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Santilli | Pratola Peligna (AQ) 10/09/2016

Written by Live Report

È un piovoso sabato di settembre e in un’atmosfera decisamente autunnale il Garbage Live Club di Pratola Peligna (Aq) si appresta a inaugurare la nuova stagione live con il cantautore, ex leader, frontman e voce della band Rock’ n Roll The Old School, Niccolò Maria Santilli, talento nato e cresciuto tra queste valli abruzzesi ma ormai trapiantato stabilmente nella capitale. Il clima è di quelli giusti; il caldo dell’estate lascia spazio al fresco e all’umidità di questo mese tanto malinconico; le mura del club scaldano gli animi in un tepore irreale che riesce a spezzare ogni timore terreno, preparando il campo alla performance avvolgente del songwriter. Santilli è pronto a imbracciare la chitarra e proporci alcune delle sue canzoni, ispirate tanto dalla tradizione italiana che fa capo a Lucio Battisti, quanto al Pop britannico nato con i Fab Four e cresciuto con l’ondata Brit Pop e al Folk d’oltreoceano. Il concerto inizia puntualmente alle ventitré, il grosso del pubblico arriverà puntualmente in ritardo; il fresco del pomeriggio sembra essersi attenuato e sono molti quelli che decidono di ascoltare dall’esterno del locale.

Santilli parte subito con uno dei brani contenuti nel suo ultimo Ep, “Shabalalla”, e, da quel momento in poi, sarà un crescendo continuo sia a livello d’intensità sia sul piano performativo, col cantautore che lentamente riprende la consueta familiarità con le corde vocali e quelle della sua chitarra. Gran parte dei brani che seguiranno, da “Son of a Rocker” a “High and Dry” fino alla scanzonata chiusura in una sorta di medley Rock’ & Roll, passando per qualche chicca regalata in esclusiva al pubblico della serata, mettono in luce tutta la nuova vena artistica di Santilli. Rispetto al passato, ora la chitarra viene solo leggermente accarezzata, in un’esplosione soffusa di note che vuole essere soprattutto accompagnamento alla voce. Solo in rare occasioni la mano del musicista pesta sul legno sprigionando potenza pura, nel resto dei casi è soprattutto una sorta di graffio al cuore, un continuo scavare leggero e persistente nel nostro animo.

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A concerto concluso sono tanti quelli che dimostrano di aver apprezzato, con applausi e complimenti. Non era un live semplice, da eseguire e da seguire; e non lo era soprattutto per una disabitudine del pubblico a un ascolto attento, silenzioso e intimo, specie se chi si mette alla mercé della folla non è un affermato cantautore da duemila euro a serata ma un ragazzo agli esordi, con infinita passione e voglia di urlare al mondo un pezzo di se.

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Dovremmo imparare a vivere nella consapevolezza che non saremo in eterno, imparare a fermarci, cogliere e goderci ogni momento di questa esistenza effimera. Dovremmo impararlo davvero e per poco più di un’ora, Santilli, non ha fatto altro che ricordarlo a noi, che abbiamo saputo ascoltarlo, con la sua voce incantevole e una manciata di parole cariche di energia e voglia di essere in eterno.

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Recensioni | maggio 2016

Written by Recensioni

Jenny Penny Full – Eos (Dream Pop, Folk, Psych) 7/10
Misurati e cullanti come la migliore delle ninne-nanne. Un’incantevole voce femminile e tappeti sonori che stregano senza mai eccedere, forse peccando, qui e là, di troppa linearità, ma recuperando altrove in piccole fughe eteree, fumose ascensioni improvvise. Prodotto dalla Vaggimal dei C+C=Maxigross, Eos è un debutto sussurrato, ma convincente.

[ ascolta “Far Continents” ]

Echoes of the Moon – Entropy (Doom Metal, Ambient, Post Rock) 4,5/10
Prolisso e noiosetto concentrato di batterie finte, distorsioni acide, urla distanti e cupezza senza fine. Troppo immerso nei cliché per poter sostenere brani da 10 minuti senza evocare sbadigli o prurito al tasto “skip”. Solo per fan del genere, sfegatati al punto da sfiorare il masochismo (ce ne sono).

[ ascolta “Entropy” ]

Foxhound – Camera Obscura (Alt Pop, Funk) 7/10
L’ex quartetto torinese sembra muoversi con più disinvoltura in questo EP, che in cabina di regia ospita Mario Conte (Meg, Colapesce). Rimasti in tre, i Foxhound continuano a muoversi in territori Funk ma si lasciano andare a sperimentazioni analogiche che li rendono soffici e gradevolmente retrò. Ora che la nuova rotta è fissata e funziona attendiamo la prova in long-playing.

