Articoli

IL MOTO PERTURBATO – DIECI ANNI IN CIRCOLO (Perturbazione)

Written by Articoli

Non vorrei tediarvi con la fisica classica, ma ormai da tempo si è scoperto che il moto perpetuo non esiste. Non vorrei sembrare saccente, e nemmeno banalmente superficiale e realista, ma Planck dice che è impossibile creare una macchina che produca dal nulla energia cinetica.
E così ci accontentiamo. Ancora una volta ci pieghiamo al volere della natura che non ci regala un bel niente. Dobbiamo faticare per far girare la nostra ruota, non si riesce proprio a farla girare da sola.
Allora ognuno di noi si piglia il suo bagaglio e cerca di tirare avanti come meglio crede, c’è chi tenta vie più lineari e chi magari dà una piccola botta alla ruota, perturbando il suo pacioso e limpido moto circolare. Fare gli alternativi è facile, basta far cadere la ruota in modo irregolare, facendola strisciare dai raggi o gettandola perpendicolarmente alla direzione del proprio raggio, fornendo così un qualsiasi tipo di moto bizzarro al proprio viaggio. Ma non è così facile farla rotolare giù dandogli una piccola oscillazione laterale e perpendicolare al moto. Pochi riescono a dare pepe al proprio percorso senza stravolgerlo e soprattutto pochi riescono a rimanere in questo stato di “semi equilibrio” per molto tempo, senza convincersi che forse bisogna conformarsi al triste moto lineare.
Però c’è chi dopo parecchi anni riesce a viaggiare ancora così in bilico. Forse per natura ma non per questo senza fatica, altro che moto perpetuo. Un po’ “ostinato e contrario” ma non in “direzione opposta”, c’è chi fa ondeggiare il sangue senza bloccarne il flusso, in modo sghembo ma senza ribollimenti, solo un po’ di frizzantezza nelle vene.
Dieci anni fa i Perturbazione hanno così iniziato questo sbilenco percorso con un disco semplice ma speciale e si sono messi così “In Circolo”. Speciale principalmente perché è stato il primo loro album interamente in italiano, senza quella fastidiosa pronuncia inglese tipica di chi ama vagare a testa bassa, caratteristica da ariete di sfondamento ma anche simbolo di eterno outsider. I Perturbazione hanno ripreso la rotta con una ruota sgangherata che scende piano piano ma pare ballare spontaneamente, quasi come se un difetto o le botte prese in precedenza la rendessero unica e stilosa. Si perché come la band rivolese in giro per l’Italia non ce ne sono: ragazzi cresciuti insieme con la passione per la musica (a 360° e si sente) che si ritrovano a cantare e suonare il più soffice possibile, con Tommaso che in “Agosto” si sforza affinché la sua voce venga assorbita da tutti i suoi organi per poi presentarsi al mondo esterno lieve (ma non per questo sottile) come se fosse arricchita da tutto se stesso. Questa è meraviglia per la musica italiana, insieme ai semplici accompagnamenti di violoncello, alle ritmiche incredibilmente fluide e alle chitarre sorridenti de “Il senso della vite”, al goffo punk di “Fiat Lux”, che più che rabbia delinea fiera incertezza.
“In circolo” è un tranquillo parco giochi per i grandi, è a metà tra la consapevolezza dell’età adulta e gli anni del liceo ancora troppo presenti.
Sono passati dieci lunghi anni e i Perturbazione oggi (in realtà già da fine 2011, magari noi di Rockambula arriviamo tardi ma arriviamo…) ristampano questo piccolo gioiello crudo insieme ad un secondo cd di inediti e rarità, che già dal primo ascolto ci fa capire quanto questa band ha dato e ha ancora da dare alla musica italiana. Troviamo cover naturalissime come “Wonderful Life” (Zucchero non c’è paragone, copriti umilmente il viso con la piuma del tuo cappello), demo, brani acustici e inediti come “Meno di due” , uno sfogo dove la voce si alza un pochino, ma la rabbia è un’altra cosa, la sbrindellata eleganza popolare dei ragazzi aleggia sempre nell’aria.
Se la ruota avesse girato in verso opposto o fosse stata meno sghemba magari tutto sembrerebbe più preciso e più comprensibile. Ma “In Circolo” rimane un disco magicamente imperfetto, come il più bel tema zeppo di errori di ortografia.

