Dentro il mondo di Ypsigrock – Intervista a Marcella Campo

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Quest’anno il festival si svolgerà dal 4 al 7 agosto, come sempre a Castelbuono, in provincia di Palermo.

Abbiamo intervistato Marcella Campo, brand manager e responsabile della comunicazione di Ypsigrock Festival, con cui abbiamo approfondito diversi argomenti; tra il passato, il presente e il futuro di un festival giunto ormai alla sua venticinquesima edizione.

Questo è un anno importante per Ypsigrock, il venticinquesimo anniversario. Tu e gli altri ragazzi dell’organizzazione – l’associazione Glenn Gould – sentite in qualche modo la responsabilità di tutelare l’esistenza di un festival così longevo in una terra come quella siciliana? Avete la percezione di essere in qualche modo custodi di una tradizione?

Che Ypsigrock esista da così tanto tempo in Italia è qualcosa di straordinario, sfortunatamente quasi un’anomalia. Spesso viene indicato come una “eccezione” nel panorama italiano. La maggior parte dei festival (dove per festival intendo proprio festival, non rassegne) purtroppo non sopravvive così a lungo nel nostro Paese. Che Ypsi esista poi da 25 anni in una terra così complessa com’è quella siciliana è proprio un puro atto di resistenza da parte nostra, spesso bistrattato o dato del tutto per scontato, ma di scontato nell’esistenza e nella resistenza di Ypsigrock non c’è assolutamente niente.

A fronte di una storia così lunga e travagliata, ciò che sentiamo fortemente è la responsabilità, non solo di tutelare l’esistenza di Ypsigrock, ma di onorare la sua storia, nel fare ricerca restando coerenti con il nostro percorso in termini di modalità e finalità e ponendo questi obiettivi come garanzia per noi e per la nostra community. Il come e il perché fai qualcosa spesso sono più indicativi di cosa fai, inteso come prodotto in sé. Noi mettiamo i nostri valori prima di tutto il resto. È una pratica che serve a fare selezione e scegliere sempre ciò che è più in linea con le nostre priorità, in modo che sia tutto coerente senza grosse forzature. Questo complica decisamente le cose, perché spesso significa fare scelte molto scomode, ma sul lungo periodo fa la differenza.

Che l’esistenza di Ypsigrock possa essere da ispirazione e volano per altri festival, anche in Sicilia, ci fa sicuramente piacere laddove possono nascere e crescere realtà altrettanto identitarie e meritevoli. Ma affinché un festival funzioni sulla lunga distanza ci vuole umiltà per imparare a fare un mestiere che troppo spesso, in modo anche un po’ arrogante, si pensa possa essere fatto da chiunque, ma anche molto coraggio, forza, determinazione e pazienza. Nel fare festival in Italia, e in Sicilia in particolare, la frustrazione è sempre dietro l’angolo, tra miopia istituzionale, pregiudizi antimeridionali di certo pubblico che nemmeno considera la Sicilia come “Italia”, campanilismo di certa stampa e altra roba che fa ingrossare il fegato. È necessario essere guidati da un senso di responsabilità enorme, sia verso se stessi che verso il proprio pubblico fidelizzato, ma è opportuno anche portare rispetto verso il territorio in cui si opera.

Chi è stato ad Ypsigrock almeno una volta ha potuto respirare quell’atmosfera che io definirei “spirito Ypsi”. Oltre quello che succede sui palchi, si entra proprio in una vera e propria bolla d’amore salvifica che coinvolge davvero tutti, da voi, agli spettatori, alle stesse band. Dopo tanti anni sai dirmi qual è l’ingrediente segreto di questa speciale alchimia?

Credo sia un mix di varie condizioni che vengono a crearsi durante quei giorni. Sicuramente la proverbiale ospitalità di Castelbuono è un teatro favorevole, ma non è la condizione necessaria e sufficiente. Altrimenti basterebbe la location per suscitare quell’effetto. Non è esattamente così. Ypsigrock è un festival autentico e genuino, ha una forte identità, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. È molto umano, ecco. Non è un contenitore vuoto, non raccoglie una community virtuale che poi non ha riscontro nella vita reale. Questa è la sua forza. Poi è chiaro che può essere vissuto a diversi livelli di intensità, come dappertutto ci sta anche una quota di spettatori occasionali, distratti, non particolarmente interessati alla formula festival e che si presentano magari solo per una band come succede spesso in Italia, ma da noi sono casi davvero molto limitati, che non rappresentano sicuramente la maggioranza, né tantomeno dipingono l’immagine della nostra community fidelizzata.

