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Spaghetti Jensen – Men at Work

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Un rombo d’aereo nella opening strumentale “Brace Brace” e si parte verso un viaggio nel Country allegro, spensierato e divertente degli Spaghetti Jensen, formazione italica ma con una passione sconfinata per l’America e la sua musica più tradizionale. “Men at Work” è ovviamente cantato in lingua anglofona  (ma ciò non fa che accrescere il valore di un disco che ci riporta indietro alla musica di grandi nomi del passato quali Hank Williams) e suonato in salsa moderna con qualche tappeto sonoro di tastiere a condire un piatto squisito composto da otto pietanze (tracce) dal sapore sempre intrigante ed ammaliante. La consueta grinta ed energica semplicità caratterizzano il sound degli Spaghetti Jensen, protagonisti assoluti del genere dal 2011, anno di costituzione dell’attuale lineup della band.

Il primo singolo estratto dall’album, disponibile su tutti i maggiori store digitali, è“The Boys in the Band”, brano arricchito anche da un videoclip diretto da Ares Brunelli Videomaker che potete anche visualizzare su Youtube. Questo terzo disco promette di rispettare i cliché del genere e di regalare il gusto autentico di quel folk popolare d’oltre oceano che ha fatto epoca e che ancora oggi contamina la produzione artistica in Italia e nel resto del mondo. Basta ascoltare brani quali “Hopeless Dreams” e “Boundary Line” per catapultarsi col proprio pensiero all’America e alle contee dei Bo e Luke del telefilm “Hazzard” e sognare ad occhi aperti di essere in quelle praterie ancora presenti nella memoria di tutti noi adolescenti degli anni ottanta.

Registrato e mixato da Gianluca “Lox” Losi, Men at Work è un disco che gode dell’autoproduzione del gruppo stesso che così facendo non è stato limitato da scelte obbligate da eventuali terzi. Libertà d’espressione totale quindi, che ha giovato di certo all’operazione, soprattutto nella cura dei suoni e degli arrangiamenti perfetti per la musica della Nashville di altri tempi ma anche per il Rock moderno. Un indovinato mix di Country, Roots Rock e Bluegrassper questa formazione modenese composta da Roberto “ROSCO” Bonfatti (voce e chitarra solista), Alberto “RAMIREZ” La Monica (batteria), Dario “ROCKER” Benazzi (chitarra e cori) e Paolo Chiossi (basso). E ora non mi resta che aspettare la loro quarta prova in studio. Nell’attesa riascolto per l’ennesima volta “Men at Work” che è riuscito a riavvicinarmia un genere che avevo forse trascurato (lo ammetto) per troppo tempo.

 

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Nasby & Crosh – Quiet Before The Storm

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E poi ti capita di clickare sul link giusto. Pervieni così al progetto di Luca Bittì Cirio. Nasby & Crosh l’ha battezzato e l’EP d’esordio prende il titolo direttamente dalla letteratura leopardiana: Quiet Before the Storm. Buona la prima. Ma cosa conterrà mai questo lavoro? Tanto per cominciare la copertina dell’Extended Play la dice lunga. Un uomo con una chitarra ed una donna distratta che guarda il marciapiedi avanzano l’uno verso l’altra, lasciandoci lì su un “che cosa accadrà?”. La chitarra tappezzata di adesivi riassume in sé la lunghissima strada percorsa dall’uomo e la voglia di farne ancora tanta. La saracinesca ancora chiusa ed il tracciato bagnato lasciano intendere che la casualità è sempre pronta a sorprenderci: quante vuoi che siano le probablità di incontrar qualcuno passeggiando in un’ora morta di una giornata piovosa? Ma non voglio essere il critico d’arte di turno. Mi limito a questo: la copertina funziona e mi invita ad ascoltare il disco, il che vuol dire che l’Art Director ha saputo giocare la sua partita nel miglior dei modi. Il disco si suddivide in quattro capitoli, probabilmente peccaminosi di eccessiva disomogeneità. Strutturato interamente in lingua inglese, mi fa sovvenire un attimo di critica al riguardo, secondo la quale gli artisti italiani dovrebbero esibirsi in madrelingua. Il motivo c’è, ovviamente, ed ha residenza nel fatto che la nostra è una delle lingue maggiormente espressive e complete esistenti al mondo. Utilizzare lingue commerciali, quali ad esempio l’inglese, riduce incredibilmente la poeticità dell’opera. Un esempio al riguardo ce l’han fornito anni fa gli Afterhours, che hanno adottato un sapiente passaggio da lingua inglese a lingua italiana, conquistando la vetta nel giro di pochissimo tempo. Tuttavia sono perplesso, forse Luca ha fatto la scelta giusta, visto il genere. Ma ad ogni modo padroneggia bene la lingua straniera ed io riesco a leggerla piuttosto agevolmente. Non c’è muro che tenga, forse ha ragione lui.