Read More

Epater le Bourgeois capitolo 1

Written by Articoli

Settembre 1996.
Arrivai a Torino in una tiepida giornata di fine Estate.
Un clima insolito per quella città anche in quella stagione, come mi spiegarono dopo.
Sceso dal treno la mia attenzione venne calamitata dal walzer di una barbona vestita con un cappotto di pezza e un paio di pantofole con la faccia di topolino.
A prima vista sarebbe sembrata una donna triste. Ma gli occhi, quegli occhi neri come la pece, ridevano. Nonostante tutto.
Passai oltre. Avevo fretta di prendere un taxi. Farmi una doccia. Incontrarmi con il proprietario della stanza per la quale due mesi prima avevo sborsato 300mila lire di caparra. A scatola chiusa tra l’altro, vista la mia fretta di chiudere la questione alloggio e la mia impossibilità di salire a Torino durante l’Estate in cui avevo lavorato come cameriere allo stabilimento balneare di mio zio Enrico.
Non avevo calcolato che probabilmente non ero l’unico ad avere il desiderio di arrivare da qualche parte. Se cerchi il tuo posto nel mondo prima trovalo nella banchina di una stazione.
Mi accalcai mio malgrado sul cubo di folla che si espandeva e si ritirava come un grande polmone, prendendo a colpi di valigia le persone che mi stavano dietro e prendendone da quelle che stavano avanti.
In cuffia nel frattempo i Cure cantavano Close to me. Gli amici mi sfottevano dicendo che ascoltavo la parte “checca” della discografia dei Cure. Io non ero di quelli che diceva che la band si era sputtanata quando aveva lasciato la strada del dark per melodie più accessibili. A me piacevano di più in quella versione pop. E poi Robert Smith vestito come un poeta cimiteriale mi aveva sempre fatto una certa impressione.
Ritornai alla realtà quando mi toccai le tasche. Maledizione le sigarette, pensai. L’ultima Camel l’avevo fumata in treno tra la porta del gabinetto e quella da cui si catapultavano orde di bestiame impazzito munite di valigie- buste -scatole -barattoli di sottoli- e altro ben di Dio.
Dopo mezz’ora di fila davanti alla stazione centrale finalmente riuscii a beccare un taxi.
Il conducente si stava rollando una sigaretta e mi disse che si chiamava Alfredo. Mi disse pure, senza che glielo chiedessi, che stava sostituendo momentaneamente il fratello che aveva avuto un contrattempo, che se l’avessero beccato gli sbirri gli avrebbero fatto il culo e che la custodia della chitarra accanto a me era la sua. Non che mi desse fastidio.
Dove devo portarti?
Ciao Alfredo. Portami in via Pietro Cossa – Quartiere Parella. Gli dissi. Intanto fuori, finalmente, scendeva la nebbia. Mentre alla radio passavano un pezzo degli Stooges.

Read More

“Diamonds Vintage” Edoardo Bennato – Non farti cadere le braccia

Written by Articoli

Gli studi d’architettura a Milano li ha finiti e allora, verso la meta degli anni sessanta se ne va in autostop in Inghilterra e sbarca il lunario come buskers  one man band armato di chitarra acustica, armonica, kazoo e tamburello a pedale, poi gira l’Europa e inizia a collaborare con artisti italiani come La Formula 3, Herbert Pagani, Bobby Solo o Lauzi, qualche 45 giri tra il 1968/1971 per la Numero Uno di Battisti e Mogol, poi finalmente nel 1973 il contratto con la Ricordi ed esce Non farti cadere le braccia prodotto da Sandro Colombini e arrangiato da De Simone della NCCP e per l’artista napoletano fu  – allora – un mezzo flop.

Il “MenestrelloBennato, da molti dipinto come il Dylan italiano, con questo disco, sebbene la popolarità, non ebbe un grande successo, finì nel limbo della casa discografica e degli ascolti anche perché in quei tempi, si cercavano testi e musiche variopinte e briose, qualsiasi cosa che elevasse da una certa depressione sociale che imperava, e così l’immensa poetica del nostro cantautore non fu capita, né il sarcasmo e meno che meno il suo urlo nascosto verso la società e l’emarginazione del potere.

Un disco ora introvabile, straordinariamente – per allora – di rottura e alternativo al massimo, canzoni dirette, on the road, amori stralunati, valori dei ricordi, e tanta forza di rovesciare la canzonettistica italiota festivaliera e la grande illuminazione che questo artista di Bagnoli portò tra il cantautorato colto e non, una forza dal basso che a venire del tempo portò il suo nome ai cubitali dei grandi riconoscimenti; mito dei festival pop e di nuove tendenze, inno umano alla libertà d’espressione e poeta trasversale, da faccia a faccia, Bennato con le sue schitarrate convulse e parole dolcissime, tra il freak e la realtà, in questo disco mette l’anima a mollo in dieci pezzi che già scrivono la sua lunga storia, canta la denuncia sociale “Detto tra noi”, suggerisce di non mollare mai nella vita “Non farti cadere le braccia”, l’amore per la sua terra d’infanzia “Campi Flegrei”, la rabbia per il nulla che si muove “Tempo sprecato” e poi quel monumento alla dolcezza amara – scritta da Patrizio Trampetti –  che ha fatto l’olimpo della sua lunga carriera, quello straordinario magone difficile da mandare giù e che fa piangere dentro se ascoltato in silenzio e col cuore spalancato “Un giorno credi”.