[ ascolta “My Oh My” ]

Blackmail Of Murder – Giants’ Inheritance (Metalcore) 6/10
I bresciani, freschi di contratto con la label Indiebox, ci presentano il loro secondo disco: Metalcore indiavolato come da tradizione Killswitch Engage, Caliban e compagnia bella. Il confronto con i mostri sacri del genere regge bene, compresa la ballata “Whisper”, unica variante di un lavoro che ha come punto debole la troppa somiglianza tra i singoli pezzi, risultando, alla fine, impossibile distinguerne uno dall’altro.

[ ascolta “Never Enough” ]

Oaken – King Beast (Dark Ambient, Post Hardcore) 5,5/10
Gli Oaken da Budapest hanno il coraggio di osare, influenzando il Death Metal con una massiccia dose di Dark Ambient e degli inserti Melodic Hardcore. Immaginatevi dei Converge fatti andare a briglia sciolta e calmati con forti scosse elettriche. I brani sono solo quattro ma durano un’eternità, allungati da contaminazioni a profusione. Si salva la voce femminile che impreziosisce “The Hyena” e poco altro.

[ ascolta “The Hyena” ]

Kai Reznik – Scary Sleep Paralysis (Elettronica, Ambient) 4,5/10
Dalla Francia, un’elettronica cupa e retrò che non stupisce per ricerca sonora né per maestria compositiva, tra arpeggiatori ossessivi e synth poco a fuoco. Un poco più interessanti le voci di Sasha Andrès degli Heliogabale su “Post” e “Nails & Crosses”. Se le atmosfere claustrofobiche sono volute, ci sarebbe da lavorare sui suoni per renderle masticabili e non distrarci troppo con gli spigoli grossolani dell’impianto strumentale.
[ ascolta “Post” ]

HUTA – How To Understand Animals (Alternative, Post-Grunge, Shoegaze) 6/10
Un mix saporito di sporcizia echeggiante attitudine Grunge e tappeti sonori e rumoristici da trip oscuro e nervoso. Il trio di Cuneo sforna un album che non delude dal punto di vista strumentale, abbastanza muscolare e ipnotico da convincere nonostante la voce non eccelsa e i suoni a cavalcioni del confine tra frizzone Noise controllato e amalgama poco riuscito, ribelle, fastidioso. Un equilibrio in bilico che mette in luce una qualche potenzialità senza però esplicitarla compiutamente.

[ ascolta “Hone” ]

Guns Love Stories – The Beauty of Irony (Alt Rock) 6/10
Unite il cantante degli Hardcore Superstar ad una qualsiasi band del filone Emocore stile Silverstein o Emery, per fare due nomi a caso, e avrete ben presente come suonano gli svizzeri Guns Love Stories. L’album gode di una produzione ottima che tira a lucido dieci canzoni ad alto tasso di infiammabilità. Eppure, nonostante ciò, il senso di incompiuto è perennemente dietro l’angolo.

[ ascolta “Predigested Hollywood” ]

Xayra – Resilience Blues (Pop) 5,5/10
Se questo disco fosse stato pubblicato più o meno vent’anni fa si sarebbe potuto tranquillamente gridare al miracolo: sarebbe stato un mix perfetto fra Silencers, Smashing Pumpkins, Ellis, Beggs and Howard e il primo Brit Pop. 
Tuttavia la musica negli anni si è evoluta ed è forse giunto il momento per gli Xayra di aggiornarsi e di adeguarsi ai giorni nostri. Certamente un bel lavoro ma fuori tempo massimo.
[ ascolta “Worries+Faults” ]

Filippo Dr Panico – Tu Sei Pazza (Punk, Cantautorato) 6,5/10
Si può descrivere il rapporto di coppia in musica senza mai delineare troppo il confine tra Punk e Cantautorato? Per Filippo Dr Panico è impresa fin troppo facile. Il suo valore lo aveva già dimostrato con il precedente lavoro, ora però ascoltatevi con attenzione “Bravo a Parole” e la title track meditando sui testi, chissà che non vi identifichiate nelle medesime situazioni. Da segnalare inoltre “Ci Vorrebbe Una Notte”, scritta assieme a Calcutta.

