Loma Prieta – Last

Written by Recensioni

Il nuovo album dei californiani ha il feeling nostalgico di un viaggio fatto di contrasti vertiginosi che arriva ad una consacrazione finale.
[ 30.06.2023 | screamo, post-hardcore | Deathwish Inc. ]

“If you look carefully at life, you see blur. Shake your hand blur is a part of life.”
Con queste parole il grande fotografo americano William Klein raccontava dei suoi scatti. Lo sfocato come una metafora della routine quotidiana. Imperfetta, raramente centrata e dai confini sempre sfumati. Un moto perpetuo instancabile e – a tratti – assordante. Un turbinio caotico che ne delinea una bellezza accidentale.

Ecco, io ho sempre vissuto così anche la musica dei Loma Prieta. Una creatura sfuggente che esiste da quasi un ventennio e devota all’attitudine DIY tipicamente californiana. Dagli albori con la Discos Huelga del batterista Valeriano Saucedo, fino all’epopea Deathwish di Tre McCarthy & Jacob Bannon, i Loma Prieta hanno tracciato i crateri dello screamo e del post-hardcore moderno. Roccioso, schizofrenico, portato fino all’esasperazione torrida e claustrofobica di I.V. che è il perno spigoloso attorno a cui ruota la galassia frastagliata dei Loma Prieta. Un lavoro oramai uscito undici anni fa: ere geologiche musicali lontane.

E sembrano passate ere pure da un loro ritorno discografico a tempo pieno. Come sempre sostenuto anche da loro stessi (e la mia testimonianza personale può confermarlo), i Loma Prieta sono più una band da palchetti, da tour incessante dove ti ribaltano gli organi interiori con un wall of sound terremotante. Ma dopo Self Portrait non ci si aspettava un silenzio lungo otto anni, interrotto solo da qualche sparuto singolo, come la rasoiata qui presente Sunlight.

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Tuttavia si cresce, si invecchia, ci si evolve. Sean Leary, voce e chitarra, ha scollinato i 40 e vive nella sua Vallejo in California. Val alla batteria è sempre nei paraggi di San Francisco, ma l’altro chitarrista e principale compositore Brian Kanagaki è volato a New York e il bassista James Siboni vive a Jacksonville in Florida. Non è facile trovare la quadra.
O forse dovremmo dire la chiusura di un cerchio: da Last City del 2009 a questo nuovissimo Last di fine giugno, con una sottile ironia da leggere tra le righe nel nome dei due album.

L’estetica dei Loma Prieta immaginata anche questa volta da Brian (art director e fotografo editoriale nella sua vita al di là della band) inquadra molto bene la visione dei californiani. Il suo scatto granuloso in sovra-esposizione con una composizione floreale abbagliata e bruciata sintetizza Last nella sua vulnerabilità circolare, che si apre con l’intro ambientale Sequitur per ritrovarsi nella conclusiva LLC.
In 34 minuti i nostri si spingono a blurrare ancor più quella cornice e quel perimetro emozionale che solo loro sanno maneggiare con una cura così minuziosa, tra le corde di una brutale aggressività e un’introspezione melodica, mai così alla luce del sole.

Un percorso di rifinitura che era già iniziato nel 2015 e che dona a questo nuovo lavoro il feeling nostalgico di un viaggio fatto di contrasti vertiginosi che arriva ad una consacrazione finale.  Un’eleganza che spinge la band verso la contemporaneità, abbracciando nel profondo le divagazioni di un riverbero shoegaze, dei cristalli dream pop o di un crooning sognante – vedi Circular Saw o One-Off (Part 2) – che dialogano con l’anima più diretta e punk dei Loma Prieta generando un prisma crepuscolare di suoni: “fluorescent’s spectrum and brightness, reflection of the light source in printed matter”.

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Non è più solo screamo. Non è più solo post-hardcore. È un sound levigato e graffiante creato in cabina di regia con l’amico e collaboratore di una vita Jack Shirley che ci consegna undici istantanee che fotografano i Loma Prieta irrequieti come da DNA (“nothing is more permanent than what was once temporary, everyone dies but me”), ma anche esploratori di nuovi ed accecanti orizzonti, con il pianoforte di NSAIDs che infiamma fin da subito lo spirito compositivo.

Dicevamo che si è di fronte ad un disco di contrasti, ma anche di immaginari surreali (“I wonder if they talk anymore, the moon and the sun, now that the light is gone”) che decollano e atterrano con una velocità al fulmicotone (“Takeoffs are options, landings are mandatory”).
E dove l’urlato e il noise violento sembrano ancora soffocare e distorcere tutte le impalcature, come in Fire in Black & White, c’è sempre un’apertura ariosa che dilata in modo brillante l’atmosfera dei pezzi. Ci sono ancora i riff folli di Brian & Sean, ci sono ancora i fill martellanti di Val e l’incrollabile James al basso, ma tutto è incastrato in uno spettro più riflessivo, un filo meno nevrotico e più delicato.

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Da Closenessless, passando per Carelessness e Uselessness fino a questa Dreamlessnessless, il disincanto meccanizzato e parassitario nella società americana odierna non è scomparso dai nervi tematici dei Loma Prieta (“We have everything we ever wanted, tax free, forever LLC”). bensì si mescola in una texture che ribolle di nuance inaspettate e travolgenti, che nei 5:40 di Glare e nei 5:28 di Symbios con J.J. Staples (The New Trust) come ospite rivelano addirittura delle clean vocal che anestetizzano e ti trascinano nella tormenta finale: la summa di chi siano e cosa siano i Loma Prieta nel 2023. Lasciate decantare e godetene.

Non ci è dato a sapere se il titolo Last sia profetico e si stia davvero assistendo al sipario di una delle band più influenti per tutte le ondate screamo dell’ultimo decennio. Un’ambiguità sulla quale è bene prenderla alla leggera e con il sorriso. Anche perché la fotografia blurrata che ci è stata regalata con quest’album è quella di una band da incorniciare, che ha ancora tanta energia da sprigionare e che sicuramente non ha paura di fossilizzarsi, anzi. Più che last, un nuovo inizio.

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Last modified: 4 Luglio 2023