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10 dischi del 2015 da NON ascoltare (una lista semi-seria)

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Liv Charcot – La Fuga

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A un primo ascolto i Liv Charcot sembrano gli eredi de Le Vibrazioni con qualche elemento preso in prestito da Cesare Cremonini in versione Lunapop. In realtà già “Cosmonauti” mostra qualcosa in più rispetto ai citati “colleghi”, qualcosa di indefinibile ma gradevole che certo non appartiene alla cultura musicale italiana. La cosa viene messa in evidenza ancor più con la velocissima “Davanti alla Macchina Ancora nella Casa” con quella sezione ritmica che sembra appunto suggerire un tentativo di fuga. Del resto, a detta del gruppo composto da Lorenzo Cominelli (voce, basso),  Tommaso Simoni (chitarra), Giulio Fagiolini (tastiere) e Nicolò Selmi (batteria), “la fuga è quella richiesta urgente che benché tentiamo di soffocare prima o poi si manifesta. I Liv Charcot sono espressione di questa richiesta”. Non manca però la classica ballad che con “Dove Andrai (Le Rondini non Tornano)” riporta alla memoria la grande hit dei Duran Duran, “Ordinary World”. Sia chiaro, il paragone con il gruppo inglese ci sta solo in questo caso, perché il resto del disco è tutta farina del sacco di questi quattro ragazzi toscani. Il Rock puro torna infatti con “Frammenti di Te” e “L’Obiettivo” che sembra essere uscita dalla penna di Matt Bellamy dei Muse coadiuvato da The Edge degli U2 (quelli più eighties). “Lettera dal Brasile” ha poco del paese dalla bandiera verde-oro ma appare un gradino sopra rispetto a quanto sentito finora e si candida immediatamente ad essere l’episodio migliore del disco se non fosse per quelle “Dicembre ’69” (dal sapore un po’ Funky degna dei migliori Bluvertigo) e  per “Non mi Basterà” aperta da un drumming deciso che viene presto supportato da basso e chitarra e dalla voce decisa di Cominelli. Difficile quindi per “Sole a Mezzanotte” non fare brutta figura (non me ne voglia il gruppo ma il disco sarebbe stato meglio concluderlo qui spacciandolo per un ep). Troppo basilare negli arrangiamenti (che a volte sembrano persino un po’ forzati) e forse pure troppo elementare nei testi. Per fortuna a rimettere in carreggiata la band arriva “Vortice” una vera ventata di sperimentazione sonora con un sax alla Lounge Lizards che argomenta con un linguaggio Jazz con il resto degli strumenti. Conclude il lavoro “La Pineta” in perfetta calma e con qualche incursione vocale femminile che dà un tocco gradevole a quanto ascoltato finora. Un bel concept album tutto sommato, forse un po’ troppo lungo, ma abbastanza curato nei suoni e nei testi. Dimenticate quindi “Sole a Mezzanotte” e lasciatevi conquistare dal resto del disco, ne varrà davvero la pena!

