo (bassista dei Violadimarte), Ronny Aglietti (bassista di Alessandra Amoroso), Alessandro Cesqui (Novunque), Michela Cucco (manager Africa Unite), Madaski e Bunna (Africa Unite), Alessandro Ceccarelli (Estragon Booking), Filippo Bersani e Enzo Mazzeo (Scarlet Records), Paolo Martella e Fabio Viassone (Sounday), Beppe Platania (Wynona Records), Nicolò Zaganelli (Artevox Musica), Walter Mazzeo (Rude Records), Paolo Pellegatti, Masha, William Nicastro, Steve Angarthal (Rock Tv), Roberto Trinci (Head of A&R in EMI MUSIC PUBLISHING), Alberto Salini (Vice president presso AFI – Associazione Fonografici Italiani), Diego Calvetti (Direttore artistico del Platinum Studio), Luca Mattioni (Produttore, Arrangiatore e BMG Rights Songwriter) e molti altri.

Momenti di formazione quindi, ma anche di puro divertimento. I musicisti hanno l’opportunità di Jammare anche fino a tarda notte in due diversi punti musica allestiti: il palco (dove si tengono anche le esibizioni “ufficiali”) e l’acoustic corner, dove dominano le esibizioni unplugged.

Anche quest’anno Roland, Heineken e Reference Laboratory, come già da diverse edizioni, saranno gli sponsor dell’evento. Diversi e importanti anche i partner e media partner che da sempre supportano l’evento: Sounday, Rockol e Jam Magazine.

Tutte le band interessate a partecipare all’evento devono inviare un mp3 all’indirizzo email: musicvillage@espromotion.it o visitare il sito della manifestazione: www.net4fun.it/musicliveexperience nella sezione specifica dell’evento www.espromotion.it/musicvillage.
Infoline: 02/36637411

Read More

X-Mary – Green Tuba

Written by Recensioni

La prima cosa che picchia nella testa, quando ci si ritrova davanti ad un gruppo come gli X-Mary è sicuramente un certo tipo di attitudine propria dei folli. Loro sono come quell’amico squilibrato che tutti abbiamo, che non si rade la barba da mesi, che si lava poco, che si sfonda di birra e poi si mette a far casino; che prende per il culo tutti ma devi sforzarti per capire se sta prendendo per il culo proprio te; quello sagace che sembra un ebete; quello che fa l’idiota con intelligenza; quello che non riesce a trovare una ragazza perché forse non esiste una che riuscirebbe a stargli dietro; quello che è sempre ilare e ti mette incessantemente di buon amore; quello che se c’è da prendere a calci nel culo uno stronzo, non si fa complicazioni. Tutto questo sono gli X-Mary. Sono anche una band di San Colombano al Lambro (Lombardia mica la California) che crea caos e musica da quasi vent’anni e che nel frattempo ha pubblicato diversi lavori tra cui “Day Hospital”, “A Tavola con il Principe”, “X-Mary al Circo” e “Tutto Bano” prima di “Green Tuba” appunto, coprodotto da Another Shame, Dischi di Plastica, Escape from Today, Le Arti Malandrine, Lemming Records, Noiseville, Smartz Records, Wallace Records. L’ingegnere del suono è Fabio Magistrali, che a detta della band ha rappresentato un valore aggiunto ben oltre le sue mansioni (“ci ha dato da mangiare, ha detto la sua e dato un sacco di idee (ultima ma non ultima quella dell’albero senza tronco in copertina” (foto di Davide Maione)). Per quanto riguarda la musica, gli X-Mary sono ancora più inenarrabili. Nel rispetto nella loro indole beffarda ma mai allontanandosi dalla realtà, indicano come loro generi di riferimento Rock, Pop, Punk, Bossa Nova, Pianobar, Latina e tra le principali influenze Luca Carboni, Henry Rollins, Ruben Camillas e Zagor Camillas.

