Oneohtrix Point Never Tag Archive

Primavera Sound 2018 | 7 album in uscita che (forse) ascolteremo in anteprima

Written by Eventi, Novità

È da quando lo scorso anno i Mogwai sono atterrati a Barcellona senza preavviso e hanno suonato dal vivo tutto il loro ultimo Every Country’s Sun ben tre mesi prima dell’uscita ufficiale che sappiamo ormai che dal Primavera Sound possiamo aspettarci qualsiasi cosa. L’effetto sorpresa è diventato un ulteriore allettante motivo per non mancare all’appuntamento con la rassegna catalana, e non vediamo l’ora di farci scombinare i piani a suon di hashtag #unexpectedprimavera.

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ITALIANS CHOOSE IT BETTER | i migliori live al Primavera Sound 2018 secondo gli artisti italiani

Written by Eventi, Interviste

In vista dell’uscita della famigerata timetable, ho chiesto ad alcuni musicisti – ai miei preferiti, obviously – di darmi qualche dritta sugli act da non perdere quest’anno, suggerimenti da parte di addetti ai lavori che potessero aiutarmi anche a scoprire qualcuno tra i nomi meno noti in cartellone.

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Recensioni #14.2017 – Visionist / Angelo Sicurella / Courtney Barnett & Kurt Vile / Julien Baker…

Written by Recensioni

I DISCHI CHE NON TI HO DETTO | Italia sintetica

Written by Recensioni

I confini tra Rock ed Elettronica sono ormai estremamente labili e da tempo la materia sintetica si insinua anche nelle produzioni nostrane, contaminando e rinnovando la tradizione cantautoriale o rinnegandola totalmente con lo sguardo proiettato oltre i confini della Penisola.
Tra le uscite degli scorsi mesi di questo 2016 abbiamo selezionato alcuni dischi in cui, sebbene giochi di volta in volta un ruolo diverso, la componente Elettro è di certo essenziale e imprescindibile.

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Anohni @ Flowers Festival, Parco della Certosa Reale, Collegno (TO) 12/05/2016

Written by Live Report

Il Flowers Festival, giunto alla sua seconda edizione, ospita quest’anno, nella cornice del Parco della Certosa Reale di Collegno, un paio di appuntamenti molto importanti, tra questi uno dei più attesi è sicuramente quello con Anohni. La transgender ha da poco pubblicato Hopelessness, disco dove a supportare la sua splendida voce troviamo i suoni creati da Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) e Ross Birchard (Hudson Mohawke), coproduttori del disco.
Un nuovo nome dunque, che l’artista usa da tempo in privato per mettere in risalto il suo lato femminile, ed nuova partenza, a sei anni dall’ultimo lavoro firmato Antony And The Johnsons, con un disco urgente, dai forti messaggi politici e dalle parole apparentemente semplici, più collettive che individuali, eppure intime, profondamente coscienti, estremamente dolorose e universali.

Il numero dei presenti accorsi alla Certosa Reale è piuttosto significativo ma lontano dal sold out che credevo di trovare nonostante questa sia l’unica data italiana per godere di Anohni. Perchè si tratta di una musicista importante che, oltre che questo buon esordio con la sua nuova identità musicale, già in passato ha regalato signori dischi, perchè i due musicisti che la accompagnano fanno parte dei nomi indubbiamente di rilievo della musica elettronica contemporanea, perchè credo che in qualunque altro paese con una cultura musicale quantomeno discreta una data unica di questo trio in uno spazio come questo avrebbe fatto il tutto esaurito, probabilmente già da giorni prima dell’evento. Credo che in Italia in futuro dovremo accontentarci, ben più di quanto già non si faccia oggi (quanti artisti girano intorno al nostro paese senza mettervi piede?) se queste sono le risposte che i promoter hanno dall’organizzare un evento come quello di stasera, ma tant’è… Perdonatemi la divagazione e torniamo alla musica suonata.

