Blinding Tears – Real Life Isomorphism

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Il cantante Niccolò Fontanelli, i chitarristi Giulio Poggi e Bruno ”JC” Malevoli, il bassista Alessio Cappellini, il batterista Filippo Ceres e Francesco Cacciante, keyboards e synth, formano i Blinding Tears, nati nel 2006 ma sostanzialmente nella formazione odierna dal 2008. Fin da subito il gruppo inizia a scrivere brani originali e fin da subito il genere appare molto chiaro: Metal. Ma quel Metal particolare che grazie alla sovrabbondanza di chitarre e tastiere si potrebbe inquadrare nei generi Power e Progressive, il che rende tutto molto più interessante, ritmico e ascoltabile. Il gruppo cita anche le sue influenze più forti: Dream Theater, Tool, Opeth, Rhapsody of Fire e ascoltandoli come non si potrebbe essere d’accordo?

Il primo lavoro ufficiale dei Blinding Tears è Real Life Isomorphism, uscito nel febbraio di quest’anno. L’album oltre che a presentarsi con una grafica moderna e computerizzata, si divide anche in quattro “atti”: Course of Freedom, contenente due brani dalle tipiche sonorità Metal e con quella bella puntina di Rock espresso dalle chitarre. S.O.S (Shape of Self), seconda parte più corposa e certamente quella più melodica data la presenta di brani lenti come “Flow Away” che potrebbe far ballare due innamorati. Descent, invece contiene due brani, “Haunted Asylium” di ben 8 minuti e 41 dove i sintetizzatori la fanno da padrone e sorvolo sul minuto 3 e 39 che mi ha fatto ricordare non so come le t.A.T.u. e “HH” già a mio parere più centrata. The Circular Maze invece è la quarta e ultima parte che scorre veloce per interi quattordici minuti. Piacevole “Beyond the Cold” con le sue chitarre acustiche che dopo il terzo minuto si trasformano in elettriche con un ritmo più incalzante, che via via si trasforma in brani sempre diversi. Insomma una vera e propria suite Metal.

Real Life Isomorphism, quindi, è un buon primo lavoro con molte idee centrate, belle chitarre, buona tecnica e amalgama musicale. Un lavoro che non si chiude nella sfera del classico Metal ma che viaggia e sperimenta sonorità anche più romantiche e questo per quanto mi riguarda salva tutto l’album. L’unica pecca forse è la voce, molto Metal e intonata per carità, ma che non contiene nelle sue corde un colore predefinito e particolare che la faccia riconoscere tra mille. Insomma per gli amanti del genere è un album da ascoltare e un gruppo da seguire, poi sta ad ognuno giudicare per consacrare o distruggere. L’unica mia curiosità finale sarebbe stata quella di ascoltare qualche brano in italiano e non perché io sia una sfegatata amante della nostra lingua, ma perché certe volte la lingua madre potrebbe risultare più impervia ma più soddisfacente.

Chiudo con la frase che apre questo album e che mi ha incuriosito: “Io ho avuto due padri, uno mi ha dato la vita, l’altro mi ha mostrato il suo significato…”.

Last modified: 20 Giugno 2013

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