Quest’ultima canzone finirà riproposta nel successivo album “I buoni e i cattivi” in quanto l’artista non voleva cadesse nel vuoto  perché la gente non l’aveva ascoltata bene, ascolto che col senno di poi divenne l’inno di una generazione intera.

 

Read More

“Diamonds Vintage” Guns N’Roses – GNR Lies

Written by Articoli

Senza andare ad intaccare la mammouthgrafia sciorinata planetariamente dalla Geffen circa la parabola dei Guns’N’Roses e dei relativi introiti miliardari in fatto d’immagine e di lezioni d’economia statistica, riconoscendo la maestosità del primo pietrone miliare qual è stato Appetite for destruction – considerato uno dei più importanti nella storia del rock – e non negando che i successivi Use your illusion I e II già stavano minando la discesa agli inferi – vedi The spaghetti incident – della band Losangelesina,  soffermiamoci su un “figlio minore”, quella raccolta di chicche prese da Live like a suicide e incapsulate in quello stupendo album del 1988 semplicemente ridotto e chiamato affezionatamente Lies che è stato amore e delizia per un’infinità mondiale di programmazioni radio ma sempre bollato come “incidente di percorso” troppo adolescenziale.
Invece è stato l’album che più di tutti a portato la “leggenda cotonata e in lipstick” dei GNR all’adulazione di massa, non tanto per la curiosa androginia mascalzona di cinque brutti ceffi che suonavano divinamente il rock, quanto per la capacità – insospettata – di coniugare l’Heavy, l’Hair e lo Sleaze metal con una sorprendente vena melodica, di trasporto, proprio di “pistole e rose” a netto contrasto con il metal purista che esplodeva ovunque.
La saga di Axl Rose, Slash, Izzy Stadlin, Duff  McKagan e Steven Adler riporta la definizione “L.A. Street Scene” sui palchi e finalmente il rock torna a parlare lo slang ormai storicizzato del “Sex, drugs and Rock & Roll” fatto sì di ritrovati suoni sporchi e aggressivi, ma anche di quella dolcezza looner che lascia profondi segni e una marea di imitatori in fasce e amplificatori.

GNR Lies  –  ufficialmente Lies! The Sex, The Drugs, The Violence, The Shocking Truth, è l’album basilare che quasi tutti i rockers posseggono gelosamente, ed è un’entusiasmante opera di recupero dalla tensione massima; i primi quattro episodi riguardano l’apoteosi della “chitarra che parla” di Slash che, gareggiando con il terribile e trascinante falsetto di Rose, tiene sull’elastico del vecchio sudicio rock dei bordelli, e che era stato già impresso nel loro precedente Ep Live Like Suicide: One in a million – pezzo condannato per via del suo contenuto blasfemo contro negri e omosessuali – Mama kin stupenda cover live di un singolo degli Aerosmith, Reckless life anch’essa rivisitazione di un pezzo degli Hollywood Rose, e ancora Move to the city, Used to love her e You’re are crazy, tripletta di fuoco per orecchie infuocate.
Ma è lei, l’osannata ballata “del fischio”, la bella Patience, che con quel giro di chitarra acustica è entrato nel lessico generazionale d’orde di chitarristi portando le quotazioni della band a livelli stratosferici, oltre misura.

Una band ed un disco acclamato e boicottato da un’infinità di situazioni, anche per la sovraesposizione mediatica del leader vocal che ha contribuito a rendere malvagia e maledetta l’aura che li circondava e il conseguente mito.
Poi di quello che Axl Rose dirà in futuro sono tutte chiacchiere senza senso, tornerà per un po’ ancora a blaterare di omofobia e razzismo, forse scordandosi, lui star in hotpants a stelle e strisce e pelle bianca, che sua madre era di colore.
Si, poco dirà più in futuro, se non far cadere il mito per rotolare nel fango senza ritorno.

Read More

“Diamonds Vintage” Rino Gaetano – Mio fratello è figlio unico

Written by Articoli

Negli anni settanta, la rivoluzione culturale era all’apice del suo fuoco, chi era “normale” veniva additato matusa o borghese, tutto era il contrario di tutto, nulla doveva andare –  quasi –  secondo logica, il vero dritto era il rovescio, insomma un capovolgimento a novanta gradi di tutto quello che la società benpensante voleva e comandava.

Il cantautore crotonese Rino Gaetano era una delle personalità più originali nel panorama musicale degli ultimi anni ’70, appunto epoca contraddittoria che in pochi hanno saputo tratteggiare nelle canzoni con medesimi spirito caustico e freschezza di linguaggio. Aveva esordito con lo pseudonimo di Kammurabi’s sotto il quale nel 1972 pubblica il suo primo 45 giri “ I love you, Marianna”, e che abbandona in occasione del primo album, “Ingresso libero” del 1974 sotto il marchio It. Ma è un debutto che passa inosservato, al contrario di Ma il cielo è sempre più blu, una trascinante e sarcastica dichiarazione d’ottimismo che vola nei piani alti delle classifiche del 1975. Ma è con il secondo album “Mio fratello è figlio unico” che il nome di Rino Gaetano è catturato interamente dalle attenzioni di pubblico e critica, tanto da diventare un inno, uno stile di vita, contro le contraddizioni e le falsità del governo e dell’andazzo di potere. Brani, canzoni che impongono il cantautore come uno dei più inclassificabili talenti della nuova canzone d’autore.

