L’album più pop dei DIIV è anche il più politico.

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Dietro alle sonorità sfacciate di ZIRP! l’inquietudine è la stessa e ha tutta l’urgenza di farsi ascoltare.

Foto in copertina © Jaxon Whittington

[30.10.2026 | Fantasy | alternative rock, synth pop]

“this record is FUN. everywhere Frog was serious, ZIRP! is fun. it was fun to make, and it is fun to listen to. life is hard. ZIRP! is easy.”

Partiamo da uno stralcio dello statement con cui i DIIV stessi hanno scelto di presentare ZIRP! al pubblico, a metà tra un manifesto d’intenti e uno spot pubblicitario beffardo, senza dubbio lontano dai toni che per loro erano consueti fino a poco fa, ricompresi in un esiguo spettro che va dall’introversione più schiva all’irrequietezza più insanabile.
Se l’intento era quello di spiazzare la fanbase consolidata che attendeva l’uscita del loro quinto album, tra singoli piacioni e look da broker d’antan i nostri ci sono riusciti in pieno. Tuttavia, al di là degli entusiastici annunci di rivoluzione, esplorando tra le pieghe di ZIRP! ci si accorge presto che è un lavoro perfettamente in linea col discorso intrapreso in Frog in Boiling Water e che la militanza della band di Brooklyn sul fronte dell’anticapitalismo prosegue a oltranza.

Il fine non cambia, ciò che cambia sono i mezzi (ed è un fine che ne giustificherebbe di ogni sorta, no?). Dietro le sonorità insolitamente accattivanti, l’intento è complesso ed è perseguito attraverso un lavoro di comunicazione coerente in ogni suo aspetto. D’altronde, per iniziare ad intuire che ZIRP! è una roba tutt’altro che ‘easy’, è sufficiente indagare il titolo che i DIIV hanno scelto per il loro prodotto dichiaratamente più pop, che a primo acchito ha la frivolezza di un’onomatopea, ma si tratta di un acronimo che identifica una misura macroeconomica implementata in vari contesti del globo negli ultimi decenni, nel tentativo – il più delle volte fallimentare – di mitigare gli effetti devastanti di quello che ci siamo troppo a lungo compiaciuti di chiamare libero mercato e che ha ormai da tempo rivelato il suo vero volto, quello della speculazione senza freni né rimedi.

Nuovi antidoti al presente.

Si scopre così che, semmai ZIRP! riesce ad essere in qualche modo ‘fun’, è per via del fatto che è permeato da quel tipo di allegria isterica che ti prende quando ti accorgi di aver toccato il fondo e ti rassegni a restarci perché hai esaurito le energie per la risalita. Abbandonarsi alla lievità del pop è l’extrema ratio per sopravvivere immersi in quelle acque bollenti ampiamente scandagliate nel precedente album, quantomeno per divertirsi nel tempo che resta prima di una fine che appare ormai inevitabile. Ma forse – speranza recondita – anche per provare, adottando un registro che ha le potenzialità per farlo, a recapitare il messaggio a una platea più ampia .

Al di là di questo presupposto, sacrosanto a parere di chi scrive – ossia il fatto che agli artisti che hanno qualcosa da dire va sempre concessa la facoltà di scegliere le modalità in cui farlo – anche chi ha amato i DIIV nelle loro vesti più abrasive e meno concettuali non deve farsi prendere dallo scoramento. I brani che hanno anticipato l’album sembrano essere stati appositamente pescati tra i più catchy e dirompenti rispetto al passato, ma per il resto a livello sonoro ZIRP! conserva tutta l’essenza consolidata della formazione statunitense, che qui è solo resa (funzionalmente) più accessibile, plasmata nelle forme del pop grazie al tocco sapiente di A.G. Cook.

DIIV © Louie Kovatch
Distopie in chiave electro.

The Fountain apre il disco con le consuete distorsioni, che finiscono presto sullo sfondo di una scena presa d’assalto da elementi di elettronica retromaniaca e sorniona. La scorrevolezza delle linee melodiche è perturbata solo di tanto in tanto, anche nei momenti più tesi (l’atmosfera cyber del fondale di When The Glow Came For Us, la nube di glitch in cui si impiglia il ritornello di Dare Me). Le liriche galleggiano tra allusività e sarcasmo, ma l’istinto è quello di battere il piede a ritmo anche nei momenti in cui da ambigue le parole si fanno lapidarie (“We’re lost, America is a devil / Let the poison out, let it fall”, The Crash).

Evangelizer è un intricato tappeto di suoni cibernetici attraverso cui Zachary Smith sussurra evocando distopie post-capitaliste, ed è degno di nota non solo dal punto di vista sonoro ma anche perché probabilmente tra gli undici brani dell’album è quello che meglio esplicita la nuova poetica dei DIIV, col suo hyperpop disumano, eppure familiare nell’evocare motivetti da videogame del passato, e col sarcasmo di un titolo che connette il lucro sfrenato alla sfera delle credenze religiose.

Accanto ai catastrofici scenari globali, nelle tematiche ci sono ancora quei momenti di introspezione personale che caratterizzavano la band agli esordi. Quel che è accaduto nel mentre è che Smith e soci hanno in qualche modo introiettato la lezione di Mark Fisher (peraltro uno che di cultura pop ne sapeva nel profondo) e sono consapevoli che – dai disturbi mentali che deteriorano le relazioni umane alle calamità naturali che devastano la terra (Smith è tra quelli che hanno perso casa negli incendi in California all’inizio dello scorso anno) – il malessere dei singoli individui ha un origine comune e sistemica: ciò che il filosofo britannico ha chiamato realismo capitalista, contro cui va puntato il dito senza esitazione.

Riappropriarsi del pop.

Davanti a un’opera in grado di descrivere lucidamente la propria epoca, è essenziale non farsi prendere dalla smania di decretarne gli autori colpevoli di reato di mainstream (vedasi il fenomeno Fontaines D.C.: ben venga la più ampia popolarità a livello planetario quando una band la usa come cassa di risonanza per i messaggi urgenti che il mondo non vuole ascoltare).

La buona notizia – almeno per quelli che non temono di apprezzare le cose in grado di essere apprezzate dai più – non è il fatto che questo è un ottimo disco, prodotto magistralmente e con tutte le carte in regola per viaggiare sui canali della cultura di massa, perché non è questo il suo pregio migliore, né il motivo per cui tra qualche decennio ce ne ricorderemo ancora.
Il più grande merito di ZIRP! è il suo essere la rappresentazione plastica di quanto sia necessario che l’arte torni a impossessarsi della cultura popolare, che quando è lasciata nelle mani dell’estabilishment diviene mero intrattenimento anestetico.

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Last modified: 3 Novembre 2026