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Syne – Croma

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I Syne (o Syne  E∆Ǝ ) sono di Milano e rischiano grosso. Rischiano tempi dispari, testi concisi, sguardi jazzaggianti e suoni a metà tra l’Elettronica e la tradizione italiana del Progressive Rock, che ascoltando quello che è stato prodotto negli ultimi anni pare si stia del tutto perdendo. Croma è il loro primo LP e suona forte, personale, ambizioso, robotico e spaziale. Insomma come nient’altro che io abbia ascoltato negli ultimi dieci anni. L’inizio di “Verdemente” (per altro accompagnato da un video azzeccatissimo) è scattoso come un vecchio videogioco nella sua sala dismessa, ha un perfetto incastro ritmico dove la voce e le liriche di Marcello fanno breccia nel nostro cervello. Il brano presenta uno spesso involucro roccioso che contiene un dolce liquido caldo, mieloso. Scavando si trova quella melodia che pareva perduta. In Croma c’è ampio spazio per ballate interstellari come “Sono Rosso” che ricorda molto il suono vellutato dei compianti Deasonika. “Cercami” è più testarda e spigolosa e si avvicina di più al Prog e alle inquietanti cavalcate dei Bluvertigo, i cori finali si incastrano tra loro sottolineando una produzione sopraffina. Il tema dei colori torna con “Nera” e l’idea del concept album si fa più completa. “Nera” è cupa, si muove sinuosa in un paesaggio futuristico, decadente, i suoi cinque minuti pare non finiscano mai in un vortice di suoni e parole che accendono nuova luce nel panorama musicale italiano. Le similitudini si sprecano, le canzoni sono così complete che potremmo citare insieme PFM e Muse, Elio e Le Storie Tese e Hawkwind. Sia ben chiaro che questa musica rimane fuori dal tempo e non è sicuramente accessibile a tutti. A trarre in inganno il dolce intro di tastiere in “B.L.U”, subito sballata da un tempo storto e dall’eco che avvolge parole visionarie (per altro metà in inglese e metà in italiano) fuse tra loro, come se si assistesse ad un discorso tra due astronauti dispersi nell’etere. La tensione è sempre viva e palpabile, il senso di instabilità ci tiene appiccicati fino alla fine del disco. Anche la bomba Elettronica “Witches” ha  il suo maledetto perché nel suono di un cyborg che martoria la sua chitarra super effettata. Mentre “Aerie” rimanda agli anni 80 e ad un mood vicino ai Depeche Mode, il finale dedicato ad un altro colore “Yellow” pare essere la previsione di quello che sarà il Punk Hardcore del prossimo secolo. Grida lontane, batteria martellante e synth ossessivo. Potrebbe scadere tutto in un facile pastone confusionario, ma i Syne sono bravissimi ad ammorbidire tutti gli spigoli, ammortizzando gli urti. La botta in testa alla fine manca fisicamente, ma il cervello esce annebbiato, affaticato e piacevolmente sotto sopra.  Questo disco è fatto di materia grigia e di tanto sudore, tutto unito a un’enorme voglia di futuro e di novità.

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Muse – Drones

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Quando uscì The 2nd Law, penultimo album degli inglesi Muse, le recensioni e i commenti dei fan non furono generosi. “Si sente troppo l’influenza dei Queen”, “statico e pacchiano”, “perché i riferimenti alla dubstep?”, “si sono allontanati troppo da quello che erano”. Sì, forse non era un album del tutto a fuoco, ma c’è qualcosa di peggio per una grande band del provare ad evolversi e non fare immediatamente centro: ripetere la versione standard di sé stessi per tentare di riacquistare punti agli occhi degli ammiratori mediocri. Drones non è un album brutto – d’altronde non potrebbe esserlo del tutto essendo i Muse a suonare-, ma non è un album che può farli stimare di più di prima, anzi. “Dead Inside”, “Mercy”, o “Defector” sono pezzi molto prevedibili per i Muse, ben confezionati ed eccellentemente suonati, percarità, ma di cui si possono trovare omologhi anche di miglior fattura nei primi album della band. Musicalmente il fil rouge dell’album, che ancora una volta è un concept su disumanizzazione, indottrinamento da parte del sistema e conseguente ribellione, è la potenza del suono, tiratissimo in pezzi come “The Handler”, e il ritorno alle chitarre. Con risultati alterni però: se “Reapers” rappresenta il pezzo migliore dell’album nonostante gli eccessi barocchi e virtuosistici, “Revolt” coi suoi riff potrebbe figurare anche in un album di Bon Jovi. Nell’ultima parte l’album rallenta un po’, lasciando spazio ad “Aftermath”, che suonerà come il perfetto inno da concerto in uno stadio (quando i Muse torneranno a farne), oppure “Drones”, unica traccia esclusivamente vocale ma soprattutto versione riarrangiata di Sanctus et Benedictus del rinascimentale Giovanni Pierluigi da Palestrina. Anche questo riferimento ad un periodo musicale tanto definito non è una novità nelle composizioni dei Muse. Sulla buona fede del progetto e del ritorno al Rock inteso in maniera più classica da parte della band non ci sono dubbi ma insomma, riassumendo, in Drones troviamo: il falsetto di Matthew Bellamy, suoni epici e piacevolmente tirati, riferimenti alla musica rinascimentale e barocca, strumenti suonati magistralmente, numerosi cambi di tempo e di tono, testi che invitano alla ribellione contro il sistema. Un settimo album che è un bignami dei Muse. Ma non un bignami della loro creatività, bensì di ciò che ci si può aspettare mediamente da loro.