Un cantautorato nel quale Gaetano sciorina, prende in giro e giostra tic, manie, luoghi comuni e personaggi famosi dell’epoca, otto canzoni fok-pop, tra le quali le notissime “Berta filava” e la titletrack, la surreale “Sfiorivano le viole”, l’immigrazione del Sud al Nord vista attraverso “Cogli la mia rosa d’amore”, un amore che arriva in treno “Al compleanno di zia Rosina” e lo stupendo minuetto folk filastroccato di “La zappa, il tridente………” che strapazza le pubblicità e i modi imposti dal sistema e dalle produzioni di massa; un ragazzo arrivato dal Sud, passato per il Folk Studio fino al palco dell’Ariston Sanremese sul quale si presenterà con una dissacrante esibizione con tanto di frac e cilindro, un uomo pieno d’intuizioni e idee scoppiettanti che finiranno maledettamente, a trentun anni, in un 2 giugno 1981, ucciso in un incidente automobilistico.

Grande la sua lezione di vita a tutto tondo ed il suo sorriso che tuttora benedice di rincuoramento il mondo della musica con l’indimenticabile e sempre attuale “.. mio fratello è figlio unico perché è convinto  che Chinaglia non può passare al Frosinone, perché è convinto che nell’amaro Benedettino non sta il segreto della felicità, perché è convinto che anche chi non legge Freud può vivere cent’annie ti amo Mario o o o o”.

Read More

“Diamonds Vintage” Black Sabbath – Paranoid

Written by Articoli

Secondo lp dei Black Sabbath, a distanza di pochi mesi dal debutto ufficiale, Paranoid è la totemica pietra miliare che si erge assoluta e suprema in tutta  la storia, epopea e nera favola del rock duro e metallico e se anche l’heavy metal non sia tutta invenzione loro, quest’album n’è il capostipite e fonte d’ispirazione per orde d’artisti di settore.

Registrato con un allora stupendo mixaggio quadrifonico, Paranoid è un ricco menù di sangue lugubramente dark, urla di morte, nebbie ed insanità mentali condite abbondantemente da percezioni soprannaturali d’ispirazione pseudo-maligna e d’allucinazioni dovute a  droghe e rapporti sessuali incestuosi dove la voce insinuante e viscida d’un giovanissimo Ozzy Osbourne sguazza con piglio satanico e beffardo; un menù tremebondo ma essenziale che in seguito verrà spesso rielaborato con successi più o meno meritati fino a scomparire da dove era venuto.

Anticipatori se non addirittura fautori del rock cosiddetto doom, il Sabbath granguignolesco di Ozzy Osbourne, Bill Ward alla batteria, Geezer Butler al basso e Tony “Tommy” Iommi alla chitarra, impera e scorrazza in tutte le classifiche mondiali, portando il verbo della “cultura mortuaria” e l’ansimo necrofilo dell’oltretomba a filtrare tra le fitte maglie dell’hard rock atmosferico e pregnante d’insicurezze e deliri, creando tutta una trafila di storie e aneddoti – veri e frutto dell’immaginazione – sui comportamenti poco ortodossi e addirittura vampireschi della band di Birmingham.

Ma è anche un’epoca dove la zampata dell’occultismo graffia già altre band del main circuit come i Doors, Stones, Led Zeppelin, Deep Purple – lo stesso Hendrix ne verrà incluso a forza – ed allora questo immane rito filo-satanico si allarga a macchia d’olio tanto da far bandire in tutto il mondo ogni traccia “persecutoria” di questi suoni neri da parte di una schiera di puristi e ortodossi benpensanti che vedono in questo “malsano virus” un pericolo di dimensioni catastrofiche per le giovani e “innocenti” anime adolescenziali.

Il “..people think I’m insane because I am frowning all the time all day long I think of things but nothing seems to satisfy…” sgolato da Ozzy nell’intro di Paranoid diventa manifesto per milioni di “apprendisti stregoni” che fanno dei Sabbath un esempio orgasmico planetare, osannano il riff di chitarra di Iommi che contesta la politica di guerra e difende il ritiro dei soldati dal Vietnam War pigs, sballano copiosi nella psichedelia malata di Planet caravan e si svenano nelle distorsioni e muri di suono che paralizzano Iron man; ora con le dovute distanze degli anni e con il declino del metal, il sudicio subliminale dei Sabbath rimane unico vessillo a tempestare di “paranoica virtù” la memoria e la grandezza di un tempo che certo angosciava per via di multiformi disfunzioni sociali, ma portava a pensare che anche dal profondo buio una vera luce sarebbe potuta uscire. Pipistrelli a parte!

