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Recensioni #10.2017 – Saber Système / Cristallo / Blue Cash / Rose / Beny Conte

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #07.10.2016

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Vinicio Capossela – Canzoni Della Cupa

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Canzoni Della Cupa è il decimo album in studio di Vinicio Capossela. Diviso in due parti per 28 brani e una durata di più di due ore, Canzoni Della Cupa è un atto d’amore e di testimonianza verso un tempo passato che ormai è fuori dal tempo, mitizzato nell’immagine brusca e insieme rasserenante di una società contadina, ruvida e sincera, in cui si vive e si canta della vita, e quindi dell’amore, carnale soprattutto, ma sempre giocoso, vinoso, anche quando è serio; della morte e delle creature della notte, degli spaventi nelle ombre dei fuochi e dei monti sotto la luna; dei campi, dei poveri, del sudore, del lavoro; dei primi treni, dei viaggiatori, delle verità scolpite nella pietra dei proverbi e della saggezza popolare.
Ineccepibile nella produzione e nella resa, il disco continua la parabola del mito, della rivisitazione della tradizione (o tradizioni) che Capossela sta portando avanti da Marinai, Profeti e Balene (con in mezzo Rebetiko Gymnastas) ma che è stata da sempre una sottotraccia di tutta la sua produzione, interessata fin dai primi dischi alla rielaborazione del popolare/tradizionale (ritmi sudamericani, armonie mediorientali, atmosfere mediterranee).

Questo disco è l’ideale proseguimento di quella parabola e insieme il suo compimento totalizzante e definitivo: il ritorno nella terra degli avi, l’archeologia sentimentale nei racconti e nelle leggende, nelle storie e nelle musiche che erano la colonna sonora di un affascinante tempo che fu, che qui vira seppia, come le foto, e diventa quasi un’età dell’oro, un mondo che, nei suoi dolori, suonava forse più diretto e vero, più libero, certo più povero e più stanco ma senza perdere la fame d’amore, di festa, di paura anche, quella un po’ superstiziosa che eccita e riunisce il gruppo intorno alle luci e ai canti dopo l’angoscia, il cuore affaticato e una spaventosa, fantastica storia da raccontare.
Non sorprende quindi scoprire che Canzoni Della Cupa fosse in cantiere da più di dieci anni: è una sempreverde voglia di mito a spingere Capossela verso la rielaborazione e la testimonianza per riportare al suo oggi delle tradizioni che, sotto la polvere e oltre l’ombra della memoria, appaiono estremamente vive, anche (e soprattutto) grazie alle sue doti di interprete e riscrittore eccelso, maestro del racconto, sciamano della voce e della parola.

La nota dolente, per i fan del cantautore, potrebbe però nascondersi qui attorno: scavando si trovano tesori, ma ci si ingobbisce; gli occhi si fanno miopi a guardare tanta terra smossa. Canzoni Della Cupa è un progetto ambizioso, pensato ed eseguito senza passi falsi o sbavature (non ci saremmo aspettati di meno); è un racconto mitico e preciso, immaginifico e appassionato, da godersi senza remore, scoprendo in ogni brano una storia affascinante, divertente, incredibilmente vicina. È perciò con una certa amara sorpresa che alla fine, quando rialzi gli occhi stanchi dalla terra e dai suoi tesori, ti accorgi di quanto sia ormai sfocato e nebbioso l’orizzonte: lontano più di quanto, forse, dovrebbe.

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Med Free Orkestra – Background

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La Med Free Orkestra nasce nel 2010 a Roma da un’idea di Francesco Fiore. Ensemble multietnico, dai forti sapori mediterranei (come da moniker), la MFO è una fucina di calore e ritmo, qui capitanata dal maestro Angelo Olivieri, che si tuffa nel mare magnum del Rock di sapore World, spruzzate di Rap, un sentore Funky, e con l’Africa nel cuore, un cuore che sta sempre dalla parte giusta, quella dei deboli, emarginati, diversi. La premessa potrebbe suonare già sentita, e si potrebbe anche immaginare un prodotto buonista (ammesso che significhi qualcosa) e confezionato ad hoc per radical chic che hanno qualcosa da farsi perdonare. E invece no: basta atterrare, dopo aver sorvolato la più introduttiva “African Move”, sulla title track, che, nel parlato-rappato del testo, non ha paura di mettere in fila storture e contraddizioni dell’accoglienza italiana dello straniero: un’invettiva ironica e tagliente sulla sfortuna di profughi e migranti che si trovano a dover affrontare l’arrivo in Italia, un Paese “civile”, dove infatti non è stata infranta nessuna legge per lasciarvi morire nei nostri mari. Anche la musica si stacca dallo sfondo etnico per farsi più diretta, Rock, con una batteria incessante e fiati sempre sul pezzo.

