Marialuisa Ferraro Author

Mogwai – Les Revenants Soundtrack

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Non poteva che essere una band post-rock scozzese, abituata alle suggestioni paesaggistiche delle brughiere delle Highlands, a curare la colonna sonora di una serie televisiva come Les Revenants. La fiction è stata ideata da Fabrice Gobert ispirandosi all’omonimo film di Robin Campillo ed è andata in onda in Francia su Canal+ lo scorso autunno: è stato successo immediato, tanto che si sta già scrivendo il sequel che uscirà oltralpe probabilmente nel 2014. Non è dato sapere se e quando verrà trasmessa anche in Italia. La storia si sviluppa attorno a un paesino montuoso dalle imprecisate connotazioni geografiche: in un’atmosfera alla Twin Peaks i morti tornano in vita e convivono coi vivi come nulla fosse successo, o quasi. Niente a che vedere con l’immaginario splatter della collega The Walking Dead, per citarne una, Les Revenants è una sottile indagine psicologica individuale sul rapporto tra la vita e la morte, tra l’illusione dell’immortalità e la paura della finitezza umana, a cui si sovrappongono storie d’amore, conflitti generazionali e inquietudine esistenziale.

Una tavolozza di emozioni, così varie seppur sempre in una gamma cromatica fredda, che i Mogwai hanno avuto di che sbizzarrirsi per la realizzazione di questa soundtrack: fedelissimi a loro stessi (e quindi rigorosamente strumentali e straordinariamente eterei), gli scozzesi giocano con timbri, ritmi e ispirazioni, dalla classica – richiamata dall’impiego del violoncello- in “Hungry Face”, all’elettronica di “This Messiah Needs Watching”, dall’etereo impiego di scale diatoniche in “Kill Jester” all’ Indie-Rock più immediatamente riconoscibile di “The Huts”, dallo xilofono di “Fridge Magic”, che dialoga con basso e chitarra attraverso dissonanze stravinskijane, al Country cantato (fatto più unico che raro per i Mogwai) di “What Are They Doing in Heaven Today”, che prende a larghe mani dalla lezione cantautorale americana. Un disco che sicuramente si farà apprezzare anche da coloro che non hanno avuto modo di immergersi nella vicenda narrativa di Les Revenants e che ben si inserisce nella produzione dei Mogwai.

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Atoms for Peace – Amok

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Su questo disco è già stato detto di tutto. Lanciato come se fosse l’araba fenice dei Radiohead o la fatica di un matrimonio artistico tra grandi nomi della storia della musica più recente che manco i Them Crooked Voltures, Amok è stato osannato o crudamente bocciato, tanto da tutta la stampa quanto dai fans di Yorke. O piace o non piace, insomma. L’unica certezza è che fa discutere, mettendo in campo tutta una serie di riflessioni che non sono assolutamente sterili e neppure troppo sottintese. Anzitutto viene da chiedersi quanto possa essere originale un progetto parallelo con un leader tanto carismatico e dall’immediata riconoscibilità stilistica come quella di  Yorke. Tra lui e Flea, ad esempio, è indubbiamente il primo a farla da padrone indiscusso, se si considera che l’autorialità di Flea emerge con chiarezza solo nell’intro e in alcuni incisi melodici di “Stuck Together in Pieces” e in “Reverse Running”, passando praticamente inosservata nelle altre tracce di Amok. Non è solo questione esecutiva, per cui la voce di Yorke toglie ogni dubbio e rimanda per direttissima ai Radiohead, come nella title-track “Amok” e in “Default” (solo per citare i casi estremi perché questa caratteristica permea in realtà tutti i brani del disco), ma è proprio una faccenda  interpretativa ed esecutiva: il cantato a bocca appena aperta, la strutturazione della forma canzone e gli arrangiamenti ricalcano moltissimo gli ultimi Radiohead – che, personalmente, mi sono sempre sembrati più gratuitamente sperimentali e asettici che geniali – e solo una virata elettronica massiccia separa gli Atoms For Peace dal passato progetto di Yorke. E qui entrano in gioco un altro paio di questioni. Anzitutto, l’unico leitmotiv del disco sembra essere un tappeto ritmico elettro-dance scandito con una chiarezza volumetrica che spesso è al pari di quella della linea melodica vocale (come in “Before Your Eyes” e nella già citata “Reverse Running”), in una sorta di ideale richiamo costante al trip-hop ma con le sonorità cupe della new wave (“Ingenue”) e accenni afro-beat inconsciamente pulsionali (“Unless”); in secondo luogo, poi, è difficilissimo distinguere dove finisca l’uomo e inizi la macchina e viceversa. E per quanto lo strumento elettronico e l’artificio possano essere usati con maestria e competenza, sì da fare emergere il lato umano del compositore, è quasi impossibile in Amok, capire cosa sia naturalmente prodotto e cosa no, sacrificando, involontariamente, ancora una volta gli strumentisti per esaltare la figura di Yorke come primigenio artista-uomo che convoglia il significato poetico-musicale della canzone.

