Pitchfork Tag Archive

Primavera Sound 2018 | 12 artisti spagnoli che dovresti conoscere

Written by Eventi

Mentre mettono insieme la migliore musica da tutto il mondo, dal quartier generale del Primavera Sound Festival non perdono mai d’occhio quella “made in Spain”.

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Lettere da Barcellona | Primavera Sound Festival 2017

Written by Live Report

Anche questa edizione appena trascorsa ha confermato il Primavera Sound Festival come il punto di incontro fondamentale per gli amanti della musica da oltre 125 paesi. Si stima che gli spettatori di questa diciassettesima, tra i concerti al Parc del Fòrum e le performance collaterali in centro città, siano stati oltre 200 mila. Ai 346 live in cartellone se ne sono aggiunti una ulteriore quindicina, annunciati a sorpresa durante i tre giorni della kermesse. Ma basta ragionare in numeri, che non sono mai lo strumento migliore per dipingere atmosfere.

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Aphex Twin – Syro

Written by Recensioni

Molto è già stato detto a proposito di Syro, ma “discretamente spettacolare” è senz’altro la definizione più improbabile tra quelle che ho avuto modo di udire. Al cospetto di Aphex Twin il timore reverenziale prende il sopravvento e il critico si arrampica sugli specchi scalandoli a suon di ossimori. Credo di poter affermare con una buona dose di certezza che, in questi tredici anni che lo separano da Drukqs, nessuno di noi ha avuto alcun dubbio sul fatto che l’atteso ritorno di Richard David James in versione Aphex avrebbe confermato la qualità delle sue produzioni, indiscutibilmente impeccabili dal punto di vista tecnico per ognuno dei moniker dietro cui si è celato in questi anni. Il problema però è che quando sei uno che ha in curriculum almeno un paio di album che definire stelle nel firmamento musicale dell’era moderna è riduttivo, poiché si tratta piuttosto di comete dalla lunga e feconda coda, se non di veri e propri Big Bang da cui è schizzato fuori il futuro, quand’è così non puoi tenerci tutti sulla corda per oltre un decennio e poi sperare cavartela con un disco come Syro. Dopo un primo ascolto che mi lascia nello stato d’animo con cui formulo i pensieri impuri di cui sopra, mi viene da prendere il primo aereo per Londra per andare a citofonargli e chiedergli il perché, ma in redazione giudicano la mia trovata un tantino fuori budget, per cui mestamente ripongo la valigia e per capirci qualcosa in più sono costretta ad attendere di poter spulciare la lunga intervista di Philip Sherburne (http://pitchfork.com/features/cover-story/reader/aphex-twin/#cover ). È vero, assimilare i risultati dell’estro schizofrenico dell’uomo noto ai più come Aphex Twin, incasellare dischi come Selected Ambient Works 85-92 nel panorama dei generi, e ancor più comprenderne con lungimiranza gli effetti, non è mai stata cosa immediata. Pare che le registrazioni abbiano occupato gli ultimi sette anni. A sentirlo però, Syro non ha affatto la faccia di una produzione spalmata su un arco temporale così ampio. Sebbene sia stato confezionato passando per ben sei diversi studi e saltellando come di consueto tra svariati universi sonori, si tratta di un’opera tutto sommato omogenea, ed è questo uno dei fattori che la rende il lavoro più accessibile tra quelli di Richard. Non ci sono le grida raccapriccianti di “Come To Daddy”, non c’è l’impasto sonoro viscoso di “Window Licker”. Pop friendly e senz’anima, questo è quanto al primo impatto, e non è certo la foggia con cui ci si aspettava di vederlo tornare dopo l’Ambient sopraffino di Drukqs. Oh sì, Richard caro, se mi avessi invitata a cena al posto di Pitchfork il mio sarebbe stato un vero e proprio cazziatone. Consapevole lui stesso che di innovazione non si tratta, Aphex definisce Syro conclusivo di una fase, un gesto doveroso prima di poter aprire il nuovo, nuovissimo capitolo che dice di avere in serbo – which is kind of uncategorizable, stando alle sue parole – in linea con la leggenda che narra dei suoi hard disk pieni zeppi di materiale inedito che si rigenera in perpetuo.

