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A Night Like This Festival 18/07/2015

Written by Live Report

A Night Like This Festival @ Chiaverano (TO) – 18/07/2015
Foto di Andrea Bordoni

Quando arrivo alla location che ospita i tre palchi del A Night Like This Festival è ancora presto. Il posto è molto bello: appena supero l’ingresso trovo il Palco del Quieto Vivere, il più piccolo, dove sta per iniziare Giorgieness, che inaugura un po’ tutto il festival (se escludiamo il concerto per organo di Carlot-ta nella chiesa di S. Silvestro che però mi sono perso) e già l’atmosfera è magica, stanno tutti seduti sul prato e ascoltano con attenzione le canzoni chitarra elettrica e voce di questa specie di Maria Antonietta più soave e meno sopra le righe, con una voce che sa alternare il graffio e la carezza. Partiamo bene.

Faccio due passi per rendermi conto della situazione. Oltre il primo palco si stende il prato, circondato dalla zona ristorazione e da quella del mercatino, che mi pare tenuto bene e organizzato con gusto, but I’m no expert. In fondo c’è il Palco delle Colline, il grande palco centrale, mentre incuneato dentro uno stanzone con i banchetti degli artisti e delle etichette si trova il Palco dell’Esploratore. È divertente farsi due passi nell’erba e nella quiete e curiosare in giro. La situazione è tranquilla, in giro c’è ancora poca gente, più artisti che spettatori. Io tra l’altro ne riconosco pochissimi, giusto quelli con gli outfit più strambi: gli Abiku con le loro camicie sgargianti o Pernazza (già Ex-Otago e Magellano, qui con i Victoria Station Disorder), canotta e tatuaggi. Davanti a Giorgieness c’è Iosonouncane che si fuma una sigaretta serissimo, ma me lo devono indicare…

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Sempre in un clima di grande tranquillità inizia ad arrivare più gente e i palchi prendono vita. Da sotto il Palco delle Colline mi godo gli Albedo che pompano un bel Rock morbido ma allo stesso tempo compatto, senza sbavature, e nel frattempo comincia a piovere. Io sono felicissimo: meno caldo, meno zanzare, ma mi rendo conto che per il festival potrebbe significare meno affluenza. Mi concentro sul palco principale e scopro gli Stearica, trio torinese di Post-Rock strumentale che tiene con decisione il palco semplicemente suonando bene una sequela di brani energici ed esaltanti. Personale rivelazione del giorno.

Inizio a fare avanti e indietro tra Palco delle Colline e Palco dell’Esploratore, ignorando la pioggia e godendomi la frescura. Vado a sentire gli Abiku e il loro Pop-Rock cantautorale molto sixties che rapisce e convince, anche se a fine set i pezzi mi sembrano un po’ tutti uguali. La brevità delle esibizioni è il modo perfetto per gustarsi generi così diversi in una line-up che ignora i confini di genere provando però a creare un’atmosfera che oltre ad essere sincretica sia anche indirizzata ad un certo tipo di ascoltatore: curioso ma sereno, che ha voglia di divertirsi ma senza strafare. Sulla stessa linea i C’mon Tigre, sul palco principale. Farfisa, fiati, vibrafono, per un Etno-Jazz che è la colonna sonora perfetta di quella che a me pare la fine di un pomeriggio estivo super-rilassato ma che in realtà inizia a essere sera piena. Mi aspettavo un sound molto diverso e invece mi stupiscono portandomi in un viaggio molto chill intorno al globo. Promossi.

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Segue una mia pausa cibo in cui ho modo comunque di seguire i Girls Names, band dell’Irlanda del Nord che fa un Rock bello dritto e noiosetto. Si inizia a sforare leggermente gli orari del programma: sul Palco dell’Esploratore un loop ossessivo e delle inquietanti luci blu ci fanno attendere con ansia l’apparizione di Iosonouncane ben oltre l’orario d’inizio. Quando finalmente Jacopo Incani sale sul palco ci spiega di aver aspettato (inutilmente) che la band dirimpetto finisse di suonare, ma l’ora è tarda e si va comunque. Set continuo e intensissimo, Iosonouncane ci suona DIE usando loop, sample, campioni, fermo dietro un banco pieno di strumentazione e cantando con una voce che pare soprannaturale. A livello scenico risulta uno show abbastanza piatto, ma recupera ampiamente con le canzoni e soprattutto con l’interpretazione, fenomenale.

Da qui in poi la situazione si fa confusa: l’ora inizia ad essere tarda, ha smesso di piovere da un po’ e la gente inizia a sdraiarsi sull’erba a metà del prato per godersi i concerti al fresco della sera, sotto le stelle. La parte più bella del festival è probabilmente proprio questa: si sta rilassati, si ascolta musica ma senza ansie o ressa, l’atmosfera è tranquilla e la line-up si presta all’ascolto sognante e, se si vuole, anche meno attento. Io che soffro parecchio il caos e la folla qui mi trovo benissimo: la pioggia ha forse contenuto l’affluenza di pubblico, ma se anche fossimo stati il doppio o il triplo ci sarebbe stato spazio per il relax. Steso sull’erba ancora un poco bagnata mi lascio rapire dai ritmi elettronici dei Drink To Me, scatenati e divertiti, per poi rimanere a bocca aperta davanti al live folle e senza regole degli strepitosi Jennifer Gentle. La serata finisce col botto dopo l’una e mezza: salgono sul palco gli A Place To Bury Strangers ed è Rock vero, quello con le chitarre che volano di qua e di là dal palco, con pezzi densissimi e scuri, che ti caricano e ti aprono e ti fanno volare via lontano, quella strana psichedelia de facto che ti scuote le orecchie e la fantasia. Un ottimo finale.

