Ida Diana Marinelli Author

Ard – NeurodeliRoom26

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La Campania, si sa, è un territorio difficile come lo è la Sicilia, la Puglia ma infondo tutta l’Italia (e tutto il mondo) mangiata dalla mafia. La mafia, detta in parole povere, è un potere più forte che schiaccia quello più debole, infiltrandosi dappertutto e anche nella musica che diventa veicolo pulito attraverso il quale far passare i messaggi del clan. Questo ce lo dice Roberto Saviano in alcuni suoi racconti ma anche il rapper Lucariello che, fortunatamente, fa parte di quella schiera di musicisti davvero puliti, cui fa parte anche il salernitano Ard, protagonista di due altre autoproduzioni e varie collaborazioni.

NeurodeliRoom26 di Ard è l’album d’esordio ma anche, come descritto dall’artista stesso, “un viaggio onirico, tra le paure e i deliri della stanza 26 (stanza ispirata al film “Eraserhead” di D.Lynch)” a cui si accede attraverso una breve intro di poco più di due minuti denominata “Deja Vu pt.1” che ha il compito di aprire la strada a “Deja Vu pt.2” che parte con un rap sparato ben strutturato nelle liriche e nelle basi sonore. “P’ cena” rinforza quanto detto prima, evidenziando le qualità di rapper di Ard, anche se ha un outro che si discosta molto dal resto del brano e soprattutto dalla successiva “StendhArd” che comincia simulando i Portishead per poi allontanarsi e in pochi secondi dirigendosi verso spazi musicali totalmente opposti. Il gioco di parole sul titolo fa capire che forse il brano in questione vuol essere quasi il manifesto sonoro di Ard ma forse la successiva “Passpartout” (complice l’uso della lingua italiana) secondo me lo identifica maggiormente grazie anche a un uso massiccio di scratch ed elettronica. “Ndr26” presenta rime interessanti e mai troppo banali invece “Hotline dei Suicidi” è un insieme di campionamenti ben incastonati tra loro ma in maniera forse un po’ troppo ardita che difficilmente potrà essere recepita da un ascoltatore in Italia ma probabilmente troverebbe apprezzamenti di critica e di pubblico soprattutto in Inghilterra e negli Usa. “Krmstr” inizia con l’intro di “Lullaby” dei Low, brano contenuto nel capolavoro Slowcore I Could Live in Hope ma poi “Ruorm’ ca è Meglio” attenua le atmosfere conducendo alla fine del disco.

Un lavoro che in linea di massima presenta molti buoni spunti e idee soprattutto nell’impasto musicale e nei testi che sembrano ben studiati ma la struttura dei brani rimane sempre statica con effetti e campionature sia all’inizio che alla fine di ognuno e per quanto riguarda le cifre stilistiche non sembrano esserci riferimenti alla scena rap italiana, quanto più che altro a quella americana, che tuttavia presenta testi più incisivi e violenti. Infine, forse con un mastering migliore e con un produttore, questo lavoro avrebbe guadagnato anche qualcosa in più in suono, stile e volume che se alzato al massimo distorce i suoni.

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Distinto – In Genere

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Daniela D’Angelo, voce e chitarra acustica e Dani Ferrazzi alla chitarra elettrica formano, dal 2011, i Distinto, giovane duo italiano che dopo tantissimi cambi di formazione ha raggiunto la sua stabilità nel numero due. In Genere invece è il titolo del loro primo album ufficiale, autoprodotto, registrato in presa diretta senza sovraincisioni anche grazie al lavoro di Paolo Perego (Amor Fou) e stampato nei primi mesi del 2013. Come loro stessi scrivono In Genere non è un’idea perfetta ma un’ idea imperfetta ed in continua evoluzione come i nostri pensieri. Quindi un continuo divenire, un continuo evolversi lontani dall’idea della perfezione esecutiva e sonora, ma sempre vicini al loro modo di sentire e provare emozioni.

