Melvins Tag Archive

‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di ottobre 2017

Written by Eventi

Godspeed You! Black Emperor, Klimt 1918, Melvins, The Dream Syndicate… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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VIAGGI MUSICALI | Intervista ai Maledetta Dopamina

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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di aprile 2017

Written by Eventi

The Notwist, Steve Gunn, Ofeliadorme, One Dimensional Man… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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VIAGGI MUSICALI | Intervista agli Harmonic Pillow

Written by Interviste

Upsilon Acrux + Io Monade Stanca @ Blah Blah, Torino, 20/09/16 [PHOTO REPORT]

Written by Live Report

Non succede tutti i giorni che il richiamo ad un live avvenga grazie ad un gruppo spalla  mentre gli headliner risultino dei perfetti sconosciuti (mea culpa), almeno fino ad un paio  di giorni prima dell’evento quando, come ogni tanto capita, ci si decide a dare un ascolto  ed informarsi un po’ sulla band in questione e si scopre, con grande piacere, che si tratta  di una gran bella formazione.
Questo è quanto avvenuto al sottoscritto per il live in questione che ha visto esibirsi sul  palco del Blah Blah di Torino, preceduti dagli Io Monade Stanca, i californiani Upsilon  Acrux.

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In apertura il Power Trio della provincia Granda, ormai una piccola istituzione in  Piemonte e non solo, ha dato il la alla serata con il suo sound spigoloso e dinamico che  ha come pilastro un Math Rock la cui regola fondamentale è quella di non avere regole. Centrando la loro esibizione sull’ultimo Three Angles (uscito ormai 4 anni fa) la chitarra  di Nicolas J. Roncea, il basso di Edoardo Baima e la batteria di Matteo Romano,  hanno ampiamente scaldato il pubblico accorso a gustarsi questa serata divertendolo  con alcuni siparietti tra un pezzo e l’altro.  Il suono dei 3 risulta più che mai compatto e (per quanto sempre ispirato a gruppi come  Don Caballero, Shellac, Melvins e via dicendo) sempre più personale; i ragazzi si  dimostrano ogni volta in crescita, anche nelle loro maniere patafisiche, e non si può che  sperare arrivi presto un nuovo disco.

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Dopo il breve cambio palco si giunge al momento della piacevole scoperta: gli Upsilon  Acrux.  Band esistente dal 1997 che negli anni ha condiviso il palco con artisti come Zs, Peter  Brötzmann, Nels Cline, Dillinger Escape Plan, Don Caballero, Boredoms, The  Flying Luttenbachers  e che dopo varie vicessitudini (della formazione originale è  rimasto solo il fondatore Paul Lai) è giunto oggi alla formazione a 5 vista sul palco  composta, oltre che da Paul Lai alla chitarra, dai due batteristi Mark Kimbrell e Dylan  Fujioka (attuale batterista di Chelsea Wolfe), da Patrick Shiroshi al piano Rhodes ed  al sax e da Noah Guevara alla seconda chitarra.
La band è giunta al suo settimo disco, Sun Square Dialect, uscito lo scorso anno e  suonato interamente durante la serata insieme ad un paio di ripescaggi da dischi più  datati.

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Il loro live è incendiario, e non solo grazie alla goduriosa doppia batteria (usata a partire  dal 2004), infatti gli Upsilon Acrux uniscono a grandi doti tecniche un ottimo gusto melodico andando a creare intrecci che sono geometriche alchimie dall’impalcatura  Avant-Prog capaci di spingersi con classe e veemenza in territori Math Rock, Noise e  Free-Jazz.
È sempre presente una certa tensione ed allo stesso modo non manca mai l’armonia,  per quanto molto spesso si tratti di un’armonia brutale; tutto questo crea uno spettacolo  vibrante dalla prima all’ultima nota (nel brano conclusivo dell’esibizione si accenna  persino ai Kraftwerk) grazie ad una band che dal vivo va ben oltre la conferma della  piacevole scoperta che avevo avuto ascoltando il loro ultimo lavoro.
Trattasi dunque di una formazione che, se come me non conoscevate, consiglio di  andare a scoprire (il reale intento di questo photo report  dalle foto di livello più che mai  amatoriale vorrebbe in realtà essere questo) di modo che non ve li lasciate scappare il  loro prossimo eventuale passaggio in Italia dopo questa data unica alla quale ho avuto la  fortuna di assistere.

