Hum – Inlet

Written by Recensioni

La ricerca della perfezione è un viaggio lungo vent’anni.
[ 23.06.2020 | Earth Analog | shoegaze, alt metal, post-hardcore ]

La band statunitense capitana da Matt Talbott (voce e chitarra) torna con un full length dopo ventidue anni da Downward Is Heavenward, quarto album universalmente riconosciuto come il punto più alto di una formazione che ha profondamente segnato gli anni Novanta col suo shoegaze infarcito di post-hardcore, metal e psichedelia cosmica.

Inlet è una riapparizione in pompa magna, una delle migliori che potessimo aspettarci nonostante non cambi quasi una virgola dal sound cui gli Hum ci avevano abituati. Eppure la formula non solo funziona, ma ora sembra avere anche qualcosa di più rispetto al passato. Una sorta di consapevolezza che fa degli otto brani un tripudio poetico di tutte le atmosfere costruite dalla formazione di Champaign in passato, dimensioni notturne, malinconiche eppure cariche di energia, con le melodie che si incastonano perfettamente nelle pesantezze post metal e nelle distorsioni shoegaze. L’altalenarsi di brani goth pop ad altri più carichi è sempre un movimento leggiadro, quasi impercettibile ed è cosi che l’ascolto scorre naturalmente senza distrarci dal rapimento estatico che ci dona l’album.

Uno dei pochi punti deboli del disco è rappresentato dalla voce di Talbott, qui non solo eccessivamente sommessa e monotona ma anche fin troppo in evidenza, cosa che non aiuta la musica a nasconderne le mancanze. Difetto minimo ed anche comprensibile, se pensiamo agli anni che passano, anzi, difetto trascurabile, considerando che nel complesso sembra incredibile quanto siano in vena dopo tanti anni dall’ultimo album. Se non fosse per piccoli dettagli, potremmo addirittura considerare questo lavoro come l’apice ultimo della band, e non potremmo certo criticare chi dovesse ignorare tali dettagli.

Inutile fare i nomi delle grandi band che finiamo per incontrare nel sound degli Hum: sarebbe quasi come sminuirli. Senza volerci dilungare su quale sia il loro miglior disco, possiamo considerare Inlet come parte di una trilogia strepitosa, in cui i primi hanno il ruolo di più emozionante e più potente e al nostro tocca quello di più completo, ricco e maestoso.

***

Difficile, all’interno del disco, anche trovare vetta e fondo: la varietà stilistica rischia di influenzarci sulla base dei gusti personali ma probabilmente è In the Den il brano che più ci ha colpito, con quegli strati di chitarra feroci, una spettacolare e accattivante melodia e un crescendo esplosivo, col suo incedere quasi martellante. Bellezza del brano acuita dalla successiva lunga suite Desert Rambler e la sua brulla lentezza magnetica. Forse non esiste, al contrario, un brano meno interessante in modo evidente rispetto al resto.

Oltre alla vocalità, unica altra pecca che i più pignoli potrebbero scovare, è proprio il fatto che, da un disco shoegaze metal prodotto nel 2020, con decenni di maturazione, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più innovativo; ma se sei in grado di fare qualcosa di così spettacolare, non è di mutazione forzata che hai bisogno.

Anche se è facile ammirare con occhi estasiati più il nuovo che il grande, troppa novità è nemica della perfezione, e l’impressione è che gli Hum stessero cercando proprio di realizzare il loro disco perfetto.

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Last modified: 21 Dicembre 2020

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