L’album si apre con “Benda Rossa”, primo brano acustico con qualche distorsione elettronica che sottolinea la purificazione attraverso il dolore. “Il Mondo Non Aspetta”, invece, mette al centro il passare inesorabile del tempo, come l’idea di una donna ferma davanti allo specchio mentre il tempo ingoia e poi rigetta. In “Ci Sarà” si scorge, invece, un piccolo cambio di rotta (ci sarà una bella luce) minimamente ottimista ma sempre incentrata sulla verità, dove la musica è piacevolmente scorrevole. “Email@me“ sembra che ritorni nel cantuccio autobiografico (chi se ne frega dei miei vestiti ammucchiati, quando un corpo non sta bene come sta) con un andamento da ballata lenta, nel quale il connubio voce e chitarra è totale; cosi come in “Mi Hai”, brano sospeso tra amore e verità  come se accarezzarti vorrebbe dire avvelenarmi e tutto ora dorme in un angolo come acqua fresca nel fango.

L’autobiografia continua anche in “Disfunzione Sentimentale” sesto brano in cui la forza butta in faccia tutte le parole e le visioni più scomode (inferno o paradiso sono interscambiabili, a volte mi vergono per gli altri) e in “Fiori Acidi” che, musicalmente, rimane fedele a tutta la linea dell’album, una linea Rock, forte nonostante il connubio voce e chitarre e costante nei testi fitti e pieni di storie e significati.  “Lacrime Rosse” è l’ottavo brano e anche video ufficiale dei Distinto che attraverso le immagini, lo sfondo nero, le luci soffuse e le ombre aiuta ancora di più a raccontare l’atmosfera Noir di questo mondo che sembra sospeso e lo rimane anche negli ultimi due brani “Rivelazioni” e “Ci Sono Cose Che” ben incastonati nel percorso di tutto l’album. Infine questa atmosfera potrebbe rappresentare sia la forza di questo lavoro che il suo punto debole nel non diversificarsi in ritmi, generi e visioni un po’ diverse magari più ottimiste, ma questo dipende da molti fattori, dalla veridicità e dalla profondità di ogni artista, in fondo questa è musica.

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Jiurrande – Jiurrande EP

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I Jiurrande sono un duo acustico calabrese. Un duo di cugini, Ettore e Luca, che fin dalla scuola superiore hanno condiviso l’amore per la musica, l’hobby di una vita messo da parte per parecchio tempo, per poi decidere, però, di riprendere in mano le loro canzoni, riarrangiarle, scriverne di nuove e registrarle in casa tra Lamezia Terme e Platania (Cz) all’inizio del 2012. Questa è la loro biografia stringatissima, come pochissime sono le loro pagine sul web e questo certo non aiuta a conoscere il progetto.

Ma andiamo avanti. Alla fine della registrazione viene fuori un Ep omonimo, il primo lavoro discografico dei Jiurrande, formato da sei brani. Il primo è “Demo Goldsound” che più che brano lo potremmo definire un piccolo intro stile musichetta dei giochi 8 Bit. Il tutto continua con “Elastici” con il suo intro di chitarra e la forma canzone pop-rock più ortodossa, rispetto anche all’intero lavoro. Nonostante l’homemade  che si avverte fin da subito, il ritmo rimane l’elemento più piacevole del brano anche se qualche volta in maniera quasi impercettibile cade, al contrario della voce che non convince affatto fin dall’inizio,non amalgamandosi mai con la musica, con l’intonazione e con il ritmo. Un’alchimia che non c’è insomma. “In Dormiveglia” è il terzo brano che come inizio utilizza sempre la chitarra; la forma del pezzo è uguale al precedente, le impressioni della parte strumentale sono positive al contrario di quelle vocali, che peggiorano nettamente in “Autunnando”, quarta canzone nella quale si percepisce qualcosa di strano anche a livello strumentale (saranno stati gli strumenti scordati?) e naturalmente anche a quello vocale, il cui lamento diventa insostenibile. Penultimo passaggio è “Il Saggio” che, come prima, lo potremmo definire una poesia con sottofondo musicato al contrario dell’ultimo pezzo “Deliri”, in realtà  ghost track che non aggiunge niente e non toglie niente.