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Cristiano Romanelli (UMMO)

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Avete voglia di qualcosa di veramente insolito a livello musicale italiano? Allora dovete assolutamente atterrare sul pianeta Ummo! Gli Ummo infatti propongono una ventata di novità mescolando vari generi che passano dalle vie del Metal a quelle del Pop passando attraverso autostrade sonore elettroniche in un nanosecondo. Ne abbiamo parlato con Cristiano Romanelli, voce, synth e pianoforte degli Ummo.

Come e quando sono nati gli Ummo?
Gli Ummo nascono dalla mia mente contorta, dalla voglia di evadere mentalmente, emotivamente e fisicamente da questa realtà priva di bellezza, passione ed erotismo. C’è troppa volgarità vestita di una fitta ignoranza… E grazie a tre amici intimi… folli e arroganti come me che hanno appoggiato l’idea sono nati gli Ummo. Anche se il termine esatto sarebbe “atterrati”! Erano anni che avevo in mente di fondare un gruppo che miscelasse vari generi musicali pur rimanendo in chiave pop!

Cosa si cela dietro questo nome?
Potrei risponderti semplicemente che è il nome del nostro pianeta di origine… ma dato che la risposta viene sempre presa o per ridicola o per una metafora di chissà quale filosofia di vita… meglio rispondere con una bugia ma che bugia proprio non è… e dire che UMMO è una leggenda aliena… di alieni atterrati anni fa sul pianeta Terra ! Tanto sono millenni che sono tra gli uomini! Tu non credi?

Come definireste la vostra musica?
Nostra! Maledetta arroganza… mi affascina troppo! Seriamente parlando credo che la definizione che molti ci hanno dato calzi a pennello: Heavy pop! Un mix di classica, rock contemporaneo con delle torbide venature metal, ma sempre incentrata sulla ricerca spasmodica della melodia! Quindi in realtà non saprei dirti a quale genere appartiene la nostra musica… l’importante è che sia bella musica! Almeno proviamo a farla!

A chi vi ispirate? In Italia ci sono pochi gruppi che propongono uno stile simile al vostro…
Infatti se proprio dobbiamo parlare di musica italiana… mi affascinano molto i mitici Decibel e lo stile compositivo di Morgan. Ovviamente le trovate geniali melodiche di Battisti. Ma preferiamo ispirarci a musicisti esteri come Muse, Metallica, Radiohead e Placebo. Le melodie vincenti e ultraterrene dei Beatles e dei Queen! Anche se l’elettronica negli Ummo regna sovrana…ma sempre cavalcando il rock!

Di cosa trattano i vostri testi?
Credo di aver scritto un album molto spirituale. Ho davvero sondato la mia anima e la sua perdizione. La tentazione mi affascina così come la redenzione. I temi sono vari… dalla morte sino alla rinascita, dallo smarrimento emotivo sino alla salvezza tramite l’amore assoluto, dall’esoterismo alla cruda e cinica realtà che sprofonda sempre di più nel vile scetticismo e nella ridicola superficialità. “Destino” ha avuto ben 8000 passaggi radiofonici che per una band non sono pochi…

Ora con Malinconia a cosa puntate?
Puntiamo a farne 8.001. Bugia…Finta modestia da intervista! In realtà ne vorremmo un milione! Puntiamo a raggiungere più anime possibili lavorando, lavorando e lavorando sempre di più! Testa bassa a suonare il più possibile, comporre ogni giorno, ma soprattutto continuare a credere in ciò che facciamo contro tutti e tutto! Desideriamo il grande pubblico e, perdona ancora l’arroganza, portare aria nuova nel panorama musicale italiano.

Parlateci del vostro primo full lenght…
Un album davvero fuori dagli schemi! Grazie ai nostri produttori della Protosound ci siamo chiusi in studio due mesi! Giornate e nottate davvero folli ed estenuanti in cui ognuno di noi si è spremuto per dare il massimo! Abbiamo cercato di curare ogni minima sfumatura per esprimere ogni emozione che avevamo nel cuore e nella mente. Un’esperienza unica… davvero spirituale! Eravamo in sintonia perfetta e continuavano ad uscire idee sempre nuove! Alla fine ci siamo dovuti fermare altrimenti saremmo usciti davvero pazzi… più del solito intendo! Non so cosa accadrà con questo album (stiamo già pensando al secondo), ma una cosa è certa: siamo stati noi stessi e quindi sinceri…siamo stati incazzati e innamorati… pieni di speranza e nel disco credo vengano fuori tutte queste emozioni! Sai.. ho scritto la mia prima canzone a 12 anni… 18 anni fa… ne ho scritte più di trecento… ma questo è il mio primo album ed è una sensazione indescrivibile! Vada come vada… qualcosa siamo riusciti a creare…a suscitare… ed è già una piccola vittoria!