Read More

“Diamonds Vintage” Perigeo – Azimut

Written by Articoli

Giorni di gloria, d’amore e odio, il progressive italiano si rivolta su se stesso e sulle avanguardie degli Area di Demetrio Stratos pur di non vanificare gli intensi sforzi di staccarsi dalle ali madri inglesi che in quegli anni hanno il copyright assoluto dello stile. In Italia il prog vola alto ed in buona salute, molte le band che aprono gli occhi ma solo in pochi arrivano a cogliere il segno. Tra tutti i Dedalus e i Perigeo Giovanni Tommaso contrabbasso e basso elettrico, Franco D’Andrea tastiere, Bruno Biriaco batteria, Claudio Fasoli sax e Tony Sidney chitarra, un quintetto che in sordina tira fuori questo Azimut, un lavoro molto avanti, oltre la soglia dell’avanguardia, forte di una commistione jazz che li portò a paragonarsi – in linea astratta ma di segnale – con Weather Report e Soft Machine. Non solo fu amore a prima vista con la RCA che li mise immediatamente sotto contratto, ma anche uno straordinario successo di massa senza uguali e fiore all’occhiello della “nuova musica”, ottimizzazione ed evoluzione massima di quell’estemporaneità che il progressive perseguiva e ricercava nei borders della purezza frammista a contaminazione.

Jazz e soluzioni sperimentali, free-grove e istinti americani, questo è Azimut, un occhio sonoro che raggiunge il limite di un equilibrio informale stratosferico già dall’urlo psichedelico che raschia in “Posto di non so dove” e dove per sei minuti perde contegni e assume ritmi di un jazz-rock da capogiro; segue il caos incontrollato di “Grandangolo”, esempio di fusion ragguardevole dove sax e basso fanno amore e guerra, le linee Newyorkesi di “Aspettando il nuovo giorno”, lo sperimentalismo – a tratti cacofonico – di “Azimut”, il tratteggio mediterraneo e popolare che presenta “Un respiro” ed il rock che torna a farla da padrone tra emisferi Zawinulliani e scat elettrici dentro le giravolte senza coordinate della stupenda “36° parallelo”, traccia che chiude in un tripudio di fiatistica un capolavoro che è tuttora storia inaffondabile del Progressive tricolore.

Verranno “Abbiamo tutti un blues da piangere” nel 73, “Genealogia” nel 74, “La valle dei templi” nel 75 e “Non è poi così lontano” nell’anno 1976, anno in cui questa bella storia chiuderà i battenti per lasciare solamente echi e suoni di una melodia pazza d’inestimabile valore.

Read More

Old Time Rock & Roll, ma il Boss cambia (o meglio invecchia)

Written by Articoli

A volte la vecchiaia gioca brutti scherzi ai rockers: perdi la voce, non riesci più a muovere le dita e impiastri mitologici soli di chitarra, ti rompi la gamba cadendo da una pianta tropicale in un’isola deserta, dedichi giornate a concimare il cuoio capelluto, attendendo che i fertili fasti della gioventù ritornino a far splendere denti ormai rifatti e occhi ormai scavati da una vita eccessiva.Per molti è così, e allora fioccano reunion e tragici tour-carrozzone in cui la setlist è un agghiacciante greatest hits targato inizio anni 90. Ma a dire il vero non sono neanche in pochi quelli che si salvano dalla facile caduta e evitano un rovinoso finale con un sobrio ritiro (onore a David Bowie) oppure prendendo faticosamente coscienza dei propri limiti e trasformando i difetti del tempo in forza e potenza della propria roboante musica.Tra questi ultimi potrei citarvi: Bob Dylan (i suoi recenti “Modern Times” e “Together Through Life“ sono capolavori di poesia blues), Robert Plant (il suo rifiuto alla reunion degli Zeppelin non pare affatto vile) e eroe indiscusso di grinta e purezza: The Boss Bruce Springsteen.Il boss non si discute e su questo credo siamo quasi tutti d’accordo. Già solo per il fatto che va in tour con 300 canzoni, fa uno spettacolo con due luci e una band che emoziona più di qualsiasi schermo a led e pirotecnico, suona per 3 ore e mezza fino a quando non lo cacciano dal palco. Già solo per il fatto che lui con la sua magica E-Street Band (e sottolineo con la sua magica E-Street Band) riesce a tirare fuori quello che a mio avviso è il migliore live set che si possa vedere in giro ancora oggi.Ma qui purtroppo per Springsteen non si parla solo di live. Perché oggi, insieme a lui nella geriatria della musica rock, ci sono ancora molti live set eccellenti anche se, a differenza sua, presentano il ruffianissimo greatest hits.Qui si parla di album e di canzoni, di parole nuove e di note che toccano il presente e il futuro, non ritrite da nostalgiche radio della East Coast o da autoradio marce che sfrecciano sulla Route 66. Vogliamo sentire la freschezza, la novità e non basta un semplice frullato di 45 giri, dischi di platino e scoloriti awards amplificati dalla frizzantezza di master pompatissimi o rullanti secchi e senza l’eco.Ma cosa ci si puo’ aspettare di nuovo da un uomo che compie 63 anni a Settembre, con rughe, (pochi?) capelli grigietti e un fisico massiccio (ma almeno botulino no dai!) che prova a mascherare i segni del tempo? Per altro da un vecchio marpione che dalla vecchia scuola american mainstream non si è mai distaccato più di tanto?