Insomma Jiurrande, avete aspettato ben dieci anni prima di riprendere a suonare la vostra musica, potevate aspettare un altro anno, altri due anni, prima di registrare e mettere in giro il vostro lavoro perché comunque il tempo è l’unica cosa davvero importante; parlo del tempo per studiare, per perfezionarsi, per creare uno stile. Questo a mio parere non è un Ep pronto; allora qual è il senso di mettere in circolazione un lavoro nel quale gli elementi positivi sono ben pochi rispetto a quelli negativi? Non certo per pubblicità o per creare con la musica una prospettiva. Forse per gioco, ma anche il gioco allora deve essere fatto bene altrimenti a nessuno andrà più di giocare.

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Sursumcorda – Musica d’Acqua

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Francesco è un ragazzo autistico e Bjorn è il suo educatore. Al centro del cortometraggio “Francesco e Bjorn” di Fausto Caviglia c’è il computer, utile ausilio per comunicare con il mondo esterno, e la musica che diventa veicolo attraverso il quale le emozioni, la paura e la forza vengono espresse. La stessa musica dell’ensemble Sursumcorda, gruppo strumentale formatosi nel 2000 da un’idea di Giampiero Sanzari detto “Nero” e Piero Bruni detto “Cirano”, due chitarristi classici che successivamente invitano nel progetto il batterista Fabio Carimati, il percussionista Emanuele “Manolo” Cedrone, il contrabbassista Alessandro Porro e il violinista Simone Rossetti Bazzaro.

Musica d’Acqua è dunque l’ultimo lavoro discografico dei Sursumcorda che contiene come già detto le musiche del cortometraggio di Fausto Caviglia ma anche del corto intitolato Amir di Jerry D’Avino e brani composti nel 2012. Una musica raffinata, ben eseguita, e sorprendentemente piacevole a far da sottofondo alle ore quotidiane. Undici brani d’autore la cui melodia viene affidata ora alle chitarre ora al violino, per esprimere in maniera molto profonda il lato più autentico delle colonne sonore utilizzate in cortometraggi e documentari che raccontano storie personali, avvenimenti storici e di attualità.

L’essere un ensemble oggi è parecchio difficile, ma i Sursumcorda, nome che deriva dal detto “su con la vita” e a sua volta dal latino Sursum corda “in alto i cuori”, a mio parere hanno intrapreso questo lavoro nel verso giusto centralizzando, come si legge nella loro biografia,l’essenza nel loro essere cangiante: da artisti di strada, a musicisti di teatro, a compositori di musiche d’autore per il cinema, a musicanti di piazze e centri commerciali.Insomma una musica affascinante che ci auguriamo possa arrivare dappertutto.

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Simone Piva & i Viola Velluto – Polaroid… di una Vecchia Modernità EP

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Polaroid… di Una Vecchia Modernità è il secondo ep ufficiale di Simone Piva & i Viola Velluto, per la giovane Gartin Records. Ma andiamo per ordine. Simone Piva è un musicista italiano, protagonista del documentario “Ai Confini Del Rock”e cantante e chitarrista in Polaroid… di Una Vecchia Modernità. I ViolaVelluto invece sono Christian De Franceschi, bassista e corista, e Omar Della Morte, batterista. Il trio si forma nel 2008 e da allora gira la penisola per live e festival, assieme ad importanti nomi come Sick Tamburo, Zen Circus e Roy Paci e Aretruska. Il 18 aprile 2011 esce il loro primo lavoro discografico dal titolo Ci Vuole Fegato Per Vivere (Redpony Records) e il 27 aprile di due anni dopo Polaroid… di una vecchia modernità, ep formato da quattro tracce registrate presso il West Link Studio di Cascina (PI).

