Grindcore Tag Archive

What’s up on Bandcamp? || ottobre 2017

Written by Novità

I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.

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Bologna Violenta / Dogs for Breakfast (Split)

Written by Recensioni

Se a distanza di poco più di un anno pensate di trovare ancora Nicola Manzan impegnato con eventi di cronaca nera sbagliate di grosso. Se poi credete anche che Mr. Bologna Violenta calcherà in solitudine i palchi dei prossimi concerti, avete preso un abbaglio anche stavolta. Si chiama Sinfonia n. 1 in Fa-stidio Maggiore op. 35 ed è una nuova raccolta di quattro pezzi scritti da Nicola Manzan con la collaborazione di Alessandro Vagnoni (batterista e produttore di Dark Lunacy ed Infernal Poetry). La sinfonia occupa il lato A di uno split che sul lato B vede invece protagonisti i Dogs For Breakfast, trio Metal Hardcore di Cuneo. Il tono leggero di cui si vogliono rivestire i Bologna Violenta (d’ora in poi sarà obbligatorio il plurale) è intuibile già dal titolo della raccolta, ma la musica che tirano fuori è fatta di sangue, e di leggerezza se ne avverte davvero poca. “Allegro Drammatico”, “Andante con Moto”, “Scherzone” e “Allegro per Modo di Dire” conservano ancora il Grind Power tipico di Manzan, molto vicino alle sonorità di Uno Bianca, intervallato con elementi di musica classica (prevalentemente pianoforte), a ricordare la sua formazione. Il nuovo ingrediente è l’introduzione di una sezione ritmica precisa e potente non più costituita da suoni elettronici, bensì prodotta da una componente umana, Alessandro Vagnoni, appunto. Il risultato è quello di accentuare ulteriormente la violenza che gronda da questi suoni, soprattutto durante l’esibizione live alla quale ho avuto modo di assistere al Blah Blah di Torino. Perché sebbene l’esperimento della one man band fosse riuscito, a lungo andare rischiava di diventare un limite. Altro piccolo esperimento è l’introduzione di parti vocali in “Allegro per Modo di Dire”, scritte e registrate da Marco Coslovich (The Secret). Questo split è un’occasione anche per i Dogs for Breakfast, che ritornano a distanza di due anni con due nuovi pezzi, “Muhos” e “Gadea”, carichi di rabbia e dolore, perfettamente in linea con le loro produzioni precedenti. Uno split che suona dunque come un esperimento, e che è preludio di un nuovo inizio, più per i Bologna Violenta che per i Dogs for Breakfast. Resteremo sintonizzati sulle loro frequenze per vedere cosa accadrà in futuro.

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Cripple Bastards – Nero in Metastasi

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La storia del Grind italiano ha un nome: Cripple Bastards. Dal 1988 sono l’emblema della sfacciataggine, dell’onestà, sia musicale che morale e del tabù. Sempre e comunque senza peli sulla lingua, ritraggono la società e la realtà di oggigiorno con sincerità adoperando termini e argomenti scottanti che a qualche finto tonto perbenista possono dare fastidio; ricordo ancora il loro capolavoro Misantropo a Senso Unico, un disco che fu una vera e propria rivoluzione, dal sound alle tematiche. Parlare di anticonformismo è inutile, nessuno lo è mai fino in fondo ma Giulio e soci negli anni si sono distinti, nel bene o nel male, a torto o ragione si sono fatti  strada e si sono creati un proprio spazio nel Mondo della musica estrema, un pò per bravura e un pò per intelligenza e spiccato senso della provocazione. Almost Human  ruppe totalmente i canoni; questa raccolta, a causa della copertina che ricordiamo ritraeva una donna in un momento intimo con un uomo che le puntava una pistola alla tempia, creò non pochi problemi al gruppo. Di aneddoti da raccontare ce ne sarebbero e chiaramente tutti furono causati dalla loro audacia e voglia di sbatter le cose in faccia.