[ ascolta “Ogni volta che te ne vai” ]

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Matinée – These Days (Disco della Settimana)

Written by Recensioni

La fuga dei cervelli è un’epidemia che va espandendosi senza quiete e ha colpito persino il mondo dell’arte. Siamo infatti innanzi a quattro ragazzotti made in Italy, abruzzesi DOC, emigrati in quell’est londinese forse alla ricerca di orizzonti più ampi e di folle più appassionate. Malinconia a parte, i Matinée debuttano nel mese corrente e lo fanno attraverso dieci capitoli di Brit Pop, tenuti saldi all’interno del loro primo album: These Days. Il synth di Luigi Tiberio (voce, chitarra e synth) accompagna l’intera stesura dell’album, donandogli sottili venature Indie in pieno stile Mando Diao. Particolarmente interessante la title track, dai netti richiami The Killers. Una batteria che pompa, una melodia orecchiabile, una chitarra leggera e qualche effetto a rendere il tutto degno di attenzioni e di pause riflessive. Sapiente l’utilizzo di chorus, azzeccatissimo il complesso. Stessa strategia, dotata tuttavia di una ben più marcata aggressività, si riscontra in Said I, capitolo quattro del romanzo anglo-italico. Di traccia in traccia è quasi inevitabile scorgere toni freddi invernali, nulla di negativo, solo un certo nonsoché che richiama in qualche modo i bui tramonti pomeridiani, la sera alle quattro del pomeriggio, un camino acceso e il freddo fuori. Torna inesorabile l’incontro fra Matinée e The Killers. Il tutto sembra funzionare e coinvolgere al punto giusto l’ascoltatore. Pretese interessanti sono riscontrabili in più di un capitolo e l’attenzione è ben catturata dal settimo episodio della serie: Nobody Like Me. Ascoltare per credere. Quattro minuti e mezzo di perfetta armonia. La batteria di Alessio Palizzi si sposa perfettamente con il basso, appena distorto, di Alfredo Iannone, Giuseppe Cantoli fa vibrare saggiamente le corde e Luigi pensa al resto. Suoni tanto armonicizzati e ben miscelati da far pensare ad un lavoro alla Mogwai, alla Silversun Pickups, di quelle opere di perfetta fusione artistica che soltano loro sanno come realizzare. Cambia lo stile, cambia il genere, cambiano i toni, questo è certo, ma qui si parla di armonia, di quel tocco che fa l’80% di un pezzo. Ma si sa, nulla è per sempre. È attraverso 40 Years Old che i giovani emigranti ci salutano. Un saluto leggero e non forzato, in tenuta con il nordic style da camino, maglione e neve fuori. Inevitabile soffermarsi sull’idea che quella ascoltata sia tutta roba nostra. Inevitabile constatare e prendere coscienza del fatto che sia volata via con il primo volo. Inevitabile la malinconia. Tuttavia fa bene al cuore sapere che da qualche parte c’è chi si impegna per realizzare i propri sogni. I Matinée hanno stampato un biglietto da visita in carta elegante e raffinata, rivendendo la propria arte nel migliore dei modi. These Days è il primo album ed in quanto tale ne ha tante da raccontare. Noi siamo qui che ascoltiamo ben volentieri. D’altronde è buio, è freddo ed il camino è già acceso.

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Matinèe – These Days (singolo)

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A volte è difficile credere che un gruppo o un artista italiano che non sia una Laura Pausini o un Eros Ramazzotti trovi fama abbondante oltralpe. I Matinèe sono fra i pochi eletti che ce l’hanno fatta riuscendo ad aprire i concerti di The Lumineers, Doughter, Mistery Jets e Futureheads senza mai sfigurare e tenendo alta la bandiera dell’Italia musicale. Nel loro curriculum possono persino vantare esibizioni dal vivo in tutti i live clubs londinesi più importanti per le giovani band come il 100 Club e un’apparizione alla Death Disco Night di Alan McGee (fondatore della Creation Records e scopritore degli Oasis). Il nuovissimo singolo “These Days” è stato realizzato con la collaborazione di Chris Geddes dei Belle&Sebastian alle tastiere sotto gli occhi e le orecchie attenti del produttore Tony Doogan (già al lavoro con Mogwai, Carl Barat dei Libertines e Glasvegas). Il sound della band appare molto più maturo rispetto a quello degli esordi, in cui persino i Franz Ferdinand si accorsero di loro ospitandoli ad un loro concerto italiano.


Le chitarre sono molto più incisive, con i loro riff accattivanti che si incastonano alla perfezione col drumming preciso del batterista e con la voce del cantante. In poco più di duecento secondi è condensata tutta l’essenza e la purezza del Brit Pop più eclatante ed anche quella del Rock indipendente inglese, perché le radici del gruppo sono sì italiane ma ormai i Matinèe sono a tutti gli effetti trapiantati nel Regno Unito. La canzone si presta molto all’ascolto ed è facile immaginare che verrà trasmessa anche sulle frequenze delle principali stazioni radiofoniche e sarebbe bello quindi se i Matinèe riuscissero a spopolare anche qui da noi. Noi di Rockambula facciamo il tifo per loro, consci di poter scommettere su una futura promessa del Rock Italiano. Mi rimane solo da chiedermi se la loro prossima hit sarà cantata nella lingua di Dante o in un inglese perfetto quale quello esibito da Luigi Tiberio (che nel gruppo suona abitualmente anche synth e chitarra) e da Alfredo Ioannone che è tra l’altro anche un ottimo bassista.