Siamo vicini alla verità, più di quanto possiate pensare. Gli X-Mary propongono una miscela che ricorda lo stesso famelico spirito degli Ween, band statunitense formatasi a metà anni ottanta, caratterizzata proprio dalla capacità di fagocitare una miriade di generi diversi risputandoli poi con violenza in un Art Pop dissimile dagli elementi primari. Cosi come per gli Ween il risultato è un sound onirico e mordace. Una sorta di geniale e bonaria presa per il deretano di generi musicali diversi che nel caso degli X-Mary, sono rappresentati dalla tradizione della musica leggera italiana, la musica brasiliana, il Punk. Nello stesso tempo, nella capacità di ricerca di suoni e nelle sperimentazioni folli, la band lombarda ricorda (scusate se esagero) The Residents, anch’essi capaci di nascondere sotto una luce fatta di sarcasmo e divertissement un’analisi della musica, moderna e non, che puntualmente sfocia in una distruzione dei miti, in un anti-fanatismo di massa, ricco di estetica e pieno di sostanza, senza alcun didascalico citazionismo. Volendo invece fare un paragone tutto italiano, è sufficiente aggiungere alla capacità di ricerca di Freeman e Melchiondo e alle sperimentazioni dei bulbi oculari più famosi del mondo il punk demenziale degli Skiantos. Mi assumo la responsabilità piena di quello che dico e confermo che in molti punti la somiglianza è evidente sia nella composizione sia nella voce, cosi come nei testi. La discrepanza vera rispetto agli emiliani è che è maggiore la portata musicale, più ampia la lista dei generi toccati e forse gli X-Mary presentano la loro irriverenza in maniera meno aggressiva e più ricercata. Inoltre, l’aspetto demenziale del rock è meno evidenziato.  Quindi mescolate Ween, The Residents e Skiantos alle prese col Pop, la musica brasiliana, l’HardCore  e forse avrete capito di che parliamo. In realtà è impossibile capirlo (e descriverlo) senza ascoltare. “In Prima Fila”, brano che apre Green Tuba, vi darà un’idea migliore di quel paragone con la band di Freak Antoni fatto in precedenza. Stesso dicasi per “La Piazza Non C’è Più” anche se il testo e la musica si addolciscono fino a rendere plausibile la vicinanza con il Pop di Luca Carboni. La leggerezza sarcastica degli X-Mary continua con “Solo Mattia Mi Dà” e sfocia presto nel delirio. I quarantadue secondi di “Pasticciotti” sono la porta che apre sulla pazzia. “Gigia, il Cane di Cristiano, si è Persa nel Bosco del Castello”. Il nome non dice niente. E proprio per questo sembra dire tutto. I primi richiami alla musica sud americana si hanno con “La Rivista” che sembra sempre tuttavia indissolubilmente legata alla nostra penisola cosi come in “Tiziano Iron” si fanno sentire più prepotentemente le (s) porcherie noise, punk hardcore della band.

Con “Badula” siamo ancora oltre. Un sound tex-mex che sembra tirato fuori dall’intro di un duello Western fatto di tromba, pistole e Tequila. “Viados de Porao” prima de “La Giornata del Nuovo Pizzaiolo” rappresentano un’accoppiata da delirio puro. Metal, scream scaraventato nelle orecchie prima di un pezzettino Pop reso impazzito da un testo talmente concreto da sfiorare il surreale. Uno dei miei brani preferiti è la traccia tredici, “Racconti dell’Africa Nera” uno dei passaggi meno sperimentali del disco, eppure carico d’idee. Da segnalare anche “Io Amo Te” nella quale abbiamo scoperto non esserci seconde voci. Non l’avreste detto, vero? Il resto prosegue tutto sulla stessa reiterazione alternata fino alla traccia ventuno. Scatti veloci da un continente all’altro, urla, spettacolari passaggi pseudo Pop (“Alle 18 le Capre Bevono”), tutto frullato in un vorticoso ensemble di schegge che vanno dai ventinove secondi ai tre minuti e diciannove.  Insomma, gli X-Mary sono tanta roba e spero abbiate la curiosità, non solo di ascoltare quest’ultimo lavoro, ma anche di riprendere i vecchi e soprattutto di andare a vederli dal vivo, magari insieme ai Camillas (X-Marillas), in uno spettacolo indimenticabile per gli amanti del casino puro, delle illogicità musicate e dei punkabbestia. Avete presente quelle band che non vi entusiasmano su disco eppure live vi fanno uscire pazzi? Potrebbe essere questo il caso. Dalle mie parole non avete capito molto, suppongo. Non è solo colpa mia, credetemi e comunque, meglio cosi. Se li conoscete già, vi basterà sapere che c’è molto meno Hardcore del passato, che sono stati aggiunti i fiati e che dentro ci sono potenziali pezzi da radio le cui possibilità sono mandate a puttane dagli stessi X-Mary quando decidono di non superare qualche decina di secondi (è il loro stile (purtroppo, in questo caso, giacché alcune sembravano poter veramente diventare grandi pezzi) e se non avessero avuto queste caratteristiche, staremmo ascoltando altro). Se non li conoscete, cercate di non perdervi questa fintantologia di storie irrazionali in bilico nella storia dell’ arte dei suoni. Vi lascio con le stesse parole della band. Vi potrebbero aiutare a capire. “Se cerchi un singolo, ascolta “Mi Sento Solo”. Se cerchi una pseudo cover dei Camillas, ascolta “Picante”. Se cerchi grane, hai sbagliato gruppo”.

Read More

Web Hosting