Oggi i Cripple Bastards danno una nuova prova delle loro doti e lo fanno con Nero in Metastasi, un album di diciotto canzoni che sono delle vere e proprie sfuriate di cazzotti. In questo nuovo disco i quattro ragazzi non risparmiano nulla se teniamo conto che i titoli e i testi sono sempre d’ impatto e stessa cosa per quanto riguarda lo stile: violento, aggressivo e inequivocabile. Il disco suona come un uragano, da “Malato Terminale” a “Morti Asintomatiche” e quasi tutte le tracce girano intorno alla durata di due minuti, il che lascia intendere il concentrato di potenza che c’è in ognuna. L’album vanta anche  un ottimo sviluppo del suono nel senso che i riff, i blast e gli assoli si riescono ad ascoltare in maniera limpida e pulita e questo è indubbiamente un traguardo importante per i Cripple Bastards se consideriamo che ricercano da un pò di tempo tale stile.

Tracce che vanno ascoltate obbligatoriamente sono “Lapide Rimossa”, la successiva “Promo Parassista” e “Passi Falsi”,  pezzi che in un modo o nell’ altro fanno la differenza. Alcune canzoni vennero presentate un pò di tempo fa nell’ EP Senza Impronte, il risultato fu buono, Nero in Metastasi è perciò una sorta di consacrazione, un confermare delle intenzioni passate. I Cripple Bastards sono un orgoglio tricolore, si può condividere la loro filosofia come la si può snobbare, fatto sta che hanno dato qualcosa alla musica estrema italiana.

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Bologna Violenta – Uno Bianca

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Con l’uscita, nel 2012, di Utopie e Piccole Soddisfazioni, Nicola Manzan, in arte Bologna Violenta, ha fissato per sempre i paletti della sua espressione stilistica, permettendoci di distinguerlo al primo ascolto, anche in assenza quasi totale della voce, sua o di chi altri. Con quel terzo disco, il polistrumentista già collaboratore di Teatro Degli Orrori, Non Voglio Che Clara, Baustelle, sembrava gridare all’Italia la sua ingombrante presenza, divenendo poi uno dei punti fermi (grazie anche alla sua etichetta, Dischi Bervisti) di tutta la scena (ultra) alternativa che non si nasconde ma si offre in pasto a ogni sorta di ascoltatore, dai più incalliti cantautorofili, fino agli inguaribili metallari. Nicola Manzan non colloca alcuna transenna tra la sua arte e i possibili beneficiari e allo stesso modo non pone freno alla sua creatività, fosse anche spinto dal solo gusto per il gioco e l’esperimento divertente magari senza pensare troppo al valore per la cultura musicale propriamente detta. Arriva perfino a costruire una specie di storia della musica, riletta attraverso quaranta brani che sono rispettivamente somma di tutti i pezzi composti da quaranta differenti musicisti. Dagli Abba ad Alice in Chains passando per Art of Noise, Barry White, Bathory, Bee Gees, Black Flag, Black Sabbath, Bob Marley, Boston, Carcass, Charles Bronson, Dead Kennedys, Death, Donna Summer, Eagles, Faith No More, Genesis, Jefferson Airplane, Kansas, Kyuss, Led Zeppelin, Michael Jackson, Negazione, Nirvana, Os Mutantes, Pantera, Pink Floyd, Queen, Ramones, Siouxsie and the Banshees, T. Rex, The Beatles, The Clash, The Doors, The Police, The Velvet Underground, The Who, Thin Lizzy e Whitney Houston. Ogni traccia è il suono di tutti i frammenti che compongono la cronaca musicale di quell’artista. Poco più di una divertente sperimentazione che però racconta bene il soggetto che c’è dietro.

