Giuseppe Righini Tag Archive

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #13.10.2017

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Giuseppe Righini – Houdini

Written by Recensioni

Arrivato al suo terzo lavoro come cantautore, Giuseppe Righini tenta un approccio meno canonico e arriva ad un compromesso accattivante tra songwriting e sonorità contemporanee.
I brani di Houdini hanno nomi di luoghi e persone ma le liriche rifuggono dal concreto, prestandosi alle interpretazioni più disparate con cui tengono l’ascoltatore sulla corda, tra eleganti astuzie sintetiche e un timbro vocale pulito e versatile. La produzione è curata nei dettagli e dimostra che bastano piccoli accorgimenti degli arrangiamenti per essere piacevolmente pop senza essere affatto easy. Il singolo “Magdalène”, efficace e coinvolgente, è il brano più Rock di tutto il disco. La sua atmosfera noir e suggestiva è il denominatore comune delle variazioni sonore di cui vive l’album, in bilico tra Synth Pop e Alt Dance come i primi Depeche Mode ma con la vocazione per la musica d’autore dei La Crus. La personale interpretazione di Righini del connubio cantautorato-elettronica rimanda agli ultimi esperimenti di Paolo Benvegnù sin dalle sovrapposizioni morbide e misurate degli strati sintetici di “Monge Motel”, la traccia che inaugura l’ascolto. Gli episodi più ritmati evocano invece l’attitudine Alt Pop dei Subsonica, come “Tic Toc Bar”, la title-track e il singolo stesso, ma anche in questi casi la voce garbata di Righini ingentilisce sapientemente campioni e sequenze. Ne viene fuori un lavoro organico ma tutt’altro che piatto. La maestria è nei contrasti tra gli elementi, come in “Nonsense Dance”, ritmo catchy a base di sequenze abbinato all’inquietudine delle liriche, o in “Amsterdam”, in cui il cantato si fa più roco e graffia il fondo fatto di archi discreti. Convincono meno i pochi episodi in cui la composizione perde equilibrio rinunciando quasi completamente alla musica per lasciar spazio alla voce (“Bye Bye Baba”, “Lungo la Strada”). Dell’ascolto di Houdini resta impressa la giustapposizione di torbido e danzereccio, formula azzeccata di un disco capace di essere sofisticato senza perdere in fruibilità.

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Santo Barbaro – Geografia di un Corpo

Written by Recensioni

Quando una band è diversa dalle altre si vede da subito, non serve a niente sperare in miglioramenti futuri, partire con il piede giusto è fondamentale nella musica come in qualsiasi altra disciplina. I Santo Barbaro registrano dischi dal 2008, da quel Mare Morto che da subito aveva fatto notare le spiccate capacità artistiche del gruppo, composto originariamente dal cantautore Pier Alberto Valli e dall’arrangiatore Franco Naddei. Il nuovo, Geografia di un Corpo, è stato realizzato con il contributo di svariati musicisti, Giuseppe Righini, Michele Bertoni, Roberto Villa, Francesco Tappi, Lucia Centolani, Diego Sapignoli, Matteo Teio Rosetti, Michele Camorani, oltre ai due membri originali. Bene, abbiamo finito le noiose presentazioni da comunicato stampa, quelle obbligatorie, quelle che nella maggior parte dei casi irritano il naso, adesso iniziamo a parlare del disco. Se qualcuno afferma ancora che la New Wave è morta può anche iniziare a smettere di farlo, Geografia di un Corpo è un lavoro di matrice nettamente New Wave (almeno nelle sue iniziali intenzioni). Ascoltando “Lacrime di Androide” è inevitabile fare paragoni con i mostri sacri della New Wave, le chitarre e la batteria suonano in perfetto stile Joy Division, la voce molto ferrettiana armonizza in stile Post Punk. Questo pezzo tira maledettamente bene, viaggia dura e longilinea per tutta la durata, non poteva esserci miglior modo per iniziare il disco. Mi sono anche emozionato, in certe occasioni ancora riesco a farlo, ascoltando la melanconica “Cosmonauta” è inevitabile, il cuore si stringe nel petto, la lacrima ci scappa. Ho pensato al mio funerale, potrei benissimo usarla per sostituire, nel caso non fosse disponibile, la già scelta “Atmosphere”(Joy Division). In questo disco i Santo Barbaro sono in grado di rigenerarsi ad ogni occasione, c’è sempre il colpo di coda che non ti aspetti, la sterzata brusca ma decisamente gustosa (nei limiti!). Infatti, quando Geografia di un Corpo arriva più o meno verso la metà, precisamente alla traccia “Corpo non Menti”, le sonorità assumono riff indiscutibilmente più Rock. I Santo Barbaro decidono di aprire le finestre, fuori ha smesso di piovere, il sole brilla alto nel cielo, perché non lasciarlo entrare a scaldare le nostre anime? (“Ora il Presente”). Ma i temporali non si fanno certo annunciare, tutto diventa nuovamente scuro, piove insistentemente, ancora. Con la conclusiva “In Memoria di Nessuno” il viaggio finisce cavalcando il brivido della disperazione, questa canzone mi rende triste, insicuro, e questo non significa certo negatività. Geografia di un Corpo suona in maniera meravigliosa a volte, meno brillante in altre, soprattutto quando senza volerlo accosto quello che ascolto a qualcosa di poco originale. Adoro la loro foga New Wave, quando suonano in questa maniera riescono ad entrarmi dentro, quando decidono di far entrare la luce non mi colpiscono affatto. Un bel disco, la presa diretta trasmette tante emozioni, i Santo Barbaro si confermano un’interessante realtà del panorama musicale italiano, sanno sempre rimettersi in gioco elaborando ogni volta roba diversa, onore alla loro musica.

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