Dust Tag Archive

Pending Lips Awards 2015- La prima edizione in arrivo

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L’8 novembre si terrà, al Maglio di Sesto San Giovanni,  la prima edizione del Pending Lips Award. La manifestazione, nata come costola del più rodato Pendings Lips festival, ha l’obiettivo di creare un’altra occasione, dopo il Pending Lips Festival, in cui la musica sia protagonista e in cui le band coinvolte possano avere un momento di visibilità concreto.  L’evento consiste in una premiazione rivolta ad alcune band selezionate dai numerosi partner coinvolti che consegneranno delle speciali targhette. Durante quest’appuntamento tutte le band italiane premiate si esibiranno in mini live, ospiti speciali dell’evento saranno gli americani Hop Along in tour europeo.
Rockambula come parter del Festival e di questa nuova avventura ha deciso di premiare i Dust. Insieme aila nostra selezione annunciamo anche tutti i gruppi premiati della prima edizione:
Hic Sunt Leones – Sentireascoltare
Morning Tea – Off Topic
Ishaq- Indiependent Reviews | UCampus Pavia
News For Lulu- Indie-Roccia.it
The Floating Ensemble – Indie-Zone.it | CiaoComo
Richard J Aarden- Vox Radio Webzine | ‪#‎MiTomorrow‬
Old Fashioned Lover Boy – Just Kids | Radio Bocconi
Winter dies in June – Troublezine.it
I’m not a blonde – Lamusicarock | Radio Statale
New Adventures in Lo-Fi – Musique Buffet
Steve Howls – Rivista Paper Street

Per saperne di più di seguito il link all’evento ufficiale:
https://www.facebook.com/events/1193094350704580/

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“Cinema Pt. 1”, il quarto singolo dei DUST

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L’esigenza di lasciare un segno tangibile di se’ raccontata nel testo, si sviluppa nella rappresentazione di uno spazio metropolitano che ha il valore di proiezione di un mondo interiore verso l’esterno. Le immagini dialogano con l’esecuzione con l’esecuzione del brano da parte della band, dando corpo ad un luogo della mente, dove il districarsi tra le strade caotiche di New York fa da contraltare alla tensione verso l’infinito fotografata dal mare di Coney Island.

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Dust – On the Go

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La ricerca del Pop è un duro lavoro, sempre un filo molto sottile e tesissimo tra due palazzi. La ricerca poi diventa tanto più ardua quando i panni stesi sono abiti galanti e raffinati. Questo è il caso dei milanesi Dust alla loro prima vera fatica discografica dal 2009, anno della loro formazione. I Dust sono ben in sei e si autodefiniscono Alt Pop, termine che non concepisco molto dal momento che non so bene cosa ci sia di alternativo nel Pop. Ma tolte sterili critiche On the Go è un disco completo, ben curato e apparecchiato, come i vestiti stesi sul filo da bucato. Manca però in alcuni punti di corpo e solidità, non esplodendo mai in una vera emozione. Peccato perché il primo brano “(Our Alien) Millenium” è melodicamente interessante sebbene eccessivamente lungo. La voce di Andrea D’Addato ricorda un po’ Dave Gahan e Morrisey nei The Smiths. È profonda, maschia e avvolge l’ascoltatore in una fitta coltre di mistero. Non buca però le casse rimanendo sempre sommessa, in un sottofondo costante, insieme alla musica che lo accompagna. Un arrangiamento semplice ma efficace accompagna “If I Die”, un bel giro di basso danzante porta alle atmosfere del Brit Pop più docile e sobrio. Le chitarre però restano prive di corpo e sostanza, ma recuperano qualche punto nella prova di New Wave acustica di “It’s Been a Long Time”. Insistita e sempre governata da un ottimo suono di basso pompante che tira avanti il miglior episodio dell’album. Anche “On the Go” ha il suo perché e pare più sciolta e meno forzata. Una ballata tutt’altro che banale: vicina ai suoni onirici ma terribilmente Rock’N’Roll di Ryan Adams, insistita, con quelle acustiche che anche qui muovono i raggi di una bella giornata di sole in una grigia metropoli. I Dust qui lasciano un attimo da parte l’ostinata ricerca del Pop perfetto e si lasciano andare, ne escono più personali, più spensierati e più veri. C’è anche un piccolo spazio al cantato in italiano. “Nell’Aria” è una lunghissima camminata libera in una prateria in provincia e le poche parole cantate nella lingua non turbano affatto il panorama e la domanda sorge spontanea, perché tutto questo inglese? Non un esordio da fuochi da artificio, anche il finale di “Not a Tear” trascina il disco senta troppa convinzione con solo qualche accenno vivace di pianoforte in una pianura troppo piatta. Peccato davvero, il filo non si stacca ma al prossimo giro speriamo di vederci stesi dei panni altrettanto eleganti ma forse un po’ meno lucidi. Un po’ più sporchi di vita vera.