Il genere predominante di queste quattro tracce in italiano è quello Rock certamente Cantautorale. Tutto inizia con “Cronaca di Una Fine Annunciata” che racconta la storia (personale e si capirà alla fine) di una donna che si sposa per amore, che ha due figli, che vive tra sacrifici e felicità ma che poi un bel giorno apparentemente all’improvviso ha deciso di divorziare, riprendersi la vita e ricominciare a vivere. Il secondo brano “Ok Man”, anche video ufficiale, prosegue con risvolti più forti e Rock, sia nella musica che nel significato del testo. Non è strano che a vent’anni si pensa di cambiare il mondo e quando ci si risveglia dal sogno, a trent’anni il mondo ha cambiato noi, invece è l’inizio del penultimo brano “Fede abbi Fede” che con disarmante realtà spiega quello che capita nelle menti dei giovani da cinquant’anni a questa parte, come in “Vamos Companeros” buona per escogitare un piano per non lavorare più in fabbrica e per esprimere il lato artistico di una generazione in declino.

Insomma, quattro brani per esprimere dei pensieri molto validi e importanti soprattutto di questi tempi. Quattro fotografie istantanee che basta agitarle un po’ per guardare una vecchia modernità, un mondo nel quale è già stato detto e fatto tutto, e quattro brani nel quale Rock si può ascoltare quella puntina di Reggae come nel primo brano, Hard/Rock in “Ok Man”, Pop orecchiabile nel terzo e per finire gocce di Blues in “Vamos Companeros”. Tutti questi elementi, assieme all’onestà, alle idee, alla passione che certamente non manca, costituiscono,al di là dei gusti personali di ognuno, un lavoro ben fatto con idee precise per quanto riguarda la musica e i testi che come il cantautorato più classico fortunatamente raccontano qualcosa e fortunatamente ancora raccontano la nostra Italia. E questi potrebbero essere importanti spunti per le giovanissime band per scrivere nei loro testi qualcosa di significativo e non parole senza senso che stanno bene solo sulla musica e non tra loro stesse.Quindi bravi Simone Piva & i Viola Velluto, ma dalla prossima volta basta ep e via con il primo album.

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Carmilla e il Segreto Dei Ciliegi – Anche se Altrove

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La musica come essenza di infiniti mondi mentali. Come bagliori di nuove vite attraverso un percorso molto spesso lastricato di ostacoli. La musica come ripartenza verso un’anima nuova che vive e respira “anche se altrove”. L’arte a trecentosessanta gradi per sfiorare quella perfezione celestiale che quando si tramuta in suono si schiude sulla nostra natura più autentica, quella natura più fragile: l’identità nascosta, talvolta strappata dalle gelide parole degli altri. Una perfetta peregrinazione per presentare il primo album Anche se Altrove di uno dei più interessanti gruppi del panorama pugliese Carmilla e il Segreto Dei Ciliegi. Il significato del nome è duplice. Infatti da un lato c’è Carmilla, noto vampiro della letteratura irlandese che si rigenera nelle varie epoche e che qui diventa immagine di quel Suono/Essenza che sopravvive al tempo e ai cambiamenti, dall’altro ci sono i fragili ciliegi simbolo tradizionale di forza e invito alla rinascita nella cultura orientale. Insomma Anche se Altrove è una porta, un varco che se attraversato porta ad un’esistenza parallela fondamentale per ricominciare un nuovo viaggio, sulle vie e sulle emozioni di una vita già vissuta, forse da cui prendere esempio.