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Che finale poi non è, perché raccolti armi e bagagli con estrema calma e concentrazione data l’ora e lo stato psicofisico mio e in generale del pubblico, ci si dirige al camping dove dalle tre all’alba ci sarà tra gli altri Capibara a mettere musica per l’afterparty. Se prima la situazione poteva essere confusa, da qui in poi mi muovo nel sonnambulismo più estremo: ho ricordo di uno spiazzo con la musica a palla dove si è ballato con pochissima grazia ma molto divertimento, e quando i primi raggi del sole hanno fatto capolino sono crollato in me stesso e ho raggiunto la tenda per farmi almeno un paio d’ore di sonno.

Non contenti, i ragazzi del festival hanno pensato di organizzare un simpatico post-evento a mezzogiorno del day after: affettuosamente denominato Lake Me Up, prevede tre mini-live acustici su un pontile che dà sul Lago Sirio. Idea scenograficamente eccelsa, è un po’ più scomoda di quanto mi sarei aspettato. Apre le danze Morning Tea, bravissimo chitarrista che ci dà dentro di fingerpicking, ma che ha lasciato la voce a casa e tiene maluccio il “palco” (che poi è un pontile, per l’appunto). Seguono Bea Zanin e Fade, che però non ho potuto seguire perché il caldo era troppo e… vi ho detto che il lago è balneabile?

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Insomma, dal mio punto di vista A Night Like This è stato un successo, una scoperta, un festival piccolo ma che di questa dimensione si bea e si fregia, come un gioiellino luccicante dove la natura si mescola alla musica lasciando spazio alla tranquillità e al divertimento in egual misura. Festival ce ne sono tanti, magari con nomi più altisonanti e con cartelloni-bomba, ma queste quasi ventiquattr’ore di leggerezza ed esplorazione hanno una loro identità che difficilmente troverete altrove. Da rifare assolutamente.

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Pubblicazione Deluxe per gli Yo La Tengo

Written by Senza categoria

Uscirà il 19 novembre l’edizione speciale di Fade, l’ultima fatica discografica degli Yo La Tengo. Il disco si presenterà come doppio Cd contenente versioni rivisitate dei brani, sia demo sia remix, più una special card con cui i fan potranno accedere al download delle versioni in vinile di Ohm e Stupid Things. Non resta che iniziare il conto alla rovescia.

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Yo La Tengo – Fade

Written by Recensioni

Dopo anni passati ad ascoltare il rumore degli amplificatori e portarne – poi dopo – i segni indelebili in ogni dove, le nuvolette indie pop dei statunitensi Yo La Tengo sono un beneficio quasi “biologico” che arriva a lenire stress e logorii “della vita moderna” e che va a rivoluzionare pressappoco quel bisogno di intimità e solitudine che ogni tanto fa bene e rigenera il plesso solare.
Fade” è il nuovo della band del New Jersey, ed è difficile includerlo tra quei lavori che sanno troppo di terra e di cavalcate quotidiane in calcomania con giornate avulse e frenetiche, piuttosto uno di quei dischi che pare calare dall’alto, che cade appunto “dalle nuvole” per coccolarci, viziarci e farci prendere tutto il tempo per pensare, sentire, in somma riappropriarci della nostra “deliziosa parentesi oziosissima” nell’emisfero di sogni e affini; dieci “piani di delicatezza” che si ascoltano come un balsamo tenerissimo, dieci brani che escono come da uno scrigno custodito chissà dove e che si apre, accorto, come una medicina di bellezza per le nostre – di tutti – necessità di bellezza.
Tutto è sussurrato e confidato, un pop altolocato che gira armoniosamente al pari di una pastorale, di una semplicità esecutiva che innalza e fa sognare ad occhi spalancati e che non può fare assolutamente a meno di dilatarsi e viaggiare ai bordi smussati dell’immaginazione; con quell’afflato evanescente, quasi incipriato d’aria fine, che sa di Galaxie 500 e tattiche ispirate alla Sebadoh, gli Yo La Tengo si possono permettere tutto, andare controvento “Is that enough”, “Paddle forward”, lasciarsi sprofondare in un ancient bucolico di gemme e resine profumate di AppalachiI’ll be round”, o perdersi tra le sensazioni ovattate di GarfunkelCornelia and Jane”, “The point of it”, ma è con la stupenda architettura di “Ohm”, un ciocco schitarrato di fumo andato in circolo (che tra l’atro avvia il disco alla sua funzione di giro) che il cuore ai aggiorna e la mente emigra in un altro sistema  più su del nostro.
Maneggiare con cura, indie-pop fragilissimo e innocente.

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