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Cronauta – The Bullring

Written by Recensioni

Ci vuole una buona preparazione fisica e psicologica per far fronte all’onda anomala che da Finale Emilia travolgerà le vostre case, spazzerà via tutto, lasciando solo detriti. The Bullring è il primo disco edito dall’etichetta danese 5Feet Under Records per gli Hardcore heroes Cronauta ed è tranquillamente riassumibile come il suono della frantumazione. Nevrotici come i These Arms Are Snakes, inclassificabili come i Melvins, in Italia solo i Die Abete reggono il confronto per il livello eccessivo di pazzia espressa. “We Knew Well a Lip-Service Payment Would Have Followed the Statement” ed il singolo “Harangue” danno il via alle danze e subito la voce di Nicolò si scatena, senza dare respiro nemmeno per un secondo a uno sprazzo di melodia. C’è solo qualche spiraglio Experimental Jazz a intervallare l’incedere furioso, ma è davvero poca cosa. Così le parole incomprensibili ruggite fuori dall’ugola del cantante finiscono per fare da sfondo a un tappeto Mathcore tessuto dai tempi dispari della sezione ritmica. È però un qualcosa che metti in conto se ti avventuri in un ascolto simile. “Gentlemen’s Agreement” è un brano beffardo: in quattro minuti di canzone, uno di questi è dedicato a un intro rilassante che non lascia presagire a come sarà il seguito. Dobbiamo essere furbi noi ad essere impreparati, ma non troppo. “Mancuerda” ci regala la prima sorpresa con un giro di chitarra Noise inaspettato che molto deve a Duane Denison dei Jesus Lizard. Un assalto all’arma bianca che soddisfa un bisogno primordiale di smorzare i ritmi altamente schizzati dell’album. “Arizona Law in Northern Italy” mi ha ricordato tantissimo il sound degli Snapcase, soprattutto dal punto di vista vocale, anche se con i Cronauta nulla è circoscritto ed è lecito uscire dal recinto della prevedibilità. La chitarra di Niccolò cambia continuamente forma, passando dal caos a un riff quadrato e ragionato, trovando un riscontro perfetto nel resto dei compagni d’armi, impeccabili e facenti sfoggio di una padronanza strumentale eccelsa. The Bullring è un disco potente e prepotente, non adatto ai deboli di cuore e a chi vive la musica come una fonte di relax. Tutti gli altri non abbiano paura di dare una chance a questi camionisti, anche perché “87% of the Homicides Are Committed by Truck Drivers”.

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La Band della Settimana: Cani dei Portici

Written by Novità

I Cani Dei Portici esordiscono nel 2013 con Cave Canem, uscito per Toten Schwan Records / L’Odio Dischi / È un brutto posto dove vivere, che viene ristampato l’anno successivo. Abbaiano per tutta Italia con Bologna Violenta, Bachi Da Pietra, Giorgio Canali, Marnero, Zu, Ornaments, Storm{O}. Latrano al MEI e in svariati festival della penisola. Nel 2016 esce Due, per Dischi Bervisti / Toten Schwan Records / Vollmer Industries / Santa Valvola Records / È un brutto posto in cui vivere / L’Odio Dischi / Oh! Dear Records / Effetti Collaterali Records. Due è la seconda uscita discografica dei Cani dei Portici, duo composto da Demetrio Sposato (batteria) e Claudio Adamo (chitarra, voce). L’album uscirà in CD e in digitale il 2 maggio 2016 per Dischi Bervisti/Toten Schwan Records/Vollmer Industries/È un brutto posto dove vivere/Santa Valvola Records/Oh! Dear Records/L’Odio Dischi/Effetti Collaterali Records e distribuito da Audioglobe. Il disco sarà disponibile anche in formato musicassetta grazie a Oh! Dear Records. Con questo lavoro i Cani Dei Portici confermano la loro innata capacità ad alternare fasi rilassanti a stacchi energici e violenti. Due abbaia un suono primitivo, diretto, che cattura fin dal primo ascolto. Melvins, Shellac, Jesus Lizard e Primus sono i richiami che vengono miscelati/rielaborati dal duo creando qualcosa che è difficile classificare in un genere preciso. Un disco massiccio e nevrotico, sorprendente, mai banale, che offre all’ascoltatore molteplici situazioni sonore, repentini cambi di tempo, accelerazioni frenetiche che spesso irrompono in cupi momenti di riflessione. I Cani Dei Portici latrano selvaggi e imprevedibili, e continuano a stupire con la loro musica.