Anche se Altrove è l’album di esordio, in uscita a breve, dei Carmilla e il Segreto Dei Ciliegi, giovane band che attraverso undici brani raccoglie la bellezza, quella più profonda di un mondo difficile, ostile, in declino, ma sempre degno di essere amato con tutte le forze. Undici brani Rock, a tratti forte, come il bellissima “Anche se Altrove” che da il titolo all’album, sospirato, dondolante e cornice di testi studiati e affascinanti. Un fascino che da subito si scorge dall’artwork di Patrizia Emma Scialpi. Una ragazza che dondola appesa ad un filo d’erba è l’immagine della vita libera da domande e dalle oppressioni quotidiane. E sono proprio queste le sensazioni che suscitano i loro brani, un senso di forza, di libertà, ma anche una profonda ricerca di se stessi e delle origini del mondo. Interessante è il brano “Dorjiee” indissolubilmente legato alla causa tibetana, utilizzato anche per l’apertura straordinaria del Padiglione Tibet nella performance di danza contemporanea Elemento Sottile. Come interessante è “Addestro il Pensiero” brano che apre l’album, o come “Inosservata”, “Non Oso o Non so” e “Clochards” che parla dell’amore con la A maiuscola.

Insomma, un primo album interessante nella sua intera concezione, ma anche un lavoro studiato e soprattutto vissuto nel tempo e in linea con le esperienze della band, formata da Giuliana Schiavone, voce e chitarra acustica, Anna Surico, chitarra elettrica e tastiere, Roberto Ficarella, batteria e tastiere, e Marco Bellantese, basso elettrico.

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Sarah Stride – S/t

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Sarah Demagistri è Sarah Stride. Sarah Stride è Sarah Demagistri cantautrice milanese che da tanti anni calca la scena artistica e musicale italiana. Il progetto dunque nasce dalla voglia, dopo tanti anni di gavetta musicale, di far uscire finalmente un album tutto suo e questo accade anche grazie all’incontro e al connubio con i compagni di viaggio Alberto Turra, chitarra, William Nicastro, basso e Antonio Vastola, batteria.

Nel 2012 esce quindi l’album omonimo e di debutto Sarah Stride che si apre con il brano “Metallo”, scritto in collaborazione nientepopodimeno che  con Melissa P. di “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire”,  che si presenta come un’apertura interessante e un brano Rock dalle tinte oscure. Si prosegue con “Eco Breve” e“Tra i Miei Gesti” brani dall’atmosfera non tanto felice cantati quasi alla maniera di Irene Grandi. “Prove di Volo” e “La Preda”oltre a un’estesa melanconia presentano immagini poetiche che sono il racconto di un percorso, di una crescita fatta di incontri e disillusioni, di perdite e di meraviglia, di dolcezza e determinazione ma soprattutto di confronto e di incessante dialogo che abbiamo con la realtà che ci circonda e con noi stessi. Il sesto brano “L’Indispensabile” a tratti ricorda invece la voce e lo stile di Giusy Ferreri, uscita da X-Factor qualche anno fa. Tinte squisitamente Dark si possono ascoltare in “Fuori da me”, con un bellissimo arrangiamento di archi del M° Turra, come per gli ottoni che si sentono in giro per l’album, che prosegue con “Casca la Terra” che riprende un po’ il gioco infantile, “Lasciamo che Sia” e la cover “Te lo Leggo Negli Occhi” di Endrigo/Bardotti. L’album omonimo si chiude quindi con i brani“Giò” e “Respira” dal sound preciso, noir e soprattutto compatto.

Un album di debutto interessante per le collaborazioni ma soprattutto per le tante citazioni simili a prestiti e ringraziamenti a Tory Amos, Antony And The Johnsons, Jeff Buckley, Nick Cave.  Un album di debutto fatto anche di idee precise, dal gusto vocale squisitamente retrò anni sessanta o tipicamente progressive anni ottanta. Un album, infine, che si accompagna anche con un altro lavoro uscito nel 2013 Canta Ragazzina, nel quale Sara Demagistri reinterpreta cover come “La Notte”, “Non Esiste l’Amor”, “Pugni Chiusi” del più importante cantautorato maschile anni sessanta.