Lungi da me porre una soluzione univoca a questi quesiti, il gusto personale credo che in questi casi abbatta qualsiasi questione etico-stilistica-estetica. Per me è il primo, buon lavoro di un progetto parallelo che spende a piene mani l’eredità del suo antecedente, nulla più.

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Collettivo01 – Cronovendetta

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Il punk è un genere che non passa mai di moda, vuoi per la facilità di esecuzione, vuoi per l’immediatezza comunicativa. Ad ogni modo, di gruppi punk è pieno il mondo e anche la nostra penisola vanta una certa copiosa discendenza. Gli esiti, ovviamente, sono qualitativamente molto vari e i Collettivo01 si insinuano a spalle larghe e testa alta in questo panorama. Genuini sin dalla prima schitarrata del loro autoprodotto Cronovendetta, si distinguono per un cantato in italiano (che a volte subisce contrazioni d’accento perché le parole si adeguino alla musica, dettaglio che personalmente trovo parecchio irritante) e l’immediata riconoscibilità stilistica. Certo, non è un genere che lascia spazio a grandi improvvisazioni e la band non brilla per creatività. A onor del vero alla quarta traccia ha già anche un po’ stufato, ma se ci si concentra sulle liriche si scopre che questi ragazzi hanno qualcosa da dire. A parte l’incazzatissima title-track, sono molti i momenti di rabbia e sdegno, come “Non Voglio Stare Qui” e “Tutto il Male Che C’è”, davvero d’impatto. Disillusione generazionale, rabbia adolescenziale, ribellione giovanile, ma anche paura e delicatezza, frustrazione e un generale atteggiamento da outsider che guarda dall’alto e con disprezzo la società in cui è sciaguratamente inserito. Insomma. I Collettivo01 sono una band che, ohibò, ha qualcosa da dire, ma dovrebbero togliersi la patina del già sentito e, pur restando fedeli al loro genere, trovare un nuovo personalissimo hook con cui agganciare l’ascoltatore.

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Absolut Red – A supposedly Fun Thing We’ll Probably Do Again

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“Non sarò solo una copia se saprò essere te” cantava il leader dei braidesi Mambassa qualche anno fa e io devo ancora capire come si possa applicare questa frase agli Absolut Red. Appropriarsi di qualcosa attraverso l’imitazione e saperlo fare proprio non è un fatto semplice in ambito musicale. Si rischia sempre di essere tacciati di scarsa originalità, di già sentito. E la band di Sasso Marconi effettivamente suona come già sentito fin dalla prima traccia, “Embriology”, in cui i riferimenti a un certo alternative rock americano dei primi Duemila si delineano subito attraverso l’uso di chitarre chiare e cristalline che eseguono melodie composte e raffinate. “Occasion” apre con un riff semplice ma incisivo, dal sapore molto Nineties, che lascia spazio a brevi incisi strumentali che dialogano creando un tappeto ideale a una voce che spesso si lascia andare a falsetti sullo stile dei Muse di Showbiz (non di quella porcata tamarra che sono diventati adesso). E già a questo punto si capisce che gli Absolut Red prendono a piene mani dagli Strokes. Ma tanto. Anche in “A Love Story From Outer Space”, una ballata con un momento chitarristico delicatamente blues, le agogiche e il timbro vocale ricordano l’uso della voce di Julian Casablancas. Mio dio, in Italia c’è qualcuno che sa suonare così: è davvero entusiasmante rendersi conto che è possibile anche dalle nostre parti fare un rock gustoso, serio, meditato a livello fonico ma non necessariamente ingessato, politico, incazzato.