Dopo questo esperimento sonico per Bologna Violenta è giunta finalmente l’ora di far capire a tutti che non è il caso di scherzare troppo con la sua musica e quindi ecco edito per Woodworm, Wallace Records e Dischi Bervisti ovviamente, il suo quarto lavoro, Uno Bianca.  Se già nelle prime cose, Manzan ci aveva aperto le porte della esclusiva visione cinematografica delle sue note caricando l’opera di storicità, grazie a liriche minimali, ambientazioni e grafiche ad hoc, con quest’album si palesa ancora più la valenza fortemente storico/evocativa della sua musica, in contrapposizione ai cliché del genere Grind che lo vedono stile violento e aggressivo anche se concretamente legato a temi pertinenti politica e società. La grandezza di Uno Bianca sta proprio nella sua attitudine a evocare un periodo storico e le vicende drammatiche che l’hanno caratterizzato, attraverso uno stile che non appartiene realmente all’Italia “televisiva” di fine Ottanta e inizio Novanta. Il quarto album di Manzan è proprio un concept sulle vicende della famigerata banda emiliana guidata dai fratelli Roberto e Fabio Savi in attività tra 1987 e 1994, che ha lasciato in eredità ventiquattro morti, centinaia di feriti e strascichi polemici sul possibile coinvolgimento dei servizi segreti nelle operazioni criminali. Un concept che vuole commemorare e omaggiare la città di Bologna attraverso il racconto di una delle sue pagine più oscure, inquietante sia perché i membri erano appartenenti alla polizia e sia perché proferisce di una ferocia inaudita. Il disco ha una struttura categorica che non lascia spazio a possibili errori interpretativi e suggerisce la lettura già con i titoli dei brani i quali riportano fedelmente data e luogo dei vari accadimenti. Per tale motivo, il modo migliore di centellinare questo lavoro è non solo di rivivere con la memoria quei giorni ma di sviscerare a fondo le sue straordinarie sfaccettature, magari ripassando con cura le pagine dei quotidiani nei giorni prossimi a quelli individuati dalla tracklist, perché ogni momento del disco aumenterà o diminuirà d’intensità e avrà un’enigmaticità più o meno marcata secondo il lasso di tempo narrato o altrimenti attraverso la guida all’ascolto contenuta nel libretto.

Sotto l’aspetto musicale, Manzan non concede nessuna voluminosa novità, salvo mollare definitivamente ogni legame con la forma canzone che nel precedente lavoro era ancora udibile in minima parte ad esempio nella cover dei Cccp; i brani sono ridotti all’osso e vanno dai ventuno secondi fino al minuto e trentuno, con soli due casi in cui si toccano gli oltre quattro minuti. Il primo è “4 gennaio 1991 – Bologna: attacco pattuglia Carabinieri” che racconta l’episodio più feroce e drammatico di tutta la storia dell’ organizzazione criminale; la vicenda delle vittime, tre carabinieri, del quartiere Pilastro. La banda era diretta a San Lazzaro di Savena per rubare un’auto. In via Casini, la loro macchina fu sorpassata dalla pattuglia e i banditi pensarono che stessero prendendo il loro numero di targa. Li affiancarono e aprirono il fuoco. Alla fine tutti e tre i carabinieri furono trucidati e finiti con un colpo alla nuca. L’assassinio fu rivendicato dal gruppo terroristico “Falange Armata” e nonostante l’attestata inattendibilità della cosa, per circa quattro anni non ci furono responsabili. Il secondo brano che supera i quattro minuti è “29 marzo 1998 – Rimini: suicidio Giuliano Savi”, certamente il più profondo, il più tragico, il più emotivamente violento, nel quale è abbandonata la musica Grind per una Neoclassica più adatta a rendere l’idea di una fine disperata, remissiva e da brividi. L’episodio che chiude l’opera è, infatti, il suicidio del padre dei fratelli Savi, avvenuto dentro una Uno Bianca, grazie a forti dosi di tranquillanti e lasciando numerose righe confuse e struggenti.

Come ormai abitudine di Manzan, alla parte musicale Grind si aggiunge quella orchestrale e a questa diversi inserti sonori (a metà di “18 agosto 1991 – San Mauro a Mare (Fc): agguato auto senegalesi” sembra di ascoltare l’inizio di “You’ve Got the Love” di Frankie Knuckles ma io non sono l’uomo gatto) che possono essere campane funebri, esplosioni, stralci radiotelevisivi, rumori di sottofondo, e quant’altro. Tutto serve a Bologna Violenta per ricreare artificialmente quel clima di tensione che si respirava nell’aria, quella paura di una inafferrabile violenza. Ora che ho più volte ascoltato i trentuno minuti di Uno Bianca, ora che ho riletto alcune pagine rosso sangue di quei giorni, comincio anche a ricordare meglio. Avevo circa dieci anni quando cominciai ad avere percezione della banda della Uno bianca e ricordo nitidamente nascere in me una paura che mai avevo avuto fino a quel momento. Il terrore che potesse succedere proprio a me, anche a me, inquietudine di non essere immortale, ansia di poter incontrare qualcuno che, invece di difendermi giacché poliziotto, senza pensarci troppo, avrebbe potuto uccidere me e la mia famiglia non perché folle ma perché uccidermi sarebbe servito loro a raggiungere lo scopo con più efficacia e minor tempo. Ricordo che in quei tempi, anche solo andare in autostrada per raggiungere il mare era un’esperienza terrificante, perché l’autostrada è dove tutto cominciò. “19 giugno 1987 – Pesaro: rapina casello A-14”, qui tutto ha inizio; una delle storie più scioccanti d’Italia e uno degli album più lancinanti che ascolteremo quest’anno.