Progetti futuri?
Suonare tantissimo…alla ricerca del grande palco! Sicuramente continueremo a fare casino con idee folli e incursioni probabilmente anche illegali in giro per lo stivale! La nostra navicella atterra un po’ dove vuole… noi non abbiamo colpa! La composizione continua senza freni e sicuramente oseremo sempre di più! Ma la cosa più importante credo sia la voglia di riuscire ad emozionare le persone che ci vengono ad ascoltare! Credo fermamente in ciò: la droga di un artista non è la sua arte, ma le anime che ne fanno parte! E quindi daremo e faremo di tutto per farle vibrare!

Un saluto per i lettori di Rockambula!
Join us! Siamo atterrati e pronti per trasmettervi il nostro credo: ricordatevi di osare sempre! Tutti noi dovremmo ricordarci più spesso di guardare le stelle e sognare… contro tutti coloro che vorrebbero bruciarci le ali e le speranze! Yeah!

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A Nice Place To Stay – Reversion

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Ci sono delle realtà che hanno la modestia e l’onestà di rimanere incredibilmente pure. Di fermarsi davanti ad un amplificatore per ore e ore, per cercare il suono giusto. Per il gusto di assaporare quel suono tanto macinato nella testa. Suono che suda, che è mania, che è sfogo per i muscoli e per il cervello. Tutto qui. Niente photoshop, niente video elaborati, nessuna pretesa nel dare in pasto ai fan un’immagine di band accattivante. Niente che ha a che fare con quel luccicante mondo che noi suonatori egocentrici sogniamo da quando siamo bambini e che ormai sta succhiando al mondo della musica ogni goccia di sostanza. Così i tre romani che fanno parte dei A Nice Place to Stay ci ammaliano con il loro sound diretto ma meravigliosamente ricercato. Dentro un viaggio che presenta poca biografia e poche foto sul loro Facebook, ma che cattura spazi interminabili di suono sopraffino. Il loro Rock totalmente strumentale apre la mente, apre gli occhi e l’immaginazione. Potete provare a mettere le parole sotto i delay di “Envelopes”, potrebbe uscirci qualcosa che ai fan di Muse farebbe molta gola. I tre ragazzi insomma non scherzano, non è una semplice rimpatriata di amici del liceo in sala prove, non è puro divertimento o sfogo. Odio la parola hobby e non voglio credere che questo piccolo capolavoro si fermi davanti a questo stupido termine. Il basso in “Mars in Perspective” è roboante, una marcia tra le stelle a velocità supersonica, una perfetta colonna sonora per un film di fantascienza anni 70. Gli effetti speciali filtrano dalla musica, potente, precisa, incredibilmente convincente e credibile nel crescendo di “Mission to the Unknown Origin”. L’Elettronica sembra un androide impazzito, ma viene domato alla perfezione in incastri ritmici che strizzano l’occhio al Progressive, senza mai eccedere nel puro tecnicismo, evitando così facili e noiosi giochetti.

Le sfumature sono innumerevoli, senza mai perdere il filo del viaggio. Bellissima è la sensazione di passeggiata in mezzo ad una landa desolata in “Living in a Nice Place to Stay”, con un drumming maledettamente Indie Rock. Questo è il frutto sicuramente di una ricerca assillante, costante, meticolosa, quasi maniacale, che giustifica però un risultato centrato in pieno pure nell’eterna cavalcata “The Sound of a Freezing Dawn” (un buon nove minuti!) a chiudere il viaggio. Una giostra che va oltre qualsiasi attrazione 3D di Gardaland, che supera tutte le aspettative di una band con pochi “mi piace” e dal logo banalotto. Questo è un album di musica vera, di quella che supera i generi e le mode. E’ il suono puro di chi la musica la fa vivere ancora.