Il capitolo primo si intitola “Gotta Write a Good Song” e sfoggia un più che corretto slang americano. Il testo è senza dubbio una trovata geniale! Ho bisogno di amarti, perché ho bisogno di scrivere una buona canzone, è questa la verità della traccia. Riassume in sé una critica sottilissima alla musica contemporanea nonché un barlume di pura verità. La traccia si sviluppa in un Folk dallo strumentale ben pensato. Ogni strumento interviene dicendo la sua e il dibattito si fa dei più interessanti. Vaghe vene alla America, mescolate con un sound tutto dell’Italia dei giorni nostri, riescono facilmente percepibili. L’incalzante ritmo che fa muovere la testa su  e giù è prettamente Arizona e il pezzo funziona alla grande. Non ho una Cadillac Eldorado Convertible del 68 per correre nel deserto, quindi passo al capitolo due, senza nulla da aggiungere. Il secondo capitolo apre con uno strumentale ottimamente articolato, al punto che sembra quasi essere un Tango ampliato ed esteso ad un pubblico ben più attento alle sonorità. La cosa brutta è che dura appena dieci secondi; poi viene spezzato dalla voce. A parer mio è un’intro meritevole almeno di un paio di giri in più. È ben articolata, ottimamente sincronizzata e soprattutto piace! Perché spezzarla così presto? Non voglio muover critica al buon Luca, che la voce sa bene come utilizzarla, ma mi è sembrato un film troncato all’improvviso in due episodi. E ci sono rimasto male! L’ascolto prosegue e il pezzo non mi colpisce particolarmente. Troppi stacchi a parer mio ed il cantato spezza troppo l’armonia. “Time Travelling” sa il fatto suo, ma dovrebbe puntare ad un maggior grado di omogeneità al suo interno, poco ma sicuro. Non un pezzo da buttare, indubbiamente, ma da rivalutare opportunamente.

Capitolo terzo: “Have You Ever”. Bob Dylan prende il sopravvento e lascia salire a galla tutto il suo talento! Strano che ‘sto pezzo non lo conosca, però. Quasi quasi mi ci soffermo un po’ di più. Cori ed arpeggi contornano l’opera per tutta la sua durata, donando la canzone un’armonia incredibile al punto da renderla una di quelle che si adattano ad ogni circostanza. È un falò di fine serata, una notte romantica o un momento disperato, la traccia tiene bene compagnia. Il ritornello, poi, fa prospettare un’apertura con avanzo di scala che putroppo non arriva, ma che si è fatta ben desiderare. Tutto sommato la traccia parla molto bene di sé e sa di essere il pezzo di maggior spessore dell’EP, seppur fortemente minacciata dalla traccia numero uno. Non mi smuovo, va benissimo così com’è. Skippo e vado avanti. L’epilogo dell’opera mi porge un biglietto da visita molto macchiato di boyband e la cosa mi rattrista, visti gli esordi Country Folk ed i buoni propositi. È un peccato che questa “Angry Eyes” abbia una così spiccata tendenza all’Emo dei Secondhand Serenade, non che io disprezzi il genere o la band, ma, a parer mio, l’organicità è un fatto da non trascurare. La traccia sa molto di evoluzione dei ben noti Augustana, ma sorvolando su tal dettaglio, scorre bene e mi piace. Anche lei è frutto di settimane di lavoro (o forse mesi!), peccato non trovi posto in un disco di tutt’altro spessore e genere.