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Il Cielo Sotto Milano rende tributo a Bob Dylan

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Dopo la serata dell’11 Giugno scorso, Il Cielo sotto Milano, la rassegna itinerante dedicata al meglio del panorama indipendente emergente targata Costello’s, torna al Carroponte forte di un cast di artisti di prim’ordine. Durante la serata si alterneranno infatti sul palco DUST, Il rumore della tregua, MasCara, The Monkey Weather, Luisenzaltro e Jona che eseguiranno l’intera tracklist dell’album The Freewhelin’ di Dylan, nel preciso ordine con cui è stato pubblicato nel lontano 1963. Il tutto sarà contornato anche da contenuti aggiuntivi quali immagini riguardanti Bob Dylan che verranno proiettate sul palco e accompagnate, nei cambi palco, da estratti esclusivi di interviste e versioni differenti dei brani contenuti nell’album. Per ulteriori informazioni, consultare la pagina dell’evento su Facebook.

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HONEYBIRD & THE BIRDIES, EDIBLE WOMAN E UN TRIBUTO AI POLIZIOTTESCHI ANNI ’70 NEL MAGGIO DELL’AGORÁ

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Si è partiti il 3 Maggio con la presentazione dell’ EP Two Nights Sixty Miles, progetto composto a 22 mani dagli 11 componenti di DUST e The Churchill Outfit, seguito dal dj set di EDIPO. Si prosegue sabato 4 Maggio con il party “Cusano odia: la polizia s’incazza” trascinato dallo strepitoso live degli One Funk Food con i Mokambo Brothers in consolle. Il giorno dopo, domenica 5 maggio, il grand’aperitivo è accompagnato da Iacampo, per la rassegna Roba di Classe.

Il piatto forte viene servito il 10 Maggio, quando sul palco dell’Agorà saliranno gli HONEYBIRD & THE BIRDIES, prossimi a calcare il palco del Primavera Sound di Barcellona e appena scesi da quello del concerto del Primo Maggio di Roma; l’apertura è affidata ai Donnie Lybra. L’11 Maggio è lo SPAZIO PETARDO a tenere banco, mega party dal vjing estremo. Venerdì 17 Jack Jaselli presenzierà sul palco insieme ai The Grooming che presenteranno il loro nuovo album. Con loro nella serata gli stupefacenti Edible Woman band italiana da esportazione (una delle poche). Sabato 18 poi ci sarà un evento unico, perchè il circolo compie 3 anni di vita, e regala un party esagerato con i Cereal Killers e il dj set Beauty Uncle. Domenica 19 è la volta dei fumetti con i ragazzi di Skybox ad animare il grand’aperitivo e a presentare “La Bibbia 2”. Il mese chiude con il week end del 24 e 25 Maggio in cui si alterneranno gli Urban Clothes e un movimentato SKA party in compagnia dei Solidamor.

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Dust – Kind

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Preparatevi ad ascoltare la Bibbia dei Dust. Preparatevi ad assaporare le note e le parole dei sei profeti del Rock di Milano; Andrea (voce splendida e autore di gran parte dei testi), Riccardo, Jimbo (chitarra solista dal 2009), Tomas, Gabriele e Muddy. Preparatevi a tutto. Per cogliere solo alcune delle sfaccettature del disco, servirà un notevole avvicendamento delle vostre percezioni. La giusta mescolanza di acume e beatitudine.  L’Ep “Kind” è il loro secondo lavoro, dopo il demo autoprodotto del 2009 “Tuesday Evenings” e la giusta conclusione di una peregrinazione a colpi di perfette esibizioni live e l’inizio di una nuova vita. Registrato al Mono Studio di Milano e prodotto da Matteo Cantaluppi (The Record’s, Punkreas, Canadians, Bugo), che avrà un ruolo primario per lo sviluppo del sound Dust, con l’apporto di Matteo Sandri (Sananda Maitreya, Il Genio) e il mixaggio, in due brani, di Paolo Alberta (Negrita) all’Hollywood Garage di Arezzo, “Kind” si presenta tanto breve (ventuminutieventottosecondi) quanto intenso e ricco di spunti. Partiamo dall’inizio. “O my Mind” (che vede la partecipazione di Giorgio Garavaglia, mandolinista e direttore d’orchestra) ci regala subito un giro che te lo levi difficilmente dalla testa e una melodia spensierata di quelle che ti mettono la gioia di vivere.