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Inbred Knuckelhead – Family Album

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Un italiano, uno svedese, un egiziano e un americano si trovano a Roma. Ora ci si aspetterebbe una mirabolante barzelletta dal finale esilarante ed invece ci troviamo davanti agli Inbred Knuckelhead. Il gruppo, romano di adozione ma multietnico nella composizione, si presenta dopo tre anni di silenzio dall’album di debutto con il nuovo lavoro Family Album. Premesso che avendo un debole per i cd, nonostante faccia largo uso di musica digitale, mi sono deliziata a spulciare con attenzione quello realizzato da questi ragazzoni. La cosa più interessante e che l’esterno rispecchia molto fedelmente l’interno. Nessun inganno frutto dell’apparenza ma solo una buona dose di coerenza. A più riprese nelle molteplici sfaccettature di questa band si ritrova un legame tra la musica e il modo di presentarsi visivamente. Di primo acchito e ascolto quella più evidente è l’ironia. Questa è espressa, dal punto di vista visivo nei parossistici personaggi che compongono il personale album di famiglia del gruppo, e da quello musicale con brani che attingono a piene mani dalle sonorità indiavolate e scanzonate dello Ska e del Punk, come “Remenber When” che apre le danze o “Revolution”.

Una seconda sfaccettatura è quella della voce gutturale di Marco Vallini, delle chitarre distorte e dall’animo scuro certamente Grindcore, che troviamo in “Circus” e “Recombine”e anche qua e là sparpagliate in fugaci apparizioni. Insomma molti tratti, ben marcati e tinteggiati da colori netti sembrano rappresentare la chiave di quest’album, come il lavoro di chi con cura si dedica a realizzare scatti multipli della stessa fotografia per non perdersi nessun dettaglio. Su questa scia le prime tracce quasi volano piacevolmente finché non s’inciampa in “Gypsy Girls”, e si rimane spiazzati da un brano fatto di chitarrine, nacchere, cowboy e indiani. Non sembra nemmeno di ascoltare lo stesso gruppo se non fosse per la voce di Mike Botula. Conclusa la parentesi vado in Messico si risale la china e si ritorna ad ascoltare brani fatti da un mix di Punk e Ska alternato a giri di chitarre che rasentano sentori Metal e qualche intonazione Country Blues, per terminare con una doppietta “Transform” e “Tekkno”decisamente più dura e nera.  Gli Inbred Knuckelhaed sono un gruppo interessante per composizione e per la miscela a volte esplosiva che riescono a creare, ma al tempo stesso le molteplici anime che muovono le corde del gruppo, forti e innatamente dure come nocche, lo portano a realizzare brani ibridi dal sapore un po’ incerto, dove generi diversi s’innestano l’uno sull’altro. Family Album è un lavoro curato a volte con qualche indecisione che lo fa zoppicare sullo stile perché molto focalizzato a dare voce a troppi dettagli, ma che rappresenta alla perfezione l’incontro delle anime musicali di un rapper italiano, un chitarrista Hardcore svedese, un batterista egiziano, di fatto ma non di nome e un americano della weast coast con il Funk nelle vene. Se non vi fidate schiacciate pure il tasto play.

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Buffalo Grillz – Manzo Criminale