Bene se vi aspettate una svolta, il suo ultimo album è ovviamente la risposta sbagliata. Se invece volete ascoltare un bel disco di vecchio rock grintoso e onesto, questo è il posto giusto. E se poi volete un disco attuale, questo è il paradiso.Attuale non è ciò che suona nuovo, ma ciò che suona reale oggi. E Springsteen suona sempre reale, quindi mai anacronistico, anche se la musica che presenta “ora” è lo stesso grido da stadio che propone da ormai quasi 40 anni.Il disco in questione ha un nome violento: “Wrecking Ball”, sa di distruzione e di terra bruciata. E pare che del ruffiano ottimismo post-vittoria-democratica biascicato a bocca semi aperta e piena di speranza, non si veda nemmeno l’ombra. Prendere o lasciare: questo è il presente visto da uno dei più grandi poeti realisti dei giorni nostri.Lo si capisce subito dalla opener “We take care of our own” che si chiede senza tanti giri di parole: dove sono finite le “loro” promesse? (“where is the promise, from sea to shining sea”). Perché “abbiamo urlato aiuto mentre la cavalleria stava a casa” (“we yelled help but the cavalry stayed home”). Insomma il mare splendente non risplende più, anzi è pieno di merda e i dannatissimi soldi che erano l’ultimo dei problemi nelle canzoni del Boss, ora vengono a galla e noi “poveri cristi” ci ritroviamo a riva, con canne corte e esche rinsecchite a tentare di farli abboccare, ma sono banchieri e politici a portarseli in scia ai loro kilometrici yacht.Insomma nonostante i cambi di umore e l’incazzatura, ancora una volta Springsteen prende il microfono e parla a nome di un popolo, usa semplici parole di disperazione e di fiducia, di paura e di amore, di caduta e di forza. Sempre tutto nel nome della passione, che non muore mai anche in tempi bui. Il vecchio dunque non perde il vizio, ed è la solita magia: con la sua voce ormai polverosa trasforma bestemmie proletarie sputate tra denti sporchi e sorrisi puzzolenti in splendida poesia popolare.

E dentro il suo popolo scava tanto in questo disco, fino a ritrovare anche le radici della musica folk americana, già abbracciate nell’album con la Seger Session, ma lontane dalla divampante allegria di vento democratico di “Working on a Dream”, dai pompatissimi muscoli rocciosi di “Magic” e dall’urlo a pugni chiusi di “The Rising”. Qui del sogno americano rimane solo l’americano, stuprato e demolito da una violenta palla di demolizione a forma di dollaro. E proprio dalla figura umana parte il nostro boss (dai che non è solo un bovaro born in the USA ma appartiene un po’ a tutta la cultura occidentale) e l’uomo può salvarsi, certo! Ma da solo. Deve prendere in mano tutto ciò che ha: amore, famiglia, forza e anche soldi questa volta e combattere per la propria vita.Non so bene se le nuove generazioni abbracceranno questo spirito, forse però artisti attuali come lui ce ne sono pochi e se dobbiamo guardare alla nostra little Italy più che allo st(r)adaiolo Ligabue lo paragonerei a De Andrè. Più muscoli e meno cervello, più macchine veloci e meno pescatori, più patriottico ottimismo e meno cruda anarchia ma il cuore che pulsa per il popolo e per le loro storie sembra pompare sangue nelle stesse vene.E la musica che pompa sangue non muore mai. Anche se qui è solo semplice e vecchio rock’n’roll continua a surfare l’onda del cambiamento.

Read More

“Diamonds Vintage” Eagles – Hotel California

Written by Articoli

Diavoli e demoni, santità di brezze rossastre tra saguari e insegne di motel. E’ questa l’immagine “calda” che questo disco, nel 1976 e tuttora , stampa nell’immaginario collettivo; gli Eagles sono già una band affermata tra gli eroismi della West Coast, ma è con Hotel California che battono cassa ai botteghini e nelle vendite in ogni dove. Non per chissà quale iper-qualità contenuta in esso – grandioso mix d’easy country dall’intrinseco flavour southern ciccano –  ma più che altro per la title track che contiene uno degli assoli più strepitosi e memorabili che la scena rock mondiale abbia mai riconosciuto.

