Con il nuovo These Killing Times la cantautrice americana riflette sulla drammaticità del cambiamento climatico e sul fragile tema del patriarcato.
[18.09.2026 | Errant Child | dark folk, post-grunge, post-metal]
C’è un momento preciso in cui il dolore smette di implodere e si trasforma in una fiammata travolgente. Se l’acclamato Engine of Hell era stato un esorcismo nudo, racchiuso nel sussurro spettrale di un pianoforte e di una chitarra acustica, il nuovo album di Emma Ruth Rundle ribalta completamente la prospettiva.
Con These Killing Times, l’artista americana sceglie di non nascondersi più nell’isolamento del suo trauma privato, ma decide di aprire le braccia e di aggrapparsi a una rabbia furente e corale per affrontare un mondo lacerato.

Le radici sonore e l’urgenza antipatriarcale.
Per comprendere appieno l’architettura di quest’album, bisogna scavare nelle radici di un’artista cresciuta nella scena sotterranea di Los Angeles, il cui DNA musicale è intessuto delle chitarre cinematiche e dilatate dei Red Sparowes, delle derive heavy-dream pop dei Marriages e di collaborazioni abrasive con pesi massimi del metal d’avanguardia come i Thou.
Emma non è mai stata una cantautrice folk tradizionale, e in questo disco riabbraccia finalmente il suo background elettrico più viscerale. Tuttavia, non lo fa per indulgere nella solitudine, ma per dare vita a un vortice reattivo profondamente permeato da una rabbia femminista e anti-patriarcale. I testi nascono da notti insonni, dall’angoscia per l’ascesa del nazionalismo estremista e religioso, dal collasso climatico e dalla morsa soffocante del capitalismo contemporaneo. Di fronte a questa realtà violenta, la sua risposta politica non è la resa disperata, ma una resistenza che mette al centro le relazioni umane e la solidarietà radicale.
Questa urgenza politica e spirituale si riflette nella catarsi magnetica di Powerless. Il brano agisce come manifesto in cui la vulnerabilità cessa di essere una debolezza per diventare la miccia che accende la rivoluzione. La voce di Emma si muove sinuosa sopra un tappeto di chitarre che progressivamente saturano l’aria, gonfiandosi in un climax post-rock monumentale.
Senza mai spezzare questa tensione, il disco scivola poi verso la solennità di God’s Picture, descritta da Emma stessa come la tesi centrale e il cuore pulsante del suo disco. La canzone si sviluppa come una ballata dark e teatrale per poi esplodere in un crescendo maestoso e schiacciante, traducendosi in una preghiera laica che fonde la disperazione personale con una critica feroce alle derive dei confessionalismi moderni.
Tra vulnerabilità ed eco-ansia.
L’album si addentra in territori ancora più cupi e ipnotici con Anvil, dove il suono si fa grosso, quasi metallico, per raccontare il peso invisibile che le donne ereditano e sopportano da generazioni, una sottomissione imposta che schiaccia come un’incudine. Con Catherine Wheel l’atmosfera si tinge di un folk gotico e spettrale, in cui la violenza sul corpo femminile, sia storica che metaforica, viene evocata attraverso arpeggi di chitarra taglienti e un’interpretazione vocale che ferisce per la sua disarmante onestà.
In Don’t Delay Heaven si affronta a viso aperto il peso paralizzante dell’eco-ansia e la paura di un domani che brucia, cantando con amarezza di una terra violata: “The sky is a bruise that never heals, and we just watch it bleed”. Ma è proprio quando il peso del collasso climatico e della solitudine diventa insostenibile che la musica si apre, trovando la sua salvezza nel calore degli altri.
L’isolamento si spezza in Human Kindness, dove i muri di chitarre distorte si trasformano in un abbraccio corale e protettivo che fa da scudo umano: “We are the dust, but we are dust together”.
L’unico atto rivoluzionario rimasto.
La stessa densità lirica si ritrova nel contrasto stridente di Enough, in cui la dolcezza folk viene letteralmente squarciata da esplosioni di noise abrasivo, arricchite dalle note spiazzanti del sassofono di Patrick Shiroishi. Dal punto di vista politico, il brano si trasforma in una satira spietata e attualissima contro l’avidità del capitalismo tardo-imperiale. Qui Emma rilegge la figura biblica di Elia immaginandola nelle vesti di un miliardario moderno – una figura alla Elon Musk – per lanciare un grido disperato che si chiede “Is not the whole world enough?”.
These Killing Times non si limita a segnare il ritorno di Emma Ruth Rundle ad un suono monumentale, elettrico e corale, ma si impone come un’opera profondamente politica e visceralmente umana. Attraverso queste otto tracce, l’oscurità del nostro presente non viene negata, ma affrontata e sconfitta con l’unico vero atto rivoluzionario che ci rimane a disposizione: il bisogno di reagire tutti insieme. Trasformando le proprie cicatrici in un manifesto di resistenza e sorellanza, la cantautrice firma un disco viscerale, necessario e immenso, capace di dimostrare come la vulnerabilità, quando condivisa nel rumore di una comunità, possa diventare la forza più devastante e salvifica di tutte.
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Last modified: 18 Settembre 2026