Ma in “90’s Call”, quando ci si rende conto che gli Absolut Red non muoveranno passi in superamento della loro primaria ispirazione, quasi viene da chiedersi perchè non ascoltare gli originali e farla finita. “Sunday” mostra la bravura tecnica sopratutto della sezione ritmica, con un basso quasi didascalico che esegue passaggi tecnicamente didattici, così come emerge in “Life in Black and White”. “Bathroom Wishlist” è scanzonata e apparentemente leggera, ben sostenuta ritimicamente, al punto di sembrare, a tratti, un surf rallentato. “African Savannah” ha stacchi netti e aperture di gusto, ma, ancora un volta mi chiedo cosa mi stiano lasciando questi ragazzi. Probabilmente tanta voglia di finire di scrivere e far partire “I’ll try anything once”.
A Supposedly Fun Thing We’ll Probably Do Again è un esordio felicissimo per una giovane band nostrana, a cui non posso che augurare, però, di riuscire a rintracciare un sound molto più personale e di elaborare criteri compositivi che, pur guardando al panorama internazionale, li allontanino dall’essere semplicemente copie e rendano il giusto merito alla bravura tecnica degli Absolut Red.

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Gli Ebrei – Disagiami

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Gli Ebrei sono una band che parla veramente poco di sé ma sa decisamente stare sulla bocca di esperti e appassionati del settore. Una biografia stringatissima che va all’essenziale: arrivano da Fano, suonano insieme da poco più di due anni, pubblicano un primo lavoro per Sinusite Records che viene poi ripreso da Wallace Records e ristampato in vinile, in edizione limitata, e ora, per la Tannen Records, producono Disagiami, un Ep di sei tracce che si susseguono senza respiro e che è stato lanciato prima dalle pagine web di Rockit e ora è in download gratuito al prezzo di un retweet su Twitter o di una condivisione su Facebook. Una forma di pubblicità nuova che potrebbe rivelarsi una buona strategia di marketing, più dell’ormai apparentemente obsoleto download gratuito da iTunes e probabilmente già più immediato dell’ascolto su Spotify.

Comunque. Sei tracce vi dicevo. E un sound tendenzialmente garage con sferzate noise alla Sonic Youth e una registrazione molto molto sullo stile del più recente indie americano (e parzialmente inglese). Di quelle con chitarra, basso e cassa davanti a tutto e la voce indietro, da doversi sforzare di sentire bene cosa dice il cantante, perché la linea vocale viene trattata al pari degli altri strumenti. “Opportunità” ha un incipit molto sullo stile dei Franz Ferdinand, anche per il trattamento vocale, che pure ha tratti propri dato che articola un testo in italiano. Dopo uno stacco che ricorda neanche troppo vagamente i Marlene Kuntz, il brano cambia colore, diventa più aggressivo, sullo stile dei Linea77. La title-track, “Disagiami”, risente dell’influenza della new-wave: le sonorità si fanno più cupe e il canto di Matteo Carnaroli, soprattutto, assume quella costruzione melodica caratterizzata da una voluta incertezza nell’intonazione delle note acute, che dà un particolare tocco emotivo, noir, fumoso, istintivo. Decisamente più ironica e scanzonata è l’atmosfera di “Strage di Pasqua”, traccia surf da cui emerge la bravura tecnica del bassista Andrea Gobbi, capace di soluzioni semplici ma di grande gusto. “Scatola Nera” è un brano squisitamente post-punk di poco più di due minuti in cui la vera protagonista è la pura esaltazione del rumore guidato, meditato, studiato, soggiogato. Il noise viene contenuto invece in “Strumentale”, penultima traccia nuovamente d’ispirazione inglese (stile Milburn, per intenderci), che lascia poi spazio all’indie puro di riff semplici e incisivi alla Yuck, esaltati da stacchi che prevedono il momentaneo silenzio di tutti gli altri strumenti.

Ho un problema mai taciuto con un arrangiamento che prevede livelli di incisione tali per cui la voce viene relegata in un secondo ideale piano sonoro e tendenzialmente prediligo le voci calde e gravi a quelle tenorili e ariose, ma Gli Ebrei hanno imbroccato la formula giusta. Sono al passo coi tempi con le loro chitarre più melodiche che armoniche e il basso incalzante; sono incazzati, schifati ma senza piangersi addosso o far sempre comizi. Sono ironici ma non fanno i buffoni. Sono poetici ma non si circondano certo dell’alone dei dannati. Forse patiscono un po’ il cantare in italiano, non perché le loro liriche non abbiano spessore, ma perché certe sonorità rimandano direttamente a una parlata diversa e a volte fa quasi strano, durante l’ascolto, sentire una lingua tanto distante da quella che ci si aspetta. Non resta che augurar loro tutto il meglio, ricordando a voi di scaricare l’Ep, dopo un po’di condivisione dai vostri personali profili Facebook e Twitter.