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I Giorni dell’Assenzio

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Intervista a Mattia De Iure, voce e chitarra de I Giorni dell’Assenzio, Power trio abruzzese che si sta facendo spazio nel grande mondo della musica Indie italiana. Un ringraziamento speciale a Mattia e a tutto lo staff della Ridens Records per la disponibilità e la collaborazione.

Partiamo con una domanda inerente il titolo del vostro primo cd: ma la solitudine è davvero così immacolata?
La prima domanda è sempre la più difficile… Comunque risponderei sì, perché volevamo dare appunto l’idea di questa solitudine “immacolata”, nel senso che non è stata violata, che è pura da un certo punto di vista, la più profonda che ci sia; inoltre c’è anche l’assonanza con l’Immacolata Concezione che è un tema che ricorre, come quello della sacralità, della ricerca del divino, che è ricorrente anche nel disco; un po’ velato, ma c’è… Inoltre era anche il filo conduttore di tutti i pezzi per cui ci è venuto spontaneo intitolare così il nostro primo disco. Che poi è una cosa che mi è sempre suonata in testa, anche dalla canzone “Immacolata”, il singolo, in cui volevo raccontare questa storia di profonda solitudine tramite l’amore, che è la cosa più pura che ci sia.

A chi vi ispirate per scrivere i vostri brani?
Tendenzialmente la nostra ispirazione general un po’ come sound, un po’ anche come scrittura volendo, è un po’ una mediazione tra i gruppi cosiddetti Power trio della scena anni novanta tipo Nirvana ma anche più moderni tipo Placebo, Muse; essendo poi noi italiani ci piace menzionare anche tutti i gruppi della scena indipendente nostrana tipo Teatro degli Orrori, Ministri, Gazebo Penguins e soprattutto Verdena, di cui siamo tutti e tre super fans. E’ quindi una mediazione fra tutte le cose che ci piacciono, che alla fine sono anche un po’ diverse e cerchiamo di tirarne fuori il meglio.

Quindi nel gruppo i gusti sono gli stessi?
C’è il fondo, lo zoccolo comune che è quello che ti ho appena detto, ma poi in realtà tutti ascoltiamo tantissime altre cose, il batterista spazia dal Metal all’Elettronica, la bassista dal Reggae al Dub e io più o meno la stessa cosa.

Domanda provocatoria (riferito a un verso di “Immacolata Solitudine”): ma le borse finanziarie sono davvero morte o c’è speranza per la nostra economia?
Per la nostra economia non credo che ci sia speranza; ho voluto mettere proprio le borse finanziarie perchè secondo me sono l’emblema della decadenza della società; la finanziarizzazione dei mercati secondo me è stata la cosa più stupida che l’uomo abbia mai fatto (ma questo è un mio commento personale).

Le canzoni si dice che siano come figli… voi avete il vostro prediletto?
Non in particolare; diciamo che ci piace tutto il disco; io personalmente sono legato particolarmente a una canzone che è “Rivoluzione”, che la sento un po’ di più anche quando la suoniamo live.

Il Power trio è una formazione abbastanza insolita in Italia… Non vi sentite penalizzati nei live a non avere per esempio un altro chitarrista con voi sul palco (è chiaro che magari sul disco si possono fare anche sovraincisioni, ma live no…)?
Secondo me la cosa che ci è piaciuta di più da quando è iniziato il progetto è stata proprio questa, sperimentare mentre si suona in tre, poi su disco è ovvio che ci sono più chitarre ed arrangiamenti diversi; ci piace molto giocare sugli arrangiamenti nei live che sono tutt’altra cosa pur mantenendo la stessa base sonora.

La dimensione live vi appartiene… ma in studio il disco suona davvero bene… ha degli arrangiamenti davvero ben curati… Voi dove vi vedete meglio sul palco o in studio?
Innanzitutto grazie del complimento! Sinceramente ci vediamo meglio sul palco; fare dischi è bellissimo perché vedi la dimensione finale delle canzoni, forse è pure un po’ più complicato, ma devi solo entrare un attimo nell’ottica, perché è difficile da fare subito ma per fortuna ci hanno aiutato molto i ragazzi dell’etichetta (la Ridens Records), soprattutto il produttore Paolo Paolucci.

In “Radioattività” la voce principale è quella di Tania… Nel futuro potrebbe esserci anche più spazio per lei alla voce? Per quanto mi riguarda ha superato a pieni voti la prova…Tu che dici?
Sì decisamente… Tra l’altro quel testo l’ha scritto anche lei; quindi se lei deve cantare un pezzo è meglio che canti le sue cose perché sono più sentite.