Ypsigrock è un festival nato davvero dal basso, cresciuto con costanza e cura, attraverso parecchi sacrifici personali e professionali nel corso di lunghissimi anni, con tutto il carico emotivo che ciò comporta in noi, nel bene e nel male. Penso che questo sia palpabile per molte persone che arrivano a Ypsi, pubblico e band. E credo che il modo di fare ciò che facciamo, piazzando il cuore al centro del nostro operato e, come dicevo prima, mantenendo come priorità assoluta i valori in cui ci rispecchiamo, abbia raccolto nel tempo intorno a noi persone che provavano affinità verso questo stesso tipo di sentire. È un modo di riconoscersi e condividere esperienze importanti.

Durante il festival, in cui si rivela il clou dell’attesa, il momento di ricongiungimento della community, un po’ come il Natale per chi festeggia il Natale, si innesca una sorta di forza empatica collettiva, che rende tutto super speciale ed emozionale. Ci sono momenti in cui tutto per noi, pubblico, artisti, sembra allineato, in perfetta armonia, momenti che sono destinati quasi a cristallizzarsi. È in quegli attimi, in cui esplode questo sentimento collettivo, che si crea la nostalgia del futuro che ben conosciamo.

[ Il live report dell’edizione 2017 ]

In cosa consiste oggigiorno il valore culturale di un festival musicale e perché a tuo avviso troppo spesso non viene riconosciuto come tale?

Fatta eccezione per i festival jazz e quelli di musica classica e lirica (che sono gli unici a godere di un più facile riconoscimento in Italia, ma che non collimano con l’immagine internazionale di festival), qui da noi di rado un festival è riconosciuto come virtuoso. Eppure oggi un festival in Italia (a patto, ovviamente, di avere una linea culturale e conseguenti finalità) laddove possibile (cioè quando riesce a operare in sinergia con gli stakeholder) arricchisce la vita esperienziale e culturale dei territori in cui opera e quindi fornisce un contributo significativo per lo sviluppo locale, anche in ottica di turismo, in termini di crescita economica e di consolidamento di reti operative e culturali del territorio. Spesso però quel valore rimane inespresso, altre volte è semplicemente ignorato o non sfruttato ed è uno spreco di opportunità. I motivi sono moltissimi.

Da un lato è bene ricordare che non tutti gli eventi comunicati e promossi come festival in Italia sono effettivamente festival. La maggior parte sono rassegne, eventi che si muovono su dinamiche diverse e che hanno una ricaduta e un valore differente sia culturale che turistico. Alimentare questo cortocircuito linguistico, e di conseguenza identitario, disorienta lo spettatore (e le istituzioni) anziché aumentare la consapevolezza dei fruitori (e dei possibili investitori), cosa davvero molto controproducente su larga scala. Difficile riconoscere il valore di qualcosa, se questo qualcosa non è nemmeno identificato nel modo corretto e se ne fraintende la natura, no?

Dall’altro lato, chi organizza festival veri e propri in Italia si trova davanti a difficoltà enormi: fruitori non consapevoli, istituzioni che si muovono su modelli giurassici del tutto sorpassati e inadeguati, lo strapotere degli streaming che dopa il mercato discografico ma anche quello dei live, un approccio opportunistico di gran parte dei media, brand completamente impreparati alle specificità della formula festival e che fanno proposte assurde, un’esterofilia dilagante e via dicendo. Il risultato è che spesso un festival italiano non solo non è agevolato, per non dire ostacolato in certi casi, ma non è proprio posto nelle condizioni di mettere a frutto nel modo migliore il proprio valore, che rimane solo potenziale.

Nel caso specifico di Ypsigrock, essendo un festival così longevo, col tempo è riuscito a generare una community di fruitori più consapevoli, che è diventata quasi una famiglia allargata. Molti dentro a Ypsi sono letteralmente cresciuti, e grazie al festival tante persone sul territorio delle Madonie, e per estensione in tutta la Sicilia, hanno avuto modo di avvicinarsi a realtà culturali con cui difficilmente sarebbero entrati in contatto e rimasti in connessione per così tanto tempo in modo così diretto, senza filtri, sviluppando una certa sensibilità culturale, ma anche sociale e civile.