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Il live inizia, puntualissimo, alle 22,15 quando un rumor bianco avvolge la Certosa. Bisogna però attendere ancora parecchio prima di sentire la voce di Anohni, infatti dopo 5 minuti abbondanti di questo suono, mentre nulla accade sul palco, ecco che per altri 15 (veramente troppi) lo sentiremo andare avanti con piccole modulazioni accompagnato dalle immagini del maxi schermo situato a centro palco di una Naomi Campbell, a tratti ammiccante, che si muove all’interno di un garage nell’abito succinto col quale appare nel video di “Drone Bomb Me”. Dopo questi 20 lunghissimi minuti, quando ormai buona parte del pubblico ha perso la speranza (e la pazienza) ecco partire giustappunto “Hopelessness”. Anohni non è ancora visibile ma finalmente la sua presenza si sente, mentre ai lati del palco Lopatin e Birchard sono già alle loro postazioni e lo schermo che proiettava la Campbell lascia spazio ad un volto di donna dallo sguardo intenso ma sfinito, il viso truccato di bianco, quasi come arrivasse dall’aldilà, mentre nella zona degli occhi sino a scendere su alcune zone delle gote il colore è un rosso piuttosto marcato, come a farci immagnare delle tumefazioni o delle lacrime di sangue sul suo viso; sembrerà quasi sia lei ad intonarci il pezzo, muovendo le labbra proprio come le muoverebbe Anohni se potessimo vederla. Sulla successiva e bellissima “4 Degrees” (pezzo presentato al Primavera Sound 2015 coi Johnsons) Anohni fa il suo ingresso sul palco, un mantello nero con cappuccio a coprire la testa e sul volto un velo dello stesso colore.

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Questa sera Anohni sarà solo una presenza fisica, la sua sublime voce sarà prestata alle donne che scorreranno sullo schermo, saranno loro a rappresentarla mimando le parole dei testi, frequentemente come a cantare insieme a lei, oltre che per loro stesse e per tutti i presenti, altre volte interpretandole coi loro occhi (spesso in lacrime) e le loro espressioni del viso. Saranno queste donne, artiste di varie etnie ed età, insieme alla voce di Anohni le protagoniste della serata. Il martellamento denso ed epico di “4 Degress” scalda l’atmosfera (ma in casi come questo non credo la Terra ne risenta, anzi) e si inizia a vedere anche qualcuno che in qualche modo balla.
Dal riscaldamento globale si passa alla sorveglianza globale con la bellissima “Watch Me” dove Anohni muove eloquentemente le braccia, allargandole e portandole al cielo, come ad attirare ancor più l’attenzione di questo Daddy, sorta di grande fratello, con la consapevolezza di chi sa di essere controllata. Tra due brani inediti (molto bello “Paradise”, il primo dei due, dove Anohni sfoggia tutta la sua capacità vocale su un tappeto elettrico ora soffuso ora scosso a intermittenza senza mai risultare invasivo) trova posto “Execution”, brano sulla pena di morte dove la voce e soprattutto il gioco di synth caldi e ballabili contrastano fortemente con l’argomento toccato.
Su “I Don’t Love You Anymore”, forse il brano più puramente Pop, nonché più personale del disco e dunque del concerto, sullo schermo sarà Anohni stessa ad essere proiettata, ma solo una parte del viso, esclusa la bocca, a quella donna non c’è bisogno di dar voce, ne ha già una, bellissima, ed è lì sul palco a farcela ascoltare.

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Esattamente a metà concerto, nella stessa posizione che occupa nel disco arriva il funereo mantra “Obama”, per l’esecuzione di questo brano anche OPN e Hudson Mohawke, entrambi in felpa nera, copriranno la loro testa col cappuccio. Il brano live ha una resa ancora più incredibile, come se il suo fascino ipnotico e conturbante abbia la capacità di fermare tutto, a muoversi (e veramente molto se paragonata al resto del concerto) è invece Anohni che lo interpreta dando per buona parte della canzone le spalle al pubblico regalando ancor più l’idea di tradimento espressa nel pezzo. Altro momento straordinario arriva con l’intensa e struggente ballata “Why Did You Separate Me From the Earth?” che risulta ancor più bilanciata che su disco e dona l’ennesima grande prova vocale della Nostra ed un finale più Ritual-Trance.

