Jesus And Mary Chain Tag Archive

What’s up on Bandcamp? || ottobre 2017

Written by Novità

I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.

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Preoccupations @ Quirinetta, Roma 24/11/2016 [LIVE & PHOTO REPORT]

Written by Live Report

Tempo di politically correct anche nella musica, e così i già Women e i già Viet Cong si presentano al pubblico romano con la nuova denominazione d’origine controllata, Preoccupations [Quand’erano ancora i Viet Cong, noi di Rockambula avevamo avuto il piacere di incontrarli già al Primavera Sound 2015]. Per essere sicuri di aver fissato il concetto nella mente chiamano così anche l’ultima fatica che presentano in tour. Preoccupations, l’album, non mi aveva impressionato molto ed era necessario effettuare una verifica sul campo per confermare o smentire l’idea. Preoccupations, il gruppo, si presenta in una sala semi deserta se si escludono fotografi e “quelli che scrivono per le webzine”. Evidentemente il cambio di nome deve aver seminato gli hipster dell’ultim’ora.

Bastano un paio di canzoni per capire che i canadesi hanno l’attitude del gruppo emergente che non sfonda mai, teste basse, poche interazioni con i presenti, a tratti sembrano quei nerdoni che si fissano con il suono, a tratti sembrano quei timidi che hanno il timore di alzare lo sguardo e di incrociarlo con quello inquisitore di chi li ascolta e a tratti sono quei soggetti che suonano perché piace a loro, come fossero soli nel garage di casa del bassista. Chi entra a concerto iniziato ha l’impressione costante che siano il gruppo spalla e che stiano per smettere da un momento all’altro. Non hanno fan di nicchia e nemmeno affezionati. Troppo melodici per gli amanti degli albori, troppo psichedelici per i tristoni, troppo strumentali per le fashion blogger. E questo è il loro punto di forza. Tra gli ascoltatori trovi il tipo con la maglia dei Bauhaus vicino al tizio con i risvoltini rimbalzato al Goa e la ragazzina con i capelli blu e la matita scura ripassata tre, quattro volte intorno agli occhi.
Durante il live, nella loro esecuzione, ci ritrovo la voce del tipo degli Editors ma anche il Nick Cave dei Birthday Party, St. Vincent, i Blonde Redhead, i Jesus and Mary Chain e la cattiveria dei My Bloody Valentine in un’accozzaglia (cit.) che è peggio dei sostenitori del No al referendum. Il suono disarmonico mal si sposa con le luci gestite da una capra ubriaca che ha appena rubato i faretti al Luneur Park. Punta di diamante, quota “bellezza” e menzione d’onore vanno al batterista, preciso, veloce, pulitissimo e maestro di bacchette.
Nel complesso un concerto intimo che ti lascia quella sensazione vibrante nelle ossa. Non di quelli che te ne vai fischiettando il bis ma di quelli che te ne vai e pensi “ma che bombetta atomica era”? E vorresti risponderti ma ti fischiano ancora le orecchie.

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Singapore Sling – The Tower of Foronicity

Written by Recensioni

Se al nome Singapore Sling la prima cosa che avete associato è l’omonimo cocktail a base di gin dal colore “frocissimo”, mi dispiace dirvelo ma avete un grosso problema che non vi aiuterà a immergervi e farvi seppellire vivi dal sound claustrofobico di questi cinque islandesi. All’attivo da inizio millennio e con cinque album alle spalle tra cui l’ultimo (Never Forever) datato 2011, la formazione capitanata da Henrik Baldvin Bjornsson torna a tuonare il proprio malessere esistenziale riuscendo a pareggiare, anzi superare, i livelli di Perversity, Desperation and Death e Must Be Destroyed. Meno legato all’Indie Rock degli esordi, pur mantenendo pura l’anima Neo Psych, The Tower of Foronicity gioca col Noise Pop e l’Alt Rock stile Pavement, gonfiandone la parte ritmica con le ossessioni Post Punk di Jesus and Mary Chain e le linee melodiche con shoegaziani echi di My Bloody Valentine.

A tutto questo, va ad aggiungersi una buona dose di folle spirito Psychobilly che riuscirà anche a richiamare lo spirito di un indimenticato Lux Interior (tranquilli, non è morto), nonché qualche venatura Folk/Country/Blues desertica e sabbiosa, ricolma di ritmiche e melodie mantriche che molti di voi avranno apprezzato nell’esordio capolavoro (Dead Magick) di un’altra band di Reykjavik, i Dead Skeletons. Il paragone non è per niente azzardato giacché proprio Henrik Baldvin Bjornsson è anche leader del suddetto progetto nel quale ha esasperato il lato lisergico e meditativo proprio dei Singapore Sling.

Dodici tracce surreali e cupe come un brutto sogno, in cui chitarre, tastiere, voce e sezione ritmica costruiscono un’oscura tela dalla quale vi sarà difficile tirarvi fuori e poi un sound inconfondibile, riverberato, effettato e lontano, proprio come quella parte della vostra anima dove risiedono gli incubi.