Per fare un festival di respiro internazionale in un paesino nel mezzo della Sicilia, avrete di certo assorbito idee da modelli non italiani.
Quali sono stati i festival a cui avete guardato negli anni per raggiungere l’attuale forma di Ypsigrock?

Se parliamo di strategie che fanno di un evento un festival, in termini di policy e branding il modello a cui abbiamo guardato è senza dubbio quello inglese – Glastonbury, per intenderci, che è IL festival per antonomasia, con tanto di camping annesso. Un festival musicale, com’è inteso internazionalmente, si rifà al modello inglese. Anche la formula del boutique festival in cui si inserisce Ypsigrock, e che indica un festival esperienziale dalle dimensioni molto raccolte e che opera in grande connessione con il territorio, è un concetto di origine britannica.

Ma non ci sono singoli eventi a cui ci siamo ispirati. Sicuramente giriamo parecchi festival da spettatori. E qualsiasi cosa ci salti all’occhio come interessante la immagazziniamo. Ma consci che il 90% delle cose che vediamo fuori è impossibile da replicare a Castelbuono, pensiamo a cosa possiamo inventarci per arrivare a un certo risultato in un contesto così inusuale e complesso come il nostro. La particolarità della location ci impone di essere creativi anche nel trovare soluzioni sempre sartoriali, pensate su misura per Ypsigrock e valide solo lì. Non funzionerebbe mai copiare e replicare a Castelbuono qualcosa di visto altrove, c’è sempre bisogno di rielaborare in maniera originale qualsiasi elemento e questo è molto stimolante. E comunque a volte girare per altri festival aiuta a capire anche cosa si vuole decisamente escludere dal proprio.

L’esperienza della pandemia è stata traumatica per chi fa il vostro lavoro. Ypsigrock non c’è stato nel 2020, mentre l’anno scorso si è svolto in una edizione “Tiny but Needed”, al netto delle restrizioni in vigore. Adesso si va verso il ritorno di una edizione al 100% normale. Ci racconti le maggiori difficoltà vissute in questo percorso degli ultimi tre anni?

La cosa più complicata è stata senza dubbio dover continuare a lavorare per tutto il tempo dietro le quinte, al buio, senza alcun tipo di certezza, senza parametri da seguire, senza poter contare su protocolli definiti. E quindi ci si trovava a stendere piani e farli saltare, per poi farne di nuovi e abbandonarli ancora e così in loop. Questo è stato davvero sfiancante. Significava non avere contezza dei reali rischi economici a cui si andava incontro, ma anche fare i conti con l’impossibilità di comunicare nulla di certo alla nostra community fin sotto data. E questo comportava dover puntare per forza su un pubblico di prossimità, che non avesse quindi esigenze che implicavano viaggi a lunga percorrenza, con tutte le incognite del caso, visto che il nostro pubblico da tempo ormai proviene per la maggior parte da fuori dei confini siciliani.

Ma l’alternativa era fermarsi fino a data da destinarsi, e non volevamo arrenderci a questa idea, anche perché il periodo già era difficilissimo per la collettività e a livello individuale ed, essendo abituati da moltissimi anni a un certo tipo di routine, l’ipotesi di tenere del tutto ferma la macchina organizzativa avrebbe avuto ulteriori risvolti negativi sulla nostra salute mentale. Proprio da questa necessità, prima ancora dell’edizione “Tiny but Needed” è nata Orbita nel 2020, che è una rassegna musicale itinerante, che rappresenta il progetto satellite ufficiale di Ypsigrock.

Proprio considerando la situazione paradossale in cui si è svolto, in che modo per te ricorderemo l’edizione 2021 “Tiny but Needed”?

Lo ricorderemo come un atto di resistenza necessaria che porta in sé il potere liberatorio del vaffanculo, nonostante tutti i “nonostante” che ritraevano una situazione sicuramente sui generis per noi e il pubblico avvezzo al festival. Ci siamo trovati nella condizione di pensare a fare qualcosa di certamente inusuale (perché le ritualità dell’edizione “Tiny but Needed” erano anomale rispetto alle nostre consuetudini – con pubblico seduto, distanziato, senza camping, una serie di regole relative ai controlli sanitari etc.) per stare meglio di quanto l’assenza di live – e dunque di contatto e scambio umano reciproco – ci facesse stare tutti, pubblico e organizzazione.