Dura troppo poco questo EP! Mi sarebbe piaciuto ascoltare qualche altra interessante proposta. Non capita tutti i giorni di aver fra le mani lavori così ben pensati. Ma ahimé è giunta ora di tirare le conclusioni. Un dato immediatamente percebile con l’ascolto è l’impegno estremo che c’è dietro questo lavoro. La musica è talmente ben amalgamata che in ogni traccia si realizza una fusione di strumenti che nel più dei casi non la si vede neppure col binocolo. La voce del buon Luca è senz’altro funzionale al fine e sa essere incisiva al momento giusto e dolce quando occorre. Non mi sovvengono critiche motivate a sufficienza alle singole tracce, se non alla numero due, come già accennato. La critica sincera che mi sovviene va diretta all’omogeneità dell’intero EP, praticamente assente. Ora non so se questo sia dovuto ad una scelta della produzione, volta a mostrare le più svariate vene del progetto, o se sia dovuto alla selezione dei migliori brani. Sta di fatto che son pignolo e tengo a certi dettagli, al punto da penalizzare tantissimo l’opera per tal motivo. Chissà che il disco completo non riservi maggiore omogeneità proprio grazie alla mia provocazione…

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Bandit – Crash Test

Written by Recensioni

In quel di Milano il settore artistico non conosce domeniche e propone di recente un nuovo interessante lavoro: Crash Test. Un disco scritto ed interpretato da Paolo “Bandit” Bandirali ed arrangiato da Luca “Bitti” Cirio, firmato Bandit. Il lavoro si sviluppa in una tracklist lunga nove click di Folk Rock, caratterizzato da testi impegnati (che a tratti rimanda al Rock n Roll di Bennato). Nella prima parte del disco, in particolare, si caratterizza per un alternarsi di musica ed intermezzi parlati (che richiama lo stile live degli Zen Circus), che fanno da introduzione alla traccia a seguire. Di certo una trovata molto originale (ed un’ottima opportunità per dar spazio ad un po’ di sano sarcasmo), che tuttavia spezza un po’ troppo l’armonia stessa del disco, portando l’ascoltatore allo skip degli intermezzi già a partire dal secondo ascolto del disco. Ciononostante, siamo innanzi ad un lavoro piuttosto maturo e che si fa ben ascoltare dall’inizio alla fine. L’album di debutto sembra avere seri intenti comunicativi. I temi, di elevato impatto con l’attualità, ruotano costantemente intorno al tema della vita, spaziando da intellettualismi del saper vivere, a romanticismi della necessità di amare (riprendendo al riguardo un amore a lunga conservazione già cantato dai Marta sui Tubi in “La Spesa” ben sei anni fa), a malinconiche, statiche prese di coscienza dell’io. Si esce fuori tema in traccia sette (“Quando C’Era Lui”), che, mio malgrado, suona un po’ come una nota stonata in un disco di così elevato contenuto morale. Non tanto per lo strumentale, il quale mantiene la sua vena accattivante, quanto per il testo, che la rende il vero neo del disco. Politica e musica sono due arti differenti: cantare la politica è un po’ come cantare un dipinto.

Il lavoro esordisce in prima battuta con “La Crisalide”, che senza dubbio merita qualche riga. Lo strumentale, impegnato in ritmiche Country e Folk che si fanno ben apprezzare, viene poetizzato attraverso un testo ricercato e di certo non banale. Il perno è il crivello del vivere la vita, del se è giusto o sbagliato viverla secondo lo standard collettivo. Ed all’interrogazione a scuola, nasce bene la risposta mi scusi prof ma io non ho tempo da perdere, meglio essere crisalide che ha tempo ventiquattr’ore per vivere al meglio. La scelta di aprire il disco con un pezzo così ben lavorato è (volutamente o meno) strategica e conduce inevitabilmente all’approfondimento dell’intero lavoro. La strategia si mantiene sofisticata, approdando alla terza traccia e realizzandosi stavolta attraverso uno stile cantato pressante che fa subito pensare al timbro martellante del Cristicchi (ancora una volta un forte riferimento). Il tema della vita accompagna una buona parte del disco, ritornando anche nella traccia numero cinque (che dà il titolo al disco). Stavolta si toccano le corde della malinconia, garantendo un inevitabile rifugio a chi l’ascolta. D’altra parte, la vena malinconica accomuna un po’ tutti ai giorni nostri. Ciò non toglie che siamo innanzi ad un buon lavoro, che merita molto più di un ascolto. Ottima sintesi del disco.

