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Showstar – Showstar

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Il quarto album omonimo (che ipotizzo possa essere presto rinominato Sorry no Image Available, causa copertina, come accaduto per il self titled dei Kyuss) traccia il vero punto di non ritorno per la band belga, ormai attiva dal 1996 e che mai è riuscita davvero a persuadere il pubblico, a partire dall’esordio We Are Ready del 2003. Un transito tanto importante per Chris Danthinne (voce e chitarra), David Diederen (chitarre), Antoni Severino (basso e voci) e Didier Dauvrin (batteria) quanto in linea con le produzioni precedenti e che continua a perseguire la strada disegnata dal Jangle Pop degli Smiths seppure con un’attitudine Indie moderna e fresca, in contrapposizione alle liriche talvolta crude, disincantate e non troppo raggianti (“lavora, lavora, lavora fino alla morte”). In tal senso, non si potrà certo confutare una discreta crescita compositiva nell’ultimo lavoro targato Showstar, una maturità che ha reso le dodici tracce vagamente encomiabili e credibili pur se gonfie di innumerevoli similitudini e rimandi.

Shoegaze il più pulito possibile, veloce e danzereccio (“Adults”, “Casual”) si miscela al già citato Jangle Pop di morriseyana memoria (“Nightbird”), di tanto in tanto squarciato da falsetti che vanno dai Beach Boys ai più vicini Everything Everything (“Casual”). Chitarre taglienti scuola Parts & Labor (“Mistakes on Fire”, “Rumbling”), ritmiche cadenzate (“Rumblings”) e un sound che, inevitabilmente, tanto deve ai mitici Stone Roses (“Mistakes on Fire”, “Rumblings”, “The Trouble Is”, “Full Time Hobby”, “(I Wish I Was) Awake”) al quale si aggiungono brani dalle melodie più dirette e insistenti (“The Liar”) e altri lampi più intimi (“Follow me Follow”) che sanno trasformarsi in vere bombe soniche (“Happy Endings”).

Non aggiunge molto al suono degli Showstar la voce di Angela Won-Yin Mak che si affianca a Chris Dantinne in “Smile. No”. Showstar è disco della maturità, lo era fin dalle premesse ed in parte lo conferma l’ascolto, eppure non può essere considerato un vertice dentro una discografia tanto piatta. A tratti banale, ripetitivo, ridondante, anche troppo gelatinoso nella sostanza, è l’ennesimo buco nell’acqua di una band alla quale non è il caso di chiedere di più.

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“Diamanti Vintage” Stone Roses – Stone Roses

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Un bel disco di transizione questo primo omonimo degli inglesi Stone Roses, una vitalità che prende spunti interessanti dalla scena della Manchester che lascia – negli anni Ottanta – le pazzie autodistruttive della wave per imbarcarsi nel jangle pop di marca Echo And The Bunnymen, Primal Sceam cosi da fare in modo che una nuova moda musicale si imponga sia in Terra d’Albione come nel resto d’Europa. E quindi disco di speranza e scuola per band a venire come Blur, Oasis, Verve, antesignano nel frequentare un proto-brit che darà in futuro moltissime soddisfazioni modaiole.

Non il, classico gioco a rimando anche se si sentono nel sottofondo – le cariche ispiranti di Northside e The Charlatans  – ma una nuova spinta che Ian Brown e John Squire, insieme a Gary “Mani” Mounfield e Alan “Reni” Wren, imprimono, oltre che nell’aria,  nelle loro liriche, nuove forze delicate che allargano i colori del pop e fanno ritirare in un certo qual modo le freddure nere e torbide monopolistiche della wave più ortodossa, più intransigente che fino a poco prima si addensavano ovunque. Undici brani in scaletta che possono sembrare sbarazzini o leggeri, invece suoni di rinascita ed estremamente caldi, una tracklist che tra basi ritmiche efficaci, chitarre educate e non imperanti e una voce molto “californiana dei bei tempi Summer”,  fa un disco immediato e ricanticchiabile in ogni suo lato, regno di controcanti e melodie d’atmosfera nonché d’apertura ad una nuova svolta che però – per questa band – non continuerà a lungo e che poco più in la si inoltrerà nel pressapochismo sonoro e di memoria.

Tutto è dolciastro e che fa compagnia, brani da spiaggia, l’allora specchio dei tempi che non avevano bisogno di prosceni per affermarsi o interpretare caratteri mascherati per farsi ascoltare, le ricchezze ritmiche “She Bangs The Drums”, “Mad Of Stone”, le tenute corali “Waterfall”, la chicca nostalgica “Elizabeth My Dear” ed il beat frizzante e Radio Thing di “I Am The Resurrection” sono tra i brani che rimangono sospesi nella storia Stone Roses, il raggio di sole che – con rischio zero – si affacciava su molteplici chiavi di lettura pop.
http://youtu.be/E4d2syk0SZ4

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