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Maleducazione Alcolica – Peccati e sogni

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Lo ska e il reggae hanno, per me, il grandissimo difetto di annoiare dopo dieci minuti di ascolto live. A meno che non sia strafatta di alcol (di altro non mi strafaccio, ma, insomma, chi frequenta festival e concerti del genere sa a cosa mi riferisco). Figuratevi la fruizione salottiera che effetto può farmi. Quindi appena ho aperto la cartella stampa di presentazione dei Maleducazione Alcolica e appreso cosa suonano, m’è preso il panico. La band è composta da nove elementi, tra fiati, chitarre e batteria e ha un sound tipico, che ricorda Ska-P, ma anche Roy Paci, Statuto e Après La Classe.  Questi ultimi, che stranamente a me piacciono tanto, sono punti di riferimento più per gli arrangiamenti strumentali che per la resa vocale.

Fortunatamente per me (e per chi la pensa come me), Peccati e sogni è un album molto vario, pur nella fedeltà stilistica a un genere per natura cadenzato, ciondolante, ipnotico e ripetitivo. E per fortuna il disco si apre con la divertente presentazione di “Intro Rude Man” e contiene brillanti esempi di puro ska, come “Salta in Aria”, ma anche “Vogliamo Bevere” e, mentre “Corrispettivi” è più un divertissement musicale e la title-track, “Peccati e Sogni”, si caratterizza per i timbri introduttivi più elettrici e futuristici, che lasciano subito spazio al calore abituale dei fiati. Ben più aggressiva e distorta, invece, è “Terra Madre” che, insieme a “Teppisti”, si pone come momento eccezionale in cui le chitarre sovrastano completamente, anche se per pochi secondi, il predominio timbrico della sezione dei fiati. Le tematiche dei testi sono piuttosto convenzionali, dalla festa, il divertimento, l’invito al ballo alla critica sociale, contro l’ipocrisia di una società che impone regole e studia leggi solo per aggirarle e contro una realtà opprimente che ci si può scrollare di dosso solo col movimento.

I Maleducazione Alcolica sono senza dubbio una band in grado di comunicare molto di più dal vivo, ma l’album è prodotto secondo tutti i crismi del caso, ha una buona qualità audio e la track-list è organizzata in modo da non risultare ripetitiva o ridondante. A loro vanno i miei complimenti per questo. A tutti voi appassionati di reggae e curiosi armati di pochi pregiudizi e tanta pazienza, consiglio vivamente di dare un ascolto al loro lavoro.