Avete aperto per gruppi importanti quali Meganoidi e Lo Stato Sociale (per menzionarne alcuni)… cosa pensate della musica indie in Italia?
Abbiamo fatto tantissime aperture e con alcuni gruppi si è creato anche un rapporto umano (mi viene da aggiungere a quelli menzionati almeno Gazebo Penguins, Tre Allegri  Ragazzi Morti e Teatro degli Orrori); la cosa che più mi piace dell’Indie italiano è proprio che con la maggior parte di loro riesci anche a legare.

Nel disco ci sono anche ospiti quali Ivo Bucci dei Voina Hen, Luca Di Bucchianico del Management del Dolore Post Operatorio, Monica Ferrante dei Mom Blaster (altro gruppo prodotto da Ridens Records). Come sono nate queste collaborazioni?
Sono tutti amici nostri che conoscevamo anche al di fuori dell’ambito musicale; inoltre volevamo fare un disco che coinvolgesse un po’ tutta la scena locale anche perché suonando da un paio di anni nella scena frentana ci è sembrata una cosa naturale che collaborassero anche loro.

Dove vi vedete fra dieci anni?
Spero a suonare il più possibile.

Sempre con la stessa formazione, con tanti dischi e tanti live alle spalle?
Sicuramente! La stessa formazione? Beh, la base spero rimanga sempre quella ma non escludo l’aggiunta di qualche elemento in futuro… Dipenderà da quello che scriveremo…

Progetti in cantiere?
In primis il secondo singolo , che dovrà tra l’altro uscire fra poco, poi un secondo disco in studio (siamo già in fase di scrittura io e gli altri) ed infine stiamo cercando di continuare a preparare e, perché no, a migliorare i nostri live perché è una cosa a cui teniamo molto.

Qualche data importante?
Sì, abbiamo suonato di recente a Parma il 31 luglio, ma il calendario è sempre in continua evoluzione per cui seguiteci sul nostro sito ufficiale e sulla nostra pagina Facebook!

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La Nevrosi

Written by Interviste

Ciao ragazzi, volete spiegarci bene che tipo di band è La Nevrosi? Fateci un quadro completo della vostra musica.

Siamo un gruppo Pop Rock napoletano composto da quattro  elementi:  Antonio Cicco (voce), Enzo Russo (chitarra), Marcella Brigida (basso), Giulia Ritornello (batteria). La nostra musica ha un sound British, né troppo Rock, né troppo Pop, magari “poco italiano” ma in lingua italiana.

Avete fiducia nella scena musicale italiana oppure è meglio togliere le tende e provare all’estero?

Come in qualsiasi campo devi credere in quel che fai altrimenti è inutile iniziare. Certo,  il panorama musicale italiano non regala molte speranze. Basta accendere la radio per accorgersi la poca apertura verso il mondo emergente e, quello che c’è di nuovo proviene dai talent show, un prodotto sicuro, già testato dagli ascolti in tv. Utilizziamo l’italiano per esprimerci e quindi non abbiamo mai pensato di provare all’estero. Il problema di fondo della musica italiana è lo stesso che ad esempio attanaglia il calcio nostrano. Non è la “materia prima” che manca ma la voglia di scoprire, di cercare, di rischiare, di investire. Risulta poi estremamente selettivo, lo sforzo economico a cui deve sottoporsi un artista affinché possa sentire un proprio brano passare in radio,  una propria recensione pubblicata sui magazine del settore che si va a sommare a quello per la realizzazione dell’album, dei videoclip. Molte band muoiono proprio perché non riescono a sostenere tali spese.

Il vostro disco d’esordio Altro che Baghdad, come sta andando? Ci fate una piccola recensione in tre righe?

Da quando è uscito Altro Che Baghdad, siamo orgogliosi di affermare che non abbiamo mai avuto una recensione o un commento negativo. Certo, il bacino di utenza che siamo riusciti a raggiungere è limitato ma non possiamo lamentarci. In verità ci sono state anche alcune critiche ma del tutto costruttive e condivisibili. Anche le vendite sembrano non andar male. Oltre a quelle effettuate tramite il circuito Believe Digital di cui non abbiamo ancora i dati, quotidianamente ci contattano su Facebook per ordinare una copia del nostro lavoro. L’album è caratterizzato da atmosfere ansiogene vestite degli abiti dell’Alternative Rock contaminato con l’Elettronica ed il Progressive che danno al sound un sapore britannico. Le immagini veloci e spesso cinematografiche che emergono dai testi rabbiosi ma anche dolci e romantici, raccontano di disagi, amori, passioni e ribellioni.

