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Terje Nordgarden – Dieci

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Terje Nordgarden viene dalla Norvegia ma vive e suona in Italia da ormai parecchi anni. Innamorato del Folk e del Blues americani, di Dylan, Springsteen, Drake, Elliott Smith, si è integrato nella fertile scena indipendente italiana e con questo suo ultimo Dieci rende omaggio alla sua famiglia adottiva reinterpretando e riarrangiando, per l’appunto, dieci brani di artisti nostrani (Cristina Donà, Paolo Benvegnù, Marta Sui Tubi, Marco Parente, Iacampo, Cesare Basile… ma anche Claudio Rocchi e Grazia di Michele).

Il risultato è un disco lunare e dolcissimo, rarefatto ma intenso allo stesso tempo. Chitarre dalle distorsioni calde, arpeggi cristallini, ritmiche lineari e soundscape vibranti e infeltriti, un maglione Folk/Blues elettrico in cui raggomitolarsi: sopra tutto questo, una voce morbida, che fa sue canzoni altrui con naturalezza. L’accento straniero di Nordgarden aggiunge anche un taglio retrò all’operazione: ci porta alla mente gli anni 60, il Beat, gli inglesi che venivano in Italia a cantare (in italiano) canzoni (italiane). I brani, cover di artisti (chi più chi meno) affermati ma quasi tutti provenienti dalla scena indipendente, sono canzoni belle ma non famosissime, e questo contribuisce a rendere questo disco di cover un prodotto molto particolare e sui generis.

Alcune canzoni sono particolarmente riuscite (“Non È la California”, “Invisibile”, “Cerchi sull’Acqua”), altre un po’ meno (“La Realtà Non Esiste”), ma Dieci rimane un disco assai godibile e Terje Nordgarden un artista da tenere d’occhio.

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Monsieur Voltaire – 33

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Marcello Rossi, in arte Monsieur Voltaire, decide di incamminarsi da solo in un progetto che lo vede assoluto protagonista della sua penna, un disco in cui scioglie la sua creatività molto versata in quelle planimetrie edulcorate degli anni di un certo flower power psichedelico dalle parti di Terra d’Albione e che però non fa mancare anche inserti e piccole “pietre dure” lesinando frikkettonerie che negli anni Sessanta “Last Place” si potevano trovare forti e “alleggerite” tra Quetta e Rishikesh con qualche Maharishi Mahesh Yogi a gironzolare d’intorno.

33 è il passo fondamentale in solitaria dell’artista toscano, otto tracce ancorate nell’Age Folk d’eccellenza, ballate e piccole giade soniche che della scena dell’Acquario attingono a iosa, ma lo fa con entusiasmo quasi virginale, quella aleatoria distanza di scrittura che si differenzia dalla media, potremmo dire che vola alto e che sorvola le intuizioni psicotrope di Drake, molto i Beatles in area India “The Run” e tutte quelle appariscenti e delicate visioni che un Donovan “The Shine”, “Emily” qui e –tra i tanti – un Bert Jansch “Higher Than The  Sun” la si scambiano come trofei di arte d’attitudine alcaloide; tracce dalle molte letture ed un ascolto variegato e che nonostante i multipli debiti con gli artisti citati, riescono a far emergere una certa dose di originalità, senza auto-celebrazioni o linguaggi esasperati da intellettualismi, e con una ottima fruibilità e decisamente bello il transfert mentale che procura.

Monsieur Voltaire in poche parole ha strutturato un viaggio mentale a ritroso nel tempo, o meglio in un dettaglio del tempo, torna a ricamare ed accentuare le attraenze di quella proposta musicale che si fece mito, giunge a considerare quelle intelaiature dreaming come parte focale  – e stilistica – di ricerche e carotaggio culturale, qui nello specifico i giochi metedrinici di “ Waiting to be Kill” e quello che si può considerare il rubino incontrastato dell’intero lotto, “Purgatory”, tre minuti di dilatazione d’anima in un cielo looner che si annoda con le sue corde acustiche ad una irrefrenabile smania di ricominciare tutto, dall’inizio.

È magia potente, lasciatevi avvelenare.

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