Insomma, è stato uno sfogo, esercitato fuori dai convenzionali schemi, ma non per questo meno liberatorio, e non meno terapeutico in qualche modo. Chi c’era, lo sa. E poi, a livello prettamente artistico la scorsa edizione ha segnato anche una svolta per il festival, con il lancio del format della residenza artistica internazionale e multidisciplinare “The Sound Of This Place”, che è capace di garantire al nostro pubblico una performance collettiva assolutamente inedita e quindi un prezioso prodotto culturale in prima mondiale.

Passiamo all’edizione di quest’anno. La line up è stata annunciata parzialmente e avete parlato di una vera e propria collaborazione con la label inglese Bella Union. Non è la prima volta che delle band del catalogo di Bella Union suonano a Castelbuono (i Beach House, tanto per fare un nome grosso) ma quello di agosto sembra essere un vero e proprio 25esimo compleanno congiunto. Ci dite come è nata l’idea di questa “festa bellissima”?

La collaborazione con Bella Union l’ha gestita in prima battuta Gianfranco Raimondo, che è co-fondatore e direttore artistico di Ypsigrock insieme a Vincenzo Barreca. L’idea in sé di fare un 25esimo anniversario congiunto è nata del tutto inaspettatamente, ma erano anni che pensavamo di celebrare il nostro 25esimo anno in modo particolare. Avevamo in programma di dare un senso distintivo a questo anniversario, che è un milestone davvero straordinario per un festival, e il desiderio di festeggiarlo come meritava di essere festeggiato si è intensificato dopo il devastante periodo della pandemia. Quindi ci stavamo organizzando per progettare un’edizione particolare.

A questo punto è accaduta la sorpresa. Simon Raymonde, boss di Bella Union e prima ancora bassista dei Cocteau Twins, ha chiesto ad un suo amico di un’agenzia di booking inglese consigli su nomi di festival dove festeggiare il 25esimo anniversario della sua etichetta – che caso vuole cadesse anche per loro proprio nel 2022, e fortunatamente, grazie al duro lavoro di questi anni, Ypsi ormai gode di piena lode e simpatia oltremanica, per cui siamo stati segnalati a Simon, siamo stati messi direttamente in contatto ed è stato subito amore, tenuto conto – come ben dicevi – anche dei trascorsi artistici provenienti da Bella Union in passato ospitati al festival.

E poi ci sono i DIIV, che suoneranno a dieci anni dal loro disco d’esordio, Oshin. Zachary Smith è un personaggio con una storia davvero controversa.
Cosa hanno rappresentato lui e questa band nella scena newyorkese negli anni ‘10?

La “Grande Mela” all’epoca viveva una sua rinascita musicale, c’era grande fermento. Sul fronte indie pensiamo a Beach Fossils, DIIV, Parquet Courts, ma anche a Mac DeMarco che dal Canada si era trasferito proprio a New York. In totale spirito DIY era nato il 285 Kent, un locale a Williamsburg che in poco tempo divenne una venue cult per i concerti in città, e che poi ha chiuso nel 2014 con un evento di addio che non a caso ospitò proprio anche i DIIV. La Captured Tracks, di base a Brooklyn, era riuscita ad intercettare alcuni dei maggiori talenti di quel periodo, tra cui i DIIV.

Dopo aver pubblicato il primo singolo, attorno a loro c’era già un hype pazzesco e il loro disco d’esordio, Oshin, uscito nel 2012 era attesissimo. Zachary Cole Smith è una figura emblematica, utile a inquadrare la band, il loro percorso e anche parte di quella scena. Non era certo sconosciuto al pubblico newyorkese, arrivava dall’esperienza dei Beach Fossils, in cui aveva militato per un paio di anni come batterista, prima di formare i DIIV, che in principio si chiamavano “Dive”, in onore del famoso pezzo dei Nirvana, nome che poi sono stati costretti a modificare per qualche rogna legale. Kurt Cobain è tra i suoi idoli adolescenziali e in fondo ci somiglia pure, non solo esteticamente, ma proprio come personaggio inquieto che si è trovato in bilico tra l’underground e il glamour, insofferente alle dinamiche del music business e del successo che lo ha travolto portandolo in profonda crisi.

Dopo tanti anni travagliati, sembra aver ritrovato un certo equilibrio con se stesso e con il mondo esterno con cui ha dovuto reimparare a relazionarsi. E questo ha segnato un vero e proprio nuovo inizio anche per il gruppo, che nel frattempo ha cambiato anche parzialmente formazione. Noi li aspettiamo dal 2020 ai piedi del Castello.