Il disco si chiude quindi con un mix fra il sound di Samuele Bersani e la versione Folk di Brunori Sas, addobbato ancora una volta con un testo che lascia ben poco spazio alla polemica. Il tema della vita che ha aperto il lavoro si ritrova così a ricamarne i titoli di coda con un richiamo lungo 4’02’’. Un gioco di parole lungo una canzone intera, lavorato al dettaglio fra assonanze e rime prepotenti che in modo instancabile chiamano all’appello la vita. Titolo: “La Vita”. Ed è così che il prologo si confonde con l’epilogo attraverso un piccolo dettaglio, che genera una ciclicità all’opera che si fa molto apprezzare. Dettaglio che, in questa sede, non trovo onesto svelare, ma che a parer mio, è una trovata prossima al geniale. Fossi al bar a parlar con amici, direi che è un ottimo disco, consigliandone l’acquisto (consiglio che, scoprendo gli altarini, dispenso anche a me stesso). Ma qui siamo alla correzione dei compiti di inizio anno e la severità non può essere opzionale. Il paroliere Paolo “Bandit” Bandirali meriterebbe senza dubbio un voto alla portata dei suoi ricercatissimi testi, ma il consiglio ha deciso di provocare la sua vena artistica, portandolo appena oltre la sufficienza. In rosso sul compito ho dovuto segnare le troppe ispirazioni mal celate. La musica è un tema, non un testo di reportistica.

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Thee Jones Bones – Stones of Revolution Ep BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

Written by Novità

Sono le 18,30 di un martedì grigio, salgo le scale di casa dopo il lavoro. Sono a pezzi.Giornata stressante, non voglio sentire nessuno. Mi cambio d’abito, butto dell’acqua sulla faccia per togliere la merda di questa giornata. Apro il frigo e prendo una birra, spengo il telefono, mi butto sul divano. Aaaaah.
Dura poco, l’angoscia comincia a sbranarmi. Come un cane randagio sui calzoni. Che palle!! Uffffff.
Mi alzo, non mi va di uscire, non mi va di sentire nessuno, non mi va di fare un cazzo!! Eppure non sono sereno. Mah… Mi sparo un disco. Mmmmm…. Fresco, Fresco. Appena arrivato. Vediamo un po’. La copertina colorata mi piace, arancione. Un uomoa dorso nudo che sembra un Hippy in sella ad un cavallo, con in mano una chitarra classica.  L’angoscia sembra lasciar piede alla psichedeliadi copertina. Il mio cervello è fritto al punto giusto. L’olio di quest’ascolto comincia a gocciolare sull’mio impianto HiFi. La prima traccia Free si rivela un inno alla libertà. Superficialmente potrei dire: “Into the wild” Eddie Vedder. L’ho detto. Comunque a me il country Rock piace. Ha sempre quel sapore vintage di tempi andati e fa molto scafato. Buono…. Cazzo il secondo pezzo parte dritto. Tre strimpellate di chitarra e Allright for you. Una ballata, un misto tra RollingStones e David Bowie. Siamo passati dal country rock al puro rock’n’roll. Ci può stare, anche se finora niente di nuovo. Continuo. Ogni canzone un richiamo diverso. Una moltitudine di influenze per questa band. Sicuramente rock. Sicuramente seventies. Chitarre dure, ballate, arpeggi malinconici, cori soul. C’è tutto in quest’album. Un meltingpot. Bravi ragazzi l’esecuzione è perfetta, forse manca un po’ di fantasia e innovazione.

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