La commistione di Rock e sogghigni versus World Music e impegno è forse il segreto per provare a godersi questo disco, che già dalla traccia seguente torna alla base, a liriche in inglese e ad un sapore balcanico (per l’appunto, “Bulkanian”). Il disco prosegue senza perdere troppa spinta, tra profumi sudamericani (“Chueca”) e brani in levare che sanno già di vecchio (“Muoviti”), una bella e soave ballata d’altri tempi (“Ballata di San Lo’”), un’insipida, seppur intensa, cavalcata dalle ritmiche convulse (“Dondolo il Mondo”) e un paio di tradizionali (“Ederlezi”, più raccolta, e “Hora Cu Stringatu”, esplosiva), fino a chiudersi con “Pizzica dello Scafista”, Rap su ritmiche da tradizione meticcia, Italia meridionale e Africa, in cui torna prepotente il tema del Mediterraneo.

Un disco fresco, estivo, ballabile, che paga in qualche misura l’accostamento a quel filone di musica etnica danzereccia e attenta agli spigoli taglienti del sociale, ma che allo stesso tempo, in qualche brano, riesce a darne una versione personale e interessante (“Background”, “Ballata di San Lo’”). Se vi piace il genere, bevetene a piene mani. Per tutti gli altri: ci fosse stata un po’ più di personalità, sarebbe stato un disco da scoprire. Così com’è, rischiate di annoiarvi dopo pochi minuti. A voi la scelta.

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Boxerin Club – Aloha Krakatoa

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C’è poco, pochissimo da dire di Aloha Krakatoa, ultimo disco dei Boxerin Club: ma c’è tanto, tantissimo da provare, sulla propria pelle e nelle proprie orecchie. Aloha Krakatoa è un disco freschissimo, dove finalmente possiamo vedere un gruppo (italiano) che evita la trappola dei generi e delle etichette per regalarci undici tracce di variopinta festa sonora. I Boxerin Club suonano una musica perlopiù solare, danzereccia, tropicale, tra chitarre acute e frizzanti, percussioni assortite, cori orecchiabili, ritmi frenetici, trombe, marimba… un portale magico pronto a scaraventarci su una spiaggia all’equatore con la semplice pressione del tasto play.

Il disco è un vero frullato di stili, un concentrato di tutto ciò che può trasportarci al sole e all’estate in qualsiasi momento di una qualsiasi fredda giornata qualunque. Alcuni episodi spiccano per numero di trovate e per riuscita del trucco magico (penso a “Bah Boh”, ultimo brano composto, in cui si sente di più la mano del produttore – Marco Fasolo, già nei Jennifer Gentle –, o al primo singolo, “Caribbean Town”, o, ancora, alla più datata “Hedgehogs”, che i cinque Boxerin Club hanno fortunosamente eseguito anche per strada davanti ad un sorpreso Puff Daddy o come diavolo si fa chiamare ora), ma anche il resto del disco regala momenti di calore vario (“Cloud’s Roll Away”, “Boys Are Too (Lazy)”), o attimi più sospesi ma sempre esotici (“Northern Flow”, “It Takes Two to Tango”, “Clown”, “Try Hocket”), per poi terminare con i ritmi indiavolati e le voci rilassate di “Black Cat Serenade” e la sua coda strumentale da manuale.

Aloha Krakatoa è un disco d’evasione, ma ce ne fossero… Un disco che non si spaventa nel voler divertire, nel voler far ballare e sballare, così pieno di ritmo, luce, calore, in ogni piega, in ogni angolo. Ai Boxerin Club il merito di averlo saputo mettere in piedi senza preoccupazioni, senza affanni, ma con la voglia intensa e sincera di suonare liberi e divertenti. A noi, invece, la possibilità di gustarcelo almeno fino a questa estate.

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Sycamore Age – Sycamore Age

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Per presentare i Sycamore Age basterebbe la prima traccia del loro primo, omonimo, disco: e, da sola, Binding Moon vi dovrebbe convincere che vale la pena ascoltarlo per intero.
I sette figuri che compongono questa eclettica ed indefinibile band sanno ciò che fanno, e lo fanno benissimo: producono una musica aperta ad ogni influenza possibile, sincretica, energica ed ambientale, spesso cinematografica. C’è ritmo, c’è armonia, c’è melodia: ci sono tutti gli strumenti possibili (theremin, pianoforte, chitarre, bouzuki, percussioni, contrabbassi, violini, trombe, sassofoni…), una scrittura che ignora completamente la forma canzone, una voce ipnotica, altissima e suadente.
Come avrete capito, si tratta di un lavoro gonfio, ambizioso, imponente, e c’era certo il rischio di non portarlo a compimento: e invece i Sycamore Agecreano la colonna sonora dei riti tribali del XXI secolo, una psichedelia ctonia e selvaggia che scuote, culla, schiaffeggia, e lo fanno, c’è da ripeterlo, benissimo, senza una sbavatura – si tratta d’altronde di professionisti, tutti o quasi polistrumentisti, di una bravura tecnica eccezionale (e ci infilo anche la produzione, impeccabile).
Se volete canzoni, non è un disco per voi. Ma se invece cercate musica, e intendo musica sanguigna, primordiale, meticcia, tuffatevi nel mondo surreale dei Sycamore Age, ne uscirete diversi (e cercate di vederli dal vivo: vi sconvolgeranno).

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