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Blinding Tears – Real Life Isomorphism

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Il cantante Niccolò Fontanelli, i chitarristi Giulio Poggi e Bruno ”JC” Malevoli, il bassista Alessio Cappellini, il batterista Filippo Ceres e Francesco Cacciante, keyboards e synth, formano i Blinding Tears, nati nel 2006 ma sostanzialmente nella formazione odierna dal 2008. Fin da subito il gruppo inizia a scrivere brani originali e fin da subito il genere appare molto chiaro: Metal. Ma quel Metal particolare che grazie alla sovrabbondanza di chitarre e tastiere si potrebbe inquadrare nei generi Power e Progressive, il che rende tutto molto più interessante, ritmico e ascoltabile. Il gruppo cita anche le sue influenze più forti: Dream Theater, Tool, Opeth, Rhapsody of Fire e ascoltandoli come non si potrebbe essere d’accordo?

Il primo lavoro ufficiale dei Blinding Tears è Real Life Isomorphism, uscito nel febbraio di quest’anno. L’album oltre che a presentarsi con una grafica moderna e computerizzata, si divide anche in quattro “atti”: Course of Freedom, contenente due brani dalle tipiche sonorità Metal e con quella bella puntina di Rock espresso dalle chitarre. S.O.S (Shape of Self), seconda parte più corposa e certamente quella più melodica data la presenta di brani lenti come “Flow Away” che potrebbe far ballare due innamorati. Descent, invece contiene due brani, “Haunted Asylium” di ben 8 minuti e 41 dove i sintetizzatori la fanno da padrone e sorvolo sul minuto 3 e 39 che mi ha fatto ricordare non so come le t.A.T.u. e “HH” già a mio parere più centrata. The Circular Maze invece è la quarta e ultima parte che scorre veloce per interi quattordici minuti. Piacevole “Beyond the Cold” con le sue chitarre acustiche che dopo il terzo minuto si trasformano in elettriche con un ritmo più incalzante, che via via si trasforma in brani sempre diversi. Insomma una vera e propria suite Metal.

Real Life Isomorphism, quindi, è un buon primo lavoro con molte idee centrate, belle chitarre, buona tecnica e amalgama musicale. Un lavoro che non si chiude nella sfera del classico Metal ma che viaggia e sperimenta sonorità anche più romantiche e questo per quanto mi riguarda salva tutto l’album. L’unica pecca forse è la voce, molto Metal e intonata per carità, ma che non contiene nelle sue corde un colore predefinito e particolare che la faccia riconoscere tra mille. Insomma per gli amanti del genere è un album da ascoltare e un gruppo da seguire, poi sta ad ognuno giudicare per consacrare o distruggere. L’unica mia curiosità finale sarebbe stata quella di ascoltare qualche brano in italiano e non perché io sia una sfegatata amante della nostra lingua, ma perché certe volte la lingua madre potrebbe risultare più impervia ma più soddisfacente.

Chiudo con la frase che apre questo album e che mi ha incuriosito: “Io ho avuto due padri, uno mi ha dato la vita, l’altro mi ha mostrato il suo significato…”.

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Rocco De Paola – Distinguere di Notte EP

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Rocco De Paola è un cantante-compositore della provincia di Salerno, la cui musica e il cui stile maturano negli anni grazie allo studio di tutti gli elementi musicali. Contemporaneamente ascolta i grandi da cui trae aspirazione: Stevie Wonder, Bob Dylan, Lucio Battisti, Paolo Conte e molti altri e come tutti inizia a suonare nei locali e in giro per la terra salernitana fino ad arrivare nel 2012 all’autoproduzione, assieme ad altri musicisti della provincia, del suo mini-album Distinguere di Notte.

