The Mars Volta – Noctourniquet

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Ci avevano lasciato in dote uno strafalcione epico chiamato Octahedron, ma pare che i The Mars Volta con il nuovo “Noctourniquet” abbiano preso il vizio replicante di non esprimere più quasi nulla, almeno a sentire questa sfilza di tracce irose e dispersivamente canticchiabili che si rincorrono alla ricerca del punto forte di un ascolto attento che tarda – o meglio latita – a tirarne fuori soddisfazioni di sorta: forse non ci si era mai abituati fino in fondo al loro delirio d’onnipotenza, del loro istinto di vivere la musica dall’alto verso il basso, tra i pandemonium sacrali prog che agganciavano kraut e affini, sta di fatto che questo nuovo album ce lo potevano benissimo nascondere e risparmiare, loro magari diranno che è un punto di vista musicale versato sullo sperimentalismo acuto di nuove direttrici bla bla bla, noi diciamo: quando non si ha più nulla da dire meglio zittirsi e pensare fitto sul futuro ripercorrendo il passato.

Un infuso confusionario di barocchismi, ematicità, voli a ribasso e virate senza senso, buona parte delle tredici tracce vitali sono ingarbugliate come una matassa infeltrita, qualche luce brilla fiocamente nelle psichedelie di “Noctourniquet”, “Absentia”, un minimo d’attenzione per le incazzature elettroniche che cortocircuitano “Dyslexicon”, “Lapochka” e un occhio di riguardo per l’unica bella commistione che ciondola oziosa dentro questa produzione, ovvero “The Malkin jewel” traccia dalla cinematicità alla T-Rex in un guazzetto di post-punk e sentimenti reggae; il resto è solo egocentricità di una band che cerca di portare il suo pubblico verso nuove spiagge, ma è illusione pura, poiché il pubblico della band messicana è già in subbuglio per via di questo disco anonimo e vuoto, un capitolo sonoro che “capitola” davanti alla liricità drammatica che Omar Rodriguez Lopez, Cedrix Bixler Zavala insieme al nuovo drummer David Elitch –  che ha sostituito Deantoni  Parks – cercano di prendere per i “capelli” pur di tirare in salvo qualcosa.

Gran dispendio di chitarre e tastiere astrali, space pathos da fiera delle meraviglie, ballate sovversivamente mostruose “Imago” e un bel minestrone multi-effects da non riscaldare ma da buttare direttamente nel lavandino delle cose da dimenticare a forza “Zed and two naughts”, e poi ci fermiamo qui per non affondare oltre il coltello; non tutte le ciambelle riescono col buco, è un dato di fatto,  i nostri “caballeros” deludono al quadrato, rinnegano i fasti di un avvio carriera luminoso per perdersi definitivamente nel vuoto del sottovuoto svuotato.
Non ci rimane che gridare:  Aridatece i The Mars (quelli di una) Volta!     

Last modified: 13 Aprile 2012

One Response

  1. Mouser ha detto:

    Effettivamente…

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