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Le Classifiche 2016 di Silvio “Don” Pizzica

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VIAGGI MUSICALI | Intervista agli Aiming for Enrike [ITA-ENG]

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Deerhoof – The Magic

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Per la band statunitense più nipponica che ci sia (la presenza di Satomi Matsuzaki non è pura estetica) non è ancora arrivato il momento di porre fine a un percorso artistico lungo oltre vent’anni eppure ancor più prolifico che duraturo. Mai capaci di fare breccia tanto nel grande pubblico quanto in quello più avvezzo a sperimentazioni di sorta, nella loro vasta produzione vantano solo una manciata di opere davvero degne di nota, tutte da ricercarsi nel periodo che va da Reveille del 2002 a Offend Maggie del 2008. Da quel momento si sono susseguite, fino a questo The Magic, una serie di uscite sulla stessa falsa riga, sia stilistica, sia qualitativa, con album di buona fattura ma mai capaci di andare “più in là” e sancire una mai troppo palesata ricerca di grandeur. Mantenendo intatto il loro stile forgiato su una miscela pazzoide di Rock, Noise Pop, Experimental, Art Pop/Rock con quelle reminiscenze da Sol Levante già accennate (vedi “Kafe Mania!”) stavolta provano ad aggiungere qualche elemento, non certo nuovo ma meno caratterizzante le loro precedenti elaborazioni come il Punk, il Glam, l’R&B (“Model Behavior”) ad esempio, con qualche suono rubato all’Elettronica anni 80. Ad arricchire la tracklist enorme (quindici pezzi) ma abbordabile (poco più di quaranta minuti) la voce di Satomi, sempre intrigante senza suonare fuori dal comune e qualche interessante trovata melodica, oltre a quella capacità che li ha sempre contraddistinti di amalgamare perfettamente striduli rumoristici a ritmiche ammalianti, insistenti e armonie distensive. The Magic è ciò che un buon amante della band di San Francisco dovrebbe aspettarsi ma purtroppo non è ciò che un loro vero amante avrebbe desiderato. Eppure, a pensarci bene, un sincero amante dei Deerhoof non avrebbe mai pensato che Greg Saunier e soci sarebbero stati capaci di andare oltre a questo The Magic.

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Deerhoof – La Isla Bonita

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Lo avrete letto ovunque e questa storia vi avrà anche annoiato ma mi è impossibile non iniziare a parlarvi de La Isla Bonita senza partire dalla sua dichiarata genesi, non fosse altro per la passione del sottoscritto per i fast four. Tutta colpa dei Ramones, a quanto pare. Avrete presente “Pinhead”, brano incluso nell’album Leave Home dei newyorkesi? A un certo punto qualcuno si è chiesto perché Satomi Matsuzaki (basso e voce) e la sua banda non scrivessero canzoni di quel tipo ed ecco che Greg Saunier (batteria e tastiere) butta giù in un baleno la bozza di quella che sarà “Exit Only”, traccia numero sei che diventa il centro nevralgico dell’intera fatica. Non sarà questo l’unico omaggio diretto dell’opera; già l’opening (“Paradise Girls”) nasce come cover di “What Have You Done for Me Lately” di Janet Jackson, anche se poi il brano ha subito alterazioni tali da diventare qualcosa di nuovo mentre “Black Pitch” prende spunto da 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep, realizzazione letteraria di Jonathan Crary che esplora il susseguirsi disastroso e lo sviluppo devastante del capitalismo moderno.

Quello che è indubitabile è che con circa venti anni di carriera alle spalle e una quantità non indifferente di full length, ep, singoli, live e apparizioni in compilation, nonostante i cambi di formazione, ancora è durissima trovare qualcuno che possa sedere al fianco di Ed Rodriguez e John Dieterich (chitarre) oltre che dei due già citati Greg e Satomi, sia in quanto a stile sia come qualità. Il loro Pop destrutturato è cangiante a ogni volteggio, si veste di matematiche e fredde stoccate per poi ricomporsi in melodie accattivanti o ancora aggredirci con poderose cavalcate Punk. Insegue ritmiche Dance Pop soffocate da strati di chitarre Noise da far sanguinare le orecchie che pure si rifanno a certo Math stile Battles. Art Pop che si trasfigura in un Freak Folk tra Animal Collective, Dirty Projectors e Tune-Yards per poi divenire nuovamente altro. Nulla è direttamente riconducibile ad alcunché di noto anche se ogni cosa ha il sapore vago del conosciuto. La linea vocale di Satomi regala un incredibile tocco di delirio nipponico come nella migliore tradizione Experimental del Sol Levante. Non manca inoltre di trattare temi di stampo politico, economico e sociale (“Mirror Monster”, “Last Fad”, “Big House Waltz”). Riesce anche ad allentare le tensioni con una sognante e psichedelica atmosfera caraibica che fa pensare a dei Vampire Weekend sotto gli effetti di qualche allucinogeno andato a male (“Doom”).