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Segue un inedito che risulta essere tra i momenti più puramente elettronici del live ad anticipare la meravigliosa ed empatica autocritica di “Crisis”, probabilmente il brano dalla costruzione elettronica più varia, e senza dubbio magistralmente costruita, dell’intero set. Il live va a terminare con “Marrow”, forse il pezzo rimasto più fedele all’esecuzione su disco, per quanto nulla sia stato stravolto, seguito dalla splendida “Drone Bomb Me”, inizalmente legata ad un breve inedito (“In My Dreams”) che porta nuovamente sulla schermo il viso di Anohni (questa volta completo) durante la dolcissima parte strumentale, viso che scompare lasciando lo schermo nero nel momento in cui l’artista anglo-americana inizia ad intonare le parole del brano (semplicemente quelle che formano il titolo) inginocchiata a terra, come in preghiera. Ed ecco che sulla prima nota di “Drone Bomb Me” sullo schermo ritorna la Campbell, questa volta solo il suo viso, in lacrime, mentre il brano scorre via confermando tutta la sua grandezza.
Il mio sangue, il mio sangue, scegli me stanotte, su queste parole  Anohni lascia il palco e la modella lascia lo schermo facendo posto ad un’altra artista, un’anziana signora di colore capace di riassume perfettamente tutti gli argomenti trattati da Anohni stasera, un volto perfetto anche per rappresentare la natura, l’artista si dice preoccupata per quanto accade nel mondo e timorosa per come possa svilupparsi il futuro, mentre intorno la musica sfuma facendosi silenzio.
Un saluto accennato da parte di Lopatin e Birchard, il buio totale e poi le luci ad illuminare il Parco della Certosa Reale.

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Un live coraggioso, perfettamente in linea con il disco pubblicato. Non ci sono state parole se non quelle delle canzoni, non si sono visti effetti speciali su quello schermo a centro palco, nessun gioco di luce particolare, tutto è stato emotività ed intimità, al centro di tutto un’artista, questa sera senza volto, dalla voce seducente e penetrante,  dal vivo ancor più capace di mettersi (e mettere) a nudo, dando ancora più senso a quanto cantato. Il pubblico lascia la Certosa consapevole di aver assistito ad un concerto importante, significativo, e se ne va a casa, ognuno con la sua anima, un po’ più pesante, ma anche un po’ più pulita.
La speranza é ancora viva anche se per l’Italia la vedo male, ma fortunatamente, stando a quanto dice Anohni, siamo tutti americani (perdonatemi anche questa divagazione, collegata a quella di sopra).

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Niagara – Hyperocean (Disco del Mese)

Written by Recensioni

“Musica dell’altro mondo”, come si suol dire, perifrasi entusiastica di cui spesso si abusa, a voler condensare in poche parole la sensazione tonificante di star ascoltando qualcosa di inedito. Giunti al terzo album in studio i Niagara ci mettono in condizione di poter usare l’espressione senza risultare poi così esagerati.
Non che nelle puntate precedenti Davide Tomat e Gabriele Ottino abbiano mancato di sorprenderci piacevolmente, ma c’è uno scarto sostanzioso tra le intuizioni del passato e l’ambizione con cui Hyperocean è nato, come luogo ancor prima che come disco, perchè questo terzo atto ha davvero la pretesa di essere musica dell’altro mondo, colonna sonora di un pianeta immaginario e immaginifico: brano dopo brano, le sue undici tracce modellano le fattezze di un universo che non contempla terre emerse, in cui apprendere l’arte dell’ascolto in apnea è condizione necessaria per la sopravvivenza.
L’attrazione dei Niagara per lo stato liquido, che pure era tangibile nei suoni immersi nel fluido elettrico di Don’t Take it Personally, si spinge fino a diventare principio ispiratore di una dimensione parallela governata da logiche compositive ancora da scoprire, in cui l’acqua è elemento imprescindibile, che lasciato a reagire con le strutture melodiche le disgrega e ne disperde il senso.