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Bachi da Pietra – Quintale

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Sono solo in due e sembrano quindici. I Bachi da Pietra si presentano con un album nuovo, Quintale, che si discosta parecchio dal rock blues delle produzioni precedenti. Appena parte “Haiti” si viene subito sbalzati in una dimensione di rabbia cupa e graffiante, dov’è il noise a far da padrone. E l’incazzatura prosegue in “Brutti Versi”, con un larsen in lontananza che sembra esplodere da un momento all’altro, lasciandoci a bocca asciutta quando la crescita viene ritardata ed espressa con sdegno dalle parole “Il danno è doppio / Uno per me, uno per il mondo” e da un riff sanguigno alla chitarra. “Coleotteri” è una cavalcatona grind che, forse volutamente?, cita la frase “Libero di Essere” di “666” dei Linea77 e insinua il germe del basso, del viscido, dell’oscuro, che caratterizzerà tutto il brano. Gli insetti, il sangue, la religione e il perdono sono i grandi argomenti trattati dal duo, che si prende una pausa dall’incazzatura feroce con “Enigma”: rime argute e insolite e riferimenti al mondo musicale, spesso autoreferenziali, come quello al fonico di palco, ad Audioglobe o La Tempesta, che è la casa discografica della band, contribuiscono alla costruzione di un testo fatto di immagini giustapposte, senza apparente connessione, ma profondamente suggestive. “Fessura” e “Mari Lontani”, una marcia, quest’ultima, con uno splendido dialogo tra la voce in primo piano e la back voice sulla chitarra distorta, ricordano parecchio, soprattutto per il trattamento melodico strumentale, i Marlene Kuntz. Entrambi i brani sono più meditativi dei precedenti e di andamento meno mosso. La religione è la protagonista di “Pensieri, Opere, Parole”, con l’intro grind cantato in inglese e successivamente ripreso in italiano: il perdono è negato o semplicemente rifiutato, cancellato come la parola “omissioni” che viene sostituita dalla musica e dalla parola Rock’n’roll, che in fondo è l’unica vera fede, l’unica vera attitudine. E con “Paolo il Tarlo” ci si fa beffe ancora una volta la liturgia cristiano-cattolica, con la frase “generato e non creato” ripresa a piè pari (ma proseguita in modo provocatorio e blasfemo), inserita su una corsa selvaggia della batteria a metà fra i Deftones e i Black Rebel Motorcycle Club con inserti meravigliosamente psichedelici e noise, che proseguono senza soluzione di continuità in “Sangue”: tempi dilatati che quasi non lasciano riferimenti metrici all’ascoltatore, a causa anche di un cantato declamato e registrato su diversi livelli volumetrici che conferiscono un’ideale spazialità scenica alla narrazione. L’incipit di  “Dio del Suolo” ricorda parecchio gli ultimi Afterhours: tornano a strisciare gli insetti e torna il perdono per questa che probabilmente è la traccia più pop e meno incazzata di tutto il cd (e non per questo la meno riuscita, anzi). “Ma Anche No” è una ballata delicata e intensa, sanguigna fin dalle prime terzine legate della chitarra. La versione digitale di Quintale si completa di “Barattoatbachidapietra.com”: la voce comunica in modo sterile che la traccia è registrata in modo amatoriale con un telefono e che non è costata nulla, se non il prezzo dell’apparecchio stesso. Da qui parte un lucidissimo dialogo con un immaginario downloader di mp3 che non si cura del lavoro, del sudore e dell’investimento monetario dell’artista. Allo scaricatore selvaggio viene proposto un baratto: i Bachi da Pietra si offrono di andare a domicilio a farsi rendere qualsiasi servizio a scelta per ogni traccia presa illegalmente dal web.
Non è un disco immediato ed è ideologicamente divisibile in due parti, una più crossover, hard rock, urlata, una più rock-blues, cantata, ricca di sfumature. Preferisco nettamente la seconda, ma entrambe contribuiscono a creare un lavoro molto pregevole.

Ho mancato un loro live nella mia città pochi giorni fa, vi auguro di non fare lo stesso.

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Michele Maraglino – I Mediocri

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“Mediocre” è un termine che viene impiegato con un’accezione negativa quando non addirittura dispregiativa. In realtà significa semplicemente “di medio gusto”, “nel mezzo”. Il famoso mediano di Ligabue, insomma. E la storia è sempre la stessa allora. Fa così schifo una vita normale? Ma soprattutto al giorno d’oggi, in tempo di crisi, dove non c’è lavoro, non c’è modo di mettere benzina nella propria auto figuriamoci accendere un mutuo per comprare la casa o pagare un affitto, c’è da chiedersi cosa sia diventata la normalità. Sembra provare a rispondere Michele Maraglino, cantautore pugliese classe 1984 che si presenta sulla scena nostrana con un full-lenght album, I Mediocri, tutto cantato in italiano, sempre nervoso, sempre in tensione. “Verranno a Dirti Che C’è un Muro Sopra” chiarifica subito lo stile: una voce roca, una dizione senza inflessioni dialettali (veramente un pregio), un certo gusto per la rima che però non è scontata, si insinuano su un arrangiamento folk contrappuntato da riff elettrici. “Vita mediocre” é l’irritante rifacimento del monologo iniziale di Trainspotting. Non fraintendetemi. A me il film è piaciuto, pure il libro. E sono più incline all’avvampare subito che allo spegnersi lentamente, da brava discepola di Cobain. Però venitemi a dire che un lavoro e una casa sono una vita banale da disprezzare, oggi come oggi poi, e vi mando a cagare seduta stante. Vi assicuro che il pensiero per Maraglino, che canta “e intanto non ti accorgi dello schifo che vivi, un lavoro, una casa, una vita mediocre” è riassumibile con: figliodipapàconuncazzodafarechegiocaafarel’artistoidemaammazzati.