La tracklist evoca i gingilli dell’elettronica primordiale (“CIRCLONT6A [141.98]”, “CIRCLONT14 [152.97]”, lo stesso singolo “minipops 67 [120.2]”), di cui come consueto Aphex fa largo uso. Gli si perdona l’ossessione per il passato, comun denominatore della contemporanea elettronica e non solo, perché lui è il passato. In lui la devozione all’analogico è un fattore che rende il prodotto finale atemporale e riconoscibile, nelle sue geniali opere di mixaggio abilmente calibrate e irripetibili di esperienze sonore estremamente distanti. Ma Syro rompe schemi che Richard James ha già mandato in frantumi da tempo. Ciò lo rende poco più di un elegante esercizio di stile, in cui per giunta non si prodiga in episodi memorabili. Nella sua chiacchierata con Sherburne, Richard rimpiange gli anni della Rave culture, quando l’evoluzione della scena musicale seguiva il suo corso senza le interferenze di internet che rende i progressi compiuti accessibili a tutti ma contemporaneamente tutto appiattisce: The holy grail for a music fan, I think, is to hear music from another planet, which has not been influenced by us whatsoever. Or, even better, from lots of different planets. And the closest we got to that was before the Internet, when people didn’t know of each other’s existence. Now, that doesn’t really happen. Che in altre parole suona un po’ come un “Ok, comprendo perfettamente la vostra ricerca spasmodica per il ‘mai udito prima’, ma il web è un calderone di ispirazioni di cui si fa un uso sconsiderato e arido, ed è per questo che poi succede che Syro non risulta essere la ‘musica da un altro pianeta’ che l’intero pianeta si aspettava da me”. Eccoci perciò di fronte a un disco che fluisce pulito e puntuale, in atmosfere certo più fruibili che in passato sebbene a volte i tempi risultino eccessivamente dilatati, come in “XMAS_EVET10 [120][thanaton3 mix]”, che esordisce frenetica per poi dilungarsi a declinare il tema in matasse di synth. Alcuni episodi garantiscono la nota inquietante, come il ritmo pulsante e asimmetrico dei glitch sui vocalizzi robotici di “CIRCLONT6A [141.98]”. “syro u473t8+e [141.98]” viaggia invece sul tracciato Electro battuto nell’ultimo decennio dagli EP Analord. C’è spazio anche per divagazioni Space Funk (“minipops 67 [120.2]”) e Drum’n’Bass magnetica e caotica (“s950tx16wasr10 [163.97]”), con tregue di sensuale Chillwave (“produk 29 [101]”). Un saggio completo delle proprie capacità eseguito magistralmente, che lascia però perplessi, e quasi ci persuade del fatto che sia il caso di maledire il progresso se per avere internet sul telefonino il prezzo da pagare sia un Aphex che non riesce più a rigenerarsi. In realtà tra Drukqs e Syro ci sono state un sacco di cose oltre alla musica e all’avvento del web. C’è la Scozia, e poi una moglie e due bambini, di cui campiona le voci per incastonarle nei suoi esperimenti, distorte e irriconoscibili ma molto presenti (pare che dai suoi lombi sia venuto fuori un ragazzino che ora ha 6 anni e fa anche lui musica, col suo Mac e una versione pirata di Renoise che si è procurato autonomamente). Quasi in chiusura, “aisatsana [102]” si scioglie in Downtempo a base di piano, parentesi catartica più unica che rara in Syro. La traccia che ha per nome l’anagramma di quello di sua moglie Anastasia nasconde forse il germe della metamorfosi da lui annunciata? Non so se riuscirò ad aspettare altri tredici anni per poterlo scoprire. Daje Richard.

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Soviet Soviet Crowd Tour 2014: il primo tour italiano finanziato dagli utenti.