 

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Tripwires – Spacehopper

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C’è tanta, tantissima inglesitudine nel disco d’esordio dei Tripwires. Spacehopper (che, detto per inciso, ha una copertina bellissima) è un frullato molto godibile ed abbordabile di stili che sono stati moda per periodi più o meno lunghi negli ultimi vent’anni, soprattutto in terra d’Albione: c’è il Brit Pop (ma più dalle parti dei Blur che degli Oasis: se non nelle sonorità, di certo nell’inventiva e nel caos creativo), con ritornelli intensi, tutto sommato orecchiabili, da cavalcare in cuffia o in qualche dj set (“Shimmer”); c’è il Rock, nelle distorsioni frizzanti e nella batteria sixties, in un impianto Indie che potenzialmente potrebbe aprire ai Tripwires la porta di radio e tv musicali (“Paint”); c’è lo Shoegaze, tutto nei cori sognanti e nei soundscape che coprono lo sfondo (la title track), negli effetti gonfi dei distorti e nei suoni (e nelle linee) di chitarra, pungenti e nasali, caotici, disseminati qua e là con sapienza (“A Feedback Loop of Laughter”).

Spacehopper è un’ottima via di mezzo tra il gusto un po’ onanista del suono panoramico e della psichedelia old school (“Love Me Sinister”) e qualche sapore più propriamente Pop/Indie Rock, canticchiabile, radiofonico, anche se, ad essere sinceri, la bilancia pende più spesso verso il primo elemento – e meno male (vedi il bell’intro di “Under a Gelatine Moon”, o l’atmosfera sospesa di “Catherine, I Feel Sick”). La voce, di rimando, oscilla senza paura tra il timbro di un Bellamy smorzato e meno primadonna (“Plasticine”) e paste con salsa Beatles (“Tin Foil Skin”, coraggioso pezzo-monstre da sette minuti e cinquanta), e il tutto, frullato, produce un cocktail dal sapore notturno, agrodolce e frizzante, da accompagnare ad una corsa in tram dopo mezzanotte, o a momenti introspettivi durante lunghi tratti ferroviari privi di luce naturale. Ne risulterà un viaggio comodo, anche per chi magari non è tanto abituato a viaggiare.

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Stereonoises – Colours in the sky

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Hanno fatto davvero un buon lavoro questi siciliani Stereonoises, qui al decollo ufficiale con “Colours in the sky”, un nove tracce abbastanza intrigante, ben suonato e puntato direttamente oltre le scogliere di Dover, lì in quell’Inghilterra filtrata attraverso i Ray-Ban a goccia di Bono degli U2 Time”, “I’m still here”, “How long”, il Noel Gallagher “Something you should know” della spinta solitaria ed il concetto impattante di una certa ruvidezza morbida sullo stile Kelly Jones degli StereophnonicsTonight”, “Room on fire” e tutto ciò non fa altro che lievitare “in alto” le azioni di quest’album che riunisce due anime e culture diverse ma senza la presunzione d’essere “terrificante”, soltanto un buon esempio di come una qualità emergente sia all’altezza, pronta, per produzioni dalla mira verticale; la band da vita ad una ricchezza di suoni capaci di mediare brillantemente fra certe atmosfere indie che s’innestano come satelliti vaganti e lo spunto – ora uggioso, ora estetico – del brit meno glucosato, di quella concezione apparentemente non allineata che non si porta dietro i modelli generazionali, piuttosto le planimetrie riconoscibilissime di un’epoca che ha dato pathos e sangue dolciastro, fino a ritrovarle beatamente adagiate dentro questo registrato.

Buoni gli arrangiamenti ed il respiro internazionale che gli Stereonoises esaltano senza sforzo, una caratterialità quasi naturale che li rende autonomi dalle vetrofanie di tanti loro colleghi, una dosatissima miscela d’elettricità e tensioni melodiche che – una volta evidenziata dalla bella vocalità del cantante – si mette a disposizione di un ascolto molto, ma molto interessato; dunque antenne puntate sulle venature leggermente rock-wave tratteggiate nella title-track o nella punta di diamante dell’intero disco, quella ballata che ti trascina dentro consistenze vaporose e sofferte,  dove puoi incontrare sia il Billy Corgan, il despota del melone sfracellato sia il passo lento e ironico di un Lou Reed spelacchiato ed imberbe, lungo i marciapiedi umidi e tristi della Hassle Street NewyorkeseMakin’ a circle”.

Davvero un buon lavoro per una band che ha costruito le proprie basi su di un sound deciso, determinato, una dotazione sonora e poetica che sa rallentare e darsi a manetta con professionalità insospettata, che mi strappa un punto in più oltre la lode, semplicemente vincente, esordientemente grande.

 

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