E in “Taranto” poi, non so più chi ho davanti: prima il pugliese si lamentava della vita quotidiana scontata e qui si lamenta invece di non avere neanche quelle poche certezze: una terra, una casa, il mare. Ah. Coerente. “Umida” abbandona per un attimo le tematiche sociali e presenta una donna matrigna, consapevole delle sua bellezza e del suo potere sull’uomo che, da canto suo, cerca di convincersi di poterla domare. L’amore è il protagonista di “Pensavo di Morire”, una ballata a tratti pulp dove i riff elettrici si muovo sul levare della chitarra acustica. Con “Lavorare Gratis” e “L’Aperitivo” si torna a commentare la nostra attualità, fatta, da un lato, di quelli che devono lavorare senza percepire stipendio con la scusa di farsi le ossa, fare esperienza, o semplicemente per non stare a casa a stampare curricula su curricula che non verranno presi in considerazione e, dall’altro, di quelli (spesso gli stessi in entrambe le categorie), che risanano le loro frustrazioni nello status symbol dell’happy hour preserale. Il quadro de I Mediocri, si conclude con “Tutto Come Prima”, ballata dal ritmo molto cadenzato, in cui l’indifferenza dell’individuo, che guarda la propria vita scorrere senza lasciare traccia, è la protagonista indiscussa.
Maraglino non le manda a dire, è diretto e spesso usa termini bassi e parolacce, accostati a prestiti verbali più colti e aulici. Il genere non si può innovare chissà quanto, ma il cantautore riesce a dare un’impronta personale. Certo, io mi sono legata al dito la faccenda del lavoro, della casa, della vita mediocre, probabilmente non avendo capito dove volesse andare a parare (cioè: se era ironico, non sono riuscita a coglierlo – o lui non è stato abbastanza in gamba da farlo emergere debitamente).
Lavoro senza dubbio pregevole, quindi, ma che non convince fino in fondo.

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Amari – Kilometri

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Spazio e tempo sono due concetti astratti che vanno di pari passo. La musica poi sembra essere la loro concreta attestazione. Il tempo è quello endogeno del metro, del ritmo, della scansione sillabica, degli accenti. Lo spazio è l’orizzontalità dello spartito, il cursore che scorre sul vostro lettore, ma anche il luogo reale in cui ne fruite e quello immaginario in cui vi conduce. Gli Amari ci offrono la loro ultima fatica, Kilometri, come unità di misura di un’ideale dimensione spaziale anzitutto ma anche, conseguentemente, temporale,  in cui l’ascoltatore viene sospeso e condotto sin dal principio, da “Aspettare, Aspetterò”, in cui il ciondolare ritmico a tratti dub scandisce il tempo e imita una camminata spensierata, sottolineata dalle rime, ma smascherata nella sua vera essenza riflessiva dal verso “Capire se il mio tempo ha lo stesso valore del tuo”. “Ti Ci Voleva La Guerra” è un brano ironico, in cui l’artista sembra riflettere sulla propria condizione, affermando che  “Per rompere la bolla non basta una canzone”. E si capisce subito che questi ragazzi nascondo una grande serietà dietro la maschera dell’ironia e delle rime scontate sul modello sanremese, come conferma “Africa”, in cui la frase “Prova a spiegare la provincia a chi sta in Africa” ci rimanda in un attimo alle ultime discussioni politiche sull’accorpamento degli enti provinciali se non addirittura sulla loro abolizione, così come ci porta a riflettere sui tanti immigrati stoccati in case di accoglienza di cui si sente parlare per due giorni per poi dimenticarsene. Il singolo di lancio, “Il Tempo Più Importante” è la canzone più dichiaratamente riflessiva: una ballata pianistica in cui ci si concentra maggiormente sull’amore e sul tempo, che “non c’è più”, la cui ripetizione ossessiva viene scandita alla maniera di Francesco-C. Azzeccato è il dialogo che si intreccia tra basso, tromba e voci in “Il Cuore Oltre la Siepe”, mentre la mia personalissima coccarda per il miglior testo va a “La Ballata del Bicchiere Mezzo Vuoto”: il pretesto del ricordo del corteggiamento diventa occasione per meditare su se stessi, i propri cambiamenti e le pirandelliane centomila proiezioni del sé negli occhi degli altri. “A Questo Punto” a me ha ricordato il terremoto de L’Aquila. Non credo assolutamente fosse il riferimento primario per la costruzione del brano, che sviluppa ancora una volta una riflessione sull’individuo, ma la citazione della “casa dello studente” e il protagonista del testo che trema, mi ha ricordato quei tragici fatti. La title-track, “Kilometri”, è la più fumosa, densa e cupa di tutto il disco, costruita su una melodia arpeggiata e ipnotica in cui addirittura l’apertura del charlie della batteria diventa tematico. “Rubato” riassume perfettamente l’iniziale considerazione sul tempo e lo spazio: “La domanda non è dove, ma quando”.
Gli Amari sono una band facile da ascoltare e difficile da recensire; il disco non è immediato nella sua profondità, ma non fatica certo a farsi studiare. Ben riuscito davvero.