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Hate & Merda – La Capitale del Male

Written by Recensioni

Gli Hate & Merda sono un duo fiorentino composto dal batterista Unnecessary 1 e dal chitarrista ed urlatore Unnecessary 2. Oltre a nasconderci i loro veri nomi il duo non mostra i propri volti, coprendoli con impenetrabili calze nere in modo da annullare l’identità visiva, cosa che, oltre che con questi tempi di selfie ad oltranza, risulta in contrasto con le copertine dei loro dischi; un singolo volto accompagnava il loro primo lavoro La Città dell’Odio, una vecchia e piuttosto macabra foto di gruppo accompagna questo nuovo full length, volti di tanti signor nessuno che potrebbero essere chiunque, volti di tanti non necessari. Il sound del gruppo è molto istintivo (il disco è stato registrato in una sola notte) e vi troveremo molteplici riferimenti (Melvins, Yellow Swans, Black Sabbath, Om, The Angelic Process, Earth per citarne alcuni) tutti piuttosto estremi; sarà dunque in modo radicale ed ossessivo che viaggeremo tra la vita e la morte, tra i rapporti umani e la solitudine. “Non esiste filosofia che possa contemplare il male. Quando arriva si mangia tutto(…), però il male è rappresentato, già tempi or sono dal Ponte Vecchio si buttavano le streghe”. Con queste parole del bizzarro filosofo fiorentino Stefano Santoni, prima di essere sommerse da droni e tamburi palpitanti, parte il disco con la title track, subito capace di farci capire quali territori andremo a visitare, subito virulenta, capace di farci smuovere qualcosa dentro, per poi dissolversi e farci ritrovare chiaramente le ultime parole di Santoni: “il male serve, serve anche il male…”. Si prosegue con “Foh”, tiratissimo pezzo Sludge Noise con parte centrale più rilassata, brano in cui inizia a prendere forma una certa circolarità (ma sempre e comunque spigolosa) del lavoro della band che qui ci delizia con un testo ermetico ed intenso che se fosse proposto da un cantautore dalla voce sottile, pizzicando le corde di una chitarra classica, quasi ci farebbe gridare ad un nuovo miracolo della canzone d’autore italiana, invece il non necessario numero due ce lo sbraita in faccia, ci sbraita in faccia queste parole: “l’unica cosa che esiste sono io, ho dovuto accendere una luce per capire che ero solo…le persone sono sempre bellissime quando ti dicono addio, ma un giorno anch’io me ne andrò, e allora anch’io sarò bellissimo”. Violentissime sono “L’Inesorabile Declino”, introdotta da una celebre scena de Il Cattivo Tenente di Abel Ferrara, e “La Capitale del Mio Male”, due veri e propri macigni disturbanti di Noise, Drone e Sludge nei quali si fatica a credere che tale delirio e personalità possano essere proposti da soli due elementi spersonalizzati. Tra queste due rocce si trova “In Itinere”, pezzo col quale ci spostiamo in territori più ambientali e nel quale troviamo come ospiti Matteo Bennici (Squarcicatrici) al violoncello e Stefania Pedretti (OvO, ?Alos) alla voce, che con i suoi versi primordiali accresce l’intensità di questo brano dove tutto è più tranquillo ma non meno scuro: la batteria suona triste, sommessamente marziale, la voce non urla, sembra quasi riflettere tra sé, l’atmosfera è notturna, probabilmente stiamo sognando, ci troviamo in un momento di apertura claustrofobica, è il momento più intimo del disco, e ne è il suo cuore pulsante; siamo partiti ma non siamo cambiati, il male che avevamo dentro ci accompagna ancora, e soffriamo di nostalgia, vediamo, sentiamo e ritroviamo quello che abbiamo lasciato, e non siamo capaci di spiegare noi nemmeno a noi stessi, di nuovo e per  sempre soli nella nostra fuga permanente. Il Doom di “Profondo Nero Senza Fine”, conduce alla conclusiva ed urticante “Vai Via” dove troviamo l’essenza della band, sia musicale, con i suoi momenti più duri ed estremi ed i suoi passaggi più pacificati ed ambientali, che lirica (“se il tempo potesse tornare indietro tornerebbero indietro le cose perdute (…) questo album di foto guardato al contrario riporta i morti alla vita di prima (…) non dormirò mai più per non sognarvi mai più”), con parole che sembrano urlate dal nucleo interno della terra. I due Unnecessary firmano un disco tosto e di sicuro impatto che suonato live, con la sua fisicità, non potrà che catturarci in modo ancora più totalizzante, e ci ricordano, con questa storia di chi fugge e di chi resta, che la sensazione di solitudine che ci accompagna non ci abbandonerà mai e che la capitale del male è dentro ognuno di noi, mostrandoci, oltre ad odio e merda, cuore e cervello, nonché due corpi in volo, perpetuo e consapevole, dal Ponte Vecchio alle rosse acque dell’Arno.