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Hanno fatto di nuovo centro, hanno sfornato un altro disco da un milione di dollari, i Buffalo Grillz non si sono smentiti, anzi, hanno confermato il loro talento. “Grind Canyon” li portò sulla bocca di molti, ebbe riscontri più che positivi e manifestava la nascita di un gruppo con i contro coglioni. La sfrenata band Grindcore fa parlare nuovamente di sé con un disco che stilisticamente segue le orme del precedente ma con un ironia e delle sottigliezze decisamente più incisive. “Manzo Criminale”, questo il titolo del loro secondo platter, un lavoro fresco, violento e indemoniato, una vera chicca che si aggiunge nel repertorio Grind nostrano. Più che un cazzotto tra i denti è una vera sfuriata di mazzate, con questo disco Cinghio e soci mettono i puntini sulle I dando la definitiva consacrazione della loro giovane creatura. Quando dietro ad un gruppo c’è impegno e voglia di realizzare grandi cose, state certi che i risultati si ottengono e questo disco (come lo è stato anche il precedente) fa da prova, basta notare la sfilza di concerti che hanno tenuto e i nomi delle band con cui hanno diviso il palco, gli Entombed vi dicono qualcosa? Lo stile, come dicevamo, è sempre lo stesso, proposto nei migliori dei modi e con quella adrenalina che in pochi danno. Il netto miglioramento si è avuto sul loro sarcasmo e sulla loro criticità, canzoni come “Linkin Pork”, “Forrest Grind”, “Dimmu Burger” e “Pig Floyd” la dicono tutta. “Manzo Criminale” è un disco di grande spessore, senza ombra di dubbio sono stati un ottimo acquisto per la Subsound Records, che già di per se ha dei gruppi fenomenali. Con molta probabilità i Buffalo Grillz sono la ciliegina sulla torta della label, in pochi riescono a mettere su un lavoro del genere, i Napalm Death andrebbero in estasi nell’ ascoltare questo disco. Insomma “Manzo Criminale” è ben riuscito è un lavoro che non stanca, anzi, ogni traccia è una piccola pompata di N2O che in un modo o nell’ altro lascia il segno. Di questo passo i Buffalo Grillz arriveranno molto in alto, cosa che personalmente mi auguro con tutto il cuore, perché questi ragazzi meritano.

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Bologna Violenta – Utopie e Piccole Soddisfazioni

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Partiamo da lontano circa metà anni ottanta. In un buio scantinato freddo e puzzolente, tra rifiuti, siringhe usate, bottiglie rotte e sorci neri e grossi che si divorano gli uni con gli altri, sopra un materasso intriso di piscio giallo e sperma rinsecchito, l’Hardcore, strafatto come al solito, si stava trombando violentemente e senza precauzione alcuna quella fighetta dell’Heavy Metal, non sappiamo quanto consenziente. Poco tempo dopo ecco il parto tanto (in) atteso. Come un alieno verde, con la lingua biforcuta in bella mostra, dalla vagina della fighetta in tutta la sua furia estrema, in tutta la sua follia, senza lacrime, sulla terra fa la sua comparsa una nuova specie. Grindcore è il suo nome e come un vampiro presto inizia a nutrirsi del sangue degli ultimi, inizia a diffondere il suo verbo urlando e a spargere il suo seme dal Regno Unito al mondo intero come una pioggia di psicopatica violenza acida. Napalm Death e Carcass sono i primi apostoli poi convertiti al Death Metal. Proprio Mick Harris (drummer dei Napalm Death) battezzò il nuovo genere parlando di grind, tritacarne, per definirne i tratti caratteristici. Pezzi brevi come esplosioni, liriche sociali, rumore nero e parole a tratti incomprensibili. Nicola Manzan (c’è lui dietro la one-man-band Bologna Violenta) è molto giovane all’epoca ma segue la crescita e lo sviluppo del genere in maniera apparentemente maniaca. La prole dell’originale Grind si è spostata fisicamente, soprattutto in terra Americana (U.S.A.) e ha cambiato alcuni dei suoi tratti somatici. Spesso si è fatta più precisa, ad alto livello tecnico, con riff discordanti tra loro, struttura spesso molto complessa e dilatazione dei tempi di esecuzione, sfociando nel cosiddetto Math-Core (The Dillinger Escape Plan una delle band più rappresentative del genere). In altri casi si è allontanata verso le terre del Metal, sia Death sia Brutal, mantenendo intatte, in questo caso, alcune peculiarità quali la velocità nel riffing o il martellamento della batteria oltre i 200 Bpm, riducendo però la voce a qualcosa d’incomprensibile e quindi mettendo il secondo piano l’aspetto sociale delle liriche.