Ma anche disco vessato e osannato per via di certe dicerie circa contenuti satanici all’interno delle tracce Wasted time, paradiso d’archi e pianoforte, e Hotel California – “ho un’idea di Satana” –  e nella copertina, dove qualcuno dice di aver riconosciuto – affacciato da una finestra dell’hotel raffigurato – il viso di Anton Lavey, fondatore della chiesa di Satana in California Street a San Francisco. Mentre la band è in preda ad un periodo di profonda escalation nel mondo della droga, l’album diventa vessillo del mito americano on the road, panacea sonante per le strade blù da percorrere in libertà e a tutto gas, tra metedrina e sogni Altmaniani; country-rock intrecciato a tessiture di chitarre acustiche da manuale che realmente danno l’impressione di avere il vento tra i capelli mentre si “fugge” via da chiunque senza una meta, senza un’idea, ma solo e comunque fuggire a cavallo di ballate che annientano, azzerano ogni voglia di ritorno. La California dream è tutta racchiusa in questa pietra miliare di vinile, una porzione degli strascichi della Summer e i tentacoli Sausaliti che risalgono da sud, stringono l’aura maledettamente easy che si rotola estasiata nei movimenti lenti di New kid in town e Life in the fast lane, nel running rock Victim of love. Nella seconda parte, però il disco frena, si perde nello scontato paradiso dei refrain di seconda Pretty maids all in a row, Try and love again e The last resort, ma si arriva in questi paraggi già satolli di bellezza per quello che si è ascoltato prima, abbondantemente “fuori” da non farci caso. Joe Walsh, Don Felder e Glen Frey alla chitarre, voci e tastiere, Randy Meisner e Don Henley, basso e batteria, sono aquile di razza che volano sopra il deserto di Sonora con la leggiadria di rondini che, diavolo o non diavolo, satana o balzebù che sia, trapassano la membrana d’emozione a chiunque ha avuto, ha e avrà l’occasione di chiedere informazioni alla reception di quest’indimenticabile Hotel California.

Read More

“Diamods Vintage” Franco Battiato – La voce del padrone

Written by Articoli

I cotonati anni ottanta prendevano il sopravvento e per la canzone d’autore impegnata – per non parlare di quella politica –  lo spazio si andava restringendo paurosamente; fuori dai confini il progressive dava ancora timidi segnali di vita, ma lo “smottamento sistematico” del sistema “ serio e della concretezza” procedeva a falcate inarrestabili facendo posto a quelli che furono denominati gli anni del disimpegno e della cellophanata virtù decadente del mascara e della non qualità.
Basta con le lotte sociali nella musica, largo alla leggerezza del pop da cassa e del ritornello balneare; ma fuori dal coro arriva il cantautore catanese Franco Battiato, già conosciuto per le sue intricate e labirintiche espressioni metafisiche Foetus, Pollution, Sulle corde di Aries, Clic e M.elle le Gladiator, da un taglio netto alle pindaricità colte di nicchia delle sue produzioni e si avvicina al pop-wave con una dinamicità poetica inaspettata già intercettata nel precedente disco Patriots, un serio e faceto equilibro d’ironia e poesia che si stacca notevolmente dalla media delle “cose sonanti” che sbattono intorno.

La voce del padrone s’illumina subito della lucenza del capolavoro, sia per il milione di copie vendute, e per quei tempi è esorbitante – ma principalmente per la rottura e la fusione consequenziale di due mondi – fino allora vicini ma non tangenti – la new wave e il sarcasmo pop cantautorale che prevedeva nei suoi canoni l’assalto alle rotation radiofoniche e nelle conferme di massa;  con la cura certosina negli arrangiamenti di Giusto Pio, l’apporto di chicche elettriche di Alberto Radius della Formula 3 e una dosata alchimia di sintetizzatori, violini, dolcezza, irrequietezza a nuoto di un oceano di citazionismi nelle liriche, l’album spiazza critica e records in ogni direzione.
Tutto viene ricordato tra le trame sincopate di Cuccurucucù, snodata ballata in cui Veloso e i Beatles vengono a testimoniare tra il fraseggio, il volo aereo, arioso ed eccelso del gioiello in assoluto Gli uccelli, l’orientaleggiamento sinuoso e  wave opaco di Segnali di vita o il ritmo a vortice di Centro di gravità permanente; memorabile lo slogan cantato al megafono da Battiato in Bandiera bianca, vessillo di quella rivoluzione, di quel cambio rotta stilistico che la società di allora prendeva dalla politica corrotta e della demenzialità dei mass media e quelle due incursioni su atmosfere lontane dal chiacchiericcio e dalle banalità del vivere Summer on a solitary beach e Il sentimiento nuevo.

Un album che nonostante gli anni di mezzo rimane un caposaldo di quella nuova stagione, un calibro di genio e follia che portò il cantautore siciliano alla ribalta popolare e che ancora insegna che in momenti di “minima moralia” si può guardare e andare oltre.

Read More

Ciao Lucio..