Written by Senza categoria

Concerti ed eventi realizzati dagli utenti, attraverso il metodo del crowdfunding. Questa è la rivoluzione che Gigfarm porta nel panorama della musica live. Così nasce il Soviet Soviet Crowd Tour 2014. Non una scelta casuale quella dei Soviet Soviet. Il trio pesarese è infatti una delle migliori formazioni Indie Rock in circolazione, una delle poche realtà italiane ad aver saputo attirare l’attenzione di media esteri prestigiosi quali Pitchfork, The Fader e Stereogum. I Soviet Soviet rappresentano l’avanguardia della scena indipendente italiana.

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Daughn Gibson – Me Moan

Written by Recensioni

Daughn Gibson, per chi non lo sapesse, è il nome d’arte di Josh Martin, trentunenne ex-camionista della Pennsylvania che con la sua voce tenebrosa e le sue trucide storie di disagio, miscelate ad un Country elettrificato, sta conquistando pezzi di un pubblico sempre più vasto. L’immagine è quella di un ragazzo che percorre chilometri di asfalto sul suo camion in giro per gli USA: nottate in squallidi motel, soste in bettole di provincia piene di ubriaconi e il rapporto con le proprie origini, conservatrici, di provincia. La sintesi del personaggio è stata accostata al mitico Johnny Cash, sia per il tipo di storie raccontate, storie di gente emarginata, borderline, sia per il modo di interpretare il proprio personaggio. Ovviamente, anche se ci sono punti in comune fra i due, Daughn dovrà fare la sua parte e dimostrare nel tempo, con una dose massiccia di creatività, questo accostamento a un mito del Rock Made in U.S.A..

Dopo il suo primo lavoro All Hell (2012), edito dalla White Denim Records e scovato da Pitchfork che l’ha reso noto al grande pubblico, Me Moan è il suo secondo album, uscito all’inizio di quest’estate. Pieno di un Country sgocciolante e una ritmica abissale ha sorpreso tutti quando la mitica Sub POP Records l’ha rilasciato. Ma c’era da aspettarselo che una qualche etichetta di rilievo si occupasse di una voce così spessa e profonda. Nel passaggio tra le due case discografiche Gibson al momento perde parte della narrazione, le storie diventano storielle meno definite e più aperte allo specchio dell’ascoltatore con la melodia che segue provando ad essere meno introspettiva e più addolcita per un pubblico più vasto; Meno suoni campionati e una ritmica minimale. Rimane validissima la sua rielaborazione della Country Music che si porta dietro fatta di note elettriche miscelate alla classica strumentazione Rock che attribuisce uno stile evocativo ai suoi testi che insieme alla sua voce ci trasportano in una sorta di altare dove vengono sacrificati emarginati, disadattati, mignotte, tossici e marchettari.

Anche se Me Moan si distanzia dal precedente lavoro sacrificando originalità e scaltrezza a favore di un risultato più tondo e immediatamente usufruibile per il pubblico, rimane sempre la sua voce baritonale che ci schiaccia vorticosamente in questi oli raffiguranti situazioni ai bordi della società. Un po’ a tinte scure e struggenti come in “Franco” storia di isolamento, un po’ ballata Country come nel primo singolo estratto “Kissin on the Blacktop” che potete ascoltare qui sotto e un po’ Dance con ululati di fantasmi campionati con “Phantom Rider”. Un album più disomogeneo e meno raffinato rispetto l’esordio ma nel complesso produce un onda tra le varie canzoni che lo fanno scorrere per tutti i suoi settanta minuti. Da non perdere assolutamente anche “Mad Ocean”, “You Don’t Fade” e la finale “Into The Sea”.

Mr Gibson con la sua voce si spinge sicuramente sempre un po’ più nell’eden dei cantautori americani anche se per arrivare anche solo alla cinta di Mr Cash avrà bisogno di molta fortuna nel panorama vaporoso della musica attuale e probabilmente di una chitarra.

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