La Isla Bonita si chiude quasi con un gioco (“Oh Bummer”), con i membri a scambiarsi gli strumenti, voce compresa, come a ribadire una certa voglia di dire le cose per bene, fare le cose per bene ma senza prendersi troppo sul serio (lezione portata avanti con successo anche dai Flaming Lips) perché il segreto di questo disco alla fine sta tutto nella sua follia allegra, nei suoi deliri colorati, nel suo caotico ordine innaturale.

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Powerdove – Do You Burn?

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Veramente un disco complicatissimo questo Do You Burn? dei Powerdove, in altre parole Annie Lewandowski (voce e chitarra), Jason Hoopes (basso) e Alex Vittum (percussioni). Nati come depersonificazione artistica della vocalist, la formazione germogliata in California diventa un trio solo in seguito alle prove soliste del talento del Minnesota e, a pochi mesi dalla trasformazione (nel 2009), pubblica il primo full lenght intitolato Be Mine. A quattro anni di distanza la potenza creativa di Annie Lewandowski evolve fino al sound di Do You Burn? che si rafforza della presenza di Thomas Bonvalet (armonica, banjo, feet and hand clappin, concertina, ecc…) e di John Dieterich, attuale chitarrista della storica band Indie/Pop Noise di San Francisco Deerhoof e qui in veste anche di bassista. Oltre a queste partecipazioni eccellenti, l’album è pieno di altri ospiti che rafforzano il peso artistico di Do You Burn?. Si va dalla presenza in fase di registrazione di Ben Piekut, saggista, musicologo e insegnante per la Columbia University, fino alla palese influenza di Shelley Hirsch, tra le più importanti esecutrici vocali della moderna Big Apple, citata oltretutto, per non tenere la sua influenza troppo nascosta, all’interno del libretto, con la frase “ho voluto essere dentro la musica…dove sono i ragazzi.”

Un lavoro complesso dunque, eppure non eccessivamente ostico se non per i meri fruitori del mainstream. La classica forma canzone non è proposta in maniera lineare tuttavia, specie nella parte vocale; si possono percorrere parabole melodiche precise, eleganti, raffinate e ben tracciate. Le parti più sperimentali sono limitate a rumoristiche intromissioni soniche di strumentazione inusuale (“Fellow”, “Under Awnings”, “California”, “Wondering Jew”) o a intermezzi psichedelici e spiazzanti (“Aldeer Tree I“).  Non mancano brani più classici, nei quali la voce si manifesta in tutta la sua bellezza e, sia la sezione ritmica sia le chitarre, creano atmosfere delicatamente gioiose e vibranti di vita (“Love Walked In”) anche nel loro essere pseudo cacofoniche alla maniera di Daniel Johnston o felici come la malinconia di un ricordo (“California”, Flapping Wings”, “Out Of The Water”). Non pochi i brani gravosi, nel senso emotivo del termine, quando la voce Annie Lewandowski, diventa la triste protagonista sul background di note minimali, scomposte come schegge impazzite e piangenti (“Red Can Of Paint”, “All Along The Eaves”, “Out Of The Rain”, “Wondering Jew”). Tutto il disco, inoltre, tiene sospesa un’aura magnetica che riporta la mente a una grande protagonista dell’avanguardia rock degli anni d’oro di New York City. Ascoltando la title track “Do You Burn?” non si può non rievocare la voce e l’impostazione cupa, dark, magicamente inquietante di Nico, leggendaria componente dei Velvet Underground, che qui appare nella nostra memoria più per i suoi lavori solisti come Desertshore.

Un’opera che dunque lega in maniera netta melodie e timbriche aggraziate, con atmosfere fosche e deliri Lo-fi/Glitch riuscendo a proporsi come qualcosa di multiforme senza creare alcun muro con ogni tipo di ascoltatore che voglia cimentarsi con Do You Burn?. La stessa durata dei pezzi (considerate che le tredici tracce sono divise in trentuno minuti) è evidentemente un elemento teso a non distogliere l’attenzione dell’ascoltatore e a non generare timore o sconforto. Do You Burn? è un disco che sa emozionare ma ha bisogno di uno spirito aperto che sappia accogliere il suo splendore per non restare solo un disco tra i tanti.

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