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Zolle – Porkestra

Written by Recensioni

Su Facebook si definiscono un gruppo che fa Ultra Heavy Rock e chiedono la cortesia di non essere catalogati come band Sludge. Impossibile accontentarli, sorry.  Titolo irriverente, come irriverenti sono i nomi dati alle singole canzoni, accomunate dal prefisso Pork. Ecco quindi iniziare con “Porkediem” e “Porkeria”, concise e dannatamente fuori da ogni schema tanto da ricordare la perizia di Cloudkicker. I brani si intrecciano tra loro mossi sempre da un riff portante di Marcio a cui si palesa la batteria di Ste, ruvida e caustica al punto giusto. La scelta di suonare musica orfana di testi è tipica dello Sludge (…e due), avvicinandoli per sound a Pelican e Neurosis (vedere i tempi Doom di “Porkimede”). “Porkobot” è la vita artistica dei Melvins condensata in meno di tre minuti, “Pork Vader” si intromette con un Math Rock embrionale vicino ai nostrani Ruggine. Il duo lombardo si affida a “Porkangelogabriele” per congedarsi: una traccia di sei minuti dove prende il comando lo xilofono di Ste, mostrandosi così un abile polistrumentista. Porkestra è un progetto ambizioso, forse anche troppo, sorretto da eccellenti qualità tecniche, sviluppato però in maniera avulsa. Pochi acuti, poche parti che ci fanno sobbalzare dalla sedia. Tutto molto glaciale, privo di empatia. Risfodero il cappotto in anticipo. Ho già nostalgia della bella stagione.