Il duo cementa il sodalizio con la londinese Monotreme Records e conferma la necessità di guardare oltre i confini della Penisola nel caso in cui ci si voglia sforzare a collocarli entro correnti e tendenze: le arguzie compositive di producer come Arca e Lapalux, le perturbazioni ovattate di Oneohtrix Point Never, l’ossessività degli Animal Collective. Nelle liriche sommerse dei Niagara trova spazio un nuovo modo di fare cantautorato, che rifugge i costrutti collaudati eppure mantiene la vocazione Pop, scegliendo la musicalità della lingua inglese che si confà al suo ruolo, perchè il cantato ha lo stesso peso degli altri layer sonori.
L’analogico è ridotto all’osso, percussioni e acqua, catturata da idrofoni in ogni condizione e stato, dagli abissi marini al ghiaccio in una bacinella. Il resto è lavoro in digitale di sovrapposizione strato per strato di anomalie e pulsioni emotive. Sui gorgheggi metallici dell’opener “Mizu” si incastra una voce femminile robotica, sopraffatta poi dal crescendo dei synth.  Materia sonora di ogni tipo confluisce nei brani e ne esce snaturata: orchestre di archi acidi che suonano come vetri rotti in “Escher’s Surfers”, molecole di nebbia elettrica che sibilano in “Fogdrops”, abrasioni regolari a cadenzare linee vocali e riverberi Psych plastificati di “Blackpool”. Nell’accumulo di elementi sonori, sono piccoli escamotage quelli che innescano la detonazione, come ad esempio un lieve sfasamento, quello tra i sample che si rincorrono nella title track, o quello tra i singhiozzi sintetici e i loop vocali di “Solar Valley”.
L’impasto è artefatto ma suona vivo e pulsante, dall’inizio al finale incompiuto di “Alfa 11”, una nenia disturbante che degenera dilatandosi in sferzate apocalittiche per oltre dieci minuti, fino a placarsi in una calma che ha tutta l’aria di essere solo apparente.

Al termine del viaggio le linee guida del sound dell’altro mondo sono ben delineate, e il disco che ne porta il nome suona organico, più oscuro e inquieto del suo predecessore. Quelli esotici e tecnologici di Don’t Take it Personally sono stati luoghi affascinanti, ma pur sempre parte del nostro pianeta e confinati in quel limbo che è il presente, mentre Hyperocean ha le ispirazioni giuste e l’audacia sufficiente per inventarsi un possibile futuro post-elettronico.

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Recensioni | dicembre 2015

Written by Recensioni

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Keith Rowe / John Tilbury – Enough Still not to Know   (Non Music, Free Improvisation 2015) 7/10

Non esiste nella storia uno stile musicale che possa dividere gli ascoltatori alla maniera di quanto proposto dal duo in questione. Definitela Non Music, Free Improvisation, Avantgarde o come volete, quello che è certo è che il concetto di minimale è qui ridotto all’osso, con pochissime note di piano o una varietà di rumori ambientali a spezzare il silenzio di fondo, vero protagonista dell’opera. Una scelta dei suoni, dei tempi e delle pause eccelsa con qualche fase spinta troppo verso il tedio anche per la durata proibitiva.

Aisha Devi – Of Matter and Spirit   (Esoteric Electronic, 2015) 7/10

Per il suo album a nome Aisha Devi, l’artista svizzera prende a prestito la lezione degli Autechre proponendo una lettura dell’Electronic in chiave esoterica e spirituale decisamente rivolta al dub e ad una Dance di stampo oscuro. I paragoni potrebbero essere molteplici ma quello che sembra è piuttosto che qui si sia di fronte a qualcosa di totalmente nuovo ancora da sviluppare nel suo potenziale.

IAMX – Metanoia   (Synth Pop, Dark, 2015) 7/10

Il progetto IAMX ruota intorno al leader Chris Corner ormai da oltre dieci anni; una produzione vasta e altalenante che, con Metanoia, trova il suo traguardo stilistico in una miscela Synth/Electro Pop, Dark ed Electronic dal sapore Industrial con l’aggiunta di una voce che farebbe bella figura in una band Pop Rock. Ci sono quasi tutti gli elementi che hanno infarcito la carriera del musicista britannico e questo pare un ottimo punto di partenza per tornare indietro.

Beach House – Thank You Lucky Stars   (Dream Pop, 2015) 6,5/10

Probabilmente dai tempi dei Cocteau Twins, il duo statunitense ha preso di diritoo lo scettro di re del Dream Pop, tanto che la loro musica somiglia in maniera impressionante ad una didascalica definizione dello stesso. Questa seconda uscita del 2015 è quello che non ti aspetti e fa la felicità di ogni loro fan, visto che vede la luce solo poche settimane dopo Depression Cherry. Peccato abbia il sapore di b-side scartate, comunque apprezzabili dai più fedeli.