L’Ep è formato da cinque brani in acustico, primo tra tutti l’unico in inglese “Don’t Remember”, dolce e di quel tipico sapore musicale che mi riconduce la memoria a James Taylor, per poi continuare col brano che da il titolo all’Ep “Distinguere di Notte” simile a un melodico Jazz caratterizzato dal bel suono del duo chitarra-tromba. Il lavoro continua con  “Il Mostro” che lo stesso Rocco De Paola definisce emblema di tutto e che in poche settimane ha ricevuto moltissime visualizzazioni e condivisioni. Si prosegue con il penultimo pezzo “Paura” che ripercorre nel testo quel tipico sentimento umano che si scorge durante la notte a causa del buio ma poi arriva la musica che fa star bene e con agilità mi metterò a ballare. Il mini album si chiude con “La buona Intenzione” nel complesso formata dagli stessi elementi degli altri brani: chitarra ritmica, melodia ondulante e testo in italiano. Un finale che non impreziosisce l’album e che non aggiunge niente ad un lavoro che comunque appare ben fatto e maturo soprattutto nella parte iniziale. Un primo Ep soddisfacente nella vocalità semplice ma comunque curata, nei testi che parlano di attualità, politica e amore, e nell’arrangiamento strumentale a tratti molto maturo soprattutto nelle ballate.

Oltre ai concerti in giro, il progetto principale di Rocco De Paola è la realizzazione del secondo album, questa volta elettrico…io lo aspetto, consigliando infine di sperimentare, certo, ma anche di centrare e sviluppare soprattutto i punti di forza, che sono parecchi.

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Kali – Darkroomsession EP

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Un progetto abbastanza diverso dal comune. Infatti i Kali, band piemontese che prende in prestito il nome di una divinità indiana, ci propongono un Ep-Video-Live Darkroomsession che serve non solo come anticipazione al loro album che uscirà nel 2013 ma anche per sottolineare il profondissimo amore per l’atmosfera live.

Tre brani, “Liberami”, “Smalto Rosso” e “Radioclima” accompagnati e arricchiti nei video dalle loro emozioni live. Esperienze che poi si trasformano in parole, emozioni, flashback per dar vita ai loro pezzi che come si sente da questa anticipazione nuotano nelle acque Rock- Pop, condite con un po’ di elettronica, o forse come loro stessi scrivono un rock viscerale unito a melodie Pop, che prende vita in una Darkroom, una stanza scura in cui ci si toglie la maschera, in cui non é permesso parlare. Una darkroom che ritroviamo in tutti e tre i video, una stanza poco illuminata da quattro riflettori in secondo piano, ma certamente ravvivata dallo strano Sapiens Sapiens con i capelli rossi, nonché la cantante Federica Folino, la cui voce non prevede nel gusto vie di mezzo e quindi può solo essere odiata o amata, accompagnata poi dalla chitarra di Fabio Pastore, dal basso di Luca Sasso e dalla batteria di Andrea Morsero.

Un lavoro nato quindi su questa formula un po’ live un po’ EP, non necessariamente rilegata  alla solita classificazione, ma forse quel un po’-un po’ è l’elemento che stona, perché l’idea del progetto è buona ma il contenuto dei video appare un po’ troppo scarno, dato che ci si aspetta un po’ più di “live” rispetto a quello che c’è. Sembrano tre video uguali tra loro se non fosse per i brani che li contraddistinguono. Brani che comunque hanno in sé un buon colore Rock e una buona registrazione. I Kali dopo questa presentazione e i live in giro per l’Italia hanno in programma di passare l’estate in studio per la messa a punto dell’album e per cucirsi addosso i vestiti come i buoni sarti, ma anticipano già che non ci saranno orli da rifare o bottoni penzolanti. Noi non possiamo far altro che augurarglielo e aspettare di sentire l’album definitivo.

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Barbarian Pipe Band – DefecatioImperatrix Mundi

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A primo impatto DefecatioImperatrix Mundi sembra un album Metal: cartoncino nero, scritta in nero lucido e nome della band in giallino in basso a destra. Ma appena si clicca su play si capisce subito che è un album Folk. In qualunque modo non è un album per gli amanti delle canzoni dolci e melodiose ma una musica che già dal battito iniziale porta alla mente posti lontani, foreste, profumi particolari e visioni di un mondo che ormai non esiste più. Un mondo medievale dove il ritmo delle cornamuse era il ritmo della vita, dei mercati, dei falò e delle feste, e quello dei tamburi lo era per le battaglie e gli scontri uno a uno.