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Grass On The Sun: online il video di I Feel It Coming

Written by Senza categoria

I Grass On The Sun (Alessandro Hicks e Gabriele Sancho) sono un duo di ispirazione Psycho Gaze e Space Rock di Massa. I riferimenti musicali rimandano all’esperienza psichedelica inglese degli Spacemen 3 e Spiritualized unita all’approccio shoegaze di matrice Jesus and Mary Chain. Al momento due sono i singoli estratti da quello che sarà il loro primo EP (autoprodotto) in uscita entro il prossimo agosto 2014; “The Corner” e “I Feel It Coming”. Entrambi i brani sono scaricabili gratuitamente sulla pagina bandcamp del gruppo. L’uscita dell’ultimo singolo “I Feel It Coming” ha visto anche la realizzazione di un video a firma di Missahleah Jones.

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The Foreign Resort – New Frontiers

Written by Recensioni

Fino a venti anni fa, in piena epoca Grunge ed Alternative Rock, orde di capelloni, depressi e disillusi in camicia di flanella e jeans strappati si accanivano ferocemente contro tutte quelle sonorità fredde e look da fighetto che rappresentano a tutto tondo quel caleidoscopico calderone denominato Post Punk o New Wave che dir si voglia. Dai primi anni Zero, grazie al successo di gruppi quali Interpol e Franz Ferdinand, è avvenuto un vero e proprio revisionismo storico nei confronti della “Nuova Onda” che ha attraversato il panorama musicale dal 1978 al 1983, regalandoci gemme che risplendono prepotenti ancora oggi nel firmamento Rock. La rivalutazione di tanto spessore e la continua citazione da parte di band emergenti sta rendendo nauseante e borioso il magnetismo oscuro di un’era artistica così estrosa, sia nei costumi e nel make-up, quanto permeata da un nichilismo e da un senso di disgregazione che ha fatto le sue vittime (Ian Curtis e  Adrian Borland su tutti).

I Foreign Resort sono un trio originario di Copenaghen, vero e proprio cuore nero d’Europa (basti pensare agli Ice Age), attivi sin dal 2009 e composto da Mikkel B. Jakobsen (chitarra e voce), Henrik Fischlein (chitarra e basso) e Morten Hansen (batteria e voce). Sfornano questo New Frontiers imbastendo un flusso sonoro carico di velata malinconia e di fantasmi mai svaniti che ormai è divenuto un cliché dal sicuro impatto sul pubblico anche se annoia brutalmente. Mikkel. voce e penna della band, strizza l’occhio a Robert Smith con quel cantato affogato e lontano per tutte e nove le tracce; musicalmente domina la ritmica funerea dei Joy Division , condita ora con elementi Synth Wave tanto cari ai Depeche Mode quanto ai Cocteau Twins, ora da sferragliate di feedback nella migliore tradizione Shoegaze (My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain).  Per quanto i riferimenti ai fasti del passato siano gloriosi, si finisce per essere risucchiati da un vortice tedioso e stucchevole; al massimo cercate un po’ di brio  nello spedito Post Punk a tinte epiche della titletrack.

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Black Rebel Motorcycles Club – Specter At The Feast

Written by Recensioni

C’è  qualcosa che torna da lontano, ineffabile nelle pastorali psicotrope dei sempiterni Black Rebel Motorcycles Club, sì una nebbia vaticinante ora scarna ora ingrassata a pedaliere, e Specter At The Feast riafferma il magnetismo conquistadores che la band americana spalma nella sua – propedeutica sognante? – energia al rallenty che ogniqualvolta si (ri)presenta travolge sensi e teste in un trip da acchiappare al volo.

Disco maledetto dalle malelingue che vuole Peter Heyes e Robert Been al filo di lana di una creatività posticcia e riempiticcia, nulla di più falso, certo qualcosa si è smagnetizzato dagli esordi, ma il clangore calmo e la destrezza emozionale è ancora intatta, sottovoce e dreaming come poche, rimangono – loro –  un marchingegno sonoro intimo e sofisticato che è tratto distintivo di una maturazione che pare non avere fine, sempre pronta a rimettersi in gioco e ad assimilare la giusta via di mezzo tra rock e una certa metafisica ondifraga che sebbene figlia adottiva di certi Jesus And Mary Chain o Primal Scream, lascia intendere una spiccata personalità customerizzata a dovere, senza ma senza se; dodici stati per una scaletta che carbura a dovere, un binomio – quello di Heyes/Been – che rimane in sella ad un bagliore “stradaiolo” esteticamente stiloso.

Polveroso e nebulizzato, l’album è una apparizione sonora dietro a territori volatili, distorsioni accennantemente seventies e quella decadenza drogata di certe visioni Altmaniane a fare da bastione a languidezze da desert-road “Fire Walker”, “Lullaby”, spettacolarità e derive alla metedrina pura “Some Kind of Ghost”, “Lose Yourself”, sgasate  garage “Rival” ed una rivisitazione velocizzata di “Let The Day Begin” dei Call since 1989, un pathos che riempie l’animo e che dimentica certe similitudini forzate, specie quando il multistrato sonico di “Funny Games” rimbomba tra echi di estati d’amore e paure messianiche.

Abbreviando il moniker della band in BRMC, no si “smoscia” la tempra né la voracità d’azione, è solo un vezzeggiativo per sentirli ancora più vicini e ancor più “nostri” come riserva per momenti di vuoto in cui si vuole stare a tu per tu con l’armonia dell’elettricità.

Per cuori teneri e ardimentosi!

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