John Howard and the Night Mail – John Howard and the Night Mail (Pop, 2015) 6,5/10

Un album di nostalgico Pop cantautorale, fatto di arrangiamenti curati, voce delicata e ben calibrata, melodie orecchiabili senza scivolare in alcuna trappola mainstream. Un album per certi versi anonimo, se guardiamo allo stile, ma che saprà farsi apprezzare dagli amanti del Pop in vecchio stile, con vaghe sfumature Glam.

10 Waves of You – Field of Venus (Post Rock, 2015) 6,5/10

La musica di Luca Crivellaro ci accompagna in una passeggiata stellare tra i campi di Venere attraverso brani costruiti su fondamenta Minimal e Ambient arricchiti da momenti di psichedelia e spunti maggiormente kraut. Il risultato sono sette brani emozionali, interessanti, giustamente onirici e anche a tratti privi di tensione, ma molto godibili. Un buon viaggio cosmico per gli appassionati dei Mogwai e Caspian.

Laurex Pallas – La Prestigiosa Milano-Montreux (Cantautorato, Pop, Folk, 2015) 6,5/10

Disinvolto e felice nello sfoggiare la propria essenza demodè, il collettivo lombardo è al capitolo conclusivo di una trilogia ciclistica di stampo cantautoriale iniziata nel 2007, che si è arricchita di elementi Folk e di rimandi alla cultura popolare italica. Ma non abbiate paura: l’ironia e la leggerezza dei Laurex Pallas sono più simili a quelle di un Dalla che a quelle di un Brunori.

Oneohtrix Point Never – Garden of Delete (Electronic, Glitch, 2015) 6/10

Che il progetto di Daniel Lopatin trasudi costantemente talento è innegabile anche sulla base dell’ultimo lavoro ma questa volta la scelta dei suoni, delle melodie e di tutto l’apparato sonoro di queste dodici tracce di Prog Electronic infarcita di Glitch non convince fino in fondo regalando, piuttosto, qualche lapidario sbadiglio.

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A novembre Torino si accende di musica: ritorna il Club To Club!

Written by Senza categoria

#C2C15 è la quindicesima edizione di Club To Club, importante Festival di musica e arte in Italia, alla costante ricerca del punto d’incontro perfetto fra Avanguardia e Pop.
Club To Club celebra il suo XV anniversario con un’edizione che si preannuncia esaltante a Torino dal 4 all’8 novembre, durante la Contemporary Week. Nato negli anni zero come circuito di club uniti nel corso di una notte da un solo biglietto, il festival è cresciuto fino a diventare una cinque giorni di spettacoli no-stop di alcuni degli artisti più acclamati e visionari al mondo, che si snodano all’interno di location uniche della città più elegante e regale d’Italia.

#C2C15 animerà coi suoi echi musicali diverse location sparse in tutta la città, ognuna col suo fascino e la sua personalità: dagli spazi del Salone dei Concerti del Conservatorio, famoso per l’impeccabile qualità della sua acustica, al barocco e prestigioso Teatro Carignano, dai nuovi e ampi spazi a disposizione nei padiglioni post-industriali del Lingotto Fiere al quartiere di San Salvario, centro nevralgico della creatività torinese. Un intero hotel verrà trasformato nel quartier generale del Festival, dove si svolgerà il programma diurno tra proiezioni, talk e musica.

La lineup è ancora da completare, ed al momento risulta composta dai seguenti nomi:

Andy Stott
Anthony Naples
Apparat Soundtracks Live
Battles
Carter Tutti Void
Dekmantel Soundsystem
Floating Points Live at Teatro Carignano
Four Tet Live
Holly Herndon
Jamie XX
Jeff Mills
Kuedo
La Priest
Lotic
Mumdance + Novelist Feat. the Square
Nicolas Jaar Dj
Nigga Fox
Ninos Du Brasil
Omar Souleyman
Oneohtrix Point Never
Prurient
Shackleton
Sophie + Qt
Soundwalk Collective Perform Underground
Tala
Todd Terje Live
Vaghe Stelle
to be continued…

Per maggiori info:
http://clubtoclub.it
http://facebook.com/clubtoclub
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