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Thony – Birds

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Essere donna e musicista non è sempre un’impresa molto semplice. Generalizzando, ma neanche poi troppo, gli uomini giudicano più il tuo aspetto fisico che la tua performance e le donne giudicano più il tuo aspetto fisico – nel 90% dei casi rosicando- che la tua performance. Insomma: fuoco incrociato. Se sei troppo aggressiva, qualcuno sbava e qualcuno ti addita come ennesimo stereotipo del rock in gonnella con zebre e leopardi su vestiti, chitarre e scarpe col tacco, magari fantasticando anche sul livello di porno che suggerisci. Se sei troppo dolce, ti relegano nel panorama della canzoncine d’autore melense e strappalacrime, adatte solo a un pubblico di adolescenti che confondono l’ormone con l’amore.
Federica Victoria Caiozzo, palermitana classe 1982, si presenta al pubblico con uno pseudonimo androgino, Thony, che mette subito le cose in chiaro: è una donna – anche molto affascinante, con qualcosa della giovane Giorgia e qualcosa di Pj Harvey e della sua sosia nostrana Paola Maugeri – ma con due palle così. Femmina nel senso più puro del termine, determinata e fragile al tempo stesso, è in grado di mettere a tacere le malelingue di ambo i sessi e far parlare solo la sua musica. Intanto ha dalla sua una grande vocalità: timbro caldo, una certa quantità di quella sensualissima aria che per i puristi del belcanto è un difetto, un falsetto delicato e ben controllato. In secondo luogo, ha saputo evidentemente circondarsi di musicisti con una competenza tecnica e un gusto per gli arrangiamenti tali da creare un disco davvero molto buono. Difficile indicare Birds, realizzato come colonna sonora per l’ultimo film di Paolo Virzì, Tutti i santi giorni, semplicemente come il lavoro di un cantautore: Thony emerge come compositrice, polistrumentista, esecutrice e interprete, il tutto in armonia con l’apporto qualitativo delle collaborazioni, fondamentali e mai casuali. Esattamente come la presenza di Giuliano Dottori.
Fin dalla prima traccia, Time speaks, è chiara la direzione vocale intrapresa: echi di Emiliana Torrini, di Julia Stone, con la nasalità di Marisa Monte e la pienezza nelle note gravi di Julieta Venegas. Aria e acqua sembrano gli elementi che legano le 14 tracce: dal timbro della sega musicale su Quick steps, col suo effetto strascicato e ben poco temperato, a Birds che ricorda le sonorità di Ukulele Songs di Eddie Vedder e le doppie voci eteree degli Imogen Heap di Hide and Seek. La cura per l’arrangiamento è evidente soprattutto in Promises, costruita per intero su un passaggio continuo dalle tonalità maggiori a quelle minori, con una oscillazione di tensione sottolineata da frequenti cambi motivici e timbrici strumentali. Le dissonanze di apertura in Water e in Blue wolf tradiscono un’influenza classica quasi madrigalistica, mentre è Debussy il faro che guida Birds interlude. Nyctinasty rivela una grande attenzione anche in fase di registrazione, visto che addirittura l’attrito delle dita sulle corde, oltre a contribuire a un certo calore sonoro, diventa quasi tematico. Non manca l’alternative rock più puro, come nelle prime battute di Dim light, che richiama l’intro de L’estate degli Afterhours, e in Sam, in cui Thony si lascia andare a un canto meno contenuto e sussurrato, rivelando anche una discreta potenza alla Florence.
Nell’insieme, Birds è gradevolissimo e nostante non brilli per originalità, ha una sua elegante personalità e una certa tensione comunicativa. Thony non è LA voce, ma è una splendida voce in grado di sostenere il confronto con altre splendide voci. Si potrebbe dire che non aggiunge e non toglie nulla, soprattutto se inserita in un panorama musicale dal respiro internazionale, ma, dalle nostra parti, avercene.

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