Pensate che qualcuno non abbia colto tutto quello che c’era da cogliere nella vostra musica oppure tutto è stato recepito?

Sia nei testi che nella musica abbiamo cercato di non essere “complessi”, tutto l’album è molto istintivo. Ci piace però richiamare l’attenzione dell’ascoltatore sulla ricerca e l’utilizzo di alcune sonorità non proprio “italiane”.

Quali sono gli ascolti de La Nevrosi? Di cosa vi nutrite musicalmente parlando? Ma anche in verità, siete vegetariani, vegani, carnivori, cannibali?

Ci siamo spesso posti la domanda su chi abbia influenzato in maniera preponderante la nostra musica. Non c’è una vera risposta. Riteniamo che chi faccia musica debba saper ascoltare tutto ed innamorarsi di pochi. Nei pochi ci sono i più grandi, i Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd se guardiamo al passato. I Muse, Radiohead,  U2, RATM, RHCP se pensiamo al presente. Ci piacerebbe essere vegetariani ma siamo dei cannibali. (ride ndr)

Avete particolari esigenze durante le live performance? Siete soddisfatti dei vostri concerti sia a livello di pubblico che remunerativo?

Questo è il nostro primo album e La Nevrosi non ha fatto molti live. Quei pochi sono stati molto intensi. Anche le performance in TV al Roxy Bar di Red Ronnie sono state molto intense e di successo. Per quanto riguarda il lato “remunerativo”, c’è una domanda di riserva?

Avete problemi con i gestori dei locali? Ci sarebbe qualcosa da migliorare in tal senso?

Sono i gestori di locali che hanno molti problemi nella gestione della loro attività. Problemi che si ripercuotono sulle band che fanno musica live, problemi che vanno dai permessi, alle insonorizzazioni assenti fino ad arrivare a quelli di natura economica, organizzativa, pubblicitaria. Un bel passo avanti si avrebbe se il mestiere di musicista iniziasse ad esser considerato da tutti come un lavoro vero e proprio, alla stregua di altri. Bisognerebbe inoltre fermare la moda che sta vedendo la nascita di locali che non hanno una propria identità. Locali che sono allo stesso tempo bar, pub, live club, sala giochi, ristorante, vineria, ecc. e nella pratica non sono nulla di tutto ciò.

Cosa bolle nella pentola de La Nevrosi? Avete qualche anticipazione da farci?

Stiamo lavorando al secondo album. Sono pronti già cinque pezzi nuovi e contiamo per fine anno di chiuderci  in sala per registrare il tutto. Il nuovo album sarà ancora più diretto e forte del precedente. In questo periodo siamo molto ispirati.

Soldi a parte (che vogliamo tutti), vorreste un grande futuro nell’indie o nel mainstream?

Pensiamo che il posto giusto de La Nevrosi sia il mainstream. Il nostro sogno è semplice. Riuscire a raggiungere più persone possibili con la nostra musica. I soldi? Non puoi pensare ai soldi  in questa fase e certamente non sono i soldi che ti portano a scrivere canzoni.

In questo spazio fate pubblicità alla vostra band, perché qualcuno dovrebbe ascoltare la vostra musica, dite quello che non vi è stato chiesto ma che tenete a dire…

Dovete ascoltare il nostro album perché troverete parte di voi nelle nostre canzoni. Dovete ascoltare il nostro album perché crediamo che sia davvero un ottimo lavoro. Dovete ascoltare il nostro album perché la sezione ritmica è tutta al femminile e Marcella e Giulia sono davvero due fighe. Ecco delle tre motivazioni l’ultima sarà quella che funzionerà di più! Che sia chiaro,  la presenza di donne nella band non è stata una scelta commerciale. Ci conosciamo praticamente da una vita. Ci teniamo a dire che La Tua Canzone, uno dei brani presenti in Altro Che Baghdad,è finito su Il Mattino di Napoli per la storia raccontata!! Non vi diciamo nulla così andate ad ascoltarla. Nell’album c’è anche una cover di Vedrai,Vedrai ( di Tenco) riarrangiata in versione rock. Questo è quanto. Ciao a tutti e grazie per l’intervista.