Defecatio Imperatrix Mundi è un lavoro oggettivamente suonato bene, con un suono maturo e una registrazione impeccabile, infatti questo è il quinto album della band, venuto dopo Sacra Losna (2004), Fosfeni (2005), Rota (2008) e The Best of BPB (2011). Nove brani senza voce, suonati dall’italiana Barbarian Pipe Band, venuta da Biella, formata da Devsko, Tuac, Diabolus, Clarinzia eMadrasko, questi i loro nomi di battaglia, e che dal 2001 gira tutta l’Europa suonando dappertutto: chiese, piazze, feste, matrimoni, festival, in spettacoli sia acustici che amplificati. La loro musica si può adattare bene, quindi, sia al Rock quanto al Metal e certamente al genere Celtico. E’ una musica e uno stile che a pensarci bene potrebbe avere un mercato ristretto, proprio perché seguita da veri appassionati e addetti ai lavori, ma che in realtà se sfruttata bene potrebbe affascinare gli ascoltatori più svariati. Lavoro di fascinazione che a mio parere sta avvenendo e che potrebbe avvenire proprio perché questa musica è importante non solo per i mondi primordiali che vengono creati ma anche per l’ascolto, messo al centro dell’attenzione e dell’immaginazione.

Un lavoro dunque che senza una parola scritta apre le porte per un mondo magico, nel quale partecipano anche suoni e momenti moderni. Un album completo e un gruppo perfettamente centrato nello stile, che come tutto può piacere o non piacere, ma un ascolto lo merita.

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Kash – Full Of

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Anche se in ritardo ho scoperto i Kash, gruppo nato nel lontano 1997 e formato dal cantante Stefano Abbà, dal chitarrista Paride Lanciani e dal bassista Luigi Racca, che nel 2012 esce con un nuovo lavoro Full Of, registrato agli Oxygen Studios sotto la regia attenta di Steve Albini (Scott Weiland, Iggy & The Stooges) . Il 2012 è un anno particolarmente fortunato per il gruppo che intraprende un tour promozionale negli USA e in Inghilterra, suonando al BBQ Festival e ATP Festival e in generale con artisti importanti quali: Il Teatro degli Orrori, Marlene Kuntz, A Toys Orchestra, Love in Elevator, Dandy Wharrol e molti altri.
L’album Full Of si presenta sotto la forma di otto brani che genericamente potremmo racchiudere nello scaffale dell’Indie ma che in particolare mi ha fatto pensare a quel Grunge graffiato e malinconico che riconduce ai Nirvana. Al primo ascolto non si capisce bene il significato di questa musica, ma mentre ci si addentra in questo corridoio sonoro si percepisce la necessità di sgombrare la mente e di farci entrare brani come “Monster of Fire”, “Eagle”, “Hero of Lovers” e “Private War”, i cui significati non colpiscono subito la parte razionale della testa ma che alla fine figurano e raccontano quegli elementi reali dell’esistenza di ognuno di noi e cioè l’amore, la paura, i demoni interni, le battaglie del mondo, i colori della mente e gli angeli che ci proteggono.

La registrazione dell’album, inutile dirlo, è uno degli elementi più belli, perché nella sua apparente semplicità si scorge quell’incastonatura sempre molto precisa della batteria con la chitarra, della voce con il basso e della musica con l’anima. Tutti elementi nascosti magari sotto la vocalità sospirata, che comunque sottolinea in maniera evidente la cifra stilistica e l’intenzione musicale che si vuole imprimere nel disco, che diventa Rock sofferto soprattutto nell’ultimo brano “Blood of” come a voler salutare chi sta ascoltando riempiendolo di un qualcosa di etereo e di impossibile da catturare. Che questa sensazione sia musica? Nessuno può dirlo prima di aver ascoltato in silenzio.

 

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