The Strokes – The New Abnormal

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Fate finta che non sia un disco firmato The Strokes e vi piacerà.
[ 10.04.2020 | RCA | alternative rock ]

Ricordo ancora quel lontano 2001 in cui la band capitanata da Julian Casablancas entrò a gamba tesa nelle nostre vite. Ci dividevano tra accaniti ascoltatori punk, i più anziani, e più giovani malati di grunge. Per noi Is This It rappresentò una sorta di spartiacque, di rivoluzione nel nostro approccio alla musica e come ogni rivoluzione non fu certo pacifica. Alcuni se ne innamorarono subito esaltandolo come la musica che ci avrebbe accompagnato nel nuovo millennio, altri gli si opposero convinti che fosse roba troppo morbida rispetto a ciò cui eravamo abituati e i punk spulciarono la vita privata di Julian definendolo un ragazzino ricco che giocava a fare la rockstar.

Eravamo giovani e stupidi ma presto ci accorgemmo cosa stavamo ascoltando, della sua grandezza indiscutibile e di quanto quel disco ci avrebbe cambiato, chi prima e chi dopo. Quello era l’anno di Lateralus dei Tool, di Discovery dei Daft Punk e di The White Stripes diWhite Blood Cells e non era più il caso di fare i ragazzini fanatici con i paraocchi e il rigore musicale fascista d’un tempo. La band di Manhattan ci regalerà un altro gran disco per poi iniziare una parabola discendente che li porterà nel 2013 al mediocre Comedown Machine, prima, ovviamente, di questo The New Abnormal, con il quale The Strokes tenteranno di dare attualità al loro post-punk garage revival. 

Attitudine indie rock e musica ripulita delle asprezze del garage per soffermarsi più su elementi d’attualità dallo stile vocale che vi sarà quasi irriconoscibile rispetto agli esordi come palese in The adults are talking e ancor più in Eternal summer dove sembra di ascoltare The Chapel Club. Per prima cosa, dimenticate l’energia di Last Nite perché qui saranno altri gli elementi di punta come evidenziato nella ballada agrodolce At the door o nella sentimentale Not the same anymore.

Certo, loro sono ancora TheStrokes e lo noterete facilmente in pezzi come Bad Decisions ma questo disco è totalmente diverso da ciò che ci si aspetterebbe dalla band che ha scritto Is This It ma non è in quest’ottica che va ascoltato; il tentativo di rinnovamento è qualcosa di apprezzabile perché devi essere davvero strepitoso a scrivere canzoni se lo fai per vent’anni senza cambiare il tuo stile e mantenendo un livello altissimo e sono pochi quelli che ci sono riusciti. L’alternativa è cambiare ed è quello che hanno fatto i newyorkesi che non dovrebbero, per questo, vedersi ostracizzati; un cambiamento che li ha portati a inseguire la moda invadente del revival anni Ottanta e dei suoi synth danzerecci, che li ha spinti a scrivere pezzi solari che potremmo ascoltare in spiaggia, brani talmente pop che quasi non ti accorgi delle chitarre.

Contaminazioni tra new wave e danceche sembrano tutto frutto del lavoro di produzione del maestoso Rick Rubin sul quale Julian Casablancas riversa il suo lato più malinconico e passionale con ragguardevole credibilità. The New Abnormal è un disco di The Strokes che non somiglia a un disco di The Strokes, caldo, melodico e stravagante, ma solo conriferimento alle loro produzioni precedenti. È un disco che facciamo una fatica tremenda ad assimilare ma non prendetelo come un male; suona moderno pur mantenendo alcune caratteristiche tipiche del loro stile, è costruito con una cura notevole e ha tante pregevoli canzoni. Manca di energia, questo è vero, finendo per suonare quasi come l’ultimo azzardo di un corpo esausto. Eppure, con l’avanzare degli ascolti la cosa che più di tutte sembra venire fuori è la scrittura, che qui esalta le capacità della band di creare componimenti che non si eauriscano nel giro di qualche settimana oltre che la voce forse mai come ora esibizionista nel mostrare tutte le facce della sua avvenenza.

Non sono The Strokes che avete conosciuto vent’anni fa e ringraziate dio, se ci credete, che non sia così. Avevo iniziato questa recensione parlando malissimo del disco, anche se mi hanno confidato che non è conveniente parlare male di loro. In realtà è facilissimo parlarne male e ascoltandolo capirete il motivo. Poi ho riascoltato ancora e ancora e mi sono detto, in fondo non è affato un disgustoso LP, noioso e vuoto. Probabilmente lo sarebbe stato se avessi ascoltato i soliti The Strokes, con le solite canzoni ma più brutte che venti anni fa.

Avremo bisogno di tempo per capire davvero cosa significhi questo disco, quanto regga il confronto con chi in questi anni è nato artisticamente suonando questo rock contaminato. Per ora non possiamo che premiare il coraggio di non suonare eternamente come la tribute band di se stessi e applaudire un lavoro in grado di imitare l’attuale senza farne una caricatura. E soprattutto sono stati capaci di non farmi incazzare perché non ne posso più di band sepolte che hanno deciso tutte insieme di rifarsi a quei merdosi anni Ottanta. Se lo fate in questo modo, vi perdono volentieri.

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Last modified: 23 Aprile 2020