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I Rolling Stones e il pisello di un settantenne.

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Il video della settimana: UMMO – “Destino”

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E dopo una strepitosa ondata promozionale in radio, dopo oltre 8000 passaggi su oltre 400 emittenti di tutto il circuito indie italiano, gli UMMO atterrano anche in VIDEO. Firmato dalla regia della Ro Film di Pescara, da oggi il singolo “Destino” è anche un VIDEO. Un’esplosione di immagini incalzanti ed eccentriche che ben si accostano alla musica degli UMMO. Il presente digitale contaminato da elettro-pop anni 80/90 che ci riporta alla mente i più famosi Bluvertigo o i più gloriosi Decibel, strizzando l’occhio anche alle sonorità dei Muse. Nasce così l’ispirazione per un singolo inedito di una nuova realtà artistica che dalla piccola provincia vuole raggiungere il “resto del mondo”.

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Ummo: finalmente il video

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“E dopo una intensa ondata promozionale in radio con oltre ottomila passaggi su oltre quattrocento emittenti di tutto il circuito Indie italiano, gli Ummo atterrano anche in video. Firmato dalla regia della RoFilm di Pescara, da oggi il singolo “Destino” è anche una clip. Un’esplosione di immagini incalzanti ed eccentriche che ben si accostano alla loro musica. Il presente digitale contaminato da Elettro Pop anni 80/90 che ci riporta alla mente i più famosi Bluvertigo o i più gloriosi Decibel, strizzando l’occhio anche alle sonorità dei Muse. Nasce così l’ispirazione per un singolo inedito di una nuova realtà artistica che dalla piccola provincia vuole raggiungere il “resto del mondo”.  In Autunno il disco. Per ora il singolo “Destino” ha ancora tanto da dire e lo fa con un video che incornicia grinta e originalità immerse nel mondo onirico e folle degli Ummo.”

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Lotus Syndrome – Iride

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Questo Ep dei ternani Lotus Syndrome suona in maniera decisamente imperfetta, pena per le mie orecchie, è pieno di difetti, sviste, omissioni, imprecisioni e chi più ne ha più ne metta. Nella loro biografia si autodefiniscono un gruppo dalle trame Post Grunge e Alternative non considerando che il Post Grunge è tutt’altra cosa (chi come me ha vissuto in pieno l’epoca Grunge sa cosa voglio intendere). Per quanto riguarda l’Alternative non è ben chiaro il campo in cui vogliano inserirsi. Tra le influenze leggo Foo Fighters, Muse, Afterhours, Verdena. Ma che diamine! La prima band citata ha un certo Dave Grohl (ex Nirvana) nel gruppo, la seconda vive ormai nell’Olimpo del Rock mondiale e le ultime due sono fra i colossi del mondo Indie italiano. Possibile quindi che miscelando tutti questi talentuosi musicisti come risultato abbiamo soltanto cinque brani male effettati e dai ritmi decisamente incoerenti? Non basta possedere ed emulare la discografia completa dei propri idoli, non basta comporre senza una propria personalità, bisogna mettere le proprie maledette idee nella musica. Eppure le prime note di chitarra della traccia che dà il titolo all’Ep, “Iride”, lasciava presagire qualcosa di ottima fattura, ma poi, si sa, è facile perdersi per la strada soprattutto quando si esagerare a dismisura con gli effetti delle chitarre, il rischio è quello di ledere l’ascolto di una voce molto Indie che non sfigurerebbe in occasione di concerti molto (grandi) importanti (si ha l’impressione di un ottimo risultato live piuttosto che in studio).
“Tempo Artificiale” è invece una piccola gemma lasciata lì, gettata in mezzo ad altri quattro pezzi che potrebbero essere ampiamente migliorati con pochi ma significativi ritocchi (magari con la supervisione di un esperto produttore), magari con qualche controcanto, perché la totale assenza di cori (o seconde voci) si fa notare (così come quella di assoli di basso o batteria) e incide anch’essa parecchio sul giudizio complessivo, ma come dico sempre: “Non dai complimenti si cresce, ma dalle sole critiche…”.
In fondo un passo falso può capitare a tutti, anche ai migliori.

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