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Melvins: due date in Italia

Written by Senza categoria

I Melvins, probabilmente il gruppo più influente del Rock Alternativo americano insieme ai Fugazi e uno dei più fulgidi esempi di rock band in assoluto, tornano in Italia per due live per presentare l’ultimo album Hold It In uscito per la fedele Ipecac alla fine del 2014.
Le date previste sono:
30 SETTEMBRE 2015 – BOLOGNA – LOCOMOTIV CLUB
01 OTTOBRE 2015 – MILANO – LEONCAVALLO

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The Marigold – Kanaval

Written by Recensioni

Evito di fare inutili giri di parole, tanto servono a ben poco, aspettavo il terzo disco dei The Marigold come un bambino degli anni 80 aspettava Carnevale. Ero preso da una forte curiosità, ero quasi indisponente verso la scena Post Rock italiana, sapevo che il loro disco mi avrebbe fatto contento. Ecco Kanaval, uscito alla metà di Dicembre negli USA per la Already Dead Tapes & Records di Chicago e in Europa per la DeAmbula Records, Riff Records, la belga Hyphen Records e Icore Prod (prendo in prestito qualche riga dal comunicato stampa). In Kanaval collaborano artisti esageratamente sperimentali come Amaury Cambuzat (Ulan Bator, Faust), Gioele Valenti (Herself), mentre mix, mastering e produzione sono portati a termine niente di meno che da Toshi Kasai dei Melvins (che ha anche suonato nel disco). Siamo tutti d’accordo che già le buone premesse senza ascoltare il disco ci sono praticamente tutte? Almeno gli incredienti sembrano essere di eccelsa qualità. Poi inizia l’ascolto, le atmosfere iniziano ad assumere strane connotazioni, usciamo dal mondo reale per attraversare il confine che porta sul pianeta dei The Marigold, “Organ-Grinder”. Chitarroni pesanti come macigni, distorsioni indiavolate, provo brividi nell’ascoltare “Magmantra”. Grunge affetto da una malattia incurabile in “Sick Transit Gloria Mundi”, noise, il pezzo è anche cantato (cosa rara nel disco), la ritmica riesce a portarsi via le ormai deboli ossa del collo. Kanaval diffonde nel mio corpo forti sensazioni contrastanti, voglia di subire, voglia di arrogarmi il diritto di essere il padrone dell’intero mondo. Sento il bisogno di piangere, subito dopo rido in maniera istericamente incontrollata. Particolarmente in “Third, Melancholia”, avverto una forte complicazione del sistema nervoso, saranno gli effetti lanciati a disegnare infiniti cerchi concentrici che spappolano tutto il sistema emotivo. Non capisco bene il perché ma perdo facilmente il controllo, ho sempre il fiato sul collo (“So Say We All”). A chiudere il lavoro “Demon Leech”, una cavalcata mentale lunga quasi dieci minuti durante i quali le emozioni assumeranno i comportamenti più disparati, una paralisi del corpo scatena una iperattività del cervello. I The Marigold sanno sperimentare come pochi in Italia, sanno contornarsi di artisti importanti, ogni loro disco rappresenta sempre una sorpresa. La banalità non esiste nel dna di questa band, hanno la capacità di trascinare l’ascoltatore dove vogliono, hanno il potere di scrivere grandi dischi, hanno il difetto di essere italiani. Kanaval è un grande disco, poca roba raggiunge questi livelli in Italia, iniziamo a valorizzare quello che realmente vale.

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La band della Settimana: The Marigold

Written by Novità

Tornano The Marigold, con la terza fatica sulla lunga distanza. Intitolato KANAVAL, il disco risulta un’abrasiva miscela di Post-Rock, noise e reiterazione mantrica, con un’inedita verve sperimentale, idealmente al crocevia tra Swans e My Bloody Valentine. Ormai alle spalle le escursioni in campo wave, qui chitarre granitiche, frattali rumoristici ed epiche nuances cospirano per un assalto frontale dall’etica garage. KANAVAL coopta musicisti come Amaury Cambuzat (UlanBator, Faust), Gioele Valenti (Herself) e Toshi Kasai (attivo con i MELVINS), che oltre ad aver suonato sul disco, ne ha anche curato mix e mastering al Sound Of Sirens (Sun Valley, CA). Il disco esce negli USA per la Already Dead Tapes & Records di Chicago e in Europa per la DeAmbula Records, Riff Records, la belga Hyphen Records e Icore Prod.

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