Written by Articoli

C’è chi lo ha chiamato poeta della canzone italiana…
Io penso che sia piuttosto limitativo definirlo in tal maniera…
In fondo Lucio era uno di noi, ma con un talento snaturato per la musica e una cultura infinita che da sempre riversava nei suoi testi.
La sua era una genialità che forse in Italia hanno avuto solo Fred Buscaglione e Fabrizio De Andrè, due artisti totalmente diversi ma che hanno rivoluzionato la storia della musica italiana.
Così ha fatto anche Lucio, che in oltre cinquant’anni di carriera è stato capace di districarsi in generi come il jazz e la canzone d’autore.
I versi di “Caruso” e “Attenti al lupo” o di “Com’è profondo il mare” e “Canzone” erano sì antitetici ma entravano subito nella testa delle persone.
Non ha mai attraversato una crisi in fatto di vendite perché il pubblico lo ha sempre amato e rispettato.
Anche lui però amava il suo pubblico…
Lo dico perché ho avuto la fortuna di incontrarlo in un paio di occasioni grazie a un mio carissimo amico.
Voglio però raccontare della prima volta che lo vidi, a L’Aquila, dove arrivò sulla sua macchina nel pomeriggio di un giorno d’estate di alcuni anni fa.
Eravamo un nutrito gruppo di persone, ma finchè non firmò l’ultimo autografo e fatto l’ultima foto non se ne andò via.
Gli piaceva il contatto con la gente, era sempre ironico e scherzoso con tutti.
Nell’ultimo tour con Francesco De Gregori nel 2010 venne invece invece a Pescara in inverno, dopo l’annullamento della data estiva allo stadio Adriatico.
Fu un concerto molto intenso, in cui due mostri sacri della canzone si alternavano nelle loro hits a volte anche improvvisando.
A fine spettacolo però, dopo due ore di musica suonata volle stringere la mano a tutti coloro che si erano avvicinati al palco e firmò autografi a tutti (me compreso) insieme al suo collega.
Non racconto questi episodi per vantarmi, ma solo per far capire che Lucio era una persona umile, che amava il suo mestiere e ancor di più il suo pubblico.
E così citando alcuni suoi versi: “caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò…”
Ciao Lucio!
La tua opera vivrà per sempre.

Read More

“Diamonds Vintage” Deep Purple – Made in Japan

Written by Articoli

Credo fermamente che in ogni casa che “musicalmente” si rispetti,  ci sia una copia  – oltre all’album III° degli Zeppelin e il The dark side of the moon dei Floyd –  di questa pietra miliare dell’hard-rock universale, il Made in Japan originale dei Deep Purple, quello racchiuso dentro la copertina color oro e del quale ci si fregiava come di possedere una Bibbia miniata da Amanuensi doc.
Un giornalista del Kerrang Music Magazine un giorno disse…”..Ci sono momenti in quest’album che non ho mai sentito nella storia della musica rock..”, e aveva la ragione tutta dalla sua parte.

I Deep Purple già avevano tre fenomenali album in attivo, In Rock, Fireball e Machine Head, ed usarono alcuni dei pezzi contenuti per presentarli in tour in Giappone nel 1972, e ne venne fuori questo mastodontico doppio Lp che registrarono in tre serate e precisamente due a Tokio e una ad Osaka; il Made in Japan rivoluzionò e aprì la strada ad un nuovo modo di registrare la musica live, non più cellophane tapes ma strumentazioni d’avanguardia che potessero captare i suoni come in presa diretta e remixarli immediatamente all’esecuzione.
Paice, Lord, Glover, Blackmore e Gillan fecero sobbalzare il popolo rock d’oriente con invenzioni, cataclismi, riarrangiamenti ed evoluzioni sinfoniche che combattevano ferocemente tra il chitarrismo carismatico di Blackmore e l’ugola divina di Gillan, le due primedonne assolute di tutta la band; questo live è rimasto scolpito nel granito sovrumano di un’interpretazione che non ha mai riconosciuto eredi o pretendenti al trono dell’hard rock, nessuno ha mai potuto inserirsi nella velocità di Hammond e sviso di Highway star come nelle ottave di grazia ipersonica di Child in time.

La storia aveva già messo lo zampino e l’alloro sulle armonizzazioni infuocate della band che con un semplice ingranaggio di power chord inventò il riff di chitarra che tuttora rimane esempio da manuale, Smoke in the water, immortale pezzo mai superato, ma pure l’assolo di batteria dalle mille battute sincopate The Mule, la voce di Gillan che imitava di gola quello che Blackmore tirava fuori dalle corde elettriche tormentate di Strange kind of woman e le allucinazioni psichedeliche di tasti Hammond, spaziali elucubrazioni psicotrope di Lord e Glover Space Truckin e Lazy, sono lì ad iridarsi della gloria eterna, pura manna di vinile che ha sfamato milioni d’accreditate moltitudini.
Correva l’anno di grazia 1972, il popolo rock nipponico visse la potenza suonata di una nuova esplosione atomica, il resto del mondo ne subì le divinazioni radioattive dalle quali non volle schermarsi. Mai.

Read More