Nell’ultima edizione pre-pandemia ho molto apprezzato la media partnership con The Independent, che ha permesso anche a chi non era a Castelbuono di seguire parti del festival in streaming. In vista della prossima edizione, state lavorando a qualcosa di simile?

Stiamo lavorando su alcune idee. Anche quando si tratta di partnership siamo sempre molto selettivi, perché Ypsigrock è un evento esperienziale molto particolare, poliedrico e ricercato, che si pone come obiettivo quello di trasmettere un messaggio culturale, e in qualche modo educativo, fortemente identitario, quindi questo implica una ricerca di partnership adeguate e fattive, non di semplice facciata, che coinvolgano player con cui si condividono propositi, capaci di comprendere e sposare con genuino entusiasmo le nostre proposte. Il quotidiano britannico The Independent è sicuramente tra questi e tra i nostri obiettivi c’è quello di poter consolidare i pregressi rapporti con i prestigiosi partner che hanno creduto in noi e nei nostri progetti.

Ultima domanda, un po’ tricky ma non troppo. Se tra le varie edizioni dovessi scegliere tre momenti simbolici che riassumono l’identità di Ypsigrock, quali citeresti?

Ognuno custodisce i propri momenti simbolici. Nel mio caso, se ne dovessi riportare tre, direi questi.

Il primo, quando nel 2013 gli Shout Out Louds continuarono a suonare sotto una pioggia battente che non finiva di venir giù. All’epoca, per mantenere la venue il più possibile essenziale nella sua bellezza storica, l’Ypsi Once Stage (il palco di Piazza Castello) non era coperto. In Sicilia ad agosto, in caso di maltempo, al massimo ci si aspetterebbe acquazzoni estivi passeggeri. Invece quella volta il venerdì venne proprio giù il cielo per gran parte della giornata e questo fece ritardare l’inizio dei live di quasi due ore, finché non smise di piovere. Gli Shout Out Louds salirono sul palco e nel bel mezzo dell’esibizione ricominciò a diluviare. La piazza era piena, nessuno accennava ad andarsene, il pubblico aveva deciso di rimanere sotto palco cantando e ballando tra la pioggia in modo quasi catartico. Allora la band continuò a suonare, fradicia, fino alla fine, dimostrando lo stesso incredibile entusiasmo della piazza. Qualcuno dice fu il loro live della vita. Sicuramente iconico. Non è un mistero che dall’anno successivo sull’Ypsi Once Stage fu sempre montata la copertura.

Il secondo, quando gli Alt-J iniziarono a suonare il ritornello di Matilda in Piazza Castello. Forse non in molti sanno che la prima volta che gli Alt-J suonarono in Italia fu proprio a Ypsigrock, nell’agosto 2012. Nel nostro Paese non erano ancora molto conosciuti e loro lo sapevano bene, in più stavano facendo il loro debutto italiano a Castelbuono, in un piccolo paesino siciliano tra le montagne, non si aspettavano minimamente che il pubblico presente, quella sera foltissimo (si esibivano anche Django Django e Primal Scream), conoscesse già perfettamente i loro pezzi, tanto da sentire tutta la piazza cantare all’unisono insieme a loro. Si emozionarono tantissimo sul palco. Ad Ypsi è così, la maggior parte del pubblico è preparato su tutta la lineup, non si presenta e non si esalta solo per gli headliner.

Infine il terzo: Caribou che nel 2010, di pomeriggio, complice un gelato in Piazza Margherita dopo il soundcheck, scopre lì di fianco un circolo ricreativo di anziani che fanno musica (“Circolo amici della Musica”, per l’appunto), entra e si mette a suonare con loro. All’epoca lui portava in giro quel disco fortunatissimo che è stato Swim, con cui poi quella sera avrebbe fatto ballare in trance tutta la piazza, e lì stava suonando con i vecchietti del paese. Una scena del genere in ogni altro posto sarebbe stata davvero difficile da immaginare, ma a Ypsi per qualche strano allineamento planetario riescono ad accadere cose assurde senza che sembrino mai fuori contesto.

***

Ringraziamo di cuore Marcella per averci dedicato il suo tempo e aver fornito un numero così infinito di spunti di riflessione. Ci vediamo a Castelbuono dal 4 al 7 agosto. Qui trovate tutte le info e i link utili.

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Last modified: 27 Aprile 2022

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