Nicola Manzan (trevigiano classe 1976, diplomato in violino e polistrumentista, già collaboratore con Teatro Degli Orrori, Non Voglio Che Clara, Baustelle e tanti altri) oggi ha quasi quarant’anni e uno spiccato senso di malinconia propositiva, di voglia di passato, un forte legame con le radici ed anche tanta attenzione agli aspetti evolutivi sia del genere sia della società in cui ha vissuto. La nostra società occidentale, italiana fino al midollo. Nel bene e nel male. La nostra musica di chitarre e pelle che bacia l’elettronica. Pseudo nichilismo teatrale e teatralizzato in una sorta di colonna sonora di un film fantasma (anche se stavolta sono assenti i riferimenti diretti al mondo cinematografico). Esiste un legame tra la “nostalgia” con la quale riprende il Grindcore originario plasmandolo e mescolandolo con l’elettronica e con schegge impazzite avanguardistiche che possono essere voci distorte, trasmissioni radio, inserti di musica classica, jazzismi, cover (splendida) dei C.C.C.P. (Valium Tavor Serenase cantata da Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids), electro-music e tanto altro, con quelli che sono i riferimenti testuali sociali e letterali delle canzoni (canzoni è il termine meno adatto per le esecuzioni di Bologna Violenta) che tanto si rifanno agli anni ottanta, proprio gli anni in cui il genere è nato.

Bologna Violenta è palesemente ben oltre il Grindcore. Utopie e Piccole Soddisfazioni, secondo album dopo l’ esordio datato 2010 “Il Nuovissimo Mondo”, è un insieme di tante cose. E soprattutto è una degna evoluzione, logica prosecuzione, eccelso sviluppo di quanto fatto nell’ album precedente, con notevoli miglioramenti strutturali e compositivi, maggiore lucidità, visione più ampia e meno incentrata sulla sola tagliente chitarra elettrica. Un enorme passo avanti. Il Grind è la materia prima penetrata da citazioni, digressioni splatter, intellettualismi, parole del Presidente della Repubblica Saragat del 1967, canti polacchi, il bambino Dario e la signora Maria, Arturo Taganov  e altre follie. Utopie e Piccole Soddisfazioni è accozzaglia, babele, cagnara, confusione, disordine, guazzabuglio, macello, pandemonio, sconquasso, trambusto, il risultato defecato dalla società italiana in digestione dagli anni settanta fino a oggi, che un Demiurgo chiamato Bologna Violenta ha lavorato come creta per creare qualcosa che disturbasse il perbenismo in maniera mirata e apprezzabile da chi riesce a saltare la schematicità della classica forma musicale tipo canzone e una volta creato qualcosa di bello ci ha pisciato sopra per rendere l’opera ancora più viva nella sua ripugnanza. Come abbiamo detto, dall’analisi del disco e delle sue singole parti, emerge una varietà notevole di elementi. Dalle parole del PdR di “Incipit” e la violenza della chitarra, si passa alla purezza (nel qual caso non prendete la parola alla lettera) di “Vorrei sposare un Vecchio” e il suo coro di bambini, fino a sperimentazioni elettroniche Harsh stile Kazumoto Endo, pseudo improvvisazioni noise degne dei Dead C o dei Flipper e follie pregne d’impulsi sessuali avantgarde memento dei geni della provocazione Butthole Surfers. Ci sono collaborazioni importanti (oltre alle citate ricordiamo quella con J.Randall degli Agoraphobic Nosebleed, con Nunzia Tamburrano, compagna e collaboratrice che recita in Remerda e con Francesco Valente, batterista de Il Teatro Degli Orrori, che urla in Mi fai schifo) e inserimenti di violino, ci sono parole di rabbia, ci sono cover, c’è una ricerca metodica e spasmodica, c’è rassegnazione e speranza, ci sono ballate dall’aspetto folk che raccontano una novella finto De Andrè (Remerda) come a prenderci per il culo, ci sono intermezzi che sarebbero perfetti con le foto delle piazze italiane sullo sfondo, c’è la decadenza culturale e politica, c’è la decadenza dell’arte musicale, ci sono cori monastici squartati dalle urla della chitarra, c’è tutta Bologna Violenta, fino alla fine, ovvia come la morte, triste come la vita. C’è cosi tanto che descriverlo, è impossibile. Utopie E Piccole Soddisfazioni è parte dell’unico strumento a nostra disposizione per distruggere dalle fondamenta il Panopticon nel quale la mente della collettività è stata rinchiusa in completo potere psichico dal guardiano della società moderna. Tutto è smitizzato,tutto è ridicolazzato. Ora sta a voi.

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