Il timbro intenso di Andrea allarga le nostre percezioni verso orizzonti Wave in stile The National. Un brano che si lega al passato in maniera indissolubile eppure suona alle nostre orecchie carico di una fresca e inaspettata originalità. Ti entra nella testa senza squarciarla e riempie quello spazio rimasto da troppo tempo vuoto nel tuo cervello. Il mix tra chitarra, voce e linea di basso sembra un melodioso ludico correre nel buio spazio vuoto del niente. Qualche cosa sembra già chiara. I Dust hanno scelto la strada popular nel traffico del Rock. Niente fretta però. Il secondo brano, “Ink Loaded Love”, con le sue elettriche sferzate e le urla soffuse, mette già in crisi le nostre certezze. I milanesi sembrano accarezzare un certo tipo di Grunge, meno legato all’Hard Rock, se volete, ma più Pop, mantenendo tuttavia viva la loro porzione d’anima Dark Wave. In pratica un groviglio complicato gettato da una muraglia sonora in fiamme. “In Collapse of Art” potete prendere la vostra testa e scaricarla nell’indifferenziato. Rallenta il ritmo e la musica si trasforma in materia oscura come il Blues. I Dust continuano ad attingere, anche involontariamente, dal continente Nord Americano. La malinconia dei Girls sposa le atmosfere folk meno folk degli Okkerville River (l’inizio del brano vi ricorderà certamente l’inizio di “Titletrack” dei sopracitati) ma il matrimonio si trasformerà nel giro di due minuti in un pandemonio nervoso che si risolverà in parte col ritorno all’origine, un ritorno alla pacatezza solo esteriore del blues degli episodi più malinconici di Dan Auerbach. Un brano che comunica l’incapacità comunicativa attuale dell’arte in Italia. Il trionfo dell’apparire sull’essere. Con “Never Defined”, riaffiorano le atmosfere Wave scuola The National (quelli più energici di High Violet) e la chitarra stilla gocce di Lsd che finiscono dritte nel cuore. Il brano, come a riassumere l’intero Ep, si palesa senza paura nella sua totale complessità. I rimandi ai grandi nomi sono infiniti e si accavallano all’interno del singolo brano cosi come nella totalità dell’opera. Eppure tutto si fonde in una divina unicità.

L’album si chiude con la romantica “Still Hiding, Still Trying” nella quale si torna a danzare tra le nuvole come in “Collapse of Art, ma abbracciati a una donna splendida, vestita di nero, con tacchi alti e labbra carnose, chiamata Morte. La voce prende le redini del nostro ascolto con una delicatezza sublime e ci accompagna all’uscita mentre la chitarra sventola note sotto una brezza umida e la batteria pulsa come un cuore rivelatore nel profondo della nostra essenza. Il sound nella sua delicata ricercatezza, nei suoi accenni psicheledici, nella sua teatrale, passionale empatica vocalità ricorda ancora quello di Christopher Owens e delle sue “ragazze” americane ma sempre senza scimmiotteschi rimandi. Ora potrà sembrare che vi abbia detto tutto. Non è cosi. Riascoltate l’Ep e tutto sarà diverso. Come ho detto (a mezza bocca) in precedenza, la caratteristica del sound dei Dust è proprio questa. Ti sembra di aver compreso solo fino a quando non rischiacci play. Il primo impatto che ho avuto è stato quello di una band di chiara ispirazione Buffalo Tom (o che comunque per uno strano scherzo del destino, lo sembra in maniera netta). Non è tutto qui. Ferma restando la struttura cardine chitarra/voce di un prodotto comunque rivolto all’apprezzamento popolare, la miriade di mondi musicali racchiusi nel disco si accavallano a ogni ascolto. Cosi come si avvinghiano le emozioni della vita, del vagabondare nel mondo, della socialità, dell’amore e della morte. Se una volta il Rock Pop-Punk spensierato, fuso al Folk e al Power Pop da muovere il culo, in stile Lemonheads sembrerà essere la colonna portante del tutto, il giorno dopo vi sembrerà piuttosto di essere cullati dalle atmosfere più melodiose e levigate del Blues, in combutta col Soul e il Grunge, specie nella parte cantata. Oppure vi sembrerà di riascoltare il miracolo degli Arcade Fire e del loro Pop-Wave, magari solo per un attimo. Vi sembrerà di ascoltare Wilco o i R.E.M o il Jangle Pop dei The Smiths. Un attimo che vi farà pensare abbastanza da far ripartire il disco dal principio. La prima pietra è ben salda. Aspettiamo la lunga distanza; aspettiamo un album oltre l’ Ep. Allora potremo dire veramente quale sia il valore dei sei. Intanto alcune cose sembrano chiare. Ai Dust piace la musica d’oltreoceano più di quella d’oltremanica. Ai Dust piace fare Rock senza suonare mai troppo pesanti (difficili, meglio). Ma soprattutto è chiaro che questo “Kind” come la Bibbia, si è presentato come il luogo in cui cercare le risposte, ma non fa nient’altro che avvinghiarci in continue altre domande. “Dream